Un’ Italia necessaria

C’è una nuova moda a Napoli e dintorni, è una strana moda, inaspettata per la sua natura: è la moda del revisionismo storico sul Risorgimento. E’ una strana moda, dicevamo, perché chi mai si sarebbe mai potuto aspettare che un intero popolo -quello virtuale di facebook, twitter e youtube , abituato ad avere a che fare con video musicali e partite di pallone –  si sarebbe gettato a capofitto in qualcosa di tanto complesso e pesante quanto lo studio della Storia?
Infatti, dal momento che le cose troppo belle per essere vere devono nascondere una fregatura da qualche parte, anche in questa nuova moda c’è una truffa: la gente non ha deciso di consacrare il proprio tempo libero alla Verità, questa nuova corrente di “studiosi” della storia ha la profondità di una pozzanghera, l’accuratezza di un miope in un poligono di tiro, la buona fede di un truffatore.
In cosa consiste questo nuovo movimento revisionista?
Ormai ovunque in rete si trovano persone che non hanno MAI studiato seriamente la Storia che decantano le lodi di un regno (volutamente con la r minuscola), quello di Napoli, erroneamente chiamato “Delle Due Sicilie”, che sarebbe stato una sorta di Arcadia dove la cultura illuminista si sposava ad uno sviluppo industriale e mercantile da far impallidire tutta europa (fatta eccezione dell’Inghilterra eh! Non sia mai che in questo revisionismo da quattro soldi si noti una prosopopea poco credibile…).
Vengono citati dati a casaccio, decontestualizzati, ideologizzati, e si pretende di farli passare per il segno di uno sviluppo che in realtà non c’è mai stato.
I revisionisti dell’ultima ora parlano della seconda più grande flotta mercantile del Mediterraneo, dimenticandosi di avere una rete ferroviaria lunga un decimo di quella del nord Italia che già preparava il terreno per uno sviluppo industriale duraturo sull’asse Genova-Torino, dimenticandosi che se un cittadino voleva muoversi da Napoli a Bari ci metteva settimane e settimane, e gli conveniva circumnavigare la Calabria. Il revisionista dell’ultima ora cita una serie di primati  del regno di Napoli dimenticandosi che in economia esiste una cosa chiamata “economia di scala”: ovvero la relazione che esiste fra l’aumento della scala di produzione e la diminuzione del costo medio unitario di produzione. Nel regno di Napoli esistevano una serie di poli proto-industriali (soprattutto a Napoli e dintorni, ma anche in Calabria) decisamente all’avanguardia poiché essi erano il fiore all’occhiello di una nobiltà, quella baronale del meridione, che voleva scimmiottare quella inglese in una sorta di tardivo dispotismo illuminato, ma non è mai esistito un piano di sviluppo pianificato e dunque il costo marginale dei beni prodotti era spropositato e di difficile allocazione in un mercato interno. Ci sono stati addirittura casi di poli industriali d’eccellenza, come impianti metallurgici, abbandonati a sé stessi poiché non vi era una rete di collegamento ferroviaria in grado di collegare questi luoghi di produzione con il resto del regno.
Il revisionista dell’ultima ora cita il Banco di Napoli con la più alta liquidità della penisola, decontestualizzando il dato, pretendendo di farlo passare come segno di potenza dell’entità politica borbonica, quando in realtà questo sta a dimostrare nella maniera più lampante come il meridione d’Italia sotto i Borbone fosse utilizzato come mero serbatoio per arricchire l’aristocrazia, come base commerciale da cui far partire carichi mercantili d’esportazione, con la città di Napoli usata come salotto buono di fronte al resto dell’alta società europea, ma con questa dinastia straniera regnante che ben si guardava dallo sviluppare in maniera sistematica il territorio dominato. I revisionisti “duosiciliani” più preparati piuttosto che concentrarsi sulla parte “construens” del loro progetto centrifugo, si concentrano su quella destruens, cioè si concentrano sul tentativo di confutare la ragionevolezza stessa del concetto di Nazione Italiana, si concentrano sul tentativo di confutare l’esistenza stessa del popolo italiano. Quando gli si ribatte che noi stiamo parlando in italiano, pensiamo in italiano, abbiamo una concezione di equilibri europei e mondiali partendo da una base unitaria della penisola, affermano che esistono due tipologie di identità: quelle costruite dall’alto (“bisogna fare gli italiani!”) e quelle costuite dal basso, in maniera autonoma e popolare (come pretendono che sia la nazione delle Due Sicilie).
Innanzi tutto le “Due Sicilie” non sono mai esistite. Il nome di questa entità politica stava a simboleggiare la mera unione di due corone, cioè quella della Sicilia e quella del Regno di Napoli, che spesso sono state sotto la stessa dominazione ma non sono mai state viste come domini assimilabili ad un unicum indivisibile come invece i duosiciliani vorrebbero far credere. I siciliani in particolare sono sempre stati autonomisti, con il regno di Napoli non volevano avere niente a che spartire, certamente non è mai esistita una “identità comune” del popolo duosiciliano. Se per questi nuovi revisionisti l’identità italiana è stata costruita dall’alto allora chissà che si dovrebbe dire dell’ “identità” duosiciliana.
Un’Italia necessaria
Circa l’identità costruita dall’alto del popolo italiano, certamente si deve porre un accenno alla situazione generale: gli stati nazionali d’Europa si sono sempre dovuti identificare con la loro corona, attorno alle quali si sono man mano andati a formare gli Stati Moderni unitari, dai quali sarebbe nata la concezione di “un territorio, un popolo, uno stato” (e spesso si è voluto far coincidere anche “una religione”, tanto per sottolineare il carattere uniformatore e centralizzante dello Stato Moderno). L’Italia non ha mai avuto una dinastia abbastanza forte da riuscire a piegare le resistenze delle entità politiche regionali, il papato e -quando erano chiamate ad intervenire o quando avevano propri interessi economici da difendere nella penisola- addirittura le forze di spedizione francesi/spagnole/imperiali che a turno scendevano nella penisola.
Si aggiunga che nessuna dinastia, compresa quella savoiarda, ha mai avuto velleità di perseguimento del Mito dell’Italia unita nel corso della storia, e gli italiani non hanno neppure avuto, come i tedeschi, una figura confederativa come il Sacro Romano Imperatore.
Questo sta a spiegare perché c’è una continua tendenza centrifuga in Italia, ad identificarsi con un governo centrale ed unitario.
Tuttavia non si può ignorare la tendenza degli Italiani ad unirsi di fronte alle entità esterne alla penisola, non solo per una futile partita di calcio, ma per cose SERIE, come possono esserlo due Guerre Mondiali, tanto per restare nell’ambito dell’esperienza dell’Italia unita, ma anche la Politica d’Equilibrio medicea, se vogliamo andare molto indietro quando non esisteva una dinastia che ci avesse unificati, ma comunque si voleva tenere lo straniero al posto suo: al di là della nostra corona naturale, le Alpi.
Insomma, se il fantomatico popolo duosiciliano non ha mai concepito l’esistenza di quel “destino comune” che rende i popoli tali, e non masse di genti con affinità culturali, la gente italica ha dimostrato nel corso dei secoli di conoscere l’esistenza del Mito Italia, e poi anche se tardivamente della necessità di divenire Popolo Italiano.
Per quale motivo si preferisce una dinastia che poteva essere richiamata in qualunque momento sul trono di Spagna (come già accadde nel ‘700 con Carlo di Borbone) ai Savoia?
Certamente uno dei motivi è stato sul “come” è stata perseguita l’unità della penisola, cioè col sangue, e poi l’unità è proseguita tutelando gli interessi partigiani di una certa casta di potenti ai quali conveniva investire in determinati territori piuttosto che in altri, ed in definitiva per via dello scarso, scarsissimo prestigio di cui gode la casata dei Savoia. Ma qui restiamo nel campo delle “Corone”, delle dinastie, ed ormai queste son cose superate, non bisogna esser fedeli ad un duca, ma al granito del suo castello.
Dunque da dove può esser nata l’anti-italianità di certi italiani? La risposta è: nel calcio e nell’invidia dei successi della Lega Nord. Ebbene sì, la stragrande maggioranza dei nuovi revisionisti si fa venire le ulcere per rosicamento perché Milan, Inter e Roma “rubano”… onestamente non so neppure come commentare la pochezza di queste persone. Mettere in discussione la causa che ha movimentato il tuo popolo, per le guerre d’Indipendenza, la Grande Guerra per recuperare le ultime terre rimaste sotto il gioco austriaco, la seconda Grande Guerra per poter recuperare le ultime terre irredenti e per poter finalmente far parte di quella lista di popoli con libero accesso all’Oceano, solo per una partita di pallone denota un’ignoranza talmente abissale delle proprie origini da lasciare sconcertati, verrebbe quasi da ridere se non ci fosse da piangere.
Parlavamo anche dei successi della Lega Nord: la lega nord, come è per questi nuovi leghisti da sud, si è affannata per decenni a creare un’assurda identità padana, riuscendoci solo con quei settentrionali abbastanza ignoranti da farsi abbindolare. Tutt’ora, la stragrande maggioranza degli elettori di quel partito si sente italiana, e vota LN perché pretende che i soldi delle tasse pagate restino nel territorio poiché stanchi di vederli sperperati dalla classe politica parassitaria che siede a Roma. Questo partito è talmente efficiente nella politica sul territorio da essere riuscito a far convogliare nel proprio bacino di voti anche quelli degli ex comunisti, il che è tutto dire. Forti di percentuali elettorali pesantissime, i leghisti adesso perseguono degli interessi partigiani e centrifughi che per secoli hanno impedito l’unità d’Italia, ed i revisionisti dell’ultima ora vedono in ciò la negazione stessa dell’Italia. Molto maturo eh?
E certo, se tuo fratello fa l’idiota perché invece di cercare un punto d’incontro gli urli in faccia “tu non sei mio fratello!”.
Quanto manca, a noi Italiani, una guida forte! Una guida che ci dica che non esistono figli di serie A e figli di serie B… ci manca così tanto qualcuno che ponga l’accento sul nostro diritto millenario ad essere Popolo, titanico, marziale e libero. La negazione stessa del diritto degli italiani ad esser tali attraverso il Fascismo sarà la fine stessa dell’Italia. Questi sono i frutti dell’antifascismo.