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Essere fascisti Vs mafia

Siamo totalitari e vogliamo esser tali dal mattino alla sera! Così parlava un nostro illustre concittadino. Cosa significa essere totalitari? In che senso Fascismo può essere inteso come totalitarismo? Che approccio può avere una nazione fascista con fenomeni socio-economici come la mafia? E viceversa la mafia come si approccia al Fascismo? Ogni uomo va conosciuto nella sua interezza, preso in considerazione senza dividerne in comparti stagni i caratteri, poiché questo farebbe perdere il senso profondo che contraddistingue una personalità, ci impedirebbe di capire. Come insegna Gentile, nel credo dell’uomo politico non si può distinguere ciò che è il suo agire dal suo credo religioso, esigenza etica o convincimento metafisico. In altri termini l’uomo politico per non “perdersi” sa che non potrà mai scindere i propri comportamenti da ciò che sente intimamente. Uno non può essere fascista in fabbrica e smettere di esserlo sulle gradinate allo stadio, non può essere fascista il pomeriggio ad un presidio e poi smettere di esserlo la sera quando incontra la fidanzata. Più in generale non si può esser fascisti quando non si hanno problemi di sorta e poi smettere di esserlo quando si presenta un’occasione favorevole per migliorare la propria condizione, che però richiederebbe l’abiura di tutto ciò in cui crede. Essere fascista implica insomma un coinvolgimento totalizzante e coerente della propria esistenza. Questo modo d’essere dell’individuo si proietta anche nella maniera di vivere della comunità fascista. Si deve premettere che, prendendo un po’ le mosse da Hauriou ma giungendo a conclusioni diverse dalle sue, si intendono le istituzioni come organizzazioni sociali oggettive, si considera la famiglia come la prima e basilare di queste istituzioni, e lo Stato come forma ultima, la più alta, e tenendo presente che i concetti di sovranità, legittimità ed organizzazione del potere sono realizzati in questi incontri sociali, possiamo dire che nello Stato totalitario fascista il popolo ha trovato coscienza di se stesso come qualcosa di più della mera somma contrattuale di famiglie, gruppi istituzionali e genti dagli usi e costumi comuni: il diritto sa realizzarsi nelle istituzioni, ma il popolo ha scelto di articolare la propria Decisione Fondamentale [Costituzione] presupponendo la propria unità politica nell’istituzione dello Stato Fascista, che non si limiterà ad essere l’indirizzo politico della nazione(=popolo) ma tutta la volontà, il suo pensiero, il suo sentimento; si verifica nell’incontro sociale dell’intera Nazione quell’esperienza totalizzante già descritta per l’individuo fascista. Paradossalmente (per quelle che sono le convinzioni generali partorite dalla religione democratista) è proprio in un sistema totalitario del genere che il pluralismo, per quanto scevro dell’autonomia giuridica teorizzata da Hauriou, ma comunque inteso come collaborazione e tolleranza fra diversi gruppi che decidono di coniugarsi nell’unità della Nazione, viene maggiormente garantito dal rischio di omologazione e massificazione. Vista questa impronta istituzionalista del discorso, provocatoriamente si potrebbe obiettare che anche le organizzazioni sociali patologiche come quelle criminali –Mafia, Camorra ecc.- sono in grado di realizzare a modo loro sovranità, l’organizzazione del potere, sono in grado di creare consenso e quindi legittimità. Certamente è così, ma mai un’organizzazione che si pone come alternativa allo Stato che è espressione dell’intera Nazione potrà essere compatibile con esso, se totalitario, sebbene la Mafia non si ponga necessariamente in antitesi come fu nei decenni scorsi ma tenti di vivere anche al fianco se non attraverso lo Stato, infiltrandosi. Una qualunque organizzazione criminale esiste per il profitto di pochi avventurieri; costoro sfruttano le pieghe di uno stato che è senza senso perché rappresenta solo i privilegiati con la possibilità di investire tempo e/o denaro in propaganda. Il benessere per la comunità colpita dal fenomeno mafioso, qualora di benessere diffuso davvero ci fosse, sarebbe del tutto incidentale. Insomma il fine del mafioso è quello di divenire intermediario economico istituzionalizzato fra il lavoratore e ciò che gli spetta, agendo come un parassita, a prescindere dai bisogni della comunità e dagli effetti che esso causa su di essa. Il mafioso si pone dunque al di fuori del popolo che si è fatto Stato, tiranneggiando su di esso e creando disagio, pretendendo di vivere di rendita sul lavoro diretto o indiretto dei lavoratori e degli investitori, prendendo il posto che un tempo apparteneva ai landlords; dal momento che in un sistema totalitario le associazioni a delinquere che mirano a sabotare l’unità della volontà generale non sarebbero viste come scorie fisiologiche della cittadinanza (come la piccola delinquenza), ma malattie sociali vere e proprie, come un elemento da espellere dal corpo civile, i mafiosi non verrebbero più considerati come cittadini che sbagliano quanto piuttosto come nemici esterni e trattati di conseguenza, a prescindere dalla loro origine, e verrebbero dunque trattati di conseguenza. Nei totalitarismi insomma la mafia fa fatica addirittura ad esistere, schiacciata dalla spinta centripeta dello Stato. In una società non totalitaria manca invece il rigore etico necessario per impedire al malessere economico di essere terreno di coltura delle speculazioni di alcuni sulla pelle dei propri connazionali. Un mafioso è un cittadino come tutti quanti gli altri. E’ per questo che la mafia anela con tutte le sue forze il liberalismo, e non potrà mai vivere senza di esso, e per la natura individualista propria del capitalismo, esso non potrà mai esistere senza alcuna forma di oppressione mafiosa.

Viva la vita, viva la muerte

Con il declino della civiltà occidentale si è sviluppata un’insana fobia per uno degli aspetti più naturali e scontati della Vita, cioè la sua cessazione. Ogni essere umano “esiste”, e cioè come si può facilmente intuire dall’etimologia ex-sistere, “viene da” qualcosa, ha un’origine * [nota a margine]. Se però un inizio, una nascita, non implica alcun problema alla sensibilità dell’uomo comune, la sua logica conseguenza –vale a dire il finire- provoca paure non degne di chi vive con l’ethos del Caballero, del guerriero. Eppure è la logica che lo pretende: se si ha un inizio si deve necessariamente avere una fine. Il nostro spirito si incarna in questo corpo che necessariamente perirà, e non si può impedire ciò. Come si può avere paura dell’inevitabile? Nel budo, la via del guerriero giapponese, l’uomo ha il dovere di pensare alla Morte almeno due volte al giorno: non appena si sveglia e prima di andare a dormire, questo perché essa può avvenire in qualsiasi momento e bisogna farsi trovare psicologicamente pronti, accettarla nella sua ineluttabilità. L’accettazione del fatto che si deve morire non deve però essere fonte di nichilismo, lassismo etico e dissolutezza; deve bensì essere lo sprone per regolare di conseguenza se stessi al pensiero che abbiamo un lasso limitato di tempo per esprimere la nostra essenza. La consapevolezza che c’è tanto da fare e così poco tempo per farlo deve essere il confine che segna l’inizio della stadio adulto della nostra vita. Una persona che ama la vita ed è consapevole della sua caducità, dell’incredibile valore che essa ha intrinsecamente, non si limita a prendere atto della propria responsabilità ad incidere sul mondo che lo circonda e a sfruttare il tempo che gli è concesso dal gioco di combinazioni che ne determinano la durata, ma soprattutto comprende come solo una morte onorevole in quanto ottenuta nel perseguimento della propria Idea risulta coerente con un amore tanto sconfinato per la Vita. Il culto della Morte, come fase coerente e culminante di una concezione guerriera della vita, è insomma l’altra faccia della medaglia del più puro e genuino culto della Vita. Sia chiaro che una tale visione non si addice all’umanità tout court: non tutti gli uomini sono uguali, non tutti hanno una concezione della vita come occasione di emergere e tendere verso l’alto. Solo il cavaliere di ethos medioevale, il legionario, il samurai… insomma solo colui che ha consacrato la propria vita al soddisfacimento dell’esigenza vitale della lotta può amare in modo pieno la vita e può dunque accettare la morte come ultimo cimento, l’ultima prova del proprio carattere. Chi non è in grado di emergere, chi non è guerriero, non può comprendere e non potrà mai farlo, perché non si possono “imparare” quelle vocazioni dello spirito, una volta che finita la fase embrionale della formazione della propria personalità. Se una pianta senza i dovuti sostegni è cresciuta storta, tale rimarrà, e così gli incompleti resteranno per sempre con le loro storture dello spirito come delle piante non riparate dal vento troppo forte venute su deformate. Il grande Fabrizio de André, poeta di straordinaria sensibilità e voce degli “ultimi”, cantava: […] una folla di gente, gridando Viva la Morte, proprio addosso mi è caduta […] voi crepate pure per primi noi vi cediamo il passo, però per cortesia lasciate vivere gli altri, la vita è grossomodo il loro unico lusso. Questa perfetta espressione della vita della persona a-guerriera, che ha una vita senza tensioni quale unica ricchezza, è una descrizione dell’inequivocabile differenza fa uomini e chi vuol tendere ad essere qualcosa di più, vale a dire la differenza che intercorre fra il del popolo sovrano e l’aristocrazia dello spirito che ne è avanguardia. Noi iniziati alla lotta, noi avanguardia, abbiamo donato le nostre vite all’Idea, ed al grido di Viva la Morte -alla quale siamo religiosamente devoti- guadagniamo una ricchezza che è inimmaginabile per tutti quanti gli altri che non sono stati educati al coraggio, alla virtù, all’amore per la Vita vissuta pienamente, e comprendiamo così fino in fondo il significato della massima “Io ho quel che ho donato”


*[nota a margine] l’etimologia di “esistenza” nelle speculazioni filosofiche è stata felicemente utilizzata da Kierkegaard per porre un parallelo tra esistenza ed essenza, per cui all’essenza corrisponde l’universalità, mentre invece all’esistenza corrisponderebbe la soggettività, e dunque la scelta individualista. L’autore di questa breve nota non condivide questa visione dell’esistenza come ex-sistere “stare fuori”, ma abbraccia una concezione diversa di esistenza e cioè come subordinata direttamente all’essenza.