Viva la vita, viva la muerte

Con il declino della civiltà occidentale si è sviluppata un’insana fobia per uno degli aspetti più naturali e scontati della Vita, cioè la sua cessazione. Ogni essere umano “esiste”, e cioè come si può facilmente intuire dall’etimologia ex-sistere, “viene da” qualcosa, ha un’origine * [nota a margine]. Se però un inizio, una nascita, non implica alcun problema alla sensibilità dell’uomo comune, la sua logica conseguenza –vale a dire il finire- provoca paure non degne di chi vive con l’ethos del Caballero, del guerriero. Eppure è la logica che lo pretende: se si ha un inizio si deve necessariamente avere una fine. Il nostro spirito si incarna in questo corpo che necessariamente perirà, e non si può impedire ciò. Come si può avere paura dell’inevitabile? Nel budo, la via del guerriero giapponese, l’uomo ha il dovere di pensare alla Morte almeno due volte al giorno: non appena si sveglia e prima di andare a dormire, questo perché essa può avvenire in qualsiasi momento e bisogna farsi trovare psicologicamente pronti, accettarla nella sua ineluttabilità. L’accettazione del fatto che si deve morire non deve però essere fonte di nichilismo, lassismo etico e dissolutezza; deve bensì essere lo sprone per regolare di conseguenza se stessi al pensiero che abbiamo un lasso limitato di tempo per esprimere la nostra essenza. La consapevolezza che c’è tanto da fare e così poco tempo per farlo deve essere il confine che segna l’inizio della stadio adulto della nostra vita. Una persona che ama la vita ed è consapevole della sua caducità, dell’incredibile valore che essa ha intrinsecamente, non si limita a prendere atto della propria responsabilità ad incidere sul mondo che lo circonda e a sfruttare il tempo che gli è concesso dal gioco di combinazioni che ne determinano la durata, ma soprattutto comprende come solo una morte onorevole in quanto ottenuta nel perseguimento della propria Idea risulta coerente con un amore tanto sconfinato per la Vita. Il culto della Morte, come fase coerente e culminante di una concezione guerriera della vita, è insomma l’altra faccia della medaglia del più puro e genuino culto della Vita. Sia chiaro che una tale visione non si addice all’umanità tout court: non tutti gli uomini sono uguali, non tutti hanno una concezione della vita come occasione di emergere e tendere verso l’alto. Solo il cavaliere di ethos medioevale, il legionario, il samurai… insomma solo colui che ha consacrato la propria vita al soddisfacimento dell’esigenza vitale della lotta può amare in modo pieno la vita e può dunque accettare la morte come ultimo cimento, l’ultima prova del proprio carattere. Chi non è in grado di emergere, chi non è guerriero, non può comprendere e non potrà mai farlo, perché non si possono “imparare” quelle vocazioni dello spirito, una volta che finita la fase embrionale della formazione della propria personalità. Se una pianta senza i dovuti sostegni è cresciuta storta, tale rimarrà, e così gli incompleti resteranno per sempre con le loro storture dello spirito come delle piante non riparate dal vento troppo forte venute su deformate. Il grande Fabrizio de André, poeta di straordinaria sensibilità e voce degli “ultimi”, cantava: […] una folla di gente, gridando Viva la Morte, proprio addosso mi è caduta […] voi crepate pure per primi noi vi cediamo il passo, però per cortesia lasciate vivere gli altri, la vita è grossomodo il loro unico lusso. Questa perfetta espressione della vita della persona a-guerriera, che ha una vita senza tensioni quale unica ricchezza, è una descrizione dell’inequivocabile differenza fa uomini e chi vuol tendere ad essere qualcosa di più, vale a dire la differenza che intercorre fra il del popolo sovrano e l’aristocrazia dello spirito che ne è avanguardia. Noi iniziati alla lotta, noi avanguardia, abbiamo donato le nostre vite all’Idea, ed al grido di Viva la Morte -alla quale siamo religiosamente devoti- guadagniamo una ricchezza che è inimmaginabile per tutti quanti gli altri che non sono stati educati al coraggio, alla virtù, all’amore per la Vita vissuta pienamente, e comprendiamo così fino in fondo il significato della massima “Io ho quel che ho donato”


*[nota a margine] l’etimologia di “esistenza” nelle speculazioni filosofiche è stata felicemente utilizzata da Kierkegaard per porre un parallelo tra esistenza ed essenza, per cui all’essenza corrisponde l’universalità, mentre invece all’esistenza corrisponderebbe la soggettività, e dunque la scelta individualista. L’autore di questa breve nota non condivide questa visione dell’esistenza come ex-sistere “stare fuori”, ma abbraccia una concezione diversa di esistenza e cioè come subordinata direttamente all’essenza.

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