Femminismo: da liceità ad esasperazione.

Non è raro imbattersi in articoli di cronaca che vedono protagoniste donne intenzionate a rivendicare il proprio ruolo nella società, stanche di vivere in una realtà che le vedrebbe relegate ai margini e prive di identità. Ed ecco che, a tal proposito, nasce il femminismo, movimento politico basato sulla rivendicazione di pari diritti economici, civili e politici tra uomo e donna. Compare per la prima volta sulla scena nel XVII secolo e muove i propri passi cavalcando l’onda del malcontento femminile in termini di istruzione e ruoli di queste ultime in ambito sociale e familiare. Figlie di secoli diversi dal nostro, le donne erano viste come fulcro del nucleo familiare ed incaricate dello svolgimento delle mansioni legate alla casa ed alla soddisfazione della libido del proprio uomo. Si è assistiti quindi a secoli di cambiamenti e rivendicazioni sociali che avrebbero dovuto rovesciare l’ordine delle cose ed avrebbero dovuto creare le condizioni di una consolidata parità. Ed è esattamente quanto non è accaduto. E’ durante battaglie di matrice socialista prima ed anarchica poi che, attraverso atti di denigrazione della propria persona e della propria dignità, le femministe hanno tentato di affermare se stesse, rendendosi vittime di un insito senso di inferiorità, marcato e sottolineato semplicemente da loro stesse. Diritto alla istruzione, alla autodeterminazione, al diritto di voto sono le bandiere delle prime lecite battaglie. Ma si è poi perso di vista l’obiettivo. Nel secondo dopo guerra, in virtù del diritto di autodeterminazione assoluta ed esasperata della propria persona, si pone l’accento sulla tematica dell’aborto, sulla possibilità di scegliere come, quando e quanto disporre del proprio corpo e di conseguenza di decidere del diritto alla vita od alla morte di un altro individuo. Passo successivo vede il femminismo al limite del terrorismo ideologico, anarchico ed internamente poco coeso per la presenza di diverse anime mosse da diverse intenzioni. Si passa dalla Inghilterra delle Suffragette, che ancora si battono per la conquista del diritto di voto, (che sarà concesso partendo dal 1902 in Australia, passando per l’Italia nel 1945 ed arrivando alla Svizzera nel 1971), alle femministe liberiste in Inghilterra e Francia che richiedono la partecipazione alla istruzione universitaria, (che sarà loro concessa ad eccezione delle materie mediche e giuridiche) per approdare al femminismo anarco – socialista di matrice hegeliana che rivendica il rovesciamento della società capitalistica – patriarcale per l’affermazione della libertà di amore e sesso. Da questa ultima frangia si è sfociati nel lesbismo, che cerca di svincolare la donna da categorie di comportamento di una società definita come sessista e maschilista e che quindi disumanizza la donna. Ad oggi non risulta annullata la battaglia, e tantomeno sopita. Le donne dei nostri anni vivono una sorta di femminismo di stato, alimentato da una classe politica talmente avulsa dalla realtà da discriminare la donna che ancora afferma il proprio ruolo familiare tanto da credere di primaria importanza la tutela di queste ultime grazie a disegni di legge sullo stalking ed il femminicidio. Anche in questo caso è un termine di importazione che, che risulta inopportuno ancor prima che cacofonico. Basta chiamarlo omicidio, dal momento che a morire sono persone che godono degli stessi diritti, doveri e dignità di un “maschio”. Guardando al passato, alla ostentazione della tematica della uguaglianza tra i due sessi, si nota come sia superata la matrice originaria del movimento, in Italia come altrove. Femen è infatti il nome del movimento ucraino in cui le militanti, manipolate da un uomo, manifestano a seno scoperto contro il turismo sessuale, il sessismo e le discriminazioni sociali per smuovere le donne ucraine, per renderle socialmente attive. E non sono altri paesi, anche Europei, a passarsela meglio al riguardo. Difatti, ancor meno felice è il caso spagnolo che vede protagoniste le donne aderenti al movimento Sangre Menstrual, le quali, in nome della proprietà assoluta del proprio corpo, vanno in giro con pantaloni bianchi lasciati macchiare del proprio sangue. Il tutto avviene in nome di un estremo femminismo, attraverso il quale il corpo viene reso strumento politico nel tentativo di svincolare le mestruazioni – e quindi la donna – dal tabù che ancora oggi aleggia in alcune parti del mondo e che contribuirebbe a relegarla ai margini. Da movimento volto alla affermazioni della uguaglianza tra uomo e donna, si è quindi arrivati oggi ad una forzatura eccessiva. E chissà che il tutto non renderà, in futuro, necessari provvedimenti per la tutela dell’uomo.

 

 

Di Antonietta.

 

 

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