Maturità: storia e dintorni

Al via, ancora una volta, la temuta maturità.

Introdotto ufficialmente con il Decreto n. 1054 su “Ordinaria Istruzione Media e Convitti Nazionali” della Riforma Gentile del 1923, “l’esame di stato“ o “di maturità” è stato oggetto di varie riforme. Anticipati, a partire già dal lontano 1859, dagli esami di Licenza introdotti dalla legge Casati, gli esami di stato dovevano rappresentare la verifica finale del ciclo delle scuole medie secondarie superiori. Finalità ultima era la comprensione della effettiva maturità critica globale dell’allievo che, dopo aver dimostrato di possedere una valutazione di almeno 5/10 in tutte le discipline, si trovava a dover sostenere la prova rispetto ad una commissione composta interamente da membri esterni al corpo docenti del proprio istituto. La nomina di quest’ultima era interamente ministeriale, con 3 professori o presidi di licei, 1 professore universitario ed 1 professore privato o esterno all’insegnamento. La prova si svolgeva in 40 sedi per gli istituti classici, 20 per quelli scientifici e 19 per gli istituti magistrali. Scopo di una prova dai criteri estremamente rigidi era la creazione della nuova Elite. Alla prova dei fatti, in prima seduta, il 75% dei candidati risultò non idoneo.

A causa della severità degli istituti oltre che la rigida selezione, si istituì il comitato “Padri di Famiglia”, con lo scopo di alleggerire il fardello sociale e culturale che gravava sui ceti medi.

Successore di Gentile fu Fedele, il quale si limitò semplicemente ad introdurre correttivi, come, ad esempio, l’alleggerimento dei programmi, riducendoli a quelli del solo triennio. Nel 1942, come da disposizione dei principi della “Carta della Scuola” del 1939, non applicata a causa dello scoppio della guerra, Bottai ritenne utile apportare una ulteriore modifica, introducendo quelli che definì i “giudici naturali”: commissioni costituite da professori interni al corpo docenti dell’istituto coadiuvati da un presidente (professore universitario) e un vice presidente (preside) la cui nomina era ministeriale.

Diversi, nel corso degli anni, sono stati i criteri adottati per le ammissioni agli esami di stato che, seppur sottoposti a continue modifiche, conservano la loro iniziale impostazione. Si è passati dalla riforma Sullo, del 1969, grazie alla quale, per l’ammissione, era necessario aver frequentato un istituto scolastico durante l’ultimo anno del liceo, alla riforma Berlinguer, del 1997. Ed ancora, nel 2005, la riforma Moratti che invece richiedeva una valutazione positiva in tutte le discipline, la riforma Fioroni del 2007 che invece, oltre alla valutazione positiva in tutte le discipline richiedeva anche l’assenza di “debiti”(ovvero, votazioni inferiori ai 6/10) ed in ultima, nel 2009, la riforma Gelmini.

Che vengano considerati punto di arrivo o di partenza, gli esami di Stato rappresentano da sempre il giro di boa con cui tutti, prima o poi, sono destinati a misurarsi. Probabilmente la prima vera prova, che venga poi letta dal punto di vista dello studio o, perché no, anche dalle tecniche messe in atto come sostegno allo studio.

E, per ognuno di questi casi, in bocca al lupo a tutti i maturandi!Immagine

IL FASCISMO CAMPANO!

La Napoli della corruzione e della camorra, così si presenta oggi al cospetto della Nazione, attraversò un periodo, seppure breve, di grande rigore sociale e politico. Il Fascismo a Napoli nasce e cresce con Aurelio Padovani. Molti sono i napoletani che non conoscono l’idea e la visione di Padovani di una Napoli libera finalmente da clientele e notabili, usurai e camorristi, massoni e doppiogiochisti. Aurelio padovani nacque il 28 febbraio 1889 a Portici in provincia di Napoli, era un operaio portuale, aveva sei figli, nullatenente. Da giovane combattè nella campagna di Libia (29 settembre 1911 – 18 ottobre 1912) e successivamente sul Carso nella Prima Guerra Mondiale. Milite pluridecorato, segnato dalla guerra ma mai sconfitto. Era un lavoratore, non aveva perseguito studi se non quelli elementari. Malgrado ciò era dotato di un certo carisma. Del sindacalismo rivoluzionario del comandante Padovani si parlerà fino alla sua morte; si dirà poi che “dopo Padovani a Napoli non ci fu più politica”, a sostenerlo fu l’antifascista Ignazio Silone. Fedelissimo alla rivoluzione, vedeva l’unica giustizia possibile per riscattare le masse operaie e cittadine nel primo Fascismo, credeva nella giustizia sociale che andava conquistata anche a colpi di rivoltella e desiderava risollevare il meridione d’Italia che ancora stentava a stare al passo col resto della Nazione. Venutosi a creare Il movimento dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919), rimase affascinato dalla veemenza e dalla forza dello squadrismo nonché dalle idee di Mussolini. Così il 4 aprile del 1920 fondò il Fascio Napoletano insieme all’avvocato Miranda ed al capitano Navarra degli Arditi. In città non era visto bene proprio da tutti il Fascismo padovaniano. Tutto ciò che non si identificava nella visione del Fascismo a Napoli era “nazionalismo”. Strano ma vero, tra i nazionalisti di Paolo Greco vi erano socialisti, antifascisti, camorristi, usurai e molto altro che nulla ma proprio nulla aveva a che fare con i valori del nazionalismo. In quei tempi, Greco e i nazionalisti non costituirono affatto un pericolo per il Padovani né per i suoi seguaci: si tennero in tutta la provincia comizi e manifestazioni e sempre più persone furono attratte dal “fascista intransigente”. In pochi anni di politica il Comandante ottenne tantissimi consensi: nel marzo 1921 fu eletto Segretario politico del Fascio di Napoli; nell’ottobre dello stesso anno occupò la carica di Segretario Provinciale; divenne il leader del Fascismo campano, l’organizzatore delle masse napoletane e verso la fine dello stesso anno partecipò al congresso Fascista a Roma; ebbe un incarico di un certo rango a novembre quando fu eletto nel comitato centrale del PNF. Tra il 21 e il 22 ebbe un ruolo fondamentale tra i cinque comandanti di zona nell’organizzazione e nella guida della marcia su Roma: riunì le squadre d’azione al campo sportivo dell’Arenaccia e le condusse poi tra il 28 e il 31 ottobre nella Capitale. Ecco, Padovani appoggiò comunque la rivoluzione, sebbene in contrasto con il Duce Mussolini. Infatti, pochi giorni prima della marcia, Mussolini tenne un discorso al teatro San Carlo a Napoli. Non mancarono omaggi ed elogi. Padovani, però, dall’indole schietta e leale, nemmeno al Duce riuscì a tenere nascosta la sua avversità alla monarchia e questo fu motivo di discordie. Altri tempi, altri uomini. Il Duce dirà poi del Comandante <<..Per Padovani esistevano solo il sì e il no, e un buon programma politico deve tenere in conto anche il forse.>> Per questo disaccordo col Duce si verificarono altri eventi che portarono il Padovani dapprima a presentare le dimissioni dai suoi ruoli e il distaccamento dal Partito, che furono respinte, e poi alla sua espulsione. Per chi lo amava, per chi lo odiava o per chi semplicemente ne conosceva il mito la sua morte rappresenta tutt’ora un mistero fitto e irrisolto, tuttavia Gerardo Picardo nell’opera dedicata al Capitano riesce a smentire tutte le tesi sulle congiure e i complotti nei suoi confronti. La fine del Fascismo, della politica e della rivoluzione a Napoli avviene il 16 giugno del 1926: nel giorno del suo onomastico egli si affaccia dal balcone di via Orsini con alcuni dei suoi più fedeli per rispondere al saluto della folla che era accorsa per dare gli auguri al Capitano quando all’improvviso crolla la balconata. Nell’incidente moriranno Aurelio Padovani e altre otto persone. Fu dopo la sua morte che i suoi seguaci furono perseguitati o comunque non ebbero vita facile. Il suo ricordo ora sopravvive nelle gesta di chi valorizza ancora il suo pensiero, ora che riposa nel recinto degli uomini illustri nel cimitero di Poggioreale. Onore ad AURELIO PADOVANI!

 

 

Di G. Sindaco

969062_10200696049142221_1020790107_n