Scozia, perché ha vinto il “No”

 Il 18 settembre ’14 in Scozia si è votato il referendum per l’indipendenza voluto dal Partito Nazionale Scozzese. Il referendum, come è ben noto, ha sancito che la Scozia dovesse restare nel Regno Unito: poco più di due milioni di aventi diritto al voto hanno votato per il “No” all’indipendenza, mentre circa un milione e seicentomila hanno votato per il “Si”. Negli ultimi giorni abbiamo anche assistito a scontri e proteste per le strade dei centri urbani del paese tra fazioni unioniste e indipendentiste che hanno creato non pochi problemi di ordine sociale. In questo articolo si vuole analizzare a mente lucida e fredda la motivazione per cui gli indipendentisti hanno perso le elezioni, nonostante lo scarto di percentuali molto risicato: 55% contro 45%. L’analisi che si vuole condurre deve altresì essere scevra da qualsiasi dietrologia storico-identitaria, in quanto bisogna mettersi nei panni degli scozzesi, i quali, nonostante siano pervasi da un senso patriottico molto forte, probabilmente sono andati a votare con un spirito pragmatico e volto alle possibilità future per il loro paese. Allora la domanda fondamentale è: perché ha vinto il “No”? Probabilmente la risposta risiede nell’incertezza di alcune proposte sulle tematiche portate avanti da Alex Salmond, premier scozzese e leader della campagna per l’indipendenza. I primi dubbi sono di politica monetaria: quale moneta avrebbe avuto la Scozia qualora avesse vinto il “Si” è sempre stato un mistero. Mentre Salmond ha liquidato la questione sostenendo che la Scozia avrebbe continuato ad usare la sterlina, Cameron ed i vertici della Bank of England hanno più volte ribadito che questa soluzione non sarebbe stata concessa da Londra. Un’altra opzione maggiormente realistica sarebbe stata usare l’Euro. Questo processo sarebbe stato più praticabile, ma non senza ostacoli: la Scozia, come neonata nazione avrebbe dovuto raggiungere parametri consoni ed affrontare negoziati con Bruxelles, al pari di chiunque voglia entrare nell’euro. La crisi che l’eurozona sta affrontando ha destato parecchio scetticismo nella popolazione scozzese. Un’ultima via sarebbe stata quella di coniare una nuova moneta, percorso molto tortuoso che avrebbe creato molti problemi da un punto di vista commerciale; ma si è pensato che questa nuova moneta potesse essere agganciata ad un tasso fisso alla sterlina inglese, in modo di attutire ed attenuare alcune difficoltà future nel breve periodo. Un’altra motivazione che ha spinto gli scozzesi a votare “No” è stato il risoluto appoggio alla campagna “Better Together” di banche e grandi gruppi industriali; il giudizio più pesante è stato quello della British Petroleum, compagnia che si occupa dell’estrazione e raffinazione del petrolio. L’importanza di BP è fondamentale, in quanto gran parte delle motivazioni alla base dell’indipendenza sono i grossi giacimenti di petrolio che gli indipendentisti credono che avrebbe portato il paese ad essere più ricco delle condizioni attuali. In aggiunta a tutte queste tematiche, anche la politica ha fatto la sua parte; la campagna per il “Si”, nonostante si partita a rilento, ha avuto uno scossone negli ultimi mesi facendo ribaltare le percentuali nei sondaggi. I leader dei partiti inglesi inizialmente avevano espresso un morbido appoggio ad Alistar Darling, leader della campagna per il “No”, membro del partito laburista ed ex Cancelliere dello Scacchiere. Al contempo si sono mantenuti abbastanza distanti, preferendo che gli scozzesi scegliessero per propria coscienza. Ma appena i sondaggi hanno evidenziato una rapida risalita in favore dell’indipendenza, tutti i leader sono “scesi in campo” per difendere l’unione tra i paesi dello UK: una possibile vittoria del “Si” avrebbe fatto cadere molte teste a Westminister. David Cameron se non fosse stato “costretto” a dimettersi, di sicuro non avrebbe avuto una riconferma come leader dei Tories nelle elezioni del 2015; Nick Clegg, guida dei Lib-Dem è alleato di governo di Cameron ed il suo partito non ha più i consensi di una volta. Ed anche Ed Miliband, leader del partito laburista avrebbe avuto grossi difficoltà: il bacino di voti labour in Scozia è altissimo e molti dei parlamentari scozzesi a Westminister siedono tra le fila laburiste: in caso di vittoria dell’indipendenza questi parlamentari sarebbero decaduti. Quindi la pressione politica esercitata freneticamente nell’ultimo mese, con la promessa di una maggiore autonomia fiscale per la Scozia, è stata un’altra componente che può aver spostato le preferenze dell’elettorato. Si può imputare agli scozzesi la mancanza di coraggio? Forse sì. Questo referendum è stata un’occasione unica e provare a riparlare di indipendenza nell’immediato futuro sarà impossibile. La Scozia sicuramente avrebbe potuto contare su risorse petrolifere e un boom turistico che l’indipendenza avrebbe attratto. Ma il coraggio deve essere equiparato con una dose di buon senso: Edimburgo possiede già una forte autonomia. Il mantenimento dello status quo, utilizzando l’appoggio di Londra come porto sicuro è stato più convincente rispetto ad una scelta più radicale con profonde insidie ed incertezze. Sebbene il passaggio all’indipendenza sarebbe avvenuto col tempo, con l’ufficializzazione nel marzo del 2016, non è detto che molte delle riserve si sarebbero potute sciogliere al meglio.
David
scozia
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