“O Roma o morte”: tutti verso il centro.

L’Italia degli anni successivi al primo grande conflitto mondiale era sottoposta ad un governo liberale, ed il malcontento popolare toccava picchi elevatissimi. Durante il “Biennio Rosso” (1919-1920) l’insoddisfazione nazionale sfociò in scontri, occupazioni di fabbriche, mobilitazioni di contadini e operai. Si ebbero parecchi moti contro il carovita; insostenibile era la situazione dei reduci di guerra, problematica la riconversione delle fabbriche, insostenibile l’aumento del debito pubblico e svalutazione della Lira. Le più grandi forze politiche del tempo si fronteggiavano su uno scenario che nulla di buono lasciava presagire. Socialisti, comunisti, popolari, cattolici e fascisti si spartivano la situazione politica e sociale; i primi due schieramenti ebbero grande risalto nel primo dopoguerra. Ognuna delle soluzioni di questa o quell’altra fazione andava a danneggiare gli interessi di una fascia popolare, perciò contadini, operai, industriali ecc. erano elettori strategici. Vari avvenimenti poi caratterizzarono la crescita e il rafforzamento del movimento dei Fasci di Combattimento prima e, successivamente, del Partito Nazionale Fascista, che pretendeva una soluzione autoritaria, mirata e centralizzata ai problemi del popolo, della Nazione. I liberali iniziarono ad avere un grosso calo sul fronte elettorale. Si susseguirono in un anno il governo Bonomi e il governo Facta. I deboli governi non seppero tenere salda quell’Italia che doveva riprendersi dalla guerra. Sempre più aumentavano i comizi di Benito Mussolini nelle piazze nazionali. Nell’anno successivo alla fondazione del PNF, per i fascisti si andava materializzando l’idea di prendere il potere con un colpo di stato. Il 24 ottobre 1922 fu organizzato un congresso a Napoli, al teatro San Carlo, nel quale Mussolini, ricevuto dal capitano Aurelio Padovani, gerarca fascista del napoletano, organizzò un golpe. La Marcia su Roma prevedeva un assedio dei punti nevralgici del potere: uffici pubblici, stazioni, centrali telegrafiche e telefoniche. I fedelissimi di Mussolini (Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi) furono messi a capo dell’operazione, mentre Egli tornò a Milano. Si evince, dai documenti ufficiali e dai telegrammi inviati all’allora premier Luigi Facta, che in molti annunciavano la disfatta. Tuttavia la manifestazione di Napoli si concluse nel migliore dei modi, nell’ordine e nella quiete pubblica, col saluto ai militi fuori al quartier generale del corpo d’armata dell’esercito. Sciolte le fila, i fascisti si diramarono in più direzioni, intenti ad andar via da Napoli. Dopo l’adunata, di sera, si riunì presso l’hotel Vesuvio il Consiglio nazionale del partito. Tutto era pronto. Così, Bianchi “cacciò” i camerati dalla città, proferendo la celebre frase «Insomma, fascisti, a Napoli piove, che ci state a fare?». Tutto restò come prima a Napoli, o quasi. A cambiare furono le anime degli insorgenti, ormai pronte alla presa della Capitale. Gli squadristi entrarono in azione già il 27 ottobre, occupando alcuni uffici pubblici a Cremona, Firenze e Pisa. Alla luce di tali avvenimenti, Il Capo del Governo mandò un telegramma al re Vittorio Emanuele III, informando quest’ultimo dell’insurrezione dei fascisti. Una volta tornato a Roma, il re rifiutò di dichiarare lo stato d’assedio proposto da Facta. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre colonne di camerati si diressero verso Roma; nella notte fu stilato un documento riguardante misure di cautela da istituire nel caso vi fosse stato un assalto ai palazzi del potere, con accenni allo stato d’assedio. Alle sei del mattino fu ufficializzato il documento, ma fu poi rivisitato: non vi fu stato d’assedio né altre misure attuate, Facta diede le dimissioni e il re convocò Benito Mussolini nella Capitale.
Fu formato un governo di larghe intese; i camerati, accampati nei pressi di Roma, poterono sfilare solo il 31 ottobre nella città, presentandosi al re e alla nuova Italia che nasceva sotto il comando del futuro Duce d’Italia. Checchè se ne dica, la Marcia su Roma fu un’operazione condotta senza l’esplosione di un solo proiettile, totalmente non violenta. Nell’incompetenza e nell’inerzia che attanagliavano il governo dell’epoca, una mobilitazione del genere, una presa di posizione autoritaria, decise le sorti del Paese, e ristabilì successivamente l’ordine e la giustizia sociale di cui gli italiani, purtroppo, hanno oggi bisogno, avendo dimenticato la storia della propria Nazione, e avendo gli stessi rinnegato le glorie e gli onori di tempi ormai andati, ma che resero l’Italia uno Stato da rispettare nel contesto internazionale

 

-G.Sindaco

 

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