Yukio Mishima. L’ultimo Samurai

Ogni epoca ha avuto i suoi eroi, figure che, nella speranza di migliorare il proprio paese, si sono battuti arrivando anche rischiare la propria vita. E, in un’epoca come la nostra, dove si sono persi quasi del tutto i principi che ci legano alle tradizioni ed alla nostra terra, fondamentale è “ Ritrovare se stessi” . Emblematica è la figura di Mishima Yukio. Mishima Yukio, originario di Tokyo, non fu solo scrittore, ma anche attore, regista, cinematografo e cultore delle arti marziali. Noto per aver riscosso immediato successo anche all’estero, ha una storia tanto affascinante quanto drammatica. Egli pose fine alla sua vita con un suicidio, attraverso il rituale tipico giapponese chiamato seppuku, noto, in occidente, anche con il nome harakiri. Il seppuku ha un significato puramente spirituale. Brutale nelle dinamiche, veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Alla base di quest’ ultimo vi era la convinzione che il ventre fosse la sede dell’anima e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare ai presenti la propria anima priva di colpe, in tutta la sua purezza. Svolto nella classica posizione giapponese detta seiza, cioè in ginocchio (al fine di impedire al corpo di cadere all’indietro e quindi evitare il disonore), prevedeva che venisse svolto il taglio da sinistra verso destra e poi verso l’alto. Per preservare ancora di più l’onore del samurai, un fidato compagno, chiamato kaishakunin, previa promessa all’amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all’addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.
Ma perché anche Yukio si sottopose a tale gesto? Che cosa era accaduto?
Per rispondere a tale domanda bisogna fare un passo indietro. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale, 1945, quando gli americani sganciarono le due bombe nucleari Little boy e Fat man rispettivamente su Hiroshima e Nagasaki. A governare il Giappone vi è Hiroito, l’ultimo imperatore Giapponese, il quale, così come tutti gli imperatori, secondo la tradizione, aveva origini divine. Gli americani, ben istruiti sulle tradizioni Giapponesi, costrinsero Hiroito a dichiarare pubblicamente che egli non aveva discendenza divina. La notizia ebbe una eco estremamente negativa al punto che innumerevoli furono i suicidi. Chiara fu, a quel punto, la svolta cui stava assistendo il paese. Profondo era il processo di Occidentalizzazione cui i samurai e la stirpe guerriera stavano assistendo.
Ecco che, il 25 novembre 1970, Mishima insieme ad altri quattro inquirenti di una associazione chiamata Tatenokai (la società degli scudi), si recarono presso un punto strategico, la caserma del quartier generale dell’armata Giapponese, situata nel cuore di Tokyo, con l’intenzione di rapire il comandante dell’armata orientale allo scopo di sollevare una sommossa contro il governo. Per otto minuti Mishima, indossando l’uniforme imperiale, col fronte cinto dell’ Hachimaki, si rivolse ai soldati radunati nel cortile della caserma, esortandoli a rimanere fedeli alla tradizione, fedeli all’imperatore, fedeli alla patria attraverso un discorso breve ed indirizzato soprattutto ai giovani.
– “Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà e non è la democrazia ma il Giappone! Il Giappone, il paese della nostra amata storia, il paese della nostra tradizione, il Giappone. Non c’è nessuno tra di voi disposto a morire per scagliarsi contro questa costituzione che ha disossato la nostra patria? Esiste qualcuno?! Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate tornare ad essere veri uomini, e veri Samurai!”
Da tempo in Mishima era cresciuto il disgusto per quella società dedita solamente alla venerazione del denaro, intrisa di apparenza ed incapace ad educare le giovani generazioni ai valori ed allo stile proprio delle antiche tradizioni Giapponesi, oltre che contro la politica degli americani. E’ in questo ambiente che Mishima fonda il suo atto di rivolta. Fallito il tentativo di sollevare l’esercito si ritira nella stanza dove era presente il generale sequestrato, ed è qui che, con grande coraggio, pratica il Seppuku. Insieme ad egli ebbe il privilegio di togliersi la vita il suo allievo prediletto, Morita. E’ in tale gesto che è racchiusa tutta la sua vita. Una vita tormentata, nonostante la sua fama. Una fama che, però, passa in secondo piano rispetto ai principi della sua educazione, delle tradizioni, della perdita di valore della figura del imperatore. Mishima è il testimone della crisi del mondo moderno; è la testimonianza di un uomo che non fugge davanti gli ostacoli, che sa assumersi fino in fondo le proprie responsabilità finanche ad arrivare al sacrificio di se stesso attraverso un atto di amore, amore per la tradizione, per i valori che passa attraverso l’amore per il Giappone. Dicendo no alla modernità resa schiava dal denaro, Mishima riesce, in un mondo senza onore, a farci rivivere tutta quelle che è la tradizione Giapponese, riproponendo in epoca moderna i valori dell’ onore, della lealtà e soprattutto del sacrificio.
E’ a queste figure che dovremmo rivolgere il nostro pensiero anche quando aggiriamo o, ancor peggio, fuggiamo dagli ostacoli o quando anteponiamo il denaro alla dignità umana. Mishima era e deve essere un punto di rifermento per tutti noi: un uomo che non ha mai smesso di lottare per ciò in cui credeva.
Tonno Beggings
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Multiculturalismo o l’ipocrisia del buon costume

Sembra che i media, da qualche giorno, abbiano trovato il nuovo tormentone da cavalcare e riproporre incessantemente al telespettatore medio che, per sua natura, deve aver paura di un determinato pericolo o di un determinato nemico. Dopo l’Ebola e il terrorismo firmato ISIS, si presenta alle porte della nostra informazione civile e benpensante un nuovo caso di terrore mediatico: le famigerate proteste nel quartiere Tor Sapienza. La stampa “democratica” si è mobilitata contro questa piccola insurrezione di popolo che, senz’ombra di dubbio, mira ad abbattere i valori costituzionali e che, altrettanto certamente, è stata fomentata dai fascisti e dalla Lega. Eh già, sono in molti a sostenere che questa protesta popolare sia solo il frutto dei discorsi sovversivi incitati da costoro i quali, sfruttando la crisi economica, cavalcano tesi populiste e xenofobe. Hanno ragione i giornalisti! E’ colpa nostra! Anche se, riflettendoci, forse ciò che è accaduto a Tor Sapienza non è altro che la conseguenza di uno scellerato nichilismo che affonda le sue radici in un radicato ed ipocrita costume, un buonismo di facciata che si è rivelato essere il peggiore dei nostri mali. I fatti di Roma non hanno visto protagonisti dei barbari indottrinati dal populismo, bensì la reazione di un popolo stanco di fronte allo stadio avanzato di questo tabù perbenista e borghese che noi celebriamo col nome di multiculturalismo. Multiculturalismo, basta girare per una delle nostre metropoli e vedere come, dal centro alle borgate, convivano le comunità più disparate. Molte di queste comunità si sono stabilite col tempo mentre altre, come ad esempio gli esuli dei recenti sbarchi, tentano disperatamente di ritagliarsi un posto nella società anche a costo di dolorosissimi sacrifici. Il convivere, raramente in modo pacifico, di queste realtà dà vita a quello che si può definire un “melting pot” di culture. Il miscuglio che ne nasce causa la perdita dell’identità del popolo e della sua terra, se noi siamo e rivendichiamo il nostro essere fascisti è perché, per prima cosa, la nostra è un’idea identitaria. L’identità, l’unicità nell’appartenere a una stirpe unica nel suo genere non significa imporre il proprio dominio, o il pregiudizio, sulle altre etnie (si metta l’animo in pace chi continua a definirci “xenofobi”) bensì rivendicare un’origine ed un legame ancestrale ed indissolubile. Il processo della globalizzazione, la deriva americanista del pensiero e il sacrificio in nome del guadagno sono i principali responsabili del degrado nazionale e, soprattutto, del nostro pensiero in una società dove si sacrifica la morale al possesso. Quindi, concludendo, le famiglie che hanno manifestato il loro dissenso nel quartiere della capitale devono essere apprezzate ed ascoltate; noi, in quanto fascisti, siamo ideologicamente volti a un discorso non solo nazionale ma anche europeo e terzomondista al fine di sconfiggere chi priva un uomo della sua identità per fini anti-etici ed economici. Dunque, siamo noi i cattivi?

 

by Antonio

 

il Bs Napoli ricorda i caduti della grande guerra

Napoli, 4 Novembre. Oggi alcuni militanti del Blocco Studentesco Napoli hanno deposto dei mazzi di rose al Monumento per i caduti per la Patria della prima guerra mondiale sito in via Foria,in occasione delle celebrazioni della festa della Vittoria. “Con questo gesto abbiamo voluto omaggiare la memoria dei tanti italiani che durante la grande guerra diedero la vita per difendere i nostri confini, auspicando che tale sacrificio e amor patrio siano esempio per la generazione attuale e per quelle future. A questa seguiranno ulteriori iniziative e commemorazioni in tutta Napoli e provincia.

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