Multiculturalismo o l’ipocrisia del buon costume

Sembra che i media, da qualche giorno, abbiano trovato il nuovo tormentone da cavalcare e riproporre incessantemente al telespettatore medio che, per sua natura, deve aver paura di un determinato pericolo o di un determinato nemico. Dopo l’Ebola e il terrorismo firmato ISIS, si presenta alle porte della nostra informazione civile e benpensante un nuovo caso di terrore mediatico: le famigerate proteste nel quartiere Tor Sapienza. La stampa “democratica” si è mobilitata contro questa piccola insurrezione di popolo che, senz’ombra di dubbio, mira ad abbattere i valori costituzionali e che, altrettanto certamente, è stata fomentata dai fascisti e dalla Lega. Eh già, sono in molti a sostenere che questa protesta popolare sia solo il frutto dei discorsi sovversivi incitati da costoro i quali, sfruttando la crisi economica, cavalcano tesi populiste e xenofobe. Hanno ragione i giornalisti! E’ colpa nostra! Anche se, riflettendoci, forse ciò che è accaduto a Tor Sapienza non è altro che la conseguenza di uno scellerato nichilismo che affonda le sue radici in un radicato ed ipocrita costume, un buonismo di facciata che si è rivelato essere il peggiore dei nostri mali. I fatti di Roma non hanno visto protagonisti dei barbari indottrinati dal populismo, bensì la reazione di un popolo stanco di fronte allo stadio avanzato di questo tabù perbenista e borghese che noi celebriamo col nome di multiculturalismo. Multiculturalismo, basta girare per una delle nostre metropoli e vedere come, dal centro alle borgate, convivano le comunità più disparate. Molte di queste comunità si sono stabilite col tempo mentre altre, come ad esempio gli esuli dei recenti sbarchi, tentano disperatamente di ritagliarsi un posto nella società anche a costo di dolorosissimi sacrifici. Il convivere, raramente in modo pacifico, di queste realtà dà vita a quello che si può definire un “melting pot” di culture. Il miscuglio che ne nasce causa la perdita dell’identità del popolo e della sua terra, se noi siamo e rivendichiamo il nostro essere fascisti è perché, per prima cosa, la nostra è un’idea identitaria. L’identità, l’unicità nell’appartenere a una stirpe unica nel suo genere non significa imporre il proprio dominio, o il pregiudizio, sulle altre etnie (si metta l’animo in pace chi continua a definirci “xenofobi”) bensì rivendicare un’origine ed un legame ancestrale ed indissolubile. Il processo della globalizzazione, la deriva americanista del pensiero e il sacrificio in nome del guadagno sono i principali responsabili del degrado nazionale e, soprattutto, del nostro pensiero in una società dove si sacrifica la morale al possesso. Quindi, concludendo, le famiglie che hanno manifestato il loro dissenso nel quartiere della capitale devono essere apprezzate ed ascoltate; noi, in quanto fascisti, siamo ideologicamente volti a un discorso non solo nazionale ma anche europeo e terzomondista al fine di sconfiggere chi priva un uomo della sua identità per fini anti-etici ed economici. Dunque, siamo noi i cattivi?

 

by Antonio

 

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