Jan Palach: un sacrificio che profuma di libertà

Palack

Uno degli ultimi martiri europei, figlio di una contestazione giovanile il cui vento soffiava ormai forte in tutta Europa, Jan Palach morì martire per la libertà del suo popolo a soli venti anni. Nato a Praga l’11 Agosto 1948, visse il pieno fermento che sconvolse l’Europa intera e si fermò alle porte della sua Praga, senza riuscire ad attraversare quella cortina fisica che pareva essere anche una cortina spirituale attraverso la quale neanche le idee di libertà riuscivano a passare, ma che, nonostante ciò, riuscirono a germogliare. Flebile fu l’apertura che il paese visse ed autore fu Dubcek, satrapo eletto al governo per pochi mesi, tanti quanti bastarono per far si che, attraverso una tenue linea di “socialismo democratico”, potessero essere concessi maggiori diritti civili ed allentata la censura politica. Poco fu il piacere che il governo di Mosca provò rispetto a questi avvenimenti e 600000 soldati invasero la Cecoslovacchia. Fu in questo clima di fermento, chiamato appunto Primavera di Praga, che Palach si rese protagonista del suo gesto estremo. Studente della facoltà di filosofia dell’università Carlo di Praga, in opposizione alla violenta repressione messa in atto dall’Unione Sovietica, nel pomeriggio del 16 gennaio 1969 si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco, al centro di Praga, in piazza Venceslao, ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Dopo tre giorni di agonia, il 19 gennaio morì. Ai medici che lo assistettero disse d’aver preso come esempio i monaci buddhisti del Vietnam, i quali, nel 1963, compirono lo stesso gesto per protestare contro l’oppressione della religione buddhista attuata dal presidente cattolico del Vietnam del Sud. Al suo funerale parteciparono 600000 persone provenienti da tutto il paese. Emblematiche per la comprensione del suo pensiero sono le sue lettere, contenenti i suoi pensieri e i suoi ideali. La più importanti di queste: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del nostro popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1 è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (giornale delle forze che aderivano al Patto di Varsavia – Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania Est, Polonia, Romania, Ungheria). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 Gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà.” Con questo gesto Jan Palach divenne per gli antisovietici un eroe e martire. Tutt’oggi rappresenta uno dei maggiori simboli della resistenza antisovietica, tanto da dare il nome alla piazza dove il giovane ragazzo si diede fuoco. Tutto ciò gli valse, nel 1991, la nomina a Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Tomas Garrigue Masaryk, che è una delle più alte decorazioni della Repubblica Ceca e della ex Cecoslovacchia. Ed ancora è, secondo alcuni, il protagonista della tragedia in versi “Bestia” da stile di Pier Paolo Pasolini. Nel 2013 la regista di origine polacca Agnieszka Holland realizzò una miniserie prodotta dalla HBO Europa in cui racconta i fatti successivi alla morte di Palach e, sempre nel 2013, viene descritto come emblema di libertà nel romanzo “Io non mi vendo” di Vincenzo Fiore. Molte strade gli sono state dedicate in Italia, di cui una anche a Napoli.

Guajo

Annunci

C’è giunta voce che un studente del Villari D.D. è stato vessato da alcuni rappresentanti del suo istituto riconducibili all’ Unione Degli Studenti solo per essere un nostro simpatizzante. Suddetti personaggi l’hanno prima accusato, ingiustamente, di alcune scritte che deturpano la scuola (edificio, che tra l’altro è completamente ricoperto da simboli e scritte proprio dell UDS) poi hanno minacciato fantomatiche azioni disciplinari della preside o addirittura dei carabinieri con il chiaro intento di intimidirlo e impedirgli di professare le proprie idee.

Seppur il ragazzo in questione non è un nostro militante, ci sentiamo in dovere di esprimergli la nostra solidarietà, e vorremmo ricordare a tutti gli studenti e i docenti dell’istituto che Il Blocco Studentesco è un associazione regolarmente riconosciuta che opera da anni nelle scuole di Napoli e che il militare o il simpatizzare per esso non consiste in nessun tipo di reato, con buona pace dei 4 scappati di casa dell’Uds che vorrebbero ergersi a unici custodi del pensiero unico.

 

simbolo

7gennaio 1978 – 7gennaio 2015: La strage di Acca Larentia.

Sono le 18.20 del 7 gennaio 1978. A Roma, la sede dell’MSI in via Acca Larentia inizia a svuotarsi. Restano alcuni ragazzi che di li’ a poco avrebbero iniziato un volantinaggio per pubblicizzare un concerto: Francesco Ciavatta, figlio del portiere dello stabile in cui ha sede la sezione, Maurizio Lupini, dirigente di estrazione popolare, Franco Bigonzetti, studente di Medicina, Giuseppe D’Audino, anch’egli studente, e Vincenzo Segneri, meccanico. Pochi minuti ancora e la sede diviene teatro di un efferato agguato ai danni dei ragazzi. Infatti, mentre alcuni sono ancora dentro ad occuparsi degli ultimi preparativi, Franco e Francesco sono già sull’uscio, senza accorgersi di sei uomini con passamontagna e armi automatiche schierati alle loro spalle. Pochi secondi, esplodono i primi colpi ed ecco le prime vittime “nere”. Il primo a cadere è Franco Bigonzetti mentre Vincenzo Segneri riesce a spingere tutti all’interno e abbassare la saracinesca. Si sentono urla, passi, esplosioni e poi il silenzio. Solo quando si riaccendono le luci, i ragazzi notano l’assenza di Franco e di Francesco. Fuori dalla sezione un macabro spettacolo si presenta ai loro occhi: il corpo di Franco, senza vita e sulle scale Francesco, che morente, prima di esalare l’ultimo respiro, non smette di preoccuparsi in primis dei suoi fratelli. L’arma usata nell’agguato, una mitraglietta Skorpion, e’ stata poi ritrovata anni dopo a Milano in un covo delle Brigate Rosse. Velocemente la notizia circola, schizza un po’ ovunque ed in pochissimo tempo centinaia di camerati, da ogni parte di Roma, confluiscono in quella via di periferia per vedere coi propri occhi l’accaduto. Ma la tensione e’ alle stelle e basta pochissimo per scatenare la collera dei camerati. Durante le interviste e le riprese, con profondo disprezzo, un giornalista getta il proprio mozzicone di sigaretta sul sangue dei giovani camerati. Da questo gesto scattano i disordini. E’ a questo punto che un ufficiale dei carabinieri, Edoardo Sivori, spara ad altezza uomo, ma la sua arma s’inceppa e, presa l’arma di un suo sottoposto spara nuovamente, colpendo alla testa, con un colpo di rinculo, un altro giovane militante dll’MSI, Stefano Recchioni, 19 anni, che muore poi in ospedale dopo due giorni di agonia. Inutili le difese del carabiniere e le perizie balistiche. Un’altra vittima caduta. Ancora sangue ad Acca Larentia. Sangue che, dopo oltre 30 anni non ha avuto ancora giustizia. L’agguato, rivendicato dalle truppe dei Nuclei Armati del Contropotere Territoriale, non porta i nomi di chi ha premuto quel grilletto e lo stesso capitano dei Carabinieri non ha mai pagato le conseguenze del suo gesto. La ferita di Acca Larentia resta aperta, oggi come allora e porta anche il nome di Alberto Giaquinto, ucciso da un carabiniere in borghese l’anno successivo, durante la commemorazione dei camerati caduti.

Anche quest’anno, in un silenzio pungente ed una commozione sempre viva e tangibile, un’unica voce griderà Presente.

By Leucio.Acca Larentia