17 marzo 1861. Italia.

Vittorio Emanuele II Re D’Italia. E’ quanto è accaduto il 17 marzo 1861.

Un’Italia finalmente unita, mutila di alcune regioni, ma erede dell’Impero. Figlia di animi vivi e volti ad una causa maggiore, nata dallo spirito di Sovranità Nazionale che neanche il tavolo di Vienna e le sue trattative riuscirono a spegnere e firmata con il sangue dei nostri avi.

W l’Italia! W il Tricolore!

Italia

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Dalla tradizione all’azione.

Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna”. Robert Gerrard Sands, noto a molti come Bobby, affida i propri pensieri all’umanità intera nel suo ultimo scritto in forma diaristica negli ultimi giorni di prigionia a Long Kesh, da cui questa breve citazione è tratta. Questo scritto carico di emotività nei confronti della sua nazione e nei diritti spettanti ad essa, calpestati da continui soprusi che scatenano proteste e rivolte in tutto il paese in un ‘900 che si dimostra vacillante e traballante davanti a queste vicende, è un monito, un appello verso i suoi commilitoni e connazionali affinché la lotta non si arresti, soprattutto in vista di un suo (ormai vicinissimo ed annunciato) sacrificio. La storia ci confermerà infatti che il suo appello è stato udito ed il suo progressivo lasciarsi morire non è stato vano: decine di migliaia di persone hanno preso parte al suo funerale ed ancora oggi viene commemorato ogni 5 maggio, anniversario della sua morte. Ma l’impatto mediatico servì a risvegliare e scuotere le coscienze, che si mossero sistematicamente creando disordini e scontri nelle strade delle città a rischio dell’Irlanda del Nord. Il 14 marzo è il giorno di San Patrizio, santo patrono dell’Irlanda, figura quasi mitologica che iniziò l’opera di evangelizzazione in questo paese. Oggi, mentre in Irlanda staranno festeggiando questa ricorrenza che simboleggia un profondo attaccamento verso valori tradizionali (conditi anche da folklore come sempre avviene), noi vogliamo ricordare e rendere omaggio a quest’uomo, Bobby Sands che si è stato portatore di questi valori durante un periodo di profonda oppressione che tentava di fletterli e piegarli. Bobby Sands nato a Belfast nel 1954 decide di arruolarsi nella Provisional IRA nel 1972. Nello stesso anno viene arrestato, poiché vengono trovati quattro pistole nella sua abitazione e gli viene inflitta una pena di 4 anni di carcere. Una volta che Sands venne rilasciato, ritornò al suo attivismo politico nella Provisional IRA. Nell’ottobre del 1976 Bobby viene arrestato insieme ad altri 3 con l’ennesima accusa di detenzione di arma da fuoco, ritrovata nell’auto in cui gli attivisti erano a bordo. Sands ci lascia una poesia “The Crime of Castlereagh” in cui racconta le aggressioni e i soprusi ricevuti durante gli interrogatori, attraverso i quali i poliziotti cercarono di estorcere da lui una confessione. L’anno successivo ai quattro venne inflitta una pena di 14 anni per detenzione di arma da fuoco; ed è in questa seconda carcerazione che si matura la protesta vibrata di Sands e dei compagni: la “blanket protest” consisteva nel rifiutarsi di indossare la divisa ordinaria dei prigionieri e di indossare un lenzuolo per coprirsi; la “dirty protest”, attraverso la quale i carcerati cercavano di rendere inumane le condizioni igieniche delle loro stesse celle, poiché quando erano diretti verso i bagni venivano spesso malmenati dalle guardie carcerarie: i prigionieri si rifiutavano di uscire dalle loro celle e inondavano le stesse con i propri escrementi. Tutte queste proteste miravano a sensibilizzare il governo britannico sulle condizioni delle carceri del Nord Irlanda; i protestanti chiesero al governo Thatcher di approvare alcune misure che tutelassero i detenuti. La loro richiesta fondamentale verteva sull’essere riconosciuti come prigionieri politici o di guerra, piuttosto che comuni criminali. L’escalation di protesta arrivò al suo culmine quando i detenuti iniziarono (a fasi alterne in modo da avere maggior risalto) uno sciopero della fame. Bobby Sands intanto era stato eletto membro del parlamento, ma purtroppo la sua carica durò l’arco di un mese senza mai prendere parte ad alcuna seduta, poiché il 5 maggio 1981 Robert Sands morì a causa del suo intransigente sciopero della fame durato ben 66 giorni. Alla sua morte seguirono il decesso di altri nove attivisti irlandesi che avevano aderito allo sciopero della fame. La Lady di Ferro, capo del governo britannico, è sicuramente la maggiore imputata a livello morale per la morte di questi giovani martiri: le sue iniziali vaghe promesse sul miglioramento delle condizioni carcerarie non furono mai abbastanza. Bobby Sands scelse di morire, come lei stessa precisò, ma è stata una coerenza e fede nei confronti di un una lotta e di un ideale nazionalistico, ripetutamente calpestato e frantumato, che lo hanno portato a “scegliere” di morire.

Il Vate: poesia e bacio di vita eterna.

Amava circondarsi di lodi e poesia Gabriele D’Annunzio: lo testimonia una delle sue ultime apparizioni pubbliche al Vittoriale. Il poeta allieta gli ospiti declamando alcuni versi della Commedia di Dante; appare divertito, muove sapientemente la poesia, la mescola alla sua elegante ironia. Disturbati dai flash dei fotografi, i suoi occhi intravedono il culmine di una esistenza dedita alla mondanità, pervasa di trionfi letterari e imprese militari. A settantasette anni dalla scomparsa, la sua straordinaria opera d’arte vince ancora gli eventi. Gabriele D’Annunzio muore a Gardone Riviera, il 1° marzo 1938. La terra accoglie le sue spoglie mortali in un clima di solenne commozione. Il trapasso dalla passione terrena alla tormentata attesa della morte, può considerarsi l’estrema impresa del poeta. La sensazione della corda al cervello che può spezzarsi, l’improvvisa morte raggiunge il Vittoriale alle 20:05. Ella si accomoda nel suo studio; si fa largo fra i libri e le memorie accumulati ovunque. Egli le chiede ancora del tempo, perché un poeta non può andare via così, senza aver annunciato a tutti la sua scomparsa. Questo ci riporta agli anni dell’adolescenza pescarese: Gabriele D’Annunzio, autore della raccolta poetica Primo Vere, romantico e abile ammaliatore, muore cadendo da cavallo a soli sedici anni. L’espediente sposta tutta l’attenzione su di lui; giornali e riviste celebrano la sua morte, tanto da accrescerne la figura negli ambienti intellettuali e mondani del tempo. D’Annunzio sapeva bene come trattare la morte, quante attenzioni doveva rivolgerle per aggiudicarsi quel bacio di vita eterna. Egli l’ha vista nelle pupille dilatate dei suoi legionari al fronte, nelle campagne militari che tanto facevano vibrare l’anima sprezzante del pericolo. Il volo su Vienna, l’orizzonte prendeva le sembianze del tricolore; poi Fiume, quegli arditi sentieri scavati dalla sua ingegnosa parola. D’Annunzio ha incontrato la morte nella bellezza decaduta sotto il suo sguardo attento, sul volto delle donne amate, appassite come rose di un prato sconfinato. Quel logoramento visivo gli ha sottratto istanti di vita preziosi, il suo corpo cerca nel buio il battesimo di una seconda giovinezza. La marcia comincia una tiepida sera di marzo: il poeta è seduto al suo scrittoio, legge il Lunario Barbanera, l’aria sembra raffreddarsi di colpo. La morte gli porge il suo saluto, D’Annunzio le giura fedeltà e spira fra le sue braccia. Ai funerali di Stato, organizzati dal regime fascista, il poeta pescarese fu celebrato con i dovuti onori. La patria accoglie il suo figlio prediletto nella gloria dei secoli.D'Annunzio