Nel ricordo di Sergio Ramelli.

Correva l’anno 1975, moriva in quel tempo un audace giovane italiano; Sergio Ramelli, di soli diciotto anni. La sua colpa? Aderire al fronte della gioventù, organizzazione giovanile dell’ MSI, ed aver presentato un tema a scuola condannando le barbarie delle Brigate rosse. Ramelli è un ragazzo come tanti, ama la musica, il calcio, aveva una fidanzata,  Flavia, e si volevano bene, si amavano come ci si può amare solo a vent’anni, ed è inoltre un ottimo studente dell’ Istituto Tecnico Industriale Statale Enrico Molinari. Inizia tutto all’ alba del 1975; Giorgio Mellinton, insegnante di italiano presso l’istituto Molinari, assegna in aula il tema in questione. Non è un tema assegnato a caso. Il professore è un simpatizzante di sinistra.  Nonostante ciò Ramelli non ha timori od esitazioni nell’esprimere le sue idee; a lui piace cavarsela da solo. Mellinton assegna varie tracce e Ramelli non può far altro che scegliere quella di attualità; di attuale in quegli anni in Italia c’erano solo le Brigate rosse. Ramelli inizia a scrivere, racconta di come il duplice omicidio di Mazzola e Giralucci sia stato l’inizio della tragedia di quegli anni; tragedia che sarebbe culminata nell’omicidio di Aldo Moro. Quel tema il professor Mellinton non potrà mai correggerlo poiché uno dei suoi compagni di classe, dopo aver raccolto i compiti per portarli al professore incontra nel corridoio un gruppetto di militanti di Avanguardia Operaia.  In quel momento storico loro possono permettersi il lusso di fare quello che vogliono, pertanto strappano dalle mani del ragazzo tutti i compiti ed iniziano a leggerli. Passate un paio d’ore i compagni di tutto l’Istituto poterono ammirare il compito di Ramelli sulla bacheca della scuola. Sotto la scritta “ECCO IL TEMA DI UN FASCISTA”. Da quel giorno in poi Milano sarà paragonabile all’inferno per Ramelli; minacce, soprusi ed insulti. I membri di Avanguardia non gli danno tregua; lo prelevano in classe per pestarlo; gli fanno verniciare la facciata della scuola; lo rendono oggetto dei peggiori scherni. Ancora una volta Ramelli non racconta nulla alla madre per non destare preoccupazioni, ma le minacce aumentano. Iniziano le telefonate anonime in casa con costante sottofondo: il riconoscibilissimo motivetto squallido di bandiera rossa. Tutti vedono ma nessuno lo difende; d’altronde loro sono di AVANGUARDIA OPERAIA, possono fare quello che vogliono. Purtroppo il 13 Marzo 1975, non è una giornata “tranquilla” come le altre. Ramelli va a scuola e come tutti i giorni aspetta la campanella per scappare dalle mura scolastiche. Quel giorno però, fuori la scuola, c’era uno striscione “Hazet 36, Fascista dove sei!?”. La Hazet 36 è una chiave inglese lunga quarantacinque centimetri, del peso di circa tre chili e mezzo, peggio di una quarantacinque magnum, utilizzata dai compagni per il servizio d’ordine durante i cortei. Lo seguono fino a casa; sono in quattro ad aspettarlo. Non appena il giovane Ramelli scese dal suo motorino, mentre uno di loro faceva il palo, tre lo colpirono a colpi di chiave inglese. “Una ferocia inaudita” e’ ciò che viene detto al riguardo. Sarà l’inizio di una lunga agonia per Sergio; un’ operazione durata circa cinque ore ed un’ agonia in ospedale di quarantasette giorni. Purtroppo il suo cuore non regge e muore il 29 Aprile 1975. vili -« Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un’altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: “Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!” Scappo, e dovevo essere l’ultimo a scappare. » Queste le dichiarazioni di Marco Costa, uno dei colpevoli. Altro colpevole, Giuseppe Ferrari Bravo, facente parte del gruppo di morte, dichiarerà « Aspettammo dieci minuti, e mi parve un’esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: “Eccolo”, oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: “Basta!”. Dura tutto pochissimo… Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto. »  Questa la storia di Sergio Ramelli, colpevole di essere di destra, colpevole di aver scritto un tema sulle BR. Vittima, inoltre, post portem, di una giustizia sommaria, data la carica di primario attualmente ricoperta al Niguarda di Milano dal suo carnefice. Perché a loro, ancora oggi, quaranta anni dopo, tutto e’ permesso.

Sergio

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70 anni dopo: Piazzale Loreto.

“Con la barba di Bombacci ci farem gli spazzoli per pulire le scarpe a Mussolini”. Così cantavano nel ’22 gli squadristi e così apre una breve digressione storica su Piazzale Loreto lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco. Piazzale Loreto, 28 aprile 1945. La voce si sparge velocemente, le folle accorrono, inveiscono, qualcuno si accanisce contro i corpi riversi sulla strada, una vecchia megera urina sul viso di uno di essi. Una pagina nera della Nostra storia si sta scrivendo. Il Duce e’ morto e, in quella piazza, nella totale assenza di decoro e rispetto, viene esposto il suo corpo, rivolto a testa in giù. Non e’ il solo; insieme con lui c’è, inaspettatamente per qualcuno, Nicolino Bombacci, fondatore del Pci; poi ancora Claretta Petacci, la quale assolutamente non ebbe alcun ruolo politico ed una quindicina di gerarchi rimasti fedeli al Duce, tra cui Goffredo Coppola, rettore dell’università di Bologna; Alessandro Pavolini, segretario del Pnf; Augusto Liverani, Ruggero Romano, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, ministri della Rsi. Sputi, calci, scherni, qualche colpo di pistola e qualche partigiano che issa i corpi; un sacerdote vicino ai partigiani, don Pollarolo, che, per far cessare le risa, con uno spillone da balia chiude la gonna della Petacci, non prima di averle sputato addosso. Questa e’ la scena che si rivela agli occhi degli spettatori e che racchiude tutto l’odio e la vergogna dei partigiani. Piazzale Loreto. Altro sangue, altri tempi. E’ il 10 agosto del 1944 quando, “con metodi contrari ai sentimenti degli Italiani e che ne offendevano la naturale mitezza”, le truppe tedesche ordinarono al gruppo Oberdan della legione Ettore Muti della Rsi di fucilare 15 partigiani ed esporne poi i corpi in pubblica piazza per vendicarsi di un attentato subito l’8 agosto condotto contro un commando nazista ed operato dai Gap  (Gruppi di Azione Patriottica). Mussolini duramente giudicherà quell’atto, ben consapevole del peso che quella vicenda avrebbe assunto. “Pagheremo caro Piazzale Loreto”; un presagio, la consapevolezza che altro sangue sarebbe stato versato. Purtroppo, il Suo. Ancora molti dubbi sulla sua morte, sulle dinamiche. Nel perfetto stile partigiano, anche questi ultimi, nel ricostruire le ultime ore del Duce, si sono più volte smentiti e contraddetti. Il “boia”, Walter Audisio, alias Valerio, avrebbe raccontato di aver sparato una raffica di colpi su Mussolini prima e sulla Petacci poi, dopo averli fatti allineare con le spalle al muro. Uccisi brutalmente, senza alcun processo, evitando così che “l’accusato potesse divenire pubblico accusatore”. Tale versione non coinciderebbe con gli esami del medico legale che rivelerebbero non solo colpi d’arma da fuoco che colpiscono di striscio i corpi e non direttamente, ma non giustificherebbe le ferite ano-vaginali e la presenza di sperma riportate dalla Petacci e tantomeno le ferite inferte sul corpo di Mussolini, ad indicare la violenza subita dai corpi stessi. Non in ultimo, la natura delle ferite, rivelerebbe che queste ultime siano state inferte su corpi nudi, avvalorando l’ipotesi della violenza. Scena che sarebbe avventa quest’ultima a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, nella villa dei coniugi De Maria, in cui il Duce si sarebbe recato il pomeriggio del 25 aprile. I proprietari della villa rivelarono in seguito che, prima di cenare, Mussolini chiese che la sua pietanza venisse assaggiata, temendo di poter essere avvelenato. Eppure, altre ricostruzioni, riporterebbero proprio la possibilità che avesse ingerito una capsula di cianuro e sia stato così rinvenuto dalle milizie dei Gap in preda alle convulsioni e poi ucciso. Ciò che con precisione si sa e’ che, lasciata la villa dove si erano rifugiati, i corpi di Mussolini, della Petacci, di Bombacci e dei generali al loro seguito furono condotti a Piazzale Loreto. Ed e’ qui che si richiude il cerchio. Ed e’ da qui che ripartono alcune truppe fasciste che, dopo attente ricerche, riescono a trafugare la salma dal luogo dove era stata posta per dargli poi, in seguito, degna sepoltura (D. Leccisi). Benito_Mussolini_1E le immagini di quel Piazzale Loreto restano nella mente, in cerca di quella chiarezza che neanche gli esecutori hanno mai fornito. Ed e’ li’, così come altrove, che riecheggiano le ultime parole di Bombacci: Viva l’Italia, Viva il Fascismo. Perché evidentemente, in punto di morte, si comprende qualcosa in più. Perché, probabilmente, gli Italiani, la Storia, dovrebbero imparare a raccontarsela.

RSI: Idea assoluta.

Era l’estate 1944 quando, durante i bombardamenti, aerei angloamericani, lanciarono dei «volantini» che annunciavano l’avvenuta esecuzione di giovani «sabotatori» appartenenti ai «Reparti Speciali» della RSI. Insieme alla logica del «bombardamento a tappeto», il lancio di questi «volantini», rientrava nella tecnica della «guerra del terrore». Su un lato del foglio erano stampate le foto dei giovani giustiziati, sul retro erano indicati i loro nomi, il luogo e la data di nascita. Il testo così continuava: <> . La legge internazionale ammette la pena di morte quale punizione dei reati quali spionaggio e sabotaggio. Quei giovani appartenenti ai «Reparti Speciali» della RSI, se catturati dagli Alleati non in uniforme regolamentare, erano passibili della pena di morte.  Dopo il disastro dell’8 settembre ’43, la “resistenza” contro le forze occupanti straniere, nel Sud d’Italia, fu condotta da fascisti. Queste erano piccole formazioni clandestine che operavano isolatamente. Nel Nord, nella nascente RSI, si formarono «Servizi Speciali», nei quali operavano giovani volontari che, audacemente, attraversavano le linee del fronte per operare con azioni di sabotaggio e raccolta d’informazioni. Il loro numero era di circa 4000 volontari e di questi, tra i settanta e i 100, furono catturati e passati per le armi. Quei ragazzi provenivano da ogni regione d’Italia. “Nel gigantesco scontro del sangue contro l’oro, qui tra gennaio e maggio del 1944, nella visione di una più grande Italia e in un’Europa unita, caddero, fucilati dall’ invasore anglo americano, i giovani soldati della R.S.I.”; questo è inciso sulla lapide di Sant’Angelo in Formis (CE)  dove ragazzi che credevano in un ideale furono  fucilati, trattati come spie degne di disprezzo e presto dimenticati. In realtà, però, furono dei puri eroi. I primi: Bertoli Mauro e Luigi Cancellieri, rifiutando l’armistizio dell’8 settembre, decisero di arruolarsi nei «Servizi Speciali» dell’Esercito della RSI. Iniziarono immediatamente le missioni loro assegnate ma furono catturati dagli inglesi nel dicembre 1943 e furono sottoposti a torture e interrogatori; non rivelarono nulla che potesse compromettere le missioni degli altri camerati. La mattina del 21 gennaio 1944 furono caricati su un camion e trasportati sul luogo dell’esecuzione, in una cava di S. Angelo in Formis. Marino Canteli ed Enrico Menicocci, dopo la cattura, gli interrogatori ed il giudizio, furono condotti anche loro, il 16 aprile 1944, nelle cave di S. Angelo in Formis per essere giustiziati. Il 30 aprile 1944 fu la volta di Italo Palesse, Franco Aschieri, Mario Tapolin e Vincenzo Tedesco. PalesseDi questo gruppo, Italo Palesse è noto perché su di lui si scagliò una menzogna comunista, poi smascherata. Franco Aschieri quando fu catturato fu prima  portato in un campo di prigionia algerino (a causa della sua minore età) ed in seguito, appena compiuti i diciotto anni, fu riportato in Italia per essere fucilato. Le parole di Aschieri prima della fucilazione furono: «Io cado ucciso in questa immensa battaglia per la salvezza dello spirito e della civiltà, ma so che altri continueranno la lotta per la vittoria che la Giustizia non può che assegnare a noi. Viva il fascismo. Viva l’Europa». Il 6 maggio 1944, a S. Maria Capua Vetere furono giustiziati: Alfredo Calligaro, Domenico Donnini, Virgilio Scarpellini e Giulio Sebastianelli, appartenenti tutti alla DECIMA MAS. Dei primi due non si hanno molte notizie; Di Virgilio Scarpellini si sa che riuscì a portare a termine la missione della polveriera di Aversa, ma, mentre tentava di raggiungere il sommergibile che lo avrebbe riportato nelle proprie linee, fu catturato. Gli Alleati lo interrogarono per diciotto giorni, ma il giovane, con fermezza, non tradì mai la sua Idea. Portato avanti al plotone d’esecuzione, intonò l’Ave Maria di Schubert e poi fu fulminato dalla scarica di dodici moschetti. Paolo Poletti, nato a Firenze il 26 ottobre 1919, subì sevizie tanto atroci che impazzì. Il giovane fu ammanettato e rinchiuso in cella, ma urlava in continuazione, si strappava i vestiti di dosso, si graffiava. Gli Yankee fecero in modo di avere il pretesto per giustificare l’eliminazione di Poletti, testimone pericoloso e scomodo. Due giorni dopo la sua uccisione fu portato anche lui a Sant’Angelo in Formis. In un tempo dove era molto semplice salvarsi la pelle e decidersi di schierarsi con l’invasore per essere poi definito un “eroe”, questi ragazzi, la maggior parte  appena adulti, hanno rischiato la propria vita per l’onore della patria, per il fascismo, per la libertà, ma soprattutto per l’Italia. Che siano monito, nonostante la damnatio memoriae che la storiografia gli ha attribuito,  lasciandogli un ruolo marginale o di secondo piano.

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Roma. Ab Urbe condita.

Fondata, secondo la leggenda, da Romolo nel 753 a.C., la capitale dell’impero romano riuscì, sotto la guida di Ottaviano Augusto, ad estendere il suo territorio fino a costituire, nel 27 a.C., il più grande Impero della storia.

Propri della città furono immense gesta e grandezza tali che, ancor oggi, l’impero viene assunto come esempio e

Romamonito. Grandezza non solo da un punto di vista militare ma anche istituzionale e “pratico”, sia nel campo delle costruzioni edili che militari.  Roma raggiunse un elevatissimo livello culturale istituendo un sistema politico, giuridico ed economico assai complesso e ramificato, ancora oggi oggetto di studio. I Romani erano abilissimi costruttori; furono capaci di costruire macchine da guerra letali ed estremamente pratiche; misero a punto tecniche di combattimento assai efficaci, ancora oggi studiate dagli eserciti di tutto il mondo; costruirono edifici sontuosi ed estremamente complessi, simbolo di elevata conoscenza.

Ma qual è stata la caratteristica peculiare che ha premesso a tale popolo non solo di conquistare poco alla volta un territorio vastissimo ma anche di mantenerne l’unità per più di un millennio?
Essi compresero che i popoli non andavano solamente conquistati ma era importante che vi fosse l’integrazione tra conquistato e conquistatore, non solo da un punto di vista istituzionale, ma, soprattutto, da un punto di vista sociale e culturale; per mantenere l’unità cercarono il più possibile di trasmettere la loro cultura senza però che ne uscisse da ciò danneggiata l’identità altrui. Così facendo si attivò un meccanismo automatico di trasmissione culturale il cui fine fu l’arricchimento della stessa Civiltà latina. Ed è stata tale caratteristica che permise ai romani di rafforzarsi sempre più tanto da mantenere l’unità per secoli. Impresa estremamente notevole, considerate le dimensioni a cui arrivò l’impero.
Essi si sentirono in dovere di trasmettere un enorme senso di appartenenza; elemento fondante di una società che possa chiamarsi tale. Tali valori rafforzarono ulteriormente l’unione del paese. Valori che successivamente verranno ripresi in maniera minuziosa dal fascismo il cui simbolo, e non per coincidenza, è il fascio littorio; arma portata nell’antica Roma dai littori e dal forte significato simbolico: formato da singole verghe di betulla, (simbolo del singolo), fasciostrette da fasce si cuoio rosso (simbolo di unione) ed un’ ascia in bronzo (simbolo di forza e giustizia).
I Romani, estremamente legati alle tradizioni, ripresero la data del 21 aprile 753 a.C ed istituirono il Natale di Roma, anticamente chiamato Dies Romana e conosciuto anche con il nome di Romaia. La celebrazione dell’anniversario della fondazione dell’Urbe assunse aspetti propagandistici, acquisendo importanza fondamentale, mantenuta anche nel momento in cui, a seguito dell’avvento del cristianesimo e delle invasioni barbariche, molte delle tradizioni andarono perdute. Tale celebrazione fu ripresa anche dal fascismo, così come testimonia il discorso tenuto dal Duce a Bologna il  3 aprile 1921.  Mussolini, infatti, proclamò l’anniversario della fondazione di Roma quale festa ufficiale del Fascismo. In seguito, il Consiglio dei ministri approvò uno schema di decreto-legge proposto dal Duce che aboliva la festività del 1º maggio e fissava la celebrazione del Lavoro al 21 aprile, Natale di Roma. Fu la prima celebrazione istituita dal governo Mussolini che, a partire dal 21 aprile 1924, divenne festività nazionale, denominata “Natale di Roma – Festa del lavoro”. 21 anni dopo, nel 1945, quasi subito dopo la caduta del governo fascista, venne ripristinato il 1 maggio come festa dei lavoratori ed eliminata, insieme con la festa nazionale del 21 aprile, in qualche modo l’origine di tutti noi. Oggi, pur non essendo riconosciuta come festa nazionale, a Roma ne continuano le celebrazioni attraverso la grande parata del 21 aprile, alla quale partecipano persone con indosso gli abiti dell’epoca organizzati in categorie. In virtù della sua grandezza, Roma va ricordata. In essa risiedono le nostre origini più profonde. Pertanto, Roma era e deve essere esempio per il mondo per la grandezza che ebbe il suo impero. Il fascismo, che si rifà in primis al sistema romano, ha cercato, in virtù di ciò che l’Impero fu, di portare unità là dove ve ne solo in maniera formale; L’Italia, prima del ventennio fascista, era nuda, priva di un principio per cui lottare. Ed in ciò, così come in altro, il fascismo riuscì. Riuscì, nel suo ventennio, a garantire la vera e propria unità d’Italia. Roma, la sua origine, la sua storia, grandezza e vastità di impero e di cultura hanno gettato le basi per la nostra civiltà che, Nostro malgrado, ha riposto le sue origini gettandosi in un multiculturalismo d’importazione che null’altro ha garantito se non l’attecchimento di un nichilismo figlio del peggior imperialismo dell’ultimo novecento.

Eccola!

Blocco studentesco, gigantografie e striscioni per ricordare la buona scuola di Gentile

Roma – Nella notte tra il 14 e il 15 Aprile in decine di città d’Italia i militanti del Blocco Studentesco hanno affisso gigantografie raffiguranti il filosofo e ministro dell’istruzione Giovanni Gentile su luoghi simbolo tra cui il Ministero dell’Istruzione e striscioni che riportavano lo slogan “L’unica Buona Scuola è quella di Gentile, Renzi Vattene!” in centinaia di scuole.

” In occasione infatti dell’anniversario dell’assassinio dell’ultimo vero riformatore della nostra scuola, Giovanni Gentile, il Blocco Studentesco con questa iniziativa ha voluto ricordare al governo Renzi che non bastano le promesse elettorali per risanare l’istruzione pubblica”, spiega Fabio Di Martino, responsabile nazionale del movimento studentesco di Casapound Italia. “Nella situazione di abbandono in cui si trova la scuola pubblica e le sue strutture, tra famiglie costrette a pagare tasse illegali come il contributo volontario ed edifici pericolanti, non possiamo accettare che si continui a parlare di finanziamenti alle scuole private: proprio per questo riproponiamo come esempio l’ultimo vero ministro dell’istruzione che della scuola pubblica si può definire il padre”, conclude Di Martino.

 

 

Di seguito le foto degli striscioni affissi a  Napoli, Ottaviano, Pomigliano D’arco,Villaricca, Giugliano in Campania, San Giuseppe Vesuviamo, Lago Patria.

 

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Gentile e la riforma gentiliana

Chi era Giovanni Gentile? Tralasciando nello specifico la sua biografia fu il nostro ministro della pubblica istruzione durante l’epoca fascista, sommo esponente della filosofia mondiale e precursore del concetto di italianità. Oggi, in virtù della profonda crisi nazionale, Gentile non potrebbe essere più attuale. Gli italiani non si son fatti. Questo non è  il luogo né il momento appropriato per dilungarci sulle varie motivazioni sia storiche e sociali, che impedirono al nostro popolo di possedere quella coscienza nazionale di cui essere fieri; è sufficiente  dire che il filosofo, nella sua infinita saggezza, sviluppò un programma educativo il cui fine era forgiare, attraverso una nuova concezione di scuola, un vero spirito nazionale negli studenti: l’ESSERE ITALIANI. Fu proprio per questo che venne varata nel 1923 la riforma Gentile, definita dal Duce come “La più fascista delle riforme”. Rappresentava la riconsacrazione del nostro grande passato con l’attuale presente e nel loro unirsi ed auto-superarsi a vicenda grazie a quella meravigliosa forza che è lo SPIRITO UMANO, mai immobile nel suo divenire e che si realizza nella più assoluta libertà. E’ in questa logica di pensiero che Giovanni Gentile idealizza un nuovo caposaldo della cultura occidentale. Sbaraglia così la vecchia concezione dialettica del mondo, che da Aristotele in poi, presupponeva un soggetto e un oggetto, senza alcuna unione tra i due termini se non in forma astratta. Dialettica che aveva fino a quel momento caratterizzato quelle forme politiche democratiche e socialiste che puntavano a imprigionare il cittadino italiano in una morsa puramente individualistica e utilitaristica provocando un abisso tra il cittadino e lo Stato e dove quest’ultimo veniva minato al suo interno, instaurando tra il popolo un vero senso di disfacimento sociale e morale, fomentando l’insubordinazione verso le autorità competenti e la legge. La dialettica Gentiliana supera tutto ciò grazie all’unità di Soggetto ed Oggetto pensati come UNO. Il pensiero viene messo anche in pratica nella realtà attuale. In questo modo ogni cosa DIVIENE in un ritmo sempre dinamico e mai fermo mettendo in crisi tutto ciò che è CERTO e come IDEALE, che si viene REALIZZANDO STORICAMENTE.. Ed è proprio la filosofia l’aspetto più importante della Riforma Gentile, riforma che ricordiamo esclusivamente scolastica. Viene riformata l’intera pedagogia attraverso un percorso educativo inteso come un divenire dello spirito stesso e alla cui base c’è quella logica e quel modo di pensare  di cui sopra sé detto. L’insegnamento, diceva Gentile, E’SPIRITO IN ATTO e il maestro deve incarnarne l’essenza, entrando completamente in sintonia con l’allievo. Al maestro di scuola veniva richiesta una grande cultura e nessun metodo di insegnamento perché ”il metodo è il maestro”e questo metodo di studio non farà altro che venire da sé come un processo infinito insito nella cultura stessa e nel rapporto tra educatore ed educato. Insomma, il maestro diviene allievo e l’allievo diviene maestro(AUTO-EDUCAZIONE ) attraverso un PURO ATTO SPIRITUALE. Questa riforma divenne il modello su cui formare una nuova classe di cittadini sul metodo meritocratico. In un ordinamento gerarchico dove il primo posto veniva occupato dai migliori perché più meritevoli, i livelli successivi si suddividevano in un ramo classico-umanistico per i futuri aristoi della nazione ed un ramo professionale per la classe lavoratrice. Questa subordinazione delle materie tecnico scientifiche a vantaggio di quelle umanistiche consentiva una selezione della futura classe dirigente che avrebbe guidato la nazione nei suoi momenti più importanti e difficili. Di fatti Gentile prediligeva le materie classiche e questa scelta, naturalmente, non gli mancò delle critiche da parte degli esponenti del mondo scientifico. Perché questa predilizione? Innanzitutto gli studi classici avrebbero consentito una maggiore riflessione filosofica sulle cause e le dinamiche del mondo reale allo scopo di superare la visione  positivista e materialista della società. Una prospettiva che  finiva per privilegiare la sfera individuale a scapito di quella collettiva, considerando l’uomo come un semplice apparato meccanico, senza etica e morale, con l’obiettivo ultimo ed esclusivo di raggiungere il proprio scopo. L’Italia, inoltre, usciva distrutta dalla Grande guerra e gli stessi italiani vivevano un periodo di profonda crisi sociale, politica ed economica. Di conseguenza lo spirito nazionale veniva sempre meno. In una dimensione simile, subordinare le materie scientifiche a quelle umanistiche  avrebbe consentito di ricostruire  quel tessuto nazionale, politico e sociale che si era andato perduto, o che forse  non si era mai realizzato. Gli altri punti principali della riforma furono:  l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 14 anni e l’istituzione della scuola elementare dai 6 ai 10 anni. Finito il percorso delle elementari l’alunno poteva scegliere tra: il ginnasio che permetteva l’accesso ai liceo classico o scientifico; l’istituto tecnico; l’istituto magistrale, destinato alla preparazione dei maestri di scuola elementare e per finire la scuola complementare, chiamata anche di avviamento professionale. La religione cattolica, considerata come “forma storica della spiritualità italiana” divenne obbligatoria nelle scuole elementari, poiché lo stesso Gentile considerava la religione come una PREPARAZIONE ALLA FILOSOFIA . Infatti a partire dalla medie e dalle scuole superiori predomina lo studio di questa materia, al fine di  mantenere un approccio con la realtà più laico, carattere imprescindibile per la crescita nazionale del fanciullo. Nella riforma gentiliana si dà particolare spazio agli allievi portatori di handicap, attraverso l’istituzione di scuole speciali. Quanto all’ impegno ed al carattere politico di Gentile, egli è e resta fascista, ricoprendo durante tutto il ventennio numerose cariche istituzionali e pubbliche, con l’intento di fornire un programma ideologico e culturale agli italiani. Fonda molteplici istituti come la Reale Accademia Nazionale dei Lincei, e al contempo lavora all ’interno di varie commissioni legislative. Redige il manifesto degli Intellettuali Fascisti, inno alla libertà di azione e di pensiero degli uomini e delle donne d’Italia. Tale documento esorta gli italiani ad essere parte integrante dello Stato e a considerare il fascismo come un mezzo per la realizzazione di quella Nazione finalmente “ nazionale”, inteso questa come continuazione del glorioso Risorgimento Italiano. Gentile esercitò un potente influsso sulla cultura italiana ricoprendo inoltre la carica di direttore dell’Enciclopedia Italiana dell’istituto Treccani, nota anche come enciclopedia italiana scienze lettere ed arti. Tutto ciò dimostra come Gentile fosse uomo di cultura e che visse di cultura e per la cultura. Approfondì gli studi su Dante e la Divina Commedia, l’opera degli Italiani e dell’ Italia. Di conseguenza non poteva   non mancare lo studio del Rinascimento, periodo storico chiave non solo per il nostro popolo ma per l’intera società Occidentale contemporanea. Dopo la caduta del fascismo aderì alla Repubblica Sociale Italiana su invito del Duce e sostenne la nuova chiamata alle armi. Terminata definitivamente l’esperienza di Salò si ritirò a vita privata a Firenze dove continuò il suo mestiere di professore e filosofo fino a quando un gruppo partigiano fiorentino, aderente ai GAP di ispirazione comunista, non lo uccise barbaramente. Gli assassini, fingendosi studenti, nascosero le armi nei libri e si avvicinarono all’auto del professore,il quale fu trivellato di colpi e morì sul colpo. Episodio,che fu un vero attentato alla nostra cultura, finì per inorridire anche la parte antifascista del paese. Gentile, per il suo pensiero rivoluzionario, è ancora oggi al centro di numerosi studi accademici ed il suo pensiero politico e filosofico è stato rivalutato nelle più prestigiose università del mondo insieme ad autori del calibro di Friedrich Nietzsche. Ogni anno, per la ricorrenza della sua morte, vengono organizzati gli Studi Gentiliani, conferenze a scopo di approfondimento e divulgazione delle sue opere. La sua dialettica sembra poter essere una alternativa al modo di pensare odierno, ossia un pensiero esclusivamente economico e di calcolo, grazie alla forza dell’idealismo di esercitare il suo essere spirito che, attualizzandosi, diviene così vita storica in svolgimento.

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