Nel ricordo di Sergio Ramelli.

Correva l’anno 1975, moriva in quel tempo un audace giovane italiano; Sergio Ramelli, di soli diciotto anni. La sua colpa? Aderire al fronte della gioventù, organizzazione giovanile dell’ MSI, ed aver presentato un tema a scuola condannando le barbarie delle Brigate rosse. Ramelli è un ragazzo come tanti, ama la musica, il calcio, aveva una fidanzata,  Flavia, e si volevano bene, si amavano come ci si può amare solo a vent’anni, ed è inoltre un ottimo studente dell’ Istituto Tecnico Industriale Statale Enrico Molinari. Inizia tutto all’ alba del 1975; Giorgio Mellinton, insegnante di italiano presso l’istituto Molinari, assegna in aula il tema in questione. Non è un tema assegnato a caso. Il professore è un simpatizzante di sinistra.  Nonostante ciò Ramelli non ha timori od esitazioni nell’esprimere le sue idee; a lui piace cavarsela da solo. Mellinton assegna varie tracce e Ramelli non può far altro che scegliere quella di attualità; di attuale in quegli anni in Italia c’erano solo le Brigate rosse. Ramelli inizia a scrivere, racconta di come il duplice omicidio di Mazzola e Giralucci sia stato l’inizio della tragedia di quegli anni; tragedia che sarebbe culminata nell’omicidio di Aldo Moro. Quel tema il professor Mellinton non potrà mai correggerlo poiché uno dei suoi compagni di classe, dopo aver raccolto i compiti per portarli al professore incontra nel corridoio un gruppetto di militanti di Avanguardia Operaia.  In quel momento storico loro possono permettersi il lusso di fare quello che vogliono, pertanto strappano dalle mani del ragazzo tutti i compiti ed iniziano a leggerli. Passate un paio d’ore i compagni di tutto l’Istituto poterono ammirare il compito di Ramelli sulla bacheca della scuola. Sotto la scritta “ECCO IL TEMA DI UN FASCISTA”. Da quel giorno in poi Milano sarà paragonabile all’inferno per Ramelli; minacce, soprusi ed insulti. I membri di Avanguardia non gli danno tregua; lo prelevano in classe per pestarlo; gli fanno verniciare la facciata della scuola; lo rendono oggetto dei peggiori scherni. Ancora una volta Ramelli non racconta nulla alla madre per non destare preoccupazioni, ma le minacce aumentano. Iniziano le telefonate anonime in casa con costante sottofondo: il riconoscibilissimo motivetto squallido di bandiera rossa. Tutti vedono ma nessuno lo difende; d’altronde loro sono di AVANGUARDIA OPERAIA, possono fare quello che vogliono. Purtroppo il 13 Marzo 1975, non è una giornata “tranquilla” come le altre. Ramelli va a scuola e come tutti i giorni aspetta la campanella per scappare dalle mura scolastiche. Quel giorno però, fuori la scuola, c’era uno striscione “Hazet 36, Fascista dove sei!?”. La Hazet 36 è una chiave inglese lunga quarantacinque centimetri, del peso di circa tre chili e mezzo, peggio di una quarantacinque magnum, utilizzata dai compagni per il servizio d’ordine durante i cortei. Lo seguono fino a casa; sono in quattro ad aspettarlo. Non appena il giovane Ramelli scese dal suo motorino, mentre uno di loro faceva il palo, tre lo colpirono a colpi di chiave inglese. “Una ferocia inaudita” e’ ciò che viene detto al riguardo. Sarà l’inizio di una lunga agonia per Sergio; un’ operazione durata circa cinque ore ed un’ agonia in ospedale di quarantasette giorni. Purtroppo il suo cuore non regge e muore il 29 Aprile 1975. vili -« Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un’altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: “Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!” Scappo, e dovevo essere l’ultimo a scappare. » Queste le dichiarazioni di Marco Costa, uno dei colpevoli. Altro colpevole, Giuseppe Ferrari Bravo, facente parte del gruppo di morte, dichiarerà « Aspettammo dieci minuti, e mi parve un’esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: “Eccolo”, oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: “Basta!”. Dura tutto pochissimo… Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto. »  Questa la storia di Sergio Ramelli, colpevole di essere di destra, colpevole di aver scritto un tema sulle BR. Vittima, inoltre, post portem, di una giustizia sommaria, data la carica di primario attualmente ricoperta al Niguarda di Milano dal suo carnefice. Perché a loro, ancora oggi, quaranta anni dopo, tutto e’ permesso.

Sergio

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