L’idea in Yukio Mishima.

“Nell’idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere di una stessa idea e’ quel oggi davvero conta.” Queste profetiche parole sono tratte dal libello “Orientamenti”, opera del 1950 di un grande filosofo della tradizione come Julius Evola. Egli, con questa affermazione, scompagina il concetto di nazionalismo: e forse è proprio in virtù di queste parole che, ancora oggi, a distanza di esattamente cinquantacinque anni dalla sua scomparsa, ci troviamo a scrivere ed a parlare di un gigante quale Yukio Mishima. Nato a Tokyo il 14 gennaio del 1925, fu una delle personalità più interessanti del novecento. Scrittore, saggista, poeta, regista e soldato sono solo alcuni degli attributi che si possono riferire a questa poliedrica personalità che seppe essere tutto senza mai perdere l’unica specificità cui veramente teneva: uno spirito tradizionale giapponese. Notizie precise sulla sua infanzia ed adolescenza non ne abbiamo, ma nell’opera “Confessioni di una maschera” possiamo trovare spunti interessanti circa il difficile rapporto con i genitori e l’influenza, quasi morbosa, della nonna all’inizio della sua vita. Fu questa influenza , però , che lo portò, tra le altre cose, anche a maturare interesse per le forme teatrali del Nō e del Kabuki, nonché una forte passione per la letteratura classica. Impossibile, tuttavia, è poter parlare di Mishima cercando di scindere il piano delle opere da quello delle azioni. Egli, come detto, fu un fiero difensore della Tradizione giapponese e della figura dell’ Imperatore intesa come personalità astratta, superiore e depositaria del vero spirito nipponico. Questa visione, infatti, non poteva che urtare con la politica messa in atto dal governo dell’epoca. In particolare non poteva passare inosservata la firma del trattato di San Francisco, del 1950, con il quale si diede inizio al protettorato statunitense sul Giappone ed al relativo smantellamento del suo esercito. Fu proprio sulla spinta di questi avvenimenti che il poeta giapponese decise di fondare l’ “Associazione degli Scudi”, composta, quest’ultima, esclusivamente da giovani universitari. Si proponeva essere una sorta di milizia indipendente che si prefissava l’obiettivo di essere l’ultimo baluardo posto alla difesa ed alla salvaguardia dell’essenza giapponese, ormai sempre più minacciato, non solo dalle influenze atlantiste, ma anche da una dilagante decadenza pacifista e conformista che, svilendo l’etica del samurai, considerava ormai vergognoso vivere, combattere ed eventualmente anche morire per l’onore della patria e la fedeltà ai propri ideali. La vita terrena di Mishima, come sappiamo , si conclude il 25 novembre del 1970. Dopo aver occupato l’ufficio del generale Mashita , si affaccia al balcone e, al cospetto di migliaia di persone tra cui giornalisti e soldati, pronuncia queste fatidiche parole: « Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. » Terminato il discorso , si toglie la vita tramite la pratica del Seppuku, trafiggendosi il ventre e poi facendosi decapitare dal suo fidato camerata Morita. Il suo atto fu il suicidio del guerriero dettato dal disgusto provocato dalla mancanza di vigore del Giappone contemporaneo rispetto al suo retaggio culturale. Un gesto estremo che segnó una spaccatura , un limes simbolico: come se quello di Mishima fosse un corpo mistico in grado di produrre una sorta di cortocircuito collettivo mediante il suo sangue versato. Il suo gesto si inserisce in una lunga lista di sacrifici rituali che partono da LaRochelle e , passando per Jan Palach , arrivano fino a Dominique Venner nei giorni nostri. A questo punto ,però, sorgono spontanee almeno due domande. Quanti coraggiosi sacrifici dovremmo ancora vedere prima di svegliarci da questo torpore che ha inebriato la nostra era? Quanto tempo ancora dovrà passare prima che si riaffermi lo splendore dello spirito e si condanni il grigio diluvio democratico che ha trasformato tutto in una immonda banca al servizio delle spietate plutocrazie? Risposte certe, purtroppo, non ne abbiamo, ma sappiamo che, come diceva un vecchio gruppo musicale degli anni 70, l’unica cosa giusta da fare sia quella di “rimanere e continuare l’avventura cominciata perché vivere è LOTTARE!”

yukio-mishima  Pampa

IN MEMORIA DI JULIEN QUEMENER

Il 23 novembre 2006 un drammatico episodio, purtroppo non isolato, sconvolse il mondo del calcio e diede adito a chi, da sempre, accusa indiscriminatamente tifosi accomunati da determinati ideali. A Parigi si svolgeva l’incontro di calcio tra Paris Saint-Germain e Maccabi Tel Aviv. Il clima, secondo addetti ai lavori e testimoni, non era tra i più distesi. Un sostenitore di origine ebraica della squadra ospite, Yanniv Hazout, entrò in contatto con alcuni ultras parigini del gruppo Boulogne in seguito a presunte offese antisemite; la Polizia intervenne ed un agente caraibico in servizio quella sera, Antoine Granomort, lasciò partire un colpo di pistola che arrivò dritto al cuore di Julien Quemener. Il motivo espresso dal poliziotto fu più che banale: sarebbe stata una spinta a far cadere lui e i suoi occhiali e a scatenare la “legittima difesa”. Sono molti, però, i testimoni che confermano si trattasse di una situazione non da guerriglia in quel momento; secondo questi ultimi, il poliziotto era in piedi, senza aver subito aggressioni o spinte. Il proiettile colpì anche il polmone di Mounir Boucher, ma per Julien fu fatale. L’accaduto, purtroppo, non denota nulla di nuovo. “Troppa repressione e nessuna giustizia” recitava lo striscione dei sostenitori del Saint-Etienne giunti a Reims. Tutto il mondo ultras puntò il dito legittimamente contro l’agente, mentre il procuratore della capitale francese Jean-Claude Marin, Nicolas Sarkozy (allora Ministro degli Interni) e Marie-George Buffet, leader del Partito Comunista Francese, sputavano vigliaccamente sulla memoria di Julien: il primo dichiarò legittima l’autodifesa di Granomort, il secondo minacciò lo scioglimento dei club di tifosi che non si sarebbero dissociati dalla violenza e il terzo propose di chiudere il Parco dei Principi (stadio di casa del PSG) per l’intera stagione calcistica. La stampa dipinse Hazout come la povera vittima dell’aggressione nazi-fascista degli ultras parigini. Un copione già visto: Julien, così come Sandri in Italia, paga con la vita la furia omicida delle Forze dell’Ordine che, quantomeno negli stadi, sembra non avere fine. Granomort, che al tempo era sotto processo per frode e falsa denuncia (atti che gli costarono il posto in Polizia nel 2007), la fece franca nel 2011, quando la Corte d’Appello confermò il non-luogo. L’incapacità degli addetti alla sicurezza nel mantenere l’ordine è imbarazzante ancora oggi e quella sera superò la soglia del ridicolo, finendo per arrivare a quella della tragedia. Il risultato di tanta idiozia, al di là di ogni polemica, fu la morte di un tifoso. Non si può e non si vuol credere tutt’ora che, per stoppare sul nascere banali screzi da stadio (non di certo scontri disumani e feroci, né discriminazioni razziali che, fino a concreta prova contraria, non avvennero) si ricorra alle armi. Fa scalpore, inoltre, lo sciacallaggio mediatico e la pochezza umana di chi, quella sera, riuscì a trovare nella morte di un giovane il pretesto politico per starnazzare e sputare odio contro l’ideologia dei ragazzi della Virage Boulogne (Curva Boulogne). I giornali quasi giustificavano tale omicidio. Del resto, risultò comodo attribuire ad un defunto citazioni che lo stesso non potrebbe altrimenti negare. “Sporco negro” avrebbe detto Quemener secondo “L’Equipe”, accuse mai provate; ancora, il “Liberation” non perse occasione per denunciare presunti fischi a giocatori di colore da parte degli ultras francesi di Parigi ad ogni tocco di palla. Insomma, del colpo di pistola irresponsabile, oltre che maldestro e poco professionale, dell’agente Granomort se ne parlò ben poco. Così come in Italia l’uccisione e la bieca repressione nei confronti di tifosi e di militanti di ideologie politiche non conformi è rimasta impunita o sanzionata con pene da barzellette, anche in Francia lo Stato si macchiava di un grave ed insensato delitto legalizzato e camuffato dalla scusante dell’ordine pubblico. Nel IX anniversario della morte di Julien Quemener, ad oggi ancora, si stringe alla famiglia del ragazzo, la quale porterà per sempre nel cuore la più dolorosa e inguaribile ferita, tutto il mondo “di strada” e tutti coloro che pretendono giustizia.

 

Marco C.

Julien