IN MEMORIA DI JULIEN QUEMENER

Il 23 novembre 2006 un drammatico episodio, purtroppo non isolato, sconvolse il mondo del calcio e diede adito a chi, da sempre, accusa indiscriminatamente tifosi accomunati da determinati ideali. A Parigi si svolgeva l’incontro di calcio tra Paris Saint-Germain e Maccabi Tel Aviv. Il clima, secondo addetti ai lavori e testimoni, non era tra i più distesi. Un sostenitore di origine ebraica della squadra ospite, Yanniv Hazout, entrò in contatto con alcuni ultras parigini del gruppo Boulogne in seguito a presunte offese antisemite; la Polizia intervenne ed un agente caraibico in servizio quella sera, Antoine Granomort, lasciò partire un colpo di pistola che arrivò dritto al cuore di Julien Quemener. Il motivo espresso dal poliziotto fu più che banale: sarebbe stata una spinta a far cadere lui e i suoi occhiali e a scatenare la “legittima difesa”. Sono molti, però, i testimoni che confermano si trattasse di una situazione non da guerriglia in quel momento; secondo questi ultimi, il poliziotto era in piedi, senza aver subito aggressioni o spinte. Il proiettile colpì anche il polmone di Mounir Boucher, ma per Julien fu fatale. L’accaduto, purtroppo, non denota nulla di nuovo. “Troppa repressione e nessuna giustizia” recitava lo striscione dei sostenitori del Saint-Etienne giunti a Reims. Tutto il mondo ultras puntò il dito legittimamente contro l’agente, mentre il procuratore della capitale francese Jean-Claude Marin, Nicolas Sarkozy (allora Ministro degli Interni) e Marie-George Buffet, leader del Partito Comunista Francese, sputavano vigliaccamente sulla memoria di Julien: il primo dichiarò legittima l’autodifesa di Granomort, il secondo minacciò lo scioglimento dei club di tifosi che non si sarebbero dissociati dalla violenza e il terzo propose di chiudere il Parco dei Principi (stadio di casa del PSG) per l’intera stagione calcistica. La stampa dipinse Hazout come la povera vittima dell’aggressione nazi-fascista degli ultras parigini. Un copione già visto: Julien, così come Sandri in Italia, paga con la vita la furia omicida delle Forze dell’Ordine che, quantomeno negli stadi, sembra non avere fine. Granomort, che al tempo era sotto processo per frode e falsa denuncia (atti che gli costarono il posto in Polizia nel 2007), la fece franca nel 2011, quando la Corte d’Appello confermò il non-luogo. L’incapacità degli addetti alla sicurezza nel mantenere l’ordine è imbarazzante ancora oggi e quella sera superò la soglia del ridicolo, finendo per arrivare a quella della tragedia. Il risultato di tanta idiozia, al di là di ogni polemica, fu la morte di un tifoso. Non si può e non si vuol credere tutt’ora che, per stoppare sul nascere banali screzi da stadio (non di certo scontri disumani e feroci, né discriminazioni razziali che, fino a concreta prova contraria, non avvennero) si ricorra alle armi. Fa scalpore, inoltre, lo sciacallaggio mediatico e la pochezza umana di chi, quella sera, riuscì a trovare nella morte di un giovane il pretesto politico per starnazzare e sputare odio contro l’ideologia dei ragazzi della Virage Boulogne (Curva Boulogne). I giornali quasi giustificavano tale omicidio. Del resto, risultò comodo attribuire ad un defunto citazioni che lo stesso non potrebbe altrimenti negare. “Sporco negro” avrebbe detto Quemener secondo “L’Equipe”, accuse mai provate; ancora, il “Liberation” non perse occasione per denunciare presunti fischi a giocatori di colore da parte degli ultras francesi di Parigi ad ogni tocco di palla. Insomma, del colpo di pistola irresponsabile, oltre che maldestro e poco professionale, dell’agente Granomort se ne parlò ben poco. Così come in Italia l’uccisione e la bieca repressione nei confronti di tifosi e di militanti di ideologie politiche non conformi è rimasta impunita o sanzionata con pene da barzellette, anche in Francia lo Stato si macchiava di un grave ed insensato delitto legalizzato e camuffato dalla scusante dell’ordine pubblico. Nel IX anniversario della morte di Julien Quemener, ad oggi ancora, si stringe alla famiglia del ragazzo, la quale porterà per sempre nel cuore la più dolorosa e inguaribile ferita, tutto il mondo “di strada” e tutti coloro che pretendono giustizia.

 

Marco C.

Julien

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