Una Domenica di sangue

Gli eventi del 30 gennaio 1972 nella città di Derry in Irlanda del Nord vengono ricordati come “Domhnach na Fola” (domenica di sangue). Da più di dieci anni, l’area politica nordirlandese era divisa in due correnti: quella dei Lotalists, discendenti dei coloni britannici, che difendevano l’appartenenza della regione al Regno Unito, è quella dei Republicans, che aspiravano alla riunificazione delle due Irlande. I primi potevano contare sull’ovvio sostegno delle forze britanniche e dell’esercito nordirlandese, ma negli anni 70, trovarono un agguerrito nemico nella formazione dell’IRI, che fu fautrice  di una violenta guerriglia civile che si riversò, oltre che sul piano politico, anche su quello religioso con gli scontri tra cattolici e protestanti (scontro che si riversa tutt’oggi in alcuni aspetti sociali della società, come nello sport l’acerrimo derby Celtic-Rangers). I provvedimenti presi per sedare la guerriglia prevedevano l’imprigionamento degli accusati, anche senza processo; e fu forse questa la causa scatenante dell’intervento del Iº Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico per sedare la protesta di Derry disperdendo il blocco di protestanti per i diritti civili, ma quello che accadde fu una vera e propria strage in seguito all’aprirsi del fuoco sui manifestanti. Sotto gli occhi dei civili e di numerosi giornalisti persero la vita tredici persone, delle quali la maggior parte minorenni e altre tredici furono ferite non solo da colpi di arma da fuoco ma anche dal passaggio dei veicoli militari, che li investirono senza pietà. Dalle testimonianze si nota che le vittime erano disarmate. Subito dopo, il governo inglese dichiarò di non voler intervenire oltre sulla vicenda, nonostante le numerose sollecitazioni, e fu questo il motivo dello scioglimento dello stesso governo. Ma questa misura non bastò, in quanto tutt’ora, a distanza di quarantaquattro anni dalla strage del “Bloody Sunday” le dinamiche risultano ancora sconosciute e la strage irrisolta.

Nadia.

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Blocco Studentesco: Aggressione antifascista al Rione Alto

Napoli, 29 Gennaio – Questa mattina, durante un volantinaggio del Blocco Studentesco al Liceo Scientifico Statale Elio Vittorini, situato al Rione Alto, nella V municipalità, alcuni studenti dell’istituto hanno provocato i militanti dell’associazione studentesca di CasaPound Italia tentando di strappare dei manifesti affissi all’esterno della struttura e spintonando alcuni militanti intenti a diffondere i volantini. Vi è stato quindi uno scambio di spintoni da entrambe le parti ma la cosa si è conclusa senza problemi e il volantinaggio è proseguito.
Oggi pomeriggio tuttavia, alle ore 14:00 circa, un gruppo di una ventina di persone, appartenenti al centro sociale Ex OPG – Je So’ Pazz, si è recato nel suddetto quartiere, per attendere uno dei militanti del Blocco Studentesco sotto la propria abitazione. Il giovane, che era fortunatamente in compagnia di altri due ragazzi, si è difeso dall’aggressione del gruppo e, assieme agli altri, è riuscito a divincolarsi, grazie anche all’intervento di alcuni negozianti della zona.
Abbiamo appena appreso della diffusione di un comunicato stampa, diramato dal centro sociale stesso, nel quale la realtà dei fatti è stata completamente stravolta. Ivi viene infatti sostenuto che stamane, i militanti del Blocco studentesco avrebbero accerchiato in massa e colpito più volte con dei pugni uno studente della scuola dove si stava svolgendo il volantinaggio fino a fargli perdere i sensi. Sarebbe stata dunque questa la ragione che avrebbe spinto gli appartenenti all’ala antagonista a recarsi sul posto all’orario di uscita, ossia per “portare solidarietà” al fantomatico liceale aggredito. Il delirante comunicato sostiene poi che, mentre una ventina di questi individui si recava alla fermata della metro, 3 ragazzi, riconosciuti, sempre a loro dire, dai negozianti del quartiere come appartenenti a CasaPound e Blocco Studentesco, avrebbero atteso l’ignaro gruppo compiendo ai suoi danni un’aggressione perpetrata con bastoni e martelli.
Questo è l’ennesimo stravolgimento della realtà dei fatti da parte di chi, come da diverso tempo a questa parte, sta facendo della menzogna uno strumento di lotta politica non avendo oramai reali proposte per la risoluzione delle problematiche che affliggono la città. Intendiamo rendere pertanto noto che agiremo per vie legali attraverso una querela nei confronti di questi personaggi per diffamazione verso il nostro movimento. Negozianti e residenti del quartiere sanno bene come si sono svolti i fatti e sanno chi è realmente presente sul territorio con azioni che spaziano dall’ambito strettamente politico alla solidarietà e al volontariato per il sociale.

George Orwell e l’attualità del suo pensiero.

Così come per qualsiasi altro autore che abbia lasciato il segno nella storia , anche per George Orwell vale la regola per cui è difficile, se non impossibile, poter parlare e scrivere della sua figura senza far riferimento a vita ed opere, le quali vanno vicendevolmente a mescolarsi fino a fondersi in un vero e proprio unicum, all’interno del quale sarà molto più facile cogliere la sua grandezza e la sua specificità. Qualche cenno sulla vita. Orwell nasce a Motihari, Bihar, in India, il 25 giugno 1903 da una famiglia di origini scozzesi appartenente alla cosiddetta “nobiltà senza terra”, come lo stesso George amava definirla. I primi anni della sua vita li passa soprattutto in Inghilterra con la madre e la sorella, mentre il padre, anglo-indiano, è un funzionario della amministrazione britannica nel territorio indiano. Dopo aver conseguito una borsa di studio al St. Cyprian di Eastbourne, viene ammesso all’Eton College. E la frequentazione quadriennale di questo prestigioso college rappresenterà, infatti, un vero e proprio spartiacque all’interno della vita artistica, e non solo, del giovane Orwell. Qui avrà la possibilità,infatti, di seguire le lezioni di un grande maestro come Aldous Huxley, vero e proprio precursore della letteratura dispostica, che, con il suo “Il Mondo Nuovo”, sarà una sicura fonte di ispirazione per il celebre romanzo “1984”.  La lettura di quest’ultimo, insieme all’altro capolavoro che è “La fattoria degli animali”, dovrebbe essere un imperativo categorico per tutti coloro che si approcciano ad un determinato stile di vita. Certamente, l’ onere più incombente è rappresentato dalla attualizzazione dei pensieri e degli insegnamenti di questo grande autore anglo-indiano, in modo da farne una cartina da tornasole per il mondo moderno. Un mondo che, invero, sembra essere quasi una fusione fra quello che emerge dalle due opere sopracitate: mercificazione, inadeguatezza, massificazione ed incompentenza sono solo alcune delle caratteristiche di questa informe tempesta epocale. Sentirsi “come un cammello in una grondaia” è la sensazione comune cha attaglia i pochi spiriti liberi di questo sfortunato ciclo. Ergersi, tuttavia, a censori non sarebbe la soluzione giusta, nè tantomeno quella che potremmo trarre dalla sua sconfinata opera di lucido anticonformista. La soluzione consiste probabilmente nel non aver paura di imbattersi nella quotidianità e, se necessario, sporcarsi le mani per affermare la propria specificità, la propria diversità ed il proprio disgusto nei confronti di questo “grigio diluvio democratico odierno che molte belle cose e rare sommerge miseramente”, per dirla con le parole del protagonista de “Il Piacere” di D’Annunzio. Diversamente altro non rimarrà che un consapevole declino, una amara affermazione di quel che era già stato previsto, e non ci resterà che confermare il vecchio Orwell e quella sua splendida ed immaginifica affermazione con cui conclude “La fattoria degli animali”. Per cui : “Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l’uno e chi l’altro”.

Pampa.

Orwell

Jan Palach, un simbolo indelebile

L’URSS durante l’occupazione del territorio ceco, quasi a deridere il popolo sottomesso, pubblicizza le auto-immolazioni dei monaci buddisti vietnamiti che lottano contro l’invasione americana. Molto probabilmente è da queste scene che Jan prende coraggio per il più gran contributo alla rivoluzione e alla lotta contro l’ascesa sovietica in terra ceca.
Nel 16 Gennaio del 1969, un eccelso studente di filosofia, Jan Palach, dopo esser giunto nella zona più alta della piazza San Venceslao, a Praga, ai piedi della scalinata del Museo Nazionale, si cosparge di benzina e si dà fuoco. Tale gesto risveglia gli animi inerti del popolo pauroso e conformista, finalmente c’è la scintilla che fa scoppiare il malcontento nascosto da tanta omertà.
Palach è un ragazzo in gamba, scrupoloso, razionale, già definito un filosofo in tenera età, non può accettare che la propria terra, la propria nazione, si sottometta a poteri barbari, ma soprattutto la sua libertà e quella del suo paese non hanno un prezzo e la si può rivendicare soltanto con un gesto estremo firmato “TORCIA UMANA N.1”.
Nonostante l’URSS avesse tentato di far passare l’eroica azione come un atto di debolezza di un ragazzo ingenuo e fomentato da politici anti-sovietici, il funerale di Jan viene seguito da 600.000 persone. Nel frattempo il numero di torce umane cresce ed il 25 Febbraio dello stesso anno, nella stessa piazza, all’interno di un portone si sacrifica alla stessa maniera il giovane 19 enne Jan Zajìc, anche lui con un bisogno innato di riscattare il proprio paese e di conseguenza la propria famiglia, alla quale è fortemente legato. Spiega infatti in una lettera che non è stanco della vita ma, anzi, ne conosce tutto il valore ed è per questo che si sacrifica

« Conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto »


Una gioventù che si preoccupa del destino di un paese intero, ha preso con caparbietà le proprie responsabilità ponendo la propria vita come garante per la speranza di un’intera Europa, ed è così che, il 10 Febbraio del 1977, offre la propria vita un’altra torcia umana in Francia, Alain Escoffier (27enne).

Le torce umane ardono ancor oggi come allora nei cuori di chi lotta, nei cuori di chi viene ucciso in una vicina Grecia solo per un ideale diverso, nei cuori di chi ha deciso di rifiutare i compromessi, nei cuori di chi viene arrestato perchè considerato “rumoroso” per lo Stato, nei cuori di chi, anche oggi, ha spento la Tv quando il TG imboccava le solite notizie farlocche…
La storia lo insegna che muoiono gli uomini e non le idee, non bruceranno mai quelle idee finchè ardiranno nella lotta.

JAN PALACH VIVE!Palach

Tony C.

Ion Mota: il Legionario in camicia verde

Ion Mota fu vice capitano della Guardia di Ferro,movimento politico rumeno conosciuto anche come Movimento Legionario. La Guardia di Ferro è stato un movimento ultra-nazionalista rumeno fondato nel 1930 da Corneliu Zelea Codreanu , si ispirò al fascismo al punto che assunse sia caratteristiche paramilitari sia quelle di un ordine religioso divenendo quindi una combinazione tra estremismo-nazionalistico e misticismo. Il Movimento Legionario raccolse simpatizzanti tra tutti i ceti; i legionari si impegnarono per migliorare le condizioni di vita dei cittadini rumeni ,soprattutto degli operai e dei contadini, costruendo dighe, avviando raccolte di fondi, iniziando battaglie sia non violente sia armate.

Ion Mota nacque nel 1903 a Orăștie, un piccolo paese situato nella storica regione della Transilvania , studiò giurisprudenza e si interessò di politica fin da giovane. Cruciale fu l incontro con Codreanu nell‘ agosto del 1923 durante una riunione di studenti antisemiti. I due furono arrestati pochi mesi dopo, ad ottobre, in quanto avevano organizzato un complotto per assassinare politici rumeni e leader ebrei rumeni, rei di essere traditori e corruttori della vita nazionale rumena. Dopo un anno i due furono assolti, ma Mota non concluse qui i rapporti con Codreanu. Infatti nel 1927 partecipò alla fondazione della legione dell’ Arcangelo Michele, movimento che poi nel 1930 fu disciolto e rifondato con il ben più noto nome di “Guardia di Ferro”,di cui divenne il vice capitano.

Mota oltre ad essere cofondatore della Guardia di Ferro fu anche artefice dell’inquadramento dottrinario del suddetto movimento. Questa dottrina era molto semplice e si basava su pochi e precisi principi, quali la fede in Dio, il sacrificio e la lotta per la realizzazione della Romania legionaria,riguardotale dottrina egli scrisse  Noi non facciamo politica, né abbiamo fatto politica per un solo giorno della nostra vita. Noi abbiamo una religione, siamo i servi di una Fede. Nel suo fuoco ci consumiamo e, da essa completamente posseduti, la serviamo con tutte le nostre forze. Per noi non esiste sconfitta né resa, perché la forza di cui vogliamo essere strumento è invincibile per l’eternità “.

Mota nel 1936 fondò un’unità legionaria di volontari rumeni per combattere i comunisti nella guerra civile spagnola che da quell’anno fino al 1938 ha imperversato nella penisola iberica. Proprio mentre combatteva al fianco dei nazionalisti spagnoli, il13 gennaio del 1937 venne ucciso insieme ad un altro personaggio importante del “movimento legionario “, Vasile Marina Majadahonda.

Ai funerali di Mota e Marin si formò un enorme corteo a cui si parteciparono anche personalità di spicco quali Francisco Franco e ministri della Germania nazista e dell’Italia fascista. Per commemorare la scomparsa dei due nazionalisti Codreanu fondò il “Mota-Marin Corp” ,un ordine speciale della “Guardia di ferro”, il motto di coloro che presero parte a questo corpo d’élite era “pronti a morire” , pronti a morire proprio come i due eroi rumeni che sono stati pronti a morire per i loro ideali.

A pochi giorni dall’anniversario della morte di Mota(13 gennaio), in un periodo di assoluta carenza di uomini di valore ,disposti a sacrificare la propria vita per i propri ideali, è necessario tener viva la memoria del sacrificio di questo eroe e lo facciamo concludendo proprio con una citazione del vice-capitano della Camicie Verdi “Io così ho inteso il dovere della mia vita. Ho amato Cristo e sono andato felice alla morte per Lui! Fa, Corneliu, del nostro Paese una terra bella come il sole, una nazione moderna e rispettata, timorosa della parola di Dio. Io muoio con tutto lo slancio e tutta la felicità, per Cristo e per la Legione. Non chiedo né ricompense né altre cose, ma soltanto la Vittoria”.

Vincenzo B.

Motza

 

L’ordine nuovo di Graziani

Definito post mortem da Pino Rauti “una figura singolare, figlio del proletariato, autodidatta, beniamino di Evola”, Clemente Graziani, politico italiano, si arruolò volontario, appena 19enne, nella Repubblica Sociale Italiana e prese parte alla Battaglia di Montecassino e partecipando alla ritirata fino a Roma. A guerra finita, contribuì alla fondazione del Movimento Sociale Italiano, pur non schierandosi però da subito nella sua compagine. È proprio questo il periodo della sua formazione culturale o per meglio dire, spirituale: per caso si imbatté in un opera di Julius Evola e ne rimase così affascinato che fece di tutto per incontrarlo; tra i due nacque un rapporto di reciproche intese molto forte. Insomma, la sua attività politica (attiva) comincia nell’immediato Dopoguerra: è implicato nel tentativo di affondamento della nave scuola “Colombo” destinata all’URSS come risarcimento dei danni di guerra (per cui venne arrestato nel 1949), negli attentati dei F.A.R. e della “Legione Nera” (di cui era riconosciuto come leader e ideatore del nome) nel 1951. Pochi anni dopo, nel 1953, Graziani costituì con Pino Rauti, Paolo Andriani e Paolo Signorelli il “Centro Studi Ordine Nuovo”, componente interna del Movimento Sociale Italiano che si rifaceva alle dottrine evoliane. Al congresso nazionale missino del 1956 si alleano con la “sinistra” di Almirante, perdendo di misura sui moderati di Michelini che è confermato segretario. Tutto il gruppo di Ordine Nuovo esce allora dal partito e vi rientra solo nel 1969 quando Almirante assunse la guida del partito alla morte di Michelini. È quindi il 21 dicembre dello stesso anno che Graziani, con i pochi dirigenti dissidenti, fondò invece Ordine Nuovo, che mantenne come emblema l’ascia bipenne racchiusa in un cerchio bianco su sfondo rosso. Il suo periodo di latitanza comincia poco dopo il 1971, quando la Procura della Repubblica di Roma aprì un procedimento contro il movimento per ricostituzione del disciolto partito nazionale fascista: la condanna era di circa 3 anni di reclusione in appello e a riguardo il politico romano parlò di “processo alle idee”. Durante questo periodo Graziani promosse, in Francia, il giornale Annèe Zèro (Anno Zero), un periodico che ricalcava i contenuti ideologici di ON e che in qualche modo ne voleva indicare la continuazione. Arrestato e processato a Londra (anche per accuse che nel mentre piovvero circa numerosi aneddoti tra cui Golpe Borghese e l’omicidio del giudice Occorsio); tuttavia le autorità britanniche non concessero l’estradizione per l’inconsistenza delle prove. Dopo Francia, Grecia (si rammendi: siamo nel periodo dei colonnelli) e l’Inghilterra, Graziani si rifugia prima in Bolivia, unico paese ad accettarlo nonostante i mandati di cattura internazionali, e poi in Paraguay, dove Graziani scoprì una nuova patria. E dove, soprattutto, non venne meno all’impegno politico: a dimostrarlo sono i tanti scritti e saggi socio-politici di questo periodo. Si stabilisce quindi ad Asunción, dove fu raggiunto da amici e famiglia: è proprio qui che muore nel 1996 dopo una vita vissuta ardentemente, in modo assolutamente e incondizionatamente travagliato. Nel mentre, nella sua vera patria, quella d’origine, quella da cui era stato più volte bistrattato, la giustizia faceva il suo forse fin troppo lento corso: cadevano le accuse nei suoi confronti. Infatti, viene costantemente assolto da tutte le imputazioni, compresa la più grave, (quella legata all’omicidio Occorsio). Rimanevano da scontare 8 mesi di reclusione, pena residua del primo processo a Ordine Nuovo.

Peppe F.

Gr

 

 

Acca Larentia

La strage di Acca Larentia fu un evento cruciale per gli anni di piombo. Dopo questa tragica vicenda moltissimi camerati si daranno alla lotta armata contro i compagni e la Polizia. La sera del sette gennaio 1978, cinque ragazzi si apprestano ad uscire dalla sezione dell’MSI nel quartiere Tuscolano per fare un volantinaggio. Dall’altra parte della strada ci sono alcuni uomini col volto coperto. Non appena vedono i ragazzi uscire dal locale aprono il fuoco con due mitragliette Skorpion. Vengono colpiti Franco Bigonzetti, che morirà sul colpo, e un altro ragazzo Francesco Ciavatta, essendo ferito cercherà di scappare per le scale adiacenti la sezione ma una volta raggiunto viene freddato. Qualcuno sentirà bestemmiare questi assassini, per aver ucciso solo due fascisti; per fortuna gli altri tre ragazzi erano riusciti a rientrare nella  sezione e chiudere la porta blindata. La notizia si diffonde in tutta Roma, moltissimi militanti si recano sul luogo dell’agguato arrabbiati e indignati. La tensione è altissima, pronta a scoppiare da un momento all’altro. Ad un certo punto un giornalista della Rai, probabilmente distratto, butta il mozzicone di sigaretta nella chiazza di sangue di una delle due vittime, è la goccia che fa traboccare il vaso. Iniziano violenti disordini e la Celere carica e lancia alcuni lacrimogeni per far disperdere la folla, si spara anche. Un carabiniere, un certo Edoardo Sivori, prova a sparare ad altezza uomo ma la sua pistola si inceppa. A quel punto si fa consegnare un’altra pistola e spara, colpendo alla fronte Stefano Recchioni che morirà dopo due giorni di agonia. Sono morti tre giovani ragazzi per mano antifascista e dello Stato, siamo al punto di non ritorno e in molti, anche per la mancata presa di posizione dell’MSI verso le forze dell’ordine, intraprenderanno il percorso della lotta armata. Ma purtroppo Acca Larentia non finí in quelle tristi giornate. A distanza di un anno, in occasione della commemorazione della strage, sarà ucciso da un agente in borghese il diciassettenne Alberto Giaquinto, figlio di una buona famiglia dell’Eur. Il 10 gennaio 1979, il Fuan organizza una manifestazione in ricordo dei caduti di Acca Larentia a Centocelle, uno dei quartieri più rossi di Roma; solo ventiquattro ore prima un commando dei Nar aveva assaltato una radio, colpevole di aver fatto una pessima battuta su Ciavatta. La tensione è palpabile nel quartiere. Il corteo inizia senza problemi, ma quando passa davanti una sezione della DC qualcuno prova ad assaltarla. Subito arriva una Fiat 128 con due agenti in borghese che non esitano a sparare. Mentre sta scappando, Alberto Giaquinto viene colpito alla nuca. La corsa in ospedale sarà inutile, Alberto morirà la sera stessa. Dal giorno dopo inizierà una viscida campagna dei giornali contro il giovane ragazzo, accusato di avere una P38 e di aver attaccato i poliziotti. Lotta Continua addirittura attacca la condizione sociale del ragazzo ed asserisce che fosse un violento ed un pervertito. Ma queste infami accuse per fortuna cadranno. La strage di Acca Larentia e quello che ne è seguito è ben chiaro a tutti i militanti, per questo ogni sette Gennaio è doveroso ricordare chi è caduto per l’idea, a causa dell’antifascismo militante e dei servi dello Stato, ricordare chi non ha avuto giustizia, per loro e le loro famiglie.

 

Acca