Ernst Jünger: il filosofo in uniforme

Eroe, intellettuale, rivoluzionario: storia di una vita in trincea.

«Viviamo in un’epoca in cui è difficile distinguere la pace dalla guerra. I confini tra obbedienza cieca e delitto sono sempre più incerti. E persino l’occhio più esercitato è tratto in inganno perché sempre, in ogni singolo caso, interviene la confusione dell’epoca»

Così scriveva Ernst Jünger quasi sessanta anni fa in una delle proprie opere. Eppure il filosofo tedesco la guerra la conosceva bene perché aveva caratterizzato gran parte della sua vita. Nato a Heidelberg, città sud-occidentale dell Germania, il 29 Marzo del 1895 e maggiore di sette figli, trascorse i primi anni della propria vita ad Hannover, ma cambiò spesso città per ragioni pedagogiche. All’età di sedici anni decise di entrare a far parte, assieme al fratello del movimento dei Wandervogel, gruppo ecologista al quale si avvicinò anche Walter Darré (https://bloccostudentesconapoli.com/2015/07/14/walther-darre-ecologista-prima-di-te/). Solo due anni dopo, nel 1913, il giovane Ernst, decise di recarsi in Francia e di arruolarsi nella Legione Straniera, “avventura” di cui narrò poi egli stesso nel 1936 nel suo romanzo autobiografico Afrikanische Spiele (Ludi africani). Stanziato a Sidi-bel-Abbès, in Algeria, fu questa la prima di una lunga serie di esperienze militari che forgiarono il carattere e formarono il pensiero dell’intellettuale tedesco. Rientrato in patria per intercessione del padre, non trascorse molto prima che decidesse di indossare nuovamente l’uniforme. L’occasione fu infatti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, di cui egli approfittò per arruolarsi come volontario tra le fila del Kaiser Guglielmo II.
Fu subito evidente che questo era il suo habitat naturale. In meno di un anno, infatti, Ernst passò dall’essere un semplice fante di truppa a Strosstruppfüher (capo di commando d’assalto) ed ottenne una Croce di Ferro e l’ordine Pour le Mérite, la più alta onorificenza prussiana istituita da Federico Il Grande. Fu proprio durante questa esperienza che il tedesco scrisse diverse opere, tra cui, In Stehlgewittern (Nelle tempeste d’acciaio)  una delle più famose della sua bibliografia, rielaborazione di cronache ed appunti di guerra, pubblicata il 1920 ma tradotta in italiano solo nel 1961. Al termine del conflitto Jünger entrò a far parte dei freikorps, opponendosi strenuamente all Repubblica di Weimar e, successivamente, partecipando attivamente alle pubblicazioni di diversi periodici nazional-rivoluzionari.  Nonostante le ferite subite durante il primo conflitto mondiale, ben quattordici (!), di cui l’ultima molto grave, decise di prendere parte anche al secondo, nel quale fu di servizio in Francia, durante l’occupazione. In seguito all’attentato del 20 Luglio del ’44, essendo coinvolto in maniera marginale, fu congedato. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, avendo avuto delle compromissioni con il regime NazionalSocialista, gli fu interdetta la possibilità di pubblicazione in Germania fino al 1949. Fu questo un periodo di grande fervore e di grandi scambi intellettuali, in particolar modo con alcuni grandi filosofi dell’epoca quali Martin Heidegger e Carl Schmitt, assieme ai quali intrattenne una fitta corrispondenza che lo portò a co-pubblicare con essi, rispettivamente, Über die Linie (Oltre la linea) e Der gordische Knoten (Dialogo su oriente e occidente nella storia del mondo). Una delle opere più attuali scritte in questo periodo è il Trattato del Ribelle, del 1952. Qui l’autore analizza la figura del ribelle, cioè di colui che, decidendo di non piegarsi ad una tirannia, in nome della libertà, inizia una battaglia per contrastare il regime. Il ribelle, in questo clima di oppressione e menzogna, è quindi il custode della giustizia, scrive infatti Jünger: «Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato». Questi combatte dunque la tirannia in qualsiasi modo possibile, facendo capo non alle leggi dettate dalla società, bensì solo e soltanto alla propria etica, “alla legge morale che è in sé”, tenendo presente che il regime è un nemico che “non rispetta le regole della cavalleria”. Il primo passo per iniziare la lotta è il cosiddetto “passaggio al bosco”, accettare cioè la guerra con tutto ciò che comporta, sopprimendo ogni paura, ed in particolare quella della morte, il più grande timore presente in ogni uomo, in nome di un ideale superiore. Scrive l’intellettuale «Vincere la paura della morte equivale a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte.» Jünger, parlando del ribelle, non fa tuttavia riferimento, come si potrebbe erroneamente credere, ad un individuo che agisce isolato, bensì, come egli stesso specifica nel corso dell’opera, ad una comunità umana e spirituale che abbia accettato il “passaggio al bosco”.  “Hic et nunc!”: Questo secondo l’autore tedesco, al quale fu conferito nel 1980 il premio Goethe, è il motto del Ribelle.
Non dobbiamo attendere oltre quindi: Siamo Rivoluzionari e, in quanto tali, abbiamo il dovere di combattere la tirannia della società contemporanea fino alla vittoria, in nome di un ideale superiore, per le generazioni che verranno. Prendiamo coscienza di noi stessi e di ciò che rappresentiamo, vinciamo le nostre paure, passiamo al bosco!

Cioppi

La grande solitudine dell’individuo è uno dei segni che contraddistinguono il nostro tempo. Egli è circondato, anzi, assediato, dalla paura che lo stringe sempre più da presso.
Ernst Jünger.

Jünger

 

 


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