“Degrelle, perfetto esempio di guerriero europeo”

Leon Degrelle è una delle più importanti figure del fascismo europeo degli anni 30′. Giornalista belga, deluso dalla chiesa cattolica e dagli scandali che coinvolgono la politica belga, fonda, nel 1935, il movimento Rex che avvicina migliaia di giovani reduci della Grande guerra, tra i quali nazionalisti ma anche molti operai e lavoratori delle classi sociali meno abbienti. Il suo programma politico è semplice: ”purificare l’atmosfera politica”. Presenta, quindi, gli scandali politici-finanziari e scrive il suo programma avendo come modello quello del Partito Nazionale Fascista. Pur avendo appena un anno di vita, alle elezioni del 1936 Rex ottiene più del 15% di voti. Durante la seconda guerra mondiale si schiera al fianco dell’Asse e nel 1943 viene messo al comando dell’ SS belga Wallonie, formata da duemila combattenti provenienti proprio dal Belgio. Combatte sul fronte orientale contro l’URSS e per i suoi meriti viene decorato con la «Croce di Ferro con foglie di quercia», l’unico non tedesco a ricevere questa medaglia. Dopo la guerra si stabilisce a Malaga ottenendo asilo politico dal Governo Spagnolo, e li vivrà fino al 1994 anno della sua morte. Leon Degrelle è il perfetto esempio di guerriero europeo, la sua tenacia in politica, che lo porta alla vittoria elettorale in breve tempo, si rispecchia anche sul campo di battaglia, luogo in cui mostra un totale disprezzo per la paura della morte, così come tanti altri europei che hanno combattuto al suo fianco. ”Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morir bene. Soltanto allora inizia la vita.”

Leucio

 

Degrelle

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“Peppe”: un eterno combattente.

Giuseppe Dimitri è stato un attivista politico italiano capace di non arrendersi mai, emblema e perfetto esempio di quel “combattere è un destino” poi diventato motto di tanti giovani camerati italiani e non solo. Nato a Roma il 27 Settembre 1956 fu membro di un gruppo di boy-scout e fu in questo modo che apprese a stare in gruppo e crebbe il proprio senso di comunità. Cresciuto nel quartiere Eur di Roma, si avvicinò molto giovane, a quindici anni circa, ad Avanguardia Nazionale, movimento extraparlamentare rifondato nel 1971 dai fuoriusciti del Movimento Sociale Italiano dopo che questo era stato sciolto qualche anno precedente. Nonostante avesse alle spalle una lunga tradizione familiare comunista, in pochi anni “Peppe” divenne uno dei punti di riferimento del movimento, specialmente per i militanti ed i simpatizzanti che si ritrovavano davanti al Fungo, tra i viali del quartiere dove lui stesso era cresciuto. Grande amante e appassionato di tattica militare allestì in boschi e in montagne abbandonati campi dove far allenare i giovani militanti così da formarne il carattere e addestrarli alla lotta corpo a corpo. Nel 1976 Avanguardia Nazionale venne sciolta perché oggetto d’inchiesta da parte della magistratura per ricostruzione del partito fascista. Successivamente Peppe, insieme ad altri due militanti neofascisti, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, diede vita a Lotta Studentesca, associazione che si occupava di fare politica nelle scuole, e che successivamente, nel 1978 prese il nome di Terza Posizione. Il movimento si impose l’obiettivo di essere alternativa ai classici dogmi di destra e sinistra ( da qui terza via o terza posizione), quindi proposta di un nuovo modello sociale ed economico dal forte senso anticapitalista e contrario ai due blocchi più imponenti dell’epoca: quello liberale e quello comunista, da qui nacque lo slogan ” né fronte rosso, né reazione, ma lotta armata per la Terza Posizione”. Lo stesso anno Peppe partì per il servizio militare e al suo ritorno fondò la Legione, cioè un ordine ascetico-militare all’interno di Terza Posizione, ispirandosi e prendendo spunto dalla Guardia di Ferro rumena. Il 15 Marzo 1979 per commemorare la ricorrenza della morte del neofascista Franco Anselmi, ucciso l’anno precedente nel corso di una rapina ad un’armeria, un gruppo di terroristi appartenenti al gruppo dei NAR( Nuclei armati rivoluzionari), decise di rapinare l’armeria “omnia sport” situata vicino la questura di Roma: insieme ai Nar parteciparono anche altre persone tra cui Giuseppe Dimitri allora militane di Terza Posizione. Il 14 Dicembre dello stesso anno Dimitri venne arrestato mentre stava per aprire il fuoco contro un’auto civetta della polizia di stato. In prigione fece eccellenti conoscenze come quella con Gianni Alemanno. Durante la propria gioventù fu accusato di vari reati, anche molto gravi, come “banda armata” e “omicidio” nei confronti di un tipografo: l’accusa di omicidio portò la madre del giovane Peppe al suicidio. Il processo si concluse con l’assoluzione. Il 23 Settembre 1980 molti giovani appartenenti a Terza Posizione, tra cui i tre cofondatori, furono arrestati e due anni dopo, nel 1982, lo stesso movimento venne sciolto. Dimitri concluse la propria militanza nel 1994, quando si iscrisse ad Alleanza Nazionale, e fu proprio in questo partito che ricoprì ruoli di alto rilievo come consulente di Gianni Alemanno, quando questi era Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali tra il 2001 e il 2006, e di presidente del circolo culturale Civiltà Romana della capitale. Amante a appassionato di motori morì il 30 Marzo 2006 a causa di un incidente stradale mentre era sul proprio scooter.

Giajo.

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San Sepolcro, 23 Marzo 1919: Per una più grande Italia.

Per poter scrivere esaustivamente di quel che accadde nel fatidico 23 marzo 1919, è indispensabile parlare del contesto storico, economico e politico dell’Italia post-prima guerra mondiale. E’ un periodo di grande crisi. L’Italia è uscita profondamente ferita dalla grande guerra; essa ha dato alla Vittoria un tributo di circa 520.000 morti e 900.000 feriti, di cui 200.000 mutilati. Inoltre, la sua economia è così depressa da sembrare distrutta da un ciclone. Per affrontare le spese dell’interminabile conflitto, infatti, è stato necessario imporre obblighi finanziari sproporzionati alle risorse reali del paese. Le imprese private sono totalmente disorganizzate, incapaci di distribuire servizi, ma soprattutto il tanto agognato lavoro. Il tutto è, poi, aggravato dalla crisi politica. L’Italia del 19 era ancora uno stato giovane: era sorto solo mezzo secolo prima. Aveva ereditato un mosaico di principati più o meno dispotici, ma nei quali i despoti non avevano lasciato sempre cattivi ricordi, come i Gran Duchi di Toscana ed i Principi di Parma. Nella penisola, il parlamentarismo rappresentava una innovazione recente, quasi una importazione straniera. Era senza tradizioni e senza radici. <<Il regime parlamentare>> , scrive Maurice Vaussard, <<non era stato che una facciata, nel senso che il suffragio ristretto e l’enorme proporzione dell’elettorato contadino, l’avevano, di fatto, messo in mano alle oligarchie>>. Insomma, un regime falsamente democratico e senza solide fondamenta. Tutte condizioni che sono propizie a imprese rivoluzionarie. E’ in questo contesto che il 23 marzo 1919 a piazza San Sepolcro a Milano, in una sala presa a prestito dal “Circolo degli interessi industriali e commerciali”, Benito Mussolini dichiara costituiti “I fasci degli operai e dei combattenti”.  Questa prima riunione raggruppava dai 200 ai 300 partecipanti , ed erano, per la maggior parte, gente del popolo minuto, provenienti dall’interventismo rivoluzionario, socialisti ed operai corridoniani, anarchici repubblicani, arditi e volontari di guerra. Nulla fu casuale, nemmeno la scelta del nome. Il fascio, infatti, oltre ad essere un simbolo della Roma imperiale, indicava l’eterogeneità delle forze che componevano questo primo nucleo del fascismo. Forze che, come le verghe di un unico fascio, appunto, dovevano concorrere nella costruzione e formazione di una più grande Patria. Ed è proprio questa eterogeneità “funzionale” ad essere la cifra del fascismo sansepolcrista. Questa caratteristica, infatti, la ritroviamo all’interno del manifesto programmatico, in cui si spazia da principi repubblicani a principi anticapistalistici. Il tutto, però, suffragato da alcune laconiche, ma rivoluzionarie intuizioni. Per la prima volta in assoluto si parla di suffragio universale, di voto e di eleggibilità per le donne, nonché di abbassamento del minimo di età per gli elettori a 18 anni, di salari minimi, di orario lavorativo abbassato ad otto ore e di partecipazione degli operai alla distribuzione degli utili delle imprese. Insomma, un vero e proprio programma avanguardista che, già nel 19, parla di diritti e di conquiste che paesi democraticissimi come l’Inghilterra raggiungeranno circa dieci anni dopo. Ma non è solo questo. Questioni come la diversificazione del ruolo del senato e dei beni della chiesa, sono tutt’ora lontani dall’essere risolti da questa repubblica democratica che troppo spesso, in virtù della propria nauseabonda esterofilia, porge lo sguardo verso stati lontani, senza attingere alla sua storia ed alla sua tradizione. Tutto questo a causa del non aver ancora fatto i conti con la propria storia, e del vivere nel continuo paradosso di professarsi democraticamente antifascista, ma continuare a servirsi e fregiarsi di servizi e conquiste che risalgono a quel periodo ed a quel genio tutto italico che seppe fare del pragmatismo l’alfabeto della modernità. Appare chiaro, quindi, come all’uomo del ventunesimo secolo altro non resta che orientare ed orientarsi attraverso questi uomini e questi programmi, avendo fede nelle parole che Dumas fa dire a Beauchamp ne “Il Conte di Montecristo” . Ossia che “le idee non muoiono mai. Talvolta sonnecchiano per poi destarsi più forti di prima.”

Pampa.

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Angelo Mancia:un altro omicidio senza giustizia

Angelo Mancia era come un padre per tutti i giovani camerati della sezione Talenti, di cui era il responsabile. Figlio di umili commercianti e lavorava come fattorino al “Secolo d’Italia”, ma la sua grande passione, oltre la Lazio, era la politica. Nel suo quartiere era molto conosciuto e soprattutto aveva un grande carisma che affascinava i tanti giovani della sezione dell’MSI di Talenti,di cui era responsabile. Negli anni di piombo il quartiere era circondato da veri e propri feudi rossi come il Tufello o Val Melaina, in cui operava un fortissimo collettivo dell’autonomia operaia. Gli scontri, durissimi, erano all’ordine del giorno e Angelo era sempre in prima linea, spesso anche fuori le scuole per aiutare i giovani camerati in difficoltà con il nemico rosso. Nonostante gli scontri e le aggressioni “Manciokan”, come veniva soprannominato, era riuscito a creare un gruppo compatto e unito, dove ai momenti di militanza e serietà si alternavano momenti di svago e aggregazione. Purtroppo il destino busserá alla porta di Angelo Mancia la mattina del 14 marzo 1980. In città la situazione era particolarmente tesa; Valerio Verbano, giovane autonomo, era stato ucciso nella sua abitazione e l’Autonomia Operaia aveva giurato vendetta -“100 carogne nere non basteranno”- si leggeva sui manifesti. La mattina del 14 marzo Angelo esce di casa per andare a lavoro come tutte le mattine senza però mai giungerci. Non fa che pochi passi, quando, ad un tratto, si sente chiamare per nome: a chiamarlo sono tre persone in camice bianco, vestiti da infermieri, che sono scese dal retro di un furgone parcheggiato lì di fronte. Voltandosi di scatto viene colpito da una pallottola, ma non cade, rimane in piedi ed immediatamente lancia contro i suoi aguzzini il suo “Benelli”. Inizia a correre ma sfortunatamente viene raggiunto alle spalle dai colpi di pistola. Cade in un lago di sangue e mentre agonizza sull’asfalto viene finito con un colpo alla testa. Questo efferato omicidio viene rivendicato dai “compagni organizzati in volante rossa” che accusano Angelo di essere il mandante dell’omicidio Verbano. Non saranno mai individuati. Il giorno del funerale la rabbia e il dolore sono enormi, infatti dopo la cerimonia scoppiarono violenti tafferugli. I giornali, come spesso accadeva negli anni di piombo quando a morire erano ragazzi di destra, definiranno Angelo come un violento squadrista e presenteranno la solita falsa tesi della faida interna. Angelo Mancia era coraggioso, carismatico, sempre in prima linea. Purtroppo la sua vita,come quella di tanti altri, era di serie B e la sua morte non ha ancora avuto giustizia.

Delgio

 

Angelo Mancia

La favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude

Poeta, giornalista, politico, militare, inspiratore di eroiche gesta… Gabriele D’Annunzio rivestì ognuno di questi ruoli in maniera personalissima e sfacciata al punto da essere chiamato “Vate”, cioè una figura capace di esprimere a pieno lo spirito del suo tempo (una sorta di weltgeist hegeliano) e porsi come guida spirituale di un gruppo di uomini. Nato a Pescara nel 1863, D’Annunzio, non appena concluse gli studi liceali, si recò a Roma affascinato dai salotti della nobiltà romana facendosi notare per il suo edonismo e stile di vita eccessivo; inizialmente giornalista per sostenere il suo sfarzoso stile di vita, riscosse un notevole successo che lo portò, nel 1889, il suo primo romanzo dove veniva presentata la figura autobiografica dell’esteta decadente. Soggiornò in varie parti d’Italia, tra cui Napoli e Firenze, dove accrebbe la sua fama che raggiunse il culmine durante la Prima Guerra Mondiale, durante questo periodo intraprese un’energica propaganda interventista che lo spinse a partecipare a due famose imprese: il volo su Vienna e la Beffa di Buccari; D’Annunzio durante la guerra si spostò continuamente da un corpo all’altro del Regio Esercito con lo scopo di incoraggiare gli animi dei soldati affascinati dalla sua figura ormai famosa in tutto il mondo. Al termine della guerra, benchè fosse tra i pluridecorati dell’Esercito, il Vate si fece portatore del malcontento nato in seguito alla “vittoria mutilata” che ottenne l’Italia ed inspirato dal Programma di Sansepolcro, il 12 Settembre 1919, insieme ad un manipolo di Arditi, raggiunse Fiume con lo scopo di annetterla all’Italia come sancito dal Patto di Londra (1915); qui nacque una delle esperienze più affascinanti del ‘900 che vide nascere, grazie all’aiuto di Alceste De Ambris, la Carta costituente del Carnaro . “Hic manebimus optime” (Qui staremo benissimo), questo era il motto con cui D’Annunzio volle esprimere la fermezza degli Arditi nel continuare l’occupazione, ma nel 1920 con il Trattato di Rapallo, dove veniva riconosciuta l’indipendenza dello Stato libero di Fiume da parte di Italia e Jugoslavia, il Poeta e gli Arditi si videro traditi da una Patria asservita ai poteri degli Stati più forti; Il 24 Dicembre dello stesso anno il Regio Esercito assediò Fiume, la battaglia durò per tre giorni con l’Esercito Fiumano ormai allo stremo ed il 28 Dicembre D’Annunzio accettò le condizioni del Trattato. Deluso dall’esperienza fiumana si ritirò in una villa di Cargnacco (che passerà alla storia col nome di Vittoriale degli italiani) e da lì seguì l’ascesa del suo caro amico Benito Mussolini mantenendone sempre le distanze, « A tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido ». Morì il 1° Marzo del 1938 salutato da imponenti funerali di Stato voluti dal Regime e da una presenza massiccia della popolazione. Il Vate, grazie alle sue carismatiche gesta, fu capace di offrire agli italiani un riscatto dalla situazione paludosa post Prima Guerra Mondiale in cui si trovava la Nazione, cercò sempre di concretizzare in sé la figura del Superuomo sia in maniera esteriore che spirituale non facendo altro che accrescere il novero delle leggende sul suo conto; mentre la classe politica giolittiana non faceva altro che annuire alle pretese degli altri paesi vincitori (Inghilterra, Francia e Russia), D’Annunzio si fece carico del malcontento che si aggirava tra i reduci di guerra e tra alcuni socialisti che da lì a poco sarebbero stati capaci di sconvolgere tutto l’assetto politico del Paese.D'Annunzio e Mussolini