Angelo Mancia:un altro omicidio senza giustizia

Angelo Mancia era come un padre per tutti i giovani camerati della sezione Talenti, di cui era il responsabile. Figlio di umili commercianti e lavorava come fattorino al “Secolo d’Italia”, ma la sua grande passione, oltre la Lazio, era la politica. Nel suo quartiere era molto conosciuto e soprattutto aveva un grande carisma che affascinava i tanti giovani della sezione dell’MSI di Talenti,di cui era responsabile. Negli anni di piombo il quartiere era circondato da veri e propri feudi rossi come il Tufello o Val Melaina, in cui operava un fortissimo collettivo dell’autonomia operaia. Gli scontri, durissimi, erano all’ordine del giorno e Angelo era sempre in prima linea, spesso anche fuori le scuole per aiutare i giovani camerati in difficoltà con il nemico rosso. Nonostante gli scontri e le aggressioni “Manciokan”, come veniva soprannominato, era riuscito a creare un gruppo compatto e unito, dove ai momenti di militanza e serietà si alternavano momenti di svago e aggregazione. Purtroppo il destino busserá alla porta di Angelo Mancia la mattina del 14 marzo 1980. In città la situazione era particolarmente tesa; Valerio Verbano, giovane autonomo, era stato ucciso nella sua abitazione e l’Autonomia Operaia aveva giurato vendetta -“100 carogne nere non basteranno”- si leggeva sui manifesti. La mattina del 14 marzo Angelo esce di casa per andare a lavoro come tutte le mattine senza però mai giungerci. Non fa che pochi passi, quando, ad un tratto, si sente chiamare per nome: a chiamarlo sono tre persone in camice bianco, vestiti da infermieri, che sono scese dal retro di un furgone parcheggiato lì di fronte. Voltandosi di scatto viene colpito da una pallottola, ma non cade, rimane in piedi ed immediatamente lancia contro i suoi aguzzini il suo “Benelli”. Inizia a correre ma sfortunatamente viene raggiunto alle spalle dai colpi di pistola. Cade in un lago di sangue e mentre agonizza sull’asfalto viene finito con un colpo alla testa. Questo efferato omicidio viene rivendicato dai “compagni organizzati in volante rossa” che accusano Angelo di essere il mandante dell’omicidio Verbano. Non saranno mai individuati. Il giorno del funerale la rabbia e il dolore sono enormi, infatti dopo la cerimonia scoppiarono violenti tafferugli. I giornali, come spesso accadeva negli anni di piombo quando a morire erano ragazzi di destra, definiranno Angelo come un violento squadrista e presenteranno la solita falsa tesi della faida interna. Angelo Mancia era coraggioso, carismatico, sempre in prima linea. Purtroppo la sua vita,come quella di tanti altri, era di serie B e la sua morte non ha ancora avuto giustizia.

Delgio

 

Angelo Mancia

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