San Sepolcro, 23 Marzo 1919: Per una più grande Italia.

Per poter scrivere esaustivamente di quel che accadde nel fatidico 23 marzo 1919, è indispensabile parlare del contesto storico, economico e politico dell’Italia post-prima guerra mondiale. E’ un periodo di grande crisi. L’Italia è uscita profondamente ferita dalla grande guerra; essa ha dato alla Vittoria un tributo di circa 520.000 morti e 900.000 feriti, di cui 200.000 mutilati. Inoltre, la sua economia è così depressa da sembrare distrutta da un ciclone. Per affrontare le spese dell’interminabile conflitto, infatti, è stato necessario imporre obblighi finanziari sproporzionati alle risorse reali del paese. Le imprese private sono totalmente disorganizzate, incapaci di distribuire servizi, ma soprattutto il tanto agognato lavoro. Il tutto è, poi, aggravato dalla crisi politica. L’Italia del 19 era ancora uno stato giovane: era sorto solo mezzo secolo prima. Aveva ereditato un mosaico di principati più o meno dispotici, ma nei quali i despoti non avevano lasciato sempre cattivi ricordi, come i Gran Duchi di Toscana ed i Principi di Parma. Nella penisola, il parlamentarismo rappresentava una innovazione recente, quasi una importazione straniera. Era senza tradizioni e senza radici. <<Il regime parlamentare>> , scrive Maurice Vaussard, <<non era stato che una facciata, nel senso che il suffragio ristretto e l’enorme proporzione dell’elettorato contadino, l’avevano, di fatto, messo in mano alle oligarchie>>. Insomma, un regime falsamente democratico e senza solide fondamenta. Tutte condizioni che sono propizie a imprese rivoluzionarie. E’ in questo contesto che il 23 marzo 1919 a piazza San Sepolcro a Milano, in una sala presa a prestito dal “Circolo degli interessi industriali e commerciali”, Benito Mussolini dichiara costituiti “I fasci degli operai e dei combattenti”.  Questa prima riunione raggruppava dai 200 ai 300 partecipanti , ed erano, per la maggior parte, gente del popolo minuto, provenienti dall’interventismo rivoluzionario, socialisti ed operai corridoniani, anarchici repubblicani, arditi e volontari di guerra. Nulla fu casuale, nemmeno la scelta del nome. Il fascio, infatti, oltre ad essere un simbolo della Roma imperiale, indicava l’eterogeneità delle forze che componevano questo primo nucleo del fascismo. Forze che, come le verghe di un unico fascio, appunto, dovevano concorrere nella costruzione e formazione di una più grande Patria. Ed è proprio questa eterogeneità “funzionale” ad essere la cifra del fascismo sansepolcrista. Questa caratteristica, infatti, la ritroviamo all’interno del manifesto programmatico, in cui si spazia da principi repubblicani a principi anticapistalistici. Il tutto, però, suffragato da alcune laconiche, ma rivoluzionarie intuizioni. Per la prima volta in assoluto si parla di suffragio universale, di voto e di eleggibilità per le donne, nonché di abbassamento del minimo di età per gli elettori a 18 anni, di salari minimi, di orario lavorativo abbassato ad otto ore e di partecipazione degli operai alla distribuzione degli utili delle imprese. Insomma, un vero e proprio programma avanguardista che, già nel 19, parla di diritti e di conquiste che paesi democraticissimi come l’Inghilterra raggiungeranno circa dieci anni dopo. Ma non è solo questo. Questioni come la diversificazione del ruolo del senato e dei beni della chiesa, sono tutt’ora lontani dall’essere risolti da questa repubblica democratica che troppo spesso, in virtù della propria nauseabonda esterofilia, porge lo sguardo verso stati lontani, senza attingere alla sua storia ed alla sua tradizione. Tutto questo a causa del non aver ancora fatto i conti con la propria storia, e del vivere nel continuo paradosso di professarsi democraticamente antifascista, ma continuare a servirsi e fregiarsi di servizi e conquiste che risalgono a quel periodo ed a quel genio tutto italico che seppe fare del pragmatismo l’alfabeto della modernità. Appare chiaro, quindi, come all’uomo del ventunesimo secolo altro non resta che orientare ed orientarsi attraverso questi uomini e questi programmi, avendo fede nelle parole che Dumas fa dire a Beauchamp ne “Il Conte di Montecristo” . Ossia che “le idee non muoiono mai. Talvolta sonnecchiano per poi destarsi più forti di prima.”

Pampa.

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