Quando il suicidio è rivolta.

« Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite. Mi ribello contro la fatalità del destino. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari, prima su tutti la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà millenaria. Mentre difendo l’identità di tutti i popoli a casa propria, mi ribello nel contempo contro il crimine che mira alla sostituzione dei nostri popoli. »
Con queste ultime parole Dominique Venner il 21 Maggio del duemilatredici decide di togliersi la vita nella cattedrale di Notre Dame.

Nato a Parigi il 16 Aprile del ’35, si arruolò come volontario nell’esercito francese durante la guerra di indipendenza algerina, da sempre vicino alla’area della destra francese (infatti militò in Jeune Nation e nell’OAS, gruppo paramilitare che appoggiò il mantenimento francese della colonia algerina) si interessò alla formazione dell’humus culturale della sua area politica con la fondazione della rivista Europe-Action e dell’Istituto di studi occidentale.
Nei suoi scritti, Venner si ribellò contro la completa perdita dei valori spirituali della società moderna che era vista ormai priva di valori e di identità, due elementi necessari alla coscienza di un popolo; in virtù di tali motivi decise, il 21 Maggio del 2013, di compiere quell’estremo gesto che rende capace l’uomo moderno di “ribellarsi contro la fatalità del destino”, di smuovere gli animi ed insorgere, gesto compiuto in un luogo simbolo della tradizione europea: la cattedrale di Notre Dame dove nel 1804 Napoleone Bonaparte, conscio dell’importanza dell’edificio, si incoronò Imperatore. Suoi illustri “predecessori” furono il cecoslovacco Jan Palach ed il giapponese Yukio Mishima: il primo decise di darsi fuoco affinchè la sua lotta antisovietica non passasse inosservata davanti gli occhi di tutta l’Europa, il secondo si suicidò, attraverso il rituale tipico dei samurai: il seppuku, per risvegliare il Giappone dal suo servilismo nei confronti degli Stati uniti dovuto al Trattato di San Francisco del ‘51 attraverso le seguenti parole: ” Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. “.

Dominique Venner, insieme ai personaggi sopracitati, è riuscito a dare un profondo significato ad un gesto considerato , grazie alla morale cristiana, come folle e sconsiderato compiuto da individui che non hanno cura di sé; ma proprio questo ultimo punto viene confutato dagli scritti che tali “martiri” hanno lasciato a noi, nei quali si invita a ribellarsi all’ignavia che caratterizza l’uomo moderno (come fece a suo tempo, ma con metodi completamente differenti, il nostro Dante Alighieri nel III canto dell’Inferno).

Sbrescia

 

Ricordando Walter Spedicato

Walter Spedicato nacque a Novoli il 26 Ottobre 1947. Fu una delle figure più importanti del mondo nazionalrivoluzionario, convinto tercierista e nazionalista europeo. La sua attività politica iniziò con i tumulti del ’68, nelle fila del movimento studentesco di Giurisprudenza, dove si distinse nell’occupazione della facoltà. Dopo l’esperienza universitaria fondò Lotta di popolo, un movimento che all’inizio degli anni ‘70 costituì una valida alternativa alla politica di sistema del MSI. Dopo lo scioglimento di Lotta di popolo nel 1974, Walter, insieme ad altri camerati, gestì la “Libreria Romana”, luogo di incontro e formazione per molti camerati. Qui, infatti, avvenne la riunione che sancì la nascita di “Terza posizione” a cui aderì senza un ruolo ben definito, ma partecipò attivamente all’attività politica anche se fu da subito acceso avversario della lotta armata; il che non gli impedì, per spirito cameratesco, di condividere le peripezie con i camerati di TP e NAR. Nel 1980 a seguito dell’intensificarsi della repressione, venne accusato ingiustamente e per evitare la cattura, scelse la latitanza in Francia. Purtroppo rimarrà in esilio fino alla sua morte nel 1992, avvenuta a Parigi a causa di una malattia alle arterie. Durante i suoi dodici anni di latitanza, ritornò più volte clandestinamente in Italia cercando di rilanciare la dinamica politica. Recentemente in un’intervista, Gabriele Adinolfi lo ha ricordato con una frase significativa di Alain de Benoist, che rappresenta adeguatamente ciò che ha fatto Walter Spedicato: “Chi muore per una causa santa muore in pace anche in terra straniera”.

Delgio.

SP