Baby gang: l’ultimo fallimento della società

Negli ultimi giorni il cosiddetto fenomeno delle “baby gang” sta acquistando sempre più notorietà grazie a social e media che parlano di bande di ragazzini che aggrediscono, anche solo per puro divertimento, cittadini isolati, siano essi loro coetanei o no. Si parla de «l’ultima delle “mode” diffusesi tra i giovani delinquenti», in particolar modo nelle periferie e nelle province della nostra città.

Urgono però dei chiarimenti in merito a questo che rischia di apparire, agli occhi della pubblica opinione, come il risultato di una cattiva influenza da parte di web e serie tv.

Possiamo esordire dicendo che questi comportamenti non sono certo una novità. Sono infatti praticati da anni, tuttavia, a differenza del passato, la loro diffusione mediatica è facilitata notevolmente dai social networks sui quali, per denuncia o per vanto, vengono diffusi i video delle aggressioni.

Ciò ovviamente non vuol dire che tali episodi non vadano stigmatizzati e condannati ma che, fare manifestazioni di plateale indignazione è quantomeno ipocrita se non ci si chiede da cosa abbiano origine questi comportamenti e cosa si possa fare per arginarli.

È certamente necessario sottolineare che il chiedere punizioni esemplari per dei ragazzini o la militarizzazione dei quartieri è quantomeno iperbolico, oltre che palesemente fuori luogo.

Non si può infatti pensare di sopperire ad una prolungata assenza delle istituzioni nei rioni e nei quartieri inserendo dei blindati che non sortirebbero alcun effetto da un punto di vista sociale e culturale. L’esercito dovrebbe essere impiegato, in particolar modo nella nostra regione, per una vera e propria guerra alla criminalità organizzata, e non per mostrare la presenza di uno Stato che fino al giorno prima ha lasciato intere zone senza punti aggregativi per giovanissimi e anziani, mal collegate e, spesso, sprovviste dei principali servizi.

D’altronde bisogna anche pensare a riformare e a dare alternative alla vita di strada a coloro i quali abbiano fatto scelte errate, di modo che, una volta usciti dalle carceri, non ricadano in atteggiamenti criminosi e non vadano a costituire manovalanza e terreno fertile per l’operato di organizzazioni mafiose.

Uno Stato degno di questo nome ha dunque il dovere non solo di prevenire questi fenomeni, dando alternative ai giovani e convogliando la loro vitalità in attività produttive ed edificanti, ma anche di non precludere un futuro dignitoso a coloro che abbiano commesso degli errori.

Insomma, sbattere il mostro in prima pagina e abbandonarlo, poi, per passare a notizie più redditizie è a dir poco infame. L’indignazione dei buonisti che ieri manifestavano contro la camorra ed oggi, sull’onda del successo, sono passati a mostrarsi sconvolti per la criminalità adolescenziale non è certamente da meno.

Abbia dunque la decenza di tacere chi non sa di che parla e soprattutto chi sfrutta, in modo parassitario e falso – oltre che spesso incoerente -, queste situazioni per un proprio tornaconto politico.

Cioppi

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