Il trionfo del lavoro: la rivoluzione di Nicola Bombacci

Non sintesi, ma idea pura. Non dottrina, ma applicazione. Non rigidità, ma dinamismo. Il pensiero di Bombacci attraverso la sua vita.

«Caro mio, già una volta sono stato tacciato di tradimento. Due volte traditore, no. Io parto. Sarà quel che sarà», così Cesare Rossi riporta la risposta di Nicola Bombacci ad un amico che cercava di convincerlo a non partire per Salò, una frase che ricorda molto l’accorato saluto di Berto Ricci quando questi partì da Napoli per la Libia: “Nella vita si può smettere di credere una volta. E io l’ho già fatto ripudiando la mia militanza anarchica. Non posso rifarlo: diventerebbe un mestiere”, ma entrambi sapevano in cuor loro di non aver mai tradito nulla e nessuno. Quando Bombacci fu esposto a Piazzale Loreto, sul suo cadavere appesero una targa con su scritto “Supertraditore”, e con lo stesso aggettivo Luigi Longo lo indicò quando parlò al volgo lì riunito: “Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più”. Eppure, coloro che lo hanno sempre accusato di tradimento sono stati gli stessi che hanno obbedito in maniera servile ai piani di Stati Uniti e Gran Bretagna, gli odiati stati capitalisti; che hanno lasciato in balia dei bolscevichi migliaia di prigionieri italiani; che hanno permesso le vessazioni a danno del nostro popolo in Istria. Hanno cercato di eliminarlo dalla memoria collettiva, di farlo passare come personaggio di nicchia o semplice collaboratore di un regime tirannico e violento, ma la sua vita è il modo migliore per smentire tutte queste menzogne. È l’esatta dimostrazione dell’originalità e della correttezza delle sue idee rivoluzionarie, varie ma estremamente coerenti. Ma procediamo con ordine.

Nicola Bombacci nasce il 24 ottobre del 1879 a Civitella di Romagna, paese a 12 chilometri di distanza in linea d’aria da Predappio. Nel 1904 si diploma a Forlimpopoli come maestro di scuola elementare ricevendo, di lì a poco, i suoi primi incarichi. Grazie al suo nuovo mestiere nel 1906 conoscerà e diverrà amico di Benito Mussolini; entrambi fino ad allora avevano avuto trascorsi simili: di umili origini (Mussolini era figlio di un fabbro, Bombacci di un carrettiere), avevano frequentato la stessa scuola ed erano diventati insegnanti, ma soprattutto li accomunava la lunga e movimentata militanza nel Partito socialista. I ruoli assunti all’interno delle federazioni locali li fecero incontrare in più di un’occasione, ma all’entrata in guerra dell’Italia le loro strade si divisero a causa dell’espulsione di Mussolini per la sua decisa posizione interventista. Bombacci continuò il suo attivismo all’interno del PSI come esponente della corrente socialista massimalista fino a divenirne uno dei segretari. Lo scoppio della Rivoluzione russa lo portò a mettersi in contatto con vari leader bolscevichi e a partecipare con una delegazione al II congresso dell’Internazionale Comunista. Questa ulteriore radicalizzazione delle sue idee politiche lo spingerà, nel 1921, a partecipare alla scissione dal Partito Socialista per fondare il Partito Comunista d’Italia assieme a Bordiga e Gramsci.

Avverso all’integralismo dell’ala ordinovista di Gramsci e Terracini, col tempo, assunse un atteggiamento critico verso la dirigenza del suo stesso partito, che accusava di essere autoreferenziale e troppo votata alla discussione teorica. L’esperienza politica del primo ‘900 e del biennio rosso gli avevano insegnato una comunicazione diretta e aggressiva col popolo, completamente diversa da quella dei sermoni degli intellettuali; credeva che l’azione rivoluzionaria in sé fosse l’elemento fondamentale per mobilitare il proletariato e quindi creare nuove condizioni sociali, di conseguenza le teorie politiche avevano un ruolo secondario. Un pensiero che presentava numerosissime somiglianze con il sindacalismo rivoluzionario (con la differenza che quest’ultimo non riconosceva il ruolo di un organo politico centrale per coordinare i rapporti di produzione), di cui l’esponente principale in Italia al tempo era Alceste de Ambris, uno dei più noti partecipanti all’Impresa di Fiume, autore, assieme a D’Annunzio, della Carta del Carnaro. Non è un caso che, proprio riferendosi alla ribellione fiumana, Bombacci affermò: “il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario”.

La sua ben nota amicizia con Lenin gli faceva scudo dalle accuse di tradimento mosse da varie voci interne al partito e alimentate dalle simpatie che provava per altri movimenti rivoluzionari, primo fra tutti il neonato Partito Nazionale Fascista. Dopo la marcia su Roma, si era spesso confrontato con il leader della rivoluzione d’ottobre circa una possibile alleanza tra fascisti e comunisti italiani, al fine di tramandare all’interno delle nuove strutture corporative e sindacali il concetto di lotta di classe. Con il favore di Lenin e i suoi ministri, Bombacci cercò di concretizzare questo processo di avvicinamento a partire dalla sua battaglia per il riconoscimento dell’URSS in parlamento. Il socialista romagnolo rappresentò il punto di svolta nella decisione finale, su cui il gruppo parlamentare fascista si trovava fortemente diviso.

Con la morte di Lenin nel 1924 e la successione di Stalin come capo supremo, Bombacci si trovò privo di protezione quando, nel 1927, il nuovo segretario filostalinista Palmiro Togliatti decretò la sua espulsione. Già esautorato da ogni incarico politico, quando scattò l’ondata di arresti nei confronti degli esponenti del Partito Comunista e la messa al bando di quest’ultimo, “Nicolino” (come veniva chiamato dagli amici) fu l’unico ad essere risparmiato. Come racconta Sergio Romano in un suo articolo sul Corriere “Quando il suo nome apparve fra quelli contro i quali la polizia politica suggeriva qualche provvedimento, il capo del governo lo depennò e disse bruscamente: «Di questo mi occupo io».” E così fu. Durante tutto il periodo tra il 1927 e il 1930 visse con la famiglia a Roma in difficili condizioni economiche, e l’oramai Duce Benito Mussolini, amico di vecchia data, provvide a pagare le cure del figlio Wladimiro. Fino al 1935 lavora presso l’ICE (Istituto Cinematografia Educativa) su raccomandazione di un altro vecchio compagno di lotte, Leandro Arpinati.

In questi anni sviluppò una genuina ammirazione per il suo vecchio “compagno” di partito e per le sue riforme, come testimoniato dal frequente scambio di lettere. Nel 1936 gli fu concesso di dirigere la rivista politica “La Verità” (nome che rimanda alla “Pravda” sovietica), in cui continuò ad esporre le sue tesi a favore di un’alleanza tra il governo sovietico e quello italiano fascista. Questa idea aveva già inziato da tempo a diffondersi all’interno dei vecchi ambienti socialisti e sindacalisti che sostenevano il regime, come testimoniato dagli scritti di Sergio Panunzio, che parlava di “punti d’irradiazione delle due grandi rivoluzioni moderne”. Nel maggio 1936 Bordiga, che nel frattempo era stato cacciato dal PCI e dalla Terza Internazionale sempre su ordine di Togliatti, scriveva sulle sue memorie: “Mosca oggi è così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri con quello italiano per uscirne sconfitto.” Gli indubbi vantaggi economici per entrambi i Paesi, isolati economicamente dalle altre potenze occidentali, li avevano quindi avviati ad un progressivo avvicinamento diplomatico, che fu interrotto solo dal patto Molotov-Ribbentrop, con il quale la Germania si sostituì bruscamente all’Italia nei rapporti con la Russia. Ancora una volta però la posizione di Bombacci si dimostrava anticonformista rispetto a quella ufficiale: nonostante vedesse di buon occhio questi legami che lui stesso aveva voluto e contribuito a formare, non mancò mai di criticare le condizioni disumane dei lavoratori dell’Unione Sovietica, e prima del 1941, fu più volte richiamato dal Ministero della Cultura Popolare per alcuni suoi articoli. In uno di questi, dal titolo “Questo è il bolscevismo”, scriverà: “Nella Russia di Stalin l’operaio e i contadini non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali.”Il sogno socialista poteva dirsi realizzato più nel progetto corporativo fascista che in quello sovietico. Di questo Bombacci era certo, molto più di altri intellettuali fascisti “di sinistra” come Berto Ricci e Ugo Spirito. Per lui il fine dello stato socialista, come per Marx, doveva essere il benessere e la partecipazione dei lavoratori, e l’Unione Sovietica del tempo non ne dava nemmeno la parvenza.

Tra le pagine de “La Verità”, in cui trattava di politica interna, parlava con tanto entusiasmo delle nuove riforme sociali quanto con risentimento dei conservatori filomonarchici che cercavano di limitarle. Furono infatti questi, il 25 luglio del ’43, a volere l’arresto di Mussolini e a consegnare il sud Italia agli Alleati. Dopo la sua liberazione Bombacci intravide ancora un barlume di speranza, e l’11 dicembre inviò un’emozionata lettera allo stesso Duce per chiedergli di poter aderire alla Repubblica Sociale. A differenza del periodo di regime, a Salò ebbe la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del nuovo Stato pur non avendo mai avuto la tessera del partito o ricevuto incarichi rilevanti: aiutò a redigere il Manifesto di Verona, si fece curatore delle nuove leggi corporative (come il decreto del 12 febbraio 1944 sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende) e tenne numerosi comizi nelle varie fabbriche del nord per portare agli operai le notizie delle nuove riforme e convincerli a difendere la repubblica. Dirà nel suo ultimo famoso discorso a Genova del 15 marzo 1945: “…ora il Duce si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo stato proletario!” Ma ormai la guerra era quasi giunta al termine. Al suo di discorso seguirà quello del Duce il 23 marzo, dopodiché entrambi lasceranno insieme Milano per dirigersi in Valtellina. In luoghi separati, verranno giustiziati a Dongo il 28 aprile dai partigiani. Gli aguzzini probabilmente saranno rimasti increduli a sentir pronunciare come ultime parole di Nicolino “Viva l’Italia! Viva il socialismo!”

“Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro.” – La Verità, 6 aprile 1936

Saturno

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