E videro a festa sventolar il vessillo Tricolor!

La storia della città di Trieste è tra le più articolate e avvincenti d’Italia. Rappresenta un esempio di orgoglio e virtù, e celebra la Sovranità italiana esaltando le gesta di coloro che hanno combattuto per difendere i confini del proprio legittimo Stato. Ma, prima di arrivare alla definitiva annessione di Trieste all’Italia, è bene fare un passo indietro e ricordare, en passant, le vicende significative che hanno coinvolto i cittadini triestini, fino al 26 ottobre del 1954, data, a partire dalla quale, la città resterà territorio Italiano. Già durante la Prima Guerra di Indipendenza Italiana (1848-49), i nostri patrioti, tentarono di liberarsi dal dominio austriaco. Durante questa guerra, infatti, gli insorti nazionalisti, riuscirono a cacciare, seppur temporaneamente, gli austriaci dalla maggioranza dei territori appartenenti al Regno Lombardo-Veneto. Le truppe italiane, non adeguatamente equipaggiate ma animate dal solo, grande, sentimento di insurrezione, erano in netto svantaggio rispetto agli uomini guidati del generale Radetzky: si parla di 7.000 unità italiane contro le 80.000 austriache. Gli Italiani, guidati dal Re di Piemonte Carlo Alberto, dal comandante Eusebio Bava e dai generali Antonio Franzini e Ettore De Sonnaz registrarono come prima vittoria quella di Governolo, poi quella del ponte di Goito e, ancora, quella di Goito, puntando così verso Verona. La battaglia finale si tenne a Santa Lucia, nei pressi della città scaligera, dove gli Italiani, prima di soccombere alla violenta controffensiva austriaca, resistettero per tre giorni. Trieste rimaneva così ancora sotto la dominazione austriaca.

Garibaldi, che in quel momento si trovava in America latina, venuto a conoscenza della sconfitta subita, rientrò subito in Patria con l’intento di organizzare un esercito, più efficiente e più moderno, fatto di volontari capaci di percorrere instancabilmente la Penisola. Siamo nel 1859 e storicamente, si parla della Seconda Guerra di Indipendenza Italiana. Al fianco degli Italiani, questa volta, ci sono i francesi che, in accordo ai Trattati di Plombières del 1858 stipulati tra Napoleone III e Cavour, intervengono al fine di spezzare la morsa austriaca sui territori italiani. Alla notizia di tali Patti, gli austriaci, dopo aver chiuso ogni forma di negoziato con l’Italia, dichiarano guerra all’Alleanza. Stavolta il bilancio sarà però diverso, e numerose vittorie in favore degli Italiani saranno sancite per mano dell’esercito guidato dal Ministro della Guerra Enrico Morozzo della Rocca, che aveva già partecipato alla Prima Guerra di Indipendenza. “I cacciatori delle Alpi” conquistarono tre delle maggiori città sotto il controllo austriaco, ovvero Varese, Brescia e Bergamo. Garibaldi, giunto oramai alle porte del Trentino, dovette fermarsi su ordine di Cavour. Cessarono così, con l’armistizio di Villafranca, le ostilità della Seconda Guerra di Indipendenza. Gli Italiani erano arrivati ad un passo da Trieste e dalla fatidica Unità. La città rimase tuttavia, anche questa volta, sotto il dominio invasore, covando sentimenti di insofferenza e sviluppando quell’Irredentismo che portò Guglielmo Oberdan all’impiccagione per aver complottato l’assassinio di Francesco Giuseppe I, Imperatore d’Austria. Secondo un rapporto ufficiale Oberdan esclamò in punto di morte: «Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero!». Questi sentimenti viscerali di appartenenza all’Italia, si tradussero, allo scoppio della Grande Guerra, con diserzioni da parte di Irredentisti – tra cui gli intellettuali Scipio Slataper, Ruggero Timeus e Carlo Stuparich – che decisero di non unirsi all’esercito austro-ungarico. Aderirono infatti ad un movimento filo irredentista denominato “La Lega Nazionale”. Ostinati e coraggiosi, cacciarono gli austriaci invasori e ripresero il controllo di alcune città italiane occupate, tra cui Trieste. Dopo la terza battaglia del Piave – più comunemente conosciuta come battaglia di Vittorio Veneto -, che sancì definitivamente la sconfitta austriaca, l’esercito nazionale fu libero di entrare nella città e issare il Tricolore. L’annessione ufficiale avvenne con la stipulazione del Trattato di Rapallo.

Durante il Fascismo la città fu travolta da un notevole sviluppo voluto dal Duce, attraverso politiche economiche mirate soprattutto per il settore industriale. Il porto di Trieste divenne, ad esempio, un importante polo di riferimento per l’economia e il commercio della Nazione intera. Ma i cambiamenti furono anche di matrice culturale: fu avviata a Trieste e in tutta la Venezia Giulia, una politica di restringimento delle minoranze allogene e l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Nel 1929 l’insegnamento in sloveno, e in altre lingue slave, fu vietato nelle scuole pubbliche. L’obiettivo era quello di integrare in maniera efficace e ragionata – a differenza dei giorni nostri – i gruppi etnici minoritari.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale provocò nuovamente l’insorgere di problemi di natura etnica a Trieste, a causa dei tentativi di invasione da parte dei Paesi Jugoslavi, ma il governo respinse prontamente i facinorosi e restaurò l’ordine. Il 3 settembre del 1943, però, a Cassibile, in provincia di Siracusa, viene firmato segretamente l’armistizio con quelli che il pensiero unico dominante definisce alleati. Quel giorno, viene scritta una delle pagine più miserabili dell’intera storia d’Italia. I vili architetti del tradimento nazionale sono: Pietro Badoglio, Vittorio Emanuele III, Pietro d’Acquarone, Vittorio Ambrosio, Mario Roatta, Giacomo Carboni e Giuseppe Castellano. Sarà proprio quest’ultimo a firmare a nome dell’Italia intera. In Istria e nell’entroterra carsico triestino si diede inizio a stragi a tappeto ai danni di chi aveva la sola colpa di essere Italiano. Sotto l’ufficioso controllo tedesco, le città furono più volte furono assaltate dal CNL, con la scusa della “liberazione”, ma ardentemente gli italiani difesero fino all’estremo sacrificio le loro mura fin quando le incursioni comuniste non ebbero il sopravvento. Le uccisioni contro gli oppositori, e i simpatizzanti del governo Fascista si intensificarono e raggiunsero l’apice a Trieste, con l’entrata in città dell’esercito Jugoslavo che assunse il comando della polizia locale. Durante il periodo di occupazione jugoslava furono effettuate dalla polizia titina requisizioni, confische, e arresti di numerosi cittadini italiani anche solo se ritenuti inaffidabili per posizione sociale, censo e origine familiare. Nell’immediato dopoguerra si arriverà ai massacri delle Foibe: eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia – indistintamente dall’aderenza politica – da parte dei partigiani e dell’OZNA. Gli scampati al massacro furono costretti a fuggire da quelle zone che erano ora jugoslave. Con gli accordi di Belgrado i territori della Venezia Giulia vennero divisi in due zone, al di sotto di queste venne creata una zona militarmente libera posta sotto il controllo dell’ONU. Proprio in questa zona cominciarono le prime ribellioni da parte della popolazione italiana, che raggiunsero il culmine nella Rivolta di Trieste, ai primi di novembre del 1953. Il 4 si celebrava la Festa della Vittoria Italiana e molti triestini andarono a rendere omaggio ai propri caduti al Sacrario militare di Redipuglia, valicando il posto di blocco di Duino ed entrando dunque in territorio italiano. Al rientro, ebbero luogo le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste fece issare sulla torre del municipio il Tricolore al posto della bandiera rosso-alabardata. Il giorno successivo fu indetto, per protesta, uno sciopero generale, e i triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il governo militare occupante. I poliziotti inglesi, che si trovavano nella zona A, retta dal Governo Militare Alleato, agli ordini del generale Winterton, spararono uccidendo quattro dimostranti: Emilio Bassa, Leonardo “Nardino” Manzi, Saverio Montano e Francesco Paglia. Truppe americane, estranee agli avvenimenti, intervennero e le autorità cittadine protestarono energicamente contro gli autori del barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare la truppa inglese e la polizia civile nel giorno del funerale delle vittime. In seguito a queste tensioni e violente dispute che si tennero nei mesi successivi tra i governi occupanti e l’Italia, fu sottoscritto il 5 ottobre 1954 fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, il “Memorandum di Londra”, nel quale si stabiliva il passaggio di pertinenza della Zona A dall’amministrazione militare alleata a quella civile italiana. Trieste torna Italiana ufficialmente il 26 ottobre 1954 con il passaggio anche della zona B allo stato italiano. Allora e per sempre.

Nibbio

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