Rino Gaetano? Eppur ci piace!

“Caso unico” nel panorama artistico italiano di tutti i tempi; uomo nobile di spirito, eterno saggio, cercatore riluttante di verità, poeta oscuro di trobadorica maniera – ma popolare -, cantautore visionario, patriota sentimentale.

Salvatore Antonio Gaetano, per tutti “Rino”, nasce a Crotone il 29 ottobre del 1950 e si trasferisce a Roma all’età di dieci anni con la famiglia. Nonostante il così breve vissuto in Calabria, porterà sempre con sé quella straordinaria ricchezza ereditaria tipicamente meridionale costituita da valori semplici e orgoglio contadino. In Ad esempio a me piace il sud, ode tenera e spontanea, restituisce in maniera quasi fotografica le immagini di quell’attaccamento e rispetto della terra, non solo intesa come terra natale ma anche come lucreziana “terras frugiferentis”: quella «coi fichi d’india e le spine dei cardi». Con quello stesso timbro vocale ruvido, quasi “sporco” dà voce alla denuncia sociale di Agapito Malteni il ferroviere, macchinista «utopista» di Manfredonia, che stanco di vedere la sua gente partire escogita un piano per permettere ai suoi compaesani di non scappare più a cercare fortuna, e lo svela all’altro macchinista, «buono come lui, ma meno utopista». Agapito vuole mettere freno all’emigrazione interna e quindi allo spopolamento forzoso che porta all’emarginazione dei piccoli centri e all’alienazione operaia nelle fabbriche del nord.

A Roma, da ragazzo, comincia a prendere parte alle serate del Folkstudio, locale romano frequentato da artisti emergenti, e subito si rivelano incompatibili i rapporti con i vari Venditti e De Gregori. Rino è un genio, un dissacratore, un anticonformista vero. La distanza intellettiva e culturale che lo separa da questi sedicenti e autoreferenziali “cantautori impegnati” è netta sin da principio, come è subito chiaro quanto poco Rino si rispecchiasse negli ideali di quel tipo di sinistra, rappresentata da borghesi benestanti senza guizzi e senza coraggio. Si sentiranno presi in giro, da questo «erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, e del surrealismo più antico». Rino, intanto, che “impegnato” lo era sul serio, recita Majakovskij, indossa i panni di un guitto interpretando l’alienato Estragone di Beckett e la volpe del Pinocchio di Bene. Consegue anche il diploma di ragioneria nel frattempo e per un periodo accetta di lavorare in banca, solo perché glielo chiede il papà, scettico sulla possibilità di vivere scrivendo canzoni. Si affaccerà con timidezza al piccolo pubblico, con lo pseudonimo di Kammamuri’s, in omaggio al ciclo dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari, con il brano I love you Marianna dedicato all’amata nonna. Comincia pian piano a delinearsi con fermezza il suo stile unico, impossibile da etichettare, la sua vocazione popolare, e produttori e critici musicali iniziano ad accorgersi di lui.

Nel 1976 viene diffuso il singolo Berta Filava. Il titolo prende spunto dall’espressione proverbiale: “E’ passato il tempo in cui Berta filava”, in riferimento a Bertalda di Laon, moglie di Pipino il Breve, stando quindi ad indicare un tempo ormai finito, lontano dal presente. Tuttavia, il tempo che viene snocciolato è quello contemporaneo al cantautore, che si serve del paradosso storico per raccontare una vicenda marcia e piuttosto complicata della storia d’Italia. Nel 1976 c’è stata una crisi di governo -presieduto da Aldo Moro, che allora si era aperto segretamente al PCI- acuita dallo scandalo Lockheed: un caso di corruzione che coinvolse la Democrazia Cristiana, la quale aveva ricevuto grosse tangenti per l’acquisto di velivoli americani per l’aeronautica italiana. «Berta filava con Mario e con Gino, e nasceva il bambino che non era di Mario e non era di Gino» canta Rino. Chi sono dunque questi personaggi? Berta si identificherebbe con Robert Gross, presidente della Lockheed, che “filava” (dunque intesseva rapporti, beninteso, sottobanco) con Mario Tanassi e Gino Gui, Ministri della Difesa, coinvolti nell’inchiesta. Ma da questo rapporto nasce un bambino che non è né dell’uno né dell’altro. Chi è il bambino? E soprattutto, di chi è? Il bambino rappresenterebbe la responsabilità di questo caso di corruzione, e Rino sembrerebbe sottintendere che la responsabilità della crisi e dello scandalo governativo, non è stata propriamente la loro, i ministri sono serviti semplicemente da capri espiatori per occultare personaggi ancor più rilevanti. Durante un concerto in Puglia, nello stesso anno, Rino, sulle note di Berta Filava parla così al suo pubblico: «Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie. E’ uno dei più grossi calzaturieri. E’ uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. E’ uno che ha la freccia bianca in testa. Lui ha inventato diversi termini, è un grosso filologo. Ha inventato le convergenze parallele e la congiuntura, tutte queste cose che tendono a non chiarire nulla… è una cosa dispersiva. Io l’anno scorso ho scritto una cosa ancora più dispersiva, dedicandola a questi personaggi del mondo della politica e di altri mondi. Questa sera la voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia».  E probabilmente, per questo «nasceva il bambino che urlava e piangeva».

Nel 1978 Rino partecipa a Sanremo con Gianna con in testa l’emblematica tuba nera (regalatagli da Renato Zero) e l’ukulele. Avrebbe voluto cantare Nun te reggae più, ma poiché particolarmente accusatoria nei confronti di personaggi noti, i suoi produttori glielo vietano. Fa ugualmente scalpore la sola presenza di Gaetano lì. Non tutti i suoi fan però la prendono bene, considerando Sanremo un festival commerciale e sostanzialmente “di sistema”. Quando poi lo intervistano sul perché ci fosse andato, il cantautore risponde che Sanremo non significava niente, non a caso la sua partecipazione è avvenuta con Gianna, canzone che non significa niente, appunto. Un’altra risposta, più spinta è stata: «perché chi gioca a Sanremo» non pensa a «chi vive in baracca», riprendendo due incisi della sua Ma il cielo è sempre più blu, uscita tre anni prima.

Nun te reggae più la canterà comunque da Maurizio Costanzo, nella trasmissione “Acquario”, in presenza anche di Susanna Agnelli, entrambi citati per nome e cognome nella lunga lista di denuncia di persone e fatti non propriamente trasparenti d’Italia. Costanzo sembra prendersi gioco di lui compassionevolmente, presentandolo come un pagliaccio che si diverte a musicare elenchi telefonici. Rino risponde a tono, condannando senza censure ma col sorriso e la spensieratezza: «ministri – ironicamente – puliti», «buffoni di corte – quella dei potenti –», «il grasso ventre dei commendatori» che affamano gli altri, i sempreverdi «evasori legalizzati», chi possiede le auto blu, «l’avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli»  sempre presenti senza alcun titolo legittimo negli affari di Stato, il già citato Maurizio Costanzo, membro della loggia P2, il sopravvalutato Villaggio, l’impegnato Guccini. Un inno alla verità, scritto e cantato da un uomo libero, lontano anni luce dalla prostituzione intellettuale a cui assistiamo oggi. Nella prima stesura del brano erano presenti anche Michele Sindona, Aldo Moro e Camillo Crociani. Tra un «ejalalà» e un «nun te reggae più» c’è una voce fuori campo che, imitando l’accento sardo di Berlinguer, interrompe dicendo: «mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio, disponibile al confronto…» e un’altra voce gli risponde sarcasticamente negando quanto detto. Mette in ridicolo così l’uomo di punta del PCI e il partito stesso, che agli occhi dell’opinione pubblica voleva apparire come aperto al confronto e al dialogo, quando poi, nei fatti, si occupava di promuovere l’antifascismo, e di tentare di zittire ed ostacolare l’operato di coloro che non fossero in linea con il suo pensiero. Ne Le beatitudini tra i beati, appunto, troviamo: «gli arrivisti, i nobili e i padroni … specie se comunisti!». Rino aveva intuito una realtà che allora si stava formando, e che oggi risulta imperante: quella della dittatura cattocomunista, subdola, silenziosa, cloroformizzante che ha indirizzato il pensiero, formattato le coscienze e distrutto le diversità di vedute e di opinione attraverso propaganda, libri di storia e programmi televisivi.

Nel 1979 durante un concerto a Capocotta, spiaggia nota alle cronache per il delitto Montesi che coinvolse noti personaggi del partito democristiano, Rino grida: «C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni che grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale e si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta!». In una delle ultime canzoni, E io ci sto, confessa di voler andare avanti con la sua guerra, costi quel che costi. La guerra a cui fa riferimento è la stessa che noi cerchiamo di combattere ogni giorno contro chi vorrebbe processarci per azioni commesse da altri, con l’intento di cancellare e mortificare le nostre idee politiche, contro chi non è capace di discutere perché privo di argomenti, proposte, idee. La guerra che facciamo contro i «beati potenti», e i servi di essi, che si riempiono la bocca con la costituzione, la democrazia – «e chi ce l’ha», sottolinea Rino -, la libertà. Ma che in realtà, di quella libertà che ha prodotto il Fascismo, hanno ancora paura e fa ancora tremare le gambe ai vecchi corrotti e ai politici mestieranti.

Rino morirà, a soli trent’anni, allo stesso modo e nelle stesse condizioni di Renzo, personaggio della sua Ballata, il 2 giugno 1981. Già qualche mese prima un veicolo contro mano distrusse la sua auto, lasciandolo però illeso. Allo stesso modo, quando si ripresenta la medesima situazione, stavolta rimane gravemente ferito. I soccorsi tardano ad arrivare, viene portato in condizioni disperate prima al Policlinico Umberto I, che pare non avere i giusti mezzi per aiutarlo, da lì vengono contattati altri ospedali e nessuno di questi si rende disponibile ad accoglierlo. Tre di questi nosocomi contattati sono tra quelli che lasceranno morire Renzo; al san Camillo infatti, non lo vollero per l’orario, al san Giovanni non lo accettarono per lo sciopero e al Policlinico lo respinsero perché mancava il vicecapo. Morto Renzo, nemmeno per la sepoltura c’è posto. Morto Rino, inizialmente non vogliono seppellirlo al Verano, dove ora riposa, “beato”, lasciando a noi «critici ed esegeti di questa sua canzone» un esempio di reale impegno sociale e di onestà umana e intellettuale.

Marta

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