Cento anni dalla Vittoria: per continuare a combattere

Il 4 novembre 2018 si celebrano i cento anni dalla Vittoria riportata dal Popolo Italiano nella Grande Guerra. Un’impresa eroica riportata attraverso anni di dura lotta, che hanno rinsaldato quell’identità di Nazione ai figli d’Italia.

Il quadro storico in cui si configura l’entrata in Guerra del Regno d’Italia va analizzato sin dall’anno dell’Unificazione, avvenuta nel marzo 1861. Infatti negli anni successivi a questa data, in conseguenza dell’occupazione francese della Tunisia – conquista non ben vista dal governo italiano, che aveva già mire espansionistiche in quella zona -, l’Italia nella data del 20 maggio 1882, stringe un accordo (la Triplice Alleanza) con l’Impero tedesco e con quello asburgico di Austria e Ungheria, contrapposto alla Triplice Intesa tra Francia, Gran Bretagna e Russia.

Erano quelli, anni in cui l’Europa stava ridefinendo le alleanze interne e in cui nuove nazioni, come la giovane Italia, giocavano un ruolo chiave nei rapporti di forza e nelle strategie geopolitiche da mettere in campo. In questi anni in cui gli interessi e le mire espansionistiche erano enormi, allo stesso tempo due nuove grandi potenze sorgevano al di là degli oceani, gli Stati Uniti d’America e il Giappone. Va poi considerato l’impatto della Rivoluzione Industriale del XIX secolo, che stava ridisegnando i sistemi di produzione, e che avrebbe inciso irreversibilmente sugli assetti economico-sociali del mondo. All’interno di questo quadro mutevole e in continuo divenire, si colloca l’ambizione coloniale d’Italia nel 1911 per la Campagna di Libia. Dopo un anno, il conflitto vedrà l’Italia trionfare sul nemico ottomano che fino a quel momento aveva regnato su quei territori, e che intanto perdeva anche i protettorati nei Balcani. La situazione politica europea si faceva sempre più calda ed instabile, proprio nella penisola balcanica forti erano i moti irredentisti slavi; ormai insofferenti nei confronti dell’occupazione asburgica gruppi nazionalisti serbi e bosniaci cominciavano a rivendicare i propri territori e l’indipendenza. Fu in questo infuocato contesto che, il 28 giugno 1914, si arriva all’attentato di Sarajevo, in cui il giovane patriota serbo-bosniaco Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e Ungheria. Questo episodio fu la scintilla a far scoppiare il primo conflitto mondiale.

L’Italia all’inizio della Guerra ritenne opportuno rimanerne fuori: il governo Salandra prendeva la decisione definitiva di rimanere neutrale al conflitto il 3 agosto 1914, in seguito alla riunione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, i movimenti interventisti all’interno della nostra nazione erano forti soprattutto fra i nazionalisti, e prendevano progressivamente consenso anche tra il resto della popolazione. Forte era la spinta di molti intellettuali dell’epoca che, rinvigoriti dallo spirito di Patria e identità nazionale, spingevano per la liberazione dei territori della penisola italica occupati dagli austro-ungarici; spinta che doveva essere finalizzata alla riconquista dei territori irredenti appartenenti al Regno d’Italia. Nasce in quel periodo il Popolo d’Italia, organo di stampa guidato dall’interventista Benito Mussolini, sulle cui pagine Mussolini stesso, il 10 novembre 1914, scrisse «il vecchio antipatriottismo è tramontato» e, cinque giorni dopo, nel famoso articolo Audacia, tuonò «Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria». Il nazionalista Alfredo Rocco, spingeva affinché le correnti cattoliche fossero partecipi nella riscoperta dello spirito d’amor di Patria ritrovato e, alla necessità per la Chiesa cattolica, di dare sostegno alla ricomposizione di un blocco sociale capace di adempiere alle nuove sfide a cui la nazione veniva chiamata. Sempre Rocco sul Dovere Nazionale, auspicava una nuova destra «capace di andare oltre le idiosincrasie delle elitès tradizionali della destra salandriana».

Fondamentale fu la partecipazione a Genova il 5 maggio 1915, durante le imponenti manifestazioni per l’anniversario dell’impresa di Garibaldi con i Mille, dell’intellettuale Gabriele d’Annunzio che, nella sua orazione a Quarto, fu capace di colpire l’animo delle folle in ascolto attraverso versi pieni di sacralità. Versi volti a far rifiorire nello spirito degli Italiani la fondamentale opera di civilizzazione e cultura che aveva nei secoli contraddistinto la penisola che si adagiava nel Mediterraneo, attraverso uomini e popoli che avevano scritto e cambiato il volto del mondo, destino che nelle parole del d’Annunzio risuonava come ancora proprio della nazione italica: «Non catasta d’acacia né di lentisco né di mirto ma di maschie anime egli oggi dimanda, o Italiani. Non altro più vuole. E lo spirito di sacrifizio, che è il suo spirito stesso, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla ebbe, domani griderà sul tumulto del sacro incendio: `Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia!´. O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero. Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore. Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta. Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Fu questa l’alba di un nuovo nascente fermento, indomito e poderoso d’amor di Patria. Fu questa l’alba in cui, sotto un nuovo sole che imponeva all’Italia e ai suoi figli di risorgere ancora una volta, il Regno d’Italia, il 23 maggio 1915, decideva di scendere in armi per liberare i territori occupati di Trento e di Trieste dal nemico asburgico, dopo aver abbandonato la Triplice Alleanza e aver trovato nuovi appoggi nella Francia e nella Gran Bretagna.

Una grandiosa macchina industriale per la produzione di nuovi armamenti per la guerra che l’esercito italiano si apprestava ad affrontare veniva messa in moto. Migliaia di giovani soldati e ufficiali si schierarono al fronte nord dove si dovevano conquistare i territori sottratti, dal Trentino Alto Adige al Friuli Venezia Giulia. Fu il coraggio degli uomini e delle donne Italiani a portare al conseguimento della grande Vittoria. Impavidi uomini in armi che combatterono senza sosta contro il nemico in territori difficili e impervi come quelli alpini e carsici, impavide donne contribuirono a mandare avanti la Nazione, senza dimenticare i loro uomini al fronte che non abbandonarono mai; un divampante moto unanime che avrebbe ridefinito i confini dello stato nazionale, e che avrebbe consegnato all’eternità quei giorni.

Furono dure le prove delle più sofferte e cocenti sconfitte subite, ma il nostro esercito fu capace di unione nei momenti più difficili e di reazione quando tutto sembrava perduto, come dopo la disfatta di Caporetto, in cui molte furono le perdite tra le fila italiane. Quello stesso esercito che fu però capace sul fiume Piave di opporre una strenua resistenza al nemico e che, grazie anche alle doti strategiche di ufficiali come Armando Diaz, seppe riorganizzare le truppe sul fronte, e portare a compimento ciò per cui la Patria li aveva chiamati: così, il 3 novembre 1918 le truppe italiane liberavano le città di Trento e Trieste.

Dopo anni l’Italia tornava a riappropriarsi di quelle terre irredente, unendo un popolo ancora una volta sotto un’unica bandiera, unito sotto un unico ideale di identità e di nazione. Un’impresa che necessita oggi più che mai di essere ricordata, e quel mistico spirito che aveva mosso le genti e ridestato gli animi a nuovi orizzonti di libertà, di essere consacrato per sempre alla storia.
Oggi come allora ricordiamo quei guerrieri, quegli eroi che, per amore dell’Italia e della sua cultura e identità millenarie, hanno combattuto per consegnarci una Patria in cui riconoscerci, in cui vivere liberi e sovrani.

Italo Lupo

 

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