Dallo spazio interiore al mondo esteriore: J.G. Ballard

Perversioni, violenze, individualismo e follia, ovvero come James Ballard ha compreso e raccontato la miseria del mondo contemporaneo

James Graham Ballard nasce a Shangai il 15 novembre del 1930 da genitori britannici ivi residenti per lavoro. Quando l’Impero Giapponese entra in guerra al fianco della Germania contro gli Alleati, nel dicembre del 1941, ancora adolescente, viene separato dalla sua famiglia e internato in un campo di prigionia fino alla fine della guerra. Nel 1984 racconterà di questo periodo nel romanzo autobiografico L’Impero del Sole. Nel 1946 si trasferisce in Gran Bretagna, iscrivendosi alla facoltà di medicina del King’s College di Cambridge, con l’intenzione di conseguire la laurea e diventare psichiatra; dopo due anni tuttavia interrompe gli studi per dedicarsi alla scrittura, dopo l’illuminante lettura dell’Ulisse di Joyce. Negli anni ’50 presta servizio nella Royal Air Force e durante un soggiorno in Canada viene a conoscenza del genere fantascientifico, rimanendo affascinato dalle sue potenzialità. Tornato in patria, comincia a lavorare per diverse riviste a tema sci-fi scrivendo serie di racconti, tra cui una famosa tetralogia di romanzi a tema apocalittico: la Tetralogia degli Elementi, nelle cui trame iniziano a delinearsi i caratteri psicologici tipici dei suoi personaggi. Da qui in poi inizia la sua brillante carriera, concependo una dopo l’altra le sue opere, in cui mette a nudo gli aspetti più terribili e nascosti della società postmoderna.

Proprio a Ballard viene attribuita la nascita della corrente New Wave, di cui i critici rilevano le caratteristiche fondamentali nel suo articolo Which Way to Inner Space?, pubblicato sulla rivista New Worlds nel 1962. Qui espone programmaticamente il rifiuto per i temi mainstream della science fiction: racconti intrisi di romanticismo e spirito d’avventura fatti per diletto del pubblico, per dare spazio ad un’angosciosa indagine su ciò che veramente l’uomo teme e sa di non conoscere, ovvero se stesso e i suoi simili. Il rapido cambiamento dell’individuo in funzione della società di massa è stato forse il tema più importante della letteratura postmodernista, e la fantascienza non poteva essere l’unico genere a rimanere in disparte, fingendo di non rilevare il potenziale distruttivo di questi mutamenti.

«I maggiori progressi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra», in questa affermazione viene stabilito che il vero genere fantascientifico doveva concentrarsi sull’analisi del cambiamento, evidenziarne gli aspetti più negativi, e portarli alle estreme conseguenze. Un metodo che aveva già in parte visto la sua attuazione in altre famose opere, come 1984 di George Orwell o Brave New World di Aldous Huxley, ma Ballard azzarda un approccio diverso e più audace: non scrive di ucronie o distopie ambientate in un lontano futuro, ma costruisce una realtà parallela uguale o simile alla nostra. Nulla in queste “finte realtà” è diverso dalla nostra, ma il giovane James se ne serve per mettere a fuoco, uno ad uno, quelle parti di essa che altrimenti non riusciremmo a percepire (o ignoriamo volutamente). Come accade negli esperimenti scientifici, lo scrittore pone l’accento su un solo caso per volta, e descrive la sua evoluzione in un ambiente reale, di cui lui stesso altera le condizioni per favorirne la trasformazione e quindi la comprensione.

«Docu­mentare i disagevoli piaceri del vivere in questo glauco paradiso è divenuto sempre più il compito precipuo della fantascienza» scriverà l’autore in Crash, opera del 1973.
Influenzato sia dalla filosofia esistenzialista che dagli artisti della beat generation, James sviluppa una buona parte dei suoi racconti intorno a personaggi inquieti, egoisti, dominati da istinti primitivi e desideri perversi. La causa principale di questi strani comportamenti è la monotonia che fa da sfondo ad ogni ambientazione; essa è nell’aria e nelle strade in cui avvengono le vicende (spesso periferie di grandi città), come una coltre opaca che reprime le emozioni umane in favore di una vita costituita esclusivamente di abitudini e priva di stimoli, che rende la mente dell’individuo un terreno fertile per i messaggi trasmessi da una società dominante corrotta. Partendo da questo argomento centrale si diramano tutti gli altri temi dei suoi romanzi: la sessualità deviata in Crash, l’alienazione e il conflitto sociale ne Il Condominio, la violenta ribellione al nucleo familiare in Running Wild, il bisogno di rivolta della borghesia cittadina e la critica al consumismo nella tetralogia di Cocaine Nights.
In Regno a venire, ultimo romanzo di Ballard, che va concludere la tetralogia iniziata proprio con Cocaine Nights, e proseguita con Super-Cannes  e Millennium People, questi scrive: «I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti da benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione…».
In queste opere il conflitto psicologico sia interiore che esteriore tra i protagonisti e chi li circonda è raccontato in modo quasi matematico; un’abilità dovuta sicuramente ai suoi due anni di studi a Cambridge per diventare psichiatra (come dichiarerà lui stesso: «fiction is a branch of neurology»). Non è difficile infatti percepire gli influssi Junghiani e Freudiani nella sua narrazione, fra cui la tematica ricorrente dei tabù infranti, ovvero della nevrosi causata dall’inibizione dell’azione che inevitabilmente porta a compierla, quella dell’inconscio collettivo che si esprime nell’archetipo della violenza, e infine quella della libido. Queste tre tematiche si fondono nel romanzo Crash: l’attrazione sessuale per gli incidenti stradali, per la fusione tra il corpo contorto delle vittime con gli scheletri in ferro delle macchine, portano il protagonista a cercare qualcuno con cui condividere questo piacere proibito al fine di convincersi che sia normale. La sessualità è la parte più vulnerabile della psiche umana, la prima a venire intaccata dai cambiamenti repentini della società, e allo stesso tempo quella che teniamo più a freno. Venuto meno quest’autocontrollo gli istinti animaleschi prendono il sopravvento, e l’uomo cade vittima di se stesso (come succede ad esempio per Vaugham, co-protagonista del libro).

«Sesso e paranoia sono i nostri fantasmi. Presto la morte delle facoltà emotive spalancherà la strada ai piaceri concreti, tutti. Il dolore, la mutilazione… e il sesso saranno l’habitat perfetto per quello che diventerà il mito e l’incubo del XXI secolo: il concetto di possibilità illimitata».
Oltre a redarguirci riguardo i pericoli del consumismo, l’autore britannico sta puntando il dito contro l’ingenuità dell’uomo? Sta forse dicendo che è l’irrazionalità la causa di ogni male? Al contrario, in Ballard è la ragione l’artefice della regressione dell’uomo allo stato animalesco. Non si tratta di una critica sulla falsariga del buon selvaggio rousseauiano, l’uomo è comunque pericoloso se privo di raziocinio, ma lo è ancora di più quando la ragione stessa lo porta ad autodistruggersi, e lo fa costruendo norme sociali fondate solo sulla libertà personale, sostenute da morali prive di contenuti e valori insignificanti, quelle che oggi noi definiremmo con l’espressione “political correctness”. L’estremo e unico atto di ribellione di un individuo oppresso da questo circolo vizioso diventa quindi la follia, la condizione irrazionale per eccellenza.
«In un mondo completamente sano, la pazzia è l’unica libertà» sosterrà.
In questo sconnesso mondo in rovina, chi primeggia e lo comanda sono proprio quelli che ne fanno le regole senza poi rispettarle, chi rende le persone schiave della libertà, assoggettandole ai falsi bisogni materiali. E diciamo “chi” invece di “cosa”, perché anche se Ballard si riferisce, nella sua ultima e più importante serie di libri, al consumismo e alla massificazione come fossero dei fenomeni inspiegabili, egli sa che in realtà sono originati e determinati da persone in carne ed ossa, non solo da apparecchiature d’acciaio e plastica. Per questa riflessione prende pienamente spunto dalla critica sociale del filosofo della Scuola di Francoforte Herbert Marcuse, che già nel suo più famoso testo L’uomo a una dimensione, uscito nel 1964, parlava di una società industriale totalizzante, di una “democratica non-libertà”, dove i bisogni dell’uomo vengono ridotti all’atavico desiderio del produrre e consumare, e dove gli stessi tentativi di ribellione vengono inglobati e irretiti.

Il periodo che va dalla fine degli anni ’50 del XX secolo al primo decennio del XXI è senza dubbio la fase in cui si sono concentrati la maggior parte dei cambiamenti più radicali della storia dell’intera umanità: le rivendicazioni di nuovi diritti civili hanno portato all’abbandono di valori considerati obsoleti, l’enorme crescita economica e la distribuzione della ricchezza ha creato nuovi bisogni sia materiali che spirituali, le scoperte scientifiche hanno allargato gli orizzonti della conoscenza oltre limiti impensabili. Tutto questo viene positivamente definito “progresso”. Ma come Ballard ci ha mostrato, questo “progresso” altro non è che una chimera, un nemico insidioso e misterioso, capace di corrodere il tessuto sociale dell’intera umanità passando totalmente inosservato. Difendersi dai suoi effetti non è per niente facile, bisogna mettere da parte le convenzionali certezze, richiede volontà e sacrificio, ma soprattutto la conoscenza delle sue cause e dei suoi mezzi di propagazione; ed è in questo che le opere di James Graham Ballard, scrittore e critico del suo e del nostro tempo, ci affiancano in questa lunghissima ed aspra lotta per la verità e la sopravvivenza.

 

Saturno

 

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