Lemmy Kilmister: Lo ricordiamo per pura insolenza, alla faccia di chi ce lo chiede!

Il 28 dicembre 2015 ci lasciava il grande Ian Fraser Kilmister, carismatico frontman, bassista e fondatore dei Motörhead, iconica band inglese. “Lemmy” – come racconta nella sua biografia – aveva ricevuto quel soprannome all’età di 10 anni quando, spostatosi ad Anglesey, un’isola gallese nel Mare d’Irlanda, dalla natìa Burslem, nello Staffordshire, veniva chiamato con quel nomignolo che in slang voleva dire “Caprone”.

Ebbene, chissà quanti di quelli che lo definivano in questo modo avrebbero mai pensato che “Lemmy” sarebbe diventato il nome associato da milioni di persone ad uno dei più grandi artisti rock ‘n’ roll di sempre.

Ian inizò presto ad affacciarsi al mondo della musica, fondando e partecipando, negli anni dell’adolescenza, a molti gruppi che ebbero però storia breve. Un’importante esperienza musicale – oltre che di vita – la ebbe nel ’67 quando a 22 anni viaggiò per sei mesi in qualità di tecnico nel tour del leggendario Jimi Hendrix e dei The Nice. Qualche anno più tardi, nel 1972, entrò a far parte degli Hawkwind, per i quali, oltre ad essere basso e voce scrisse molte canzoni. Fu proprio dall’ultima di queste che nel 1975, una volta lasciato il progetto e aver fondato una nuova band, Lemmy trasse quel nome che sarebbe poi diventato una pietra miliare della musica heavy metal e non: Motörhead.

Il gruppo mosse i primi passi sotto l’etichetta Stiff, pubblicando Leaving Here. Nello stesso anno lasciarono la casa discografica e si spostarono con la Chiswick Records pubblicando nel 1977 il primo ed omonimo album. Sempre sotto questa etichetta furono pubblicate alcune compilation nelle quali si alternavano i pezzi dei vari gruppi che erano sotto contratto con la Chiswick. Tra gli altri ricordiamo in particolare Long Shots, Dead Certs And Odds On Favourites, compilation nella quale compaiono anche gli Skrewdriver. Ebbene sì, perché a conferma delle voci che hanno sempre parlato di una particolare amicizia tra i due gruppi vi è anche questo album, oltre che un concerto alla King George’s Hall di Blackburn di cui però non sono mai state reperite prove fotografiche. A ricordarlo con piacere ci sono però sempre state le testimonianze di Ron Hartley, chitarrista della prima formazione degli Skrewdriver, e lo stesso Ian Stuart Donaldson. Proprio con Ian Stuart, Lemmy ha sempre intrattenuto una forte amicizia, tanto che alcuni rumors mai effettivamente comprovati parlerebbero di una corona di fiori mandata dal frontman dei Motörhead al funerale dell’amico.

Dopo aver abbandonato anche la Chiswick passarono alla Bronze Records con la quale pubblicarono diversi album, tra cui Overkill che rappresentò la svolta del gruppo e li consacrò al successo. Con questa etichetta incisero molti lavori, fino a quando, nel 1990, si arrivò ad una rottura.

Questo evento fu comunque positivo per la carriera della band che fu contattata dalla Sony Music. Dopo la firma del contratto, i Motörhead pubblicarono l’album 1916, in cui l’omonimo brano scritto proprio da Lemmy, racconta la storia di un sedicenne che parte volontario per andare al fronte, consapevole che non tornerà a casa, ma conscio che il suo sacrificio lo porterà ad affiancare gli eroi che lo precedettero nelle lotte per la patria.
L’anno seguente, nel 1992, sempre sotto l’egida della Sony uscì l’album March Or Die, in cui, ancora una volta, la title track scritta dal leader del gruppo, esamina la guerra, e partendo dai pensieri di un giovane soldato arriva a criticare quelle guerre mosse da pochi potenti in nome di meri interessi economici che portano alla morte di migliaia di uomini e alla devastazione del pianeta.

Nel 1993 Lemmy, assieme al resto del gruppo, che nel frattempo ha avuto diversi cambi di formazione, decise di alzare ancora di più il tiro e proseguire sulla strada intrapresa tempo prima con 1916, pubblicando Bastards: disco che analizza e glorifica i combattenti della Seconda Guerra Mondiale. La tematica è pero troppo scottante per Sony, che abbandona il gruppo. Nonostante il parere contrario delle major, Lemmy e i suoi decidono ugualmente di pubblicarlo per un’etichetta indipendente. Questo ebbe ovvie ripercussioni sulle vendite dell’opera, che risultò tra le meno redditizie del periodo. Tra i pezzi che compongono l’album spicca senza dubbio Death Or Glory, un magnifico testo di elogio a tutti quei soldati che combattendo in nome di un’idea hanno immolato la propria vita.

Molti gruppi del genere con testi simili avrebbero firmato la loro esclusione dalle scene, ma lo stesso non si può dire per Lemmy e i suoi che invece, già poco tempo dopo pubblicarono un nuovo album, Sacrifice. D’altronde come afferma anche Kilmister in Make ‘Em Blind «[…] The path is made for us […]You’ll never understand, we bear your names but not your guilt, we do not like the world you built», che sembra dire «Hey amico, noi siamo i Motörhead e facciamo il cazzo che ci pare!» .

E lo hanno fatto, ricordando a tutti, di tanto in tanto, con chi avevano a che fare portando avanti l’attitudine che contraddistingueva il loro stile. E lo dicevano così, come gli veniva più semplice, senza mezzi termini e senza mandare qualcuno a dirtelo. Te lo dicevano nel modo più chiaro possibile che loro non li potevi calmare o addomesticare: «We are Motörhead born to kick your ass!».

Certo negli anni non sono certo mancate le critiche da parte dei soliti perbenisti che cercavano di mettere all’angolo Lemmy, non solo per i testi del gruppo, ma anche per quella sua passione per i cimeli nazionalsocialisti e sudisti. Dopotutto se pensiamo al leader dei Motörhead non possiamo non ricordarlo con un cappello da confederato, con qualche mostrina delle SS e con una croce di ferro in bella vista.

Tutto ciò gli costò anche delle controversie legali quando, nel 2008, posò in alcuni scatti per un giornale tedesco con un berretto tedesco con un Totenkopf, dal momento che nella «Germania più libera – e paranoica – della storia», un articolo del codice penale vieta l’esposizione di qualunque simbolo risalente al III Reich.

Lemmy liquidò tutti quelli che provarono a montare il caso mediatico sulla faccenda a modo suo, con quell’irriverenza e quel fare politicamente scorretto che sembrava ricordare a quegli smemorati con chi avessero a che fare: «Adesso ti racconto qualcosa di storia. Sin dagli inizi, i ragazzi peggiori erano quelli che indossavano le uniformi più belle. Napoleone, i confederati, i nazisti, avevano tutti delle uniformi spettacolari. Voglio dire, le uniformi delle SS sono fottutamente belle! Erano le rock star dell’epoca, cosa vuoi farci? Erano semplicemente belle. Non venirmi a dire che sono nazista solo perché possiedo queste uniformi. Nel 1967 ho avuto la prima fidanzata di colore e da allora ne ho avute tante altre. Non capisco il razzismo e non l’ho mai nemmeno considerato». Una frase che sembra tra l’altro ricalcare quella di un altro grande artista, David Bowie, che affermò che Adolf Hitler era stato la prima vera rockstar. E proprio a Bowie, Lemmy dedicò un tributo, con una cover di Heroes pubblicata nell’album postumo Under Cöver. Quel Bowie che aveva altresì subito un arresto al confine russo-polacco per materiale nazionalsocialista. Ma questa – come si dice in questi casi – è un’altra storia.

Insomma anche questa faccenda era chiarita per Lemmy. Eppure qualche sprovveduto ci riprovò tirando nuovamente in ballo la storia della Germania Nazionalsocialista e lui, anziché ritrattare tutto come avrebbe fatto il moneymaker di turno, fece le dovute precisazioni: «Non possiedo solo roba nazista, colleziono oggetti d’epoca delle nazioni dell’Asse ma anche di paesi che non ne facevano propriamente parte come Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia o Ungheria». E tutti questi cimeli erano fieramente mostrati agli avventori della sua casa che talvolta, shockati, si sentivano dire dal padrone di casa «Alla mia ragazza afro-americana mica danno fastidio, perché dovrebbero darne a te».

Beh se a lei non davano fastidio a noi non possono che fare estremamente piacere e darci un ulteriore motivo per apprezzare non solo l’artista ma anche l’uomo che – se anche non si può certo definire fascista – ha fatto dell’anticonformismo e della coerenza uno stile di vita.

Una volta il The Guardian gli chiese perché lo facesse e la sua risposta fu chiara, d’altronde quale poteva essere se non «È pura insolenza, alla faccia di chi continua a chiedermelo».

Insomma, nonostante il tempo Lemmy Kilmister rimarrà senza dubbio uno di quei personaggi di cui non ci si dimenticherà e che rimarranno nella storia per essersi presi violentemente il posto che gli spettava nella scena. Chi ama il rock dovrebbe ringraziare Lemmy per aver ricordato a tutti, fino alla fine – e anche oltre -, cosa volesse dire essere davvero un rocker, vale a dire, per citare Jack Black in School Of Rock: «Combattere il potente!» (possibilmente facendolo morire sbigottito).

BORN TO LOSE, LIVE TO WIN!

Cioppi Cioppi

 

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Il Solstizio d’Inverno: la (Ri)nascita

 Con Solstizio d’Inverno viene indicato il momento in cui il Sole, durante il suo moto apparente, raggiunge il punto più distante dall’equatore celeste, nonché il più prossimo all’orizzonte. In termini di tempo questo fenomeno si traduce nell’accorciamento definitivo delle ore di luce del giorno nel nostro emisfero, rendendo la data in cui avviene (21 dicembre negli anni solari, il 22 durante quelli bisestili) anche la giornata più corta dell’anno.

Nonostante ciò, il significato che le popolazioni antiche avvezze a studiare il movimento degli astri attribuivano all’evento non era l’inizio della stagione fredda, con i suoi effetti devastanti e il suo clima rigido, bensì veniva inteso come rigenerazione della natura, che indebolita  ma non annientata  dal gelo, avrebbe ripreso a partire da questo periodo il suo lento corso. È proprio a partire dal Solstizio invernale infatti che la stella madre tornaprogressivamente a risplendere per più tempo nel cielo, fino al raggiungimento dello zenit durante quello estivo.Tale principio rigenerativo poteva essere ricollegatoall’anniversario della nascita di una divinità rappresentante il Sole stesso, come nel caso di egizi, aztechi, maya e, come vedremo più avanti, per i persiani; nel caso dei popoli europei, le celebrazioni si riferivano non alla venuta al mondo di un essere divino, ma alla sua resurrezione in una nuova forma, una vita rinata.

Nell’Alban Arthan celtico come nello Yule germanico il rinnovamento del ciclo solare, ad esempio, veniva festeggiato adornando gli spazi con piante sempreverdi, quali tronchi di abeti, rami di vischio e di agrifoglio, simboli di persistenza alle intemperie e di rifioritura. Nel Korochun slavo si celebrava, attraverso canti e danze dette Kolyadki, la morte del dio del sole autunnale Hors per mano di Chernobog (il “dio nero) che sarebbe poi risorto nella nuova forma di Koliada, dio del sole invernale. Per i greci il Solstizio d’Inverno segnalaval’apertura di un passaggio all’Olimpo, grazie al quale si diceva che anche divinità infernali o dimoranti sulla Terra potessero accedervi per banchettare al fianco di quelle olimpie; nel Solstizio d’Estate ciò avveniva per il mondo degli uomini, ponendo quindi un collegamento tra un mondo finito in continuo cambiamento ed uno immutabile, privo di spazio e di tempo, che insiemecostituiscono l’equilibrio dell’universo. Nella religione romana i due giorni erano dedicati inizialmente all’antichissima figura di Giano Bifronte, protettore delle porte, dell’inizio e della fine, a cui Numa Pompilio, secondo re di Roma, dedicò anche il primo mese dell’anno, Ianuarius (Gennaio).

Successivamente al culto del dio a due facce se ne aggiunse un altro, quello di Saturno (corrispondente al greco Kronos, e per questo celebrato con Graeco ritu) rappresentante lo scorrere degli eventi, il prima e il dopo, ed era anch’esso, come il dio a due facce, associato alla fertilità. Le due divinità si completavano a vicenda in quanto a virtù e facoltà, e a lungo regnarono insieme nel Lazio, donando la civiltà ai suoi primi abitanti. Il loro mitico regno segnò un lungo periodo di pace e prosperità per gli uomini, indicato come Età dell’Oro, privo di conflitti o distinzioni sociali, poiché i beni erano ripartiti equamente tra tutti e ottenibili senza lavorare la terra, dalla quale crescevano spontaneamente. In ricordo di quest’epoca, i Romani instituirono i Saturnalia, che secondo la tradizione furono importati dai compagni di Ercole rimasti in Italia; furono ufficializzati nel 217 a.C., e inizialmente comprendevano solo il giorno 17 del mese di dicembre, si allungaronosotto il principato di Domiziano fino al 23.

Tali giorni, che Catullo definì <<optimum dierum>> mentreOrazio <<libertas Decembri>>, si festeggiavano tra banchetti pubblici e privati, offerte agli dei, giochi di gruppo ed azzardo, balli e fiere: tutto questo in un clima di divieto di svolgere lavori, vestirsi con abiti ufficiosi,avere lutti e soprattutto, completamente a spese dello Stato. Era di uso comune anche lo scambio di regali augurali (detti strenne, in riferimento ai rami del bosco sacro della dea Strenia) tra commensali, mentre nel giorno 19, detto Sigillaria, venivano donati giocattoli, candele o figurine di cera. In questo clima pacifico e festoso, nelle strade tutti si salutavano scandendo le parole “Io, Saturnalia!” come augurio. Una particolare usanza inoltre imponeva a tutti gli abitanti dell’Urbe di invertire i propri ruoli per tutta la durata delle celebrazioni: gli schiavi diventavano ufficialmenteuomini liberi e venivano serviti dai padroni, i senatori e i nobili di rango equestre venivano sbeffeggiati liberamente dalla plebe mentre indossavano buffi costumi, uno di loro veniva eletto <<saturnalicius princeps>> , che vestito come un vero e proprio imperatore (abiti purpurei e faccia colorata di rosso, segno della sua divinizzazione), organizzava i preparativi delle feste e qualsiasi suo comando, anche il più assurdo, andava eseguito. Attraverso questo sconvolgimento dell’ordine costituito i Romani inauguravano un tempo nuovo separandosi dal precedente.

L’epoca aurea terminò quando, sconfitto nella Titanomachia, Saturno venne esiliato nuovamente da Giove nelle profondità della terra (nella versione greca del mito viene rinchiuso nel Tartaro assieme agli altri titani). Virgilio, nella quarta ecloga delle Bucoliche, annuncia che questa epoca si sarebbe potuta ripresentaresolo con il ritorno del figlio di Urano, reincarnatosi nel corpo di un bambino. Quindi nel Medioevo la figura del dio del tempo si trasformò in quella del Dio cristiano, ed il puer venne identificato in Gesù Cristo. E’ curioso notare anche come la divinità rappresentante lo scorrere del tempo e l’avvenire, avesse poi dato alla luce Vesta, protettrice del focolare e delle tradizioni, simbolo quindi del tempo eterno. 


Tra il III e il IV secolo, due religioni cominciarono a diffondersi radicalmente nell’Impero Romano: Mitraismo e Cristianesimo. La prima, riferita alla divinità iranica Mitra, venendo a contatto con il mondo romano-ellenico assunse i caratteri di un culto misterico e monoteista che sviluppò numerose varianti quante erano le regioni in cui divenne popolare; il credo infatti, pur prendendo il nome dal dio persiano, in realtà comprendeva la venerazione di moltissime altre divinità solari (Apollo, Helios, El-Gabal, Sol, Belenos), unificate nella figura del Sol Invictus. La celebrazione introdotta da Aureliano nel 274, il Dies Natalis Solis Invicti,celebrava proprio la nascita di questo nuovo nume, sostituendola ai Saturnalia. In realtà nel Zoroastrismo persiano il Solstizio d’Inverno, essendo anche la giornata con la notte più lunga dell’anno, era segno di cattivi presagi e dell’apparizione di demoni, pertanto dava un’occasione alle famiglie di riunirsi per proteggersi a vicenda, mentre la festa celebrante la nascita di Mitra si teneva durante l’Equinozio di Autunno. Con l’avvento del Cristianesimo anche in Oriente, la data slittò fino a coincidere con quella del calendario romano, è quindi più probabile che sia stata la fede di Cristo a influenzare il Mitraismo, e non viceversa.

Come testimoniano anche le esperienze religiose di Costantino, Mitraismo e Cristianesimo avevano numerose somiglianze, delle quali però non ci soffermeremo a parlarne. Sta di fatto che quest’ultima dottrina, forte della tenace persistenza dei suoi martiri e dei suoi fedeli, alla fine si sostituì definitivamente alle altre, cambiando così anche il significato della celebrazione invernale così come la conosciamo oggi: il festeggiamento in onore della Natività di Gesù, posta il 25 dicembre. Sebbene risulti evidente che porre festa liturgica in questa data fu per lo più una scelta di comodo per la Chiesa d’Occidente, al fine di integrare le tradizioni precedenti, alla luce dei recenti studi non risulta nemmeno tanto inverosimile credere che Cristo nacque proprio a dicembre dell’anno 0, cioè nel nono mese dall’Annunciazione. Come scrive Vittorio Messori, famoso scrittore e giornalista, in un articolo del Corriere della Sera: “Ecco, dunque, che ciò che sembrava mitico assume, improvvisamente, nuova verosimiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l’annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest’ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque, non fu fissato a caso.”
La concezione cristiana del tempo lineare, contraria a quella pagana del tempo ciclico, ci fa però comprendere come sia stato possibile che una fede nata in una terra abitata da popoli non indo-arii o indo-europei, abbia potuto assorbire ed integrare così velocemente le altre tradizioni e usanze, senza né intaccare il proprio significato originario, né quello delle fedi precedenti: Cristo muore e rinasce ogni anno senza che la sua venuta al mondo sia uguale alle precedenti, come nello spirito politeista della celebrazione del Solstizio d’Inverno; ciò che viene dopo non è uguale a ciò che lo precede, e tuttavia, come diceva Tolkien: “Le radici profonde non gelano”, nemmeno col freddo gelido dell’Inverno.

Saturno

Ricordati di Osare Sempre!

Il 19 dicembre del 1941 al mondo intero fu dato modo di conoscere il vero significato del termine Coraggio: attraverso un’azione che è passata alla storia con il nome di “Impresa D’Alessandria”, portata a compimento dalla Decima Flottiglia Mas, unità speciale della Regia Marina italiana, nata durante la Seconda guerra mondiale.

Le origini del nome sono da ricercare nel periodo della Grande Guerra, quando il cantiere Veneziano fornì alla Regia Marina i suoi primi mezzi speciali denominati appunto MAS, acronimo di Motobarca Armata Silurante. In seguito saranno date anche altre definizioni, celebre rimane quella in latino di d’Annunzio: Memento Audere Semper, ricordati di osare sempre. L’obiettivo principale era quello di possedere piccole imbarcazioni armate capaci di grandi velocità, il cui compito consisteva nell’attaccare le forze navali nemiche sfruttando l’effetto sorpresa.
Il progetto ideale si dimostrò efficace, in quanto esse riportarono nella Grande Guerra diversi successi; tra cui l’affondamento a largo di Trieste della corazzata della marina imperiale Austriaca Wien e l’affondamento della corazzata Santo Stefano a largo di Premuda, entrambe le incursioni furono guidate dal comandante Luigi Rizzo.
Sul finire della Prima Guerra Mondiale, grazie all’ormai affermata fama della potenza navale italiana e ai pacifici rapporti con le principali forze nel Mediterraneo, non fu riservata molta considerazione ai motoscafi d’assalto. Vennero riconsiderati durante la guerra d’Etiopia, che inevitabilmente portò scompensi negli equilibri del Mediterraneo.

In quel periodo la Royal Navy britannica consolidò notevolmente la propria presenza nel Mediterraneo e per contrastarla fu costituita la “prima flottiglia MAS” capitanata da Paolo Aloisi. I due ufficiali, Teseo Tesei ed Elios Toschi nello stesso periodo progettarono un nuovo mezzo d’incursione subacquea denominato “maiale”, nome in gergo dato a un siluro a lenta corsa (SLC). Il suddetto siluro era costituito da un ordigno esplosivo capace di navigare anche sott’acqua, su cui sostavano a cavalcioni due incursori.  Un nuovo impulso al perfezionamento di questo genere di mezzi d’assalto si ebbe nel 1935, all’epoca della conquista italiana dell’Etiopa. Nello stesso anno, il 10 settembre, mentre la flotta inglese lasciava Gibilterra, il capitano di fregata Gaetano Catalano Gonzaga di Cirella, comandante del I gruppo sommergibili di La Spezia, dava il via a un “programma speciale di addestramento”: gli incursori si allenavano a tagliare con speciali cesoie le reti parasiluri e para sommergibili poste sott’acqua a difesa dei porti. Gli incursori prendevano confidenza con i primi “maiali”, imparavano a pilotarli e a seguire una determinata rotta anche al buio con l’aiuto di una bussola. Le esercitazioni avvennero nel mare di Porto Santo Stefano, a La Spezia e a Bocca di Serchio, nella tenuta dei duchi Salviati.
Nel febbraio 1940 Aloisi fu sostituito dal capitano di fregata Mario Giorgini.
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, la prima missione contro la base inglese di Alessandria d’Egitto fu tentata il 22 agosto 1940, agli ordini di Giorgini. Ma il sommergibile Iride, munito dei “cilindri di coperta” in cui erano contenuti i “maiali”, fu attaccato e colpito insieme all’incrociatore Monte Gargano al largo della costa egiziana da aerosiluranti decollati dalla portaerei Eagle. Uomini e mezzi d’assalto furono tratti in salvo da una silurante. Una seconda missione fu tentata con il sommergibile Gondar, ma anche questa unità, il 30 settembre, venne individuata dagli aerei inglesi e in seguito da un cacciatorpediniere. Colpito, il Gondar affondò, ma gli uomini – eccetto uno – furono recuperati dal caccia australiano Stuart. Con loro, il comandante Giorni fu riconosciuto e interrogato a lungo sull’attività del gruppo degli incursori di La Spezia. Nel frattempo, gli inglesi dovevano aver avuto notizie attraverso la rete di spie operanti tra Toscana e Liguria.
A sostituire Giorgini fu chiamato il capitano di fregata Vittorio Moccagatta e gli incursori del gruppo “mezzi speciali” furono divisi in 2 reparti: siluri a lenta corsa e motoscafi da turismo modificati. Frenati per il momento ad Alessandria, gli incursori misero a segno una serie di colpi: l’affondamento della cisterna militare Derbydale, la cisterna Fiona Shell e il danneggiamento della motonave armata Durham.
L’incursione coronata da maggior successo fu quella indotta contro il munitissimo porto di Alessandria d’Egitto, considerato impenetrabile. Il 3 dicembre dalla base di La Spezia gli ormeggi del sommergibile italiano Scirè vennero sciolti. Dopo un trasferimento aereo, il gruppo di palombari dei mezzi d’assalto aspettava il suo comandante sull’isola egea di Lero: da diversi mesi si erano preparati all’interno della loro base a Marina di Vecchiano, dove potevano sfruttare le acque del Serchio che qui si getta nel mare. A causa di una violenta mareggiata, Borghese accumulò però un ritardo di un giorno sulla data prevista per l’attacco (il 17 dicembre). Giunse quindi nella rada di Alessandria il 18 alle 20:45, e viste le condizioni ottimali del mare i tre SLC si staccarono dallo Scirè e attesero il momento giusto per entrare nel porto, qui si divisero. Il primo siluro era comandato da Luigi Durand de la Penne ed Emilio Bianchi, il secondo da Vincenzo Martellotta e Mario Marino e il terzo da Antonio Marceglia e Spartaco Schergat. Ognuno dei tre mezzi aveva una nave bersaglio: la missione prevedeva l’affondamento mediante mine magnetiche sulla chiglia. Il 221 di Durand de la Penne dopo essere passato indenne alle bombe di profondità di una motovedetta fu subito alle prese con la rete d’acciaio che proteggeva il porto. L’uscita di tre cacciatorpediniere inglesi aprì loro la strada verso le banchine. I sommozzatori si immersero e sfruttando la scia di una nave riuscirono a passare. Davanti a loro si ergeva la corazzata Valiant di 27.500 tonnellate: il loro obiettivo. I due procedettero nella totale oscurità, si erano addestrati per mesi nelle manovre e sapevano compierle a occhi chiusi, ma all’improvviso il motore del maiale si fermò e il siluro cominciò a sprofondare nella baia. Bianchi nel tentativo di reggerlo esaurì le energie e fu costretto a emergere aggrappandosi a una boa della Valiant. Durand de la Penne, con le ultime forze, riuscì però a innescare la mina magnetica sotto lo scafo della corazzata prima di riemergere: erano le ore 3.06.

Le vedette inglesi li arrestarono e li portarono sulla Valiant dove seguì un duro interrogatorio che non portò a risultati: i marinai diedero solo le loro generalità. Intanto il tempo scorreva sui cronografi Radiomir Panerai degli incursori di marina. All’approssimarsi dello scoppio, Durand de la Penne avvertì, con grande lealtà il comandante della Valiant di mettere in salvo l’equipaggio evitando così un inutile spargimento di sangue (un gesto davvero generoso, in guerra, apprezzato anche dagli stessi inglesi). Scoccarono le 6.06 quando il boato della bomba investì la corazzata: i due italiani erano ancora agli arresti nel ventre della nave, ma sopravvissero.

I marinari della Queen Elizabeth, l’altra grande corazzata ormeggiata con le sue 33.550 tonnellate, guardarono increduli le sorti della Valiant, ma di lì a poco toccò anche a loro.

Marceglia e Schergat, infatti, compirono un’ “azione da manuale” minando la corazzata, auto-affondando il maiale e quindi allontanandosi da Alessandria. I due furono catturati il giorno successivo mentre cercavano di cambiare la valuta data loro dal SMI (Servizi Militari Italiani) che non avevano più alcun valore in Egitto, a riprova del fallace piano di fuga fornito loro dai servizi.

Anche Martellotta e Marino, sul 222, nonostante il malore del primo riuscirono a minare la loro nave bersaglio, la nave-cisterna Sagona, la quale nell’esplosione danneggiò anche il cacciatorpediniere Jervis uno dei più decorati della flotta inglese.

Al termine dell’azione d’Alessandria si contarono complessivamente 61.050 tonnellate affondate, 9.940 danneggiate e soli otto morti tra gli inglesi, a fronte dei sei italiani catturati. L’ammiraglio Virgilio Spigai nel suo libro Cento uomini contro due flotte racconta che:

«Nel corso di tutta la Seconda Guerra Mondiale i mezzi d’assalto della Marina Italiana hanno subito perdite percentuali elevatissime, hanno inflitto duri colpi al nemico in momenti particolarmente critici della situazione navale nel Mediterraneo, ma non hanno ucciso praticamente nessuno…
…il mezzo d’assalto è stato l’unico mezzo di guerra che mirò unicamente alla distruzione del materiale del nemico…».

Fu un colpo duro per la flotta britannica, il fondale del porto d’Alessandria era basso e le navi si adagiarono senza essere sommerse dall’acqua. Gli inglesi ne approfittarono per minimizzare la portata del colpo che avevano subito, le navi erano fuori combattimento ma loro evitarono di diffondere la notizia e continuarono a far svolgere la regolare vita a bordo per ingannare gli aeri ricognitori Italiani. Churchill commentò così l’accaduto: «Sei italiani equipaggiati con materiale di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare nel Mediterraneo a vantaggio dell’Asse». Dopo la guerra gli alleati stabilirono che la Marina Militare Italiana non potesse più possedere reparti Incursori. Terminata dunque il loro utilizzo da parte delle Nazioni Unite nella guerra contro l’Asse, secondo le clausole dell’Armistizio Lungo, il reparto fu sciolto.

Nel 1952 il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Corso Pecori Giraldi, incaricò l’ex comandante di Mariassalto, tenente di Vascello Aldo Massarini, di cominciare a studiare la possibile ricostituzione di un reparto di incursori subacquei. Con il Foglio d’Ordine nº 44 del 30 maggio 1952 nacque quindi a La Spezia il Gruppo Arditi Incursori della Marina Militare (“GRUPPARDIN”).

Negli anni successivi i vari reparti di subacquei e arditi incursori subirono una progressiva fusione, che portò nel 1961 alla costituzione del Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”, conosciuto anche con il nome di Comsubin (Comando subacquei e incursori).

Oggi, a tanti anni di distanza, vogliamo ancora ricordare con orgoglio quell’eroico gesto, a riprova del coraggio e dell’Onore dimostrato dalla nostra Marina, ma anche per sottolineare che, nonostante quanto sostenuto da molti, il nostro esercito aveva comunque un equipaggiamento d’avanguardia rispetto a quello delle altre potenze coinvolte nel conflitto.
Noi del Blocco Studentesco lo ricordiamo, e lo ricordano di certo gli inglesi. Ciò che fa rabbia è che imprese come queste non siano ricordate anche dalle nostre istituzioni, dal momento che simili gesta, in Nazioni che conservano Orgoglio e Sovranità, sarebbero glorificate ogni giorno.

Agiade

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Il guerriero rivoluzionario

Alessandro Alibrandi, detto Alì Babà, è nato a Roma il 12 giugno del 1960. Figlio del giudice Antonio Alibrandi, di dichiarata fede politica fascista – posizione che gli creerà non pochi problemi e inimicizie nel suo lavoro, nonostante la grande serietà e competenza che dimostrava quotidianamente – , milita fin da adolescente nel Fronte della gioventù e nel F.U.A.N.

La sua esperienza politica comincia nel concitato clima delle violenze e delle ingiustizie caratteristiche degli anni di piombo, anni in cui l’odio dell’antifascismo militante colpisce ragazzi giovanissimi rei di amare la propria nazione. Sono gli anni in cui, tra gli altri, cadranno Carlo Falvella, Sergio Ramelli e Francesco Cecchin. Alibrandi e gli altri militanti, non possono più tollerare l’ipocrisia dello Stato, l’arroganza dei media e soprattutto quell’assordante e intollerabile silenzio del M.S.I. nei confronti di tutte quelle vittime, colpevoli solo e unicamente di manifestare orgogliosamente le proprie idee. Avviene così che nel 1977 insieme ai fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro e Dario Pedretti nella sede del F.U.A.N. di via Siena, a Roma, fondano i Nuclei Armati Rivoluzionari.

I NAR non sono stati la prima esperienza di spontaneismo armato di Alessandro, difatti egli già nel ’77 si trova in un conflitto a fuoco con la polizia a Borgo Pio, e sempre in quell’anno viene accusato dell’omicidio di Walter Rossi, militante di Lotta Continua, salvo poi essere scagionato e processato con l’accusa di rissa aggravata.

Ma la violenza dei NAR era estranea a tutto ciò. Aveva una base teorica e organizzativa. Non saranno scontri per impadronirsi di una piazza o morti accidentali in uno scontro fisico tra due estremismi; l’unione dei ragazzi ha un solo obiettivo: far comprendere allo Stato e alla sinistra che uccidere un fascista non sarà più un fatto impunito.

Le azioni dei NAR a cui Alibrandi ha partecipato sono state tante: nel 1977 avviene l’omicidio di Roberto Scialabba, militante antifascista il cui gruppo era sospettato di essere il colpevole della strage di Acca Larentia. Un anno dopo, in occasione del primo anniversario della suddetta strage, avviene l’assalto alla sede di Radio Città Futura, rea di aver trasmesso una vergognosa battuta sulla morte di uno dei missini di Acca Larentia: «i fascisti hanno perso una Ciavatta»; la risposta punitiva da parte dei Nuclei è un’incursione nella sede dei colpevoli, durante la trasmissione femminista Radio Donna, nel corso della quale saranno ferite, da colpi di arma da fuoco e dal lancio di alcune bombe a mano, alcune conduttrici.  Il 21 ottobre 1981 i NAR colpiscono il capitano della DIGOS Francesco Straullu, che viene ucciso mentre era in servizio in auto, col suo autista Ciriaco Di Roma. Il dirigente del Dipartimento Investigativo era impegnato in numerose inchieste sul “terrorismo nero” ed era noto per essere solito attuare violenze nei confronti degli arrestati. Si diceva che fosse addirittura arrivato a torturare gli uomini e abusare sessualmente delle donne; tutto ciò per i NAR non poteva restare impunito.

Anni dopo Alì Babà viene accusato di essere l’esecutore materiale del suddetto omicidio Scialabba e viene emesso un mandato di cattura a suo nome. Per sfuggire a quelle istituzioni nelle quali  non credeva prende l’unica decisione che uno come lui, con quel carattere e quella fermezza, avrebbe potuto prendere: va a combattere in Libano con i cristiani maroniti contro i musulmani. La scelta è stata più logica che ideologica: l’obiettivo infatti era apprendere l’“arte della guerra”, e il metodo più efficace per imparare era combattere al fianco del forte vincitore. La discutibile e razionale decisione dura poco, poiché avendo saputo nel febbraio 1981 dell’arresto del suo “camerata” Valerio Fioravanti, decide di tornare in Patria a giugno per costituire, con entusiasmo e rinnovata forza spirituale, i Nuovi Nuclei Armati Rivoluzionari.

Alibrandi viene però ucciso durante l’assalto ad una volante della polizia di Labaro, poco lontano da Roma, con un colpo alla testa, il 5 dicembre 1981.

A ricordarlo sono stati e sono a tutt’oggi in molti. Interessante è stata l’intervista fatta da Barbara Alberti a quella che fu la fidanzata di Alessandro che fornisce il ritratto di un ragazzo altruista, timido, gentile. Uno che, visto dal mondo semplicemente come uno spietato assassino, era in realtà un ragazzo di una bontà fuori dal comune, un uomo disposto a tutto per difendere le proprie idee, i propri affetti e i propri camerati.

Alibrandi è stato molto ma si potrebbe in una parola riassumere l’intensità e l’impetuosità dei suoi modi, del suo carattere e delle sue idee: guerriero.

Olmo