DMYTRO CON NOI!

Anche se qualsiasi cosa si faccia non sarà mai adeguata a rendere omaggio alla memoria e al sacrificio di Dmytro, manteniamo vivo il suo ricordo; morto per ragazzi della sua età che nemmeno conosceva e che probabilmente non avrebbe mai incontrato, possa essere un faro per quelli che verranno. ESSERE UN SOLDATO SIGNIFICA VIVERE PER SEMPRE! DMYTRO CON NOI!

Giuseppe Prezzolini, un accorto testimone del suo tempo

Una vita lunga un intero secolo quella dello scrittore, giornalista, editore, attivista, intellettuale, docente universitario e saggista italiano.

Nasce il 27 gennaio del 1882, come scherzosamente dichiarava egli stesso “per caso”, da genitori senesi a Perugia, per via del fatto che il padre prefetto era soggetto a continui trasferimenti. Nonostante ciò, finché frequenta la scuola, i suoi rendimenti sono eccellenti; ma dopo i primi due anni di liceo, come forma di disapprovazione nei confronti di un insegnante, si ritira e comincia a studiare in modo autonomo all’interno della nutrita biblioteca familiare. Comincia ben presto dunque a manifestarsi quel suo spirito dissidente, anticonformista e anti accademico che lo accompagnerà per l’intera esistenza. Senza diploma, senza titoli e rifiutando ”favori all’italiana” di qualsiasi genere, va avanti fin da giovane grazie alla sua cultura e le sue qualità, dimostrando coerenza fino alla fine dei suoi giorni. Si trasferisce a Firenze, allora epicentro culturale del Paese, e incontra un suo coetaneo, Giovanni Papini, anch’egli intellettuale, col quale stringerà una sincera e duratura amicizia; i due nel 1903 all’interno del Palazzo Davanzati fondano e dirigono la rivista mensile Leonardo, che durerà fino al 1907. La rivista può definirsi di matrice “generazionale”, poiché non solo la redazione è formata esclusivamente da giovani giornalisti (Prezzolini aveva appena ventun anni) ma sostengono apertamente anche il valore assoluto della giovinezza, positivo in sé, ponendosi in contrasto alla vecchia generazione positivista ottocentesca; alla quale contrappongono le moderne e rivoluzionarie idee filosofiche di Nietzsche, Bergson e il pragmatismo di Peirce. Nel programma di Leonardo c’è dunque anzitutto affermato il pieno superamento del passato in favore di una bellezza estetica e di un’intelligenza giovane, capaci di contrastare ogni forma di ‘pecorismo nazareno e servitù plebea’, una sorta di conformismo piccolo-medio borghese legato alla morale cattolica. Si asserisce poi la superiorità del pensiero Idealista, personale, su quello sovrasistema. La bellezza nell’arte prende le distanze da quella naturalista e verista in favore di un suggestivo estetismo rinvigorito anche grazie al lavoro di d’Annunzio. Scrivono tutti usando uno pseudonimo e il suo è Giuliano il Sofista (chiamerà poi il suo secondo figlio proprio Giuliano). Nello stesso anno comincia anche a collaborare con le riviste socio-politiche Il Regno ed Hermes, fondate da Enrico Corradini, che si occupavano in particolare di diffondere il sentimento nazionalista in opposizione allo scellerato liberalismo giolittiano. In questi anni inoltre, conosce Croce, intrattiene uno scambio epistolare con Ungaretti e compie numerosi viaggi in Francia per perfezionare il suo francese. A Parigi ha modo di conoscere anche Sorel e Bergson. Nel 1905 si sposa e si trasferisce nella sua città natale, Perugia. L’esperienza di Leonardo si conclude nel 1907 e l’anno dopo fonda, sempre insieme all’amico Papini, La Voce, che rimarrà in vita fino al 1916 (seppure diversificata in varie fasi, talvolta evidentemente distanti tra loro a causa dei cambi di direzione). Questo nuovo progetto, iniziato sotto la direzione di Prezzolini, è più moderno, colma la rottura tra il binomio obiettivi-linguaggio presente in Leonardo; i programmi politici e sociali erano infatti rivolti alla Nazione tutta ma il linguaggio era ancora piuttosto elitario e retorico. La Voce, scevra da qualsiasi orpello, si fa incisiva, mira a raggiungere anche i piccoli centri di campagna per aprire un dialogo con quanti più lettori possibili, per mettere insieme una consapevole schiera di militanti in opposizione al movimento giolittiano. Nel 1914 lascia la direzione del settimanale e si trasferisce a Roma, dove comincia a lavorare come corrispondente per Il Popolo d’Italia, giornale fondato da Mussolini in opposizione al neutralismo dei giornali socialisti riguardo la Prima Guerra Mondiale. Si arruola volontario e va in Guerra, con l’incarico di istruttore di truppe. I suoi intenti rivoluzionari e riformistici di cui scriveva dietro la scrivania, hanno occasione di tradursi in azione e Prezzolini non si tira indietro, dimostrando la sua fermezza. Dopo Caporetto ha quello che lui stesso chiama un “turbamento di spirito” e torna al fronte con gli Arditi sul Piave. Nel 1921 esce su La Voce il saggio Codice della vita italiana, in cui, attraverso una selezione di aforismi e pensieri in libertà mette nero su bianco le vergogne e le colpe del Paese; dividendo gli Italiani in due categorie: i buoni e i fessi, e banalmente quanto efficacemente «i fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono». In questi anni pubblica anche una delle prime biografie su Mussolini in cui preavviserà che a far naufragare il progetto rivoluzionario Fascista – espressione massima di orgoglio italico, sottolinea -ci penserà il popolo italiano, da Mussolini sopravvalutato.

Nel 1927 si trasferisce a New York con la famiglia per insegnare italianistica alla Columbia University. Nel 1940 viene omaggiato della cittadinanza americana ma non ne fu entusiasta; non tollerava la “democrazia statunitense” che riteneva «la realizzazione compiuta della parificazione degli sporcaccioni ai galantuomini», in contrasto con la sua supposta Congregazione degli Apoti, ovvero «coloro che non le bevono», vale a dire: uomini liberi che vogliano scegliere allo squallore democratico appiattente e mediocre l’elevatezza dello spirito e dell’essere per operare in favore di un miglioramento sociale e personale. In quegli anni a New York sviluppa però un prezioso lavoro di ricerca: Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1903 al 1942, pubblicato nel 1946, e nel 1948 l’ateneo lo nomina “professore emerito” di italianistica. Dopo venticinque anni di permanenza in America, torna definitivamente in Italia, scegliendo di stabilirsi a Vietri sul Mare, primo paese della Costiera Amalfitana. Dopo qualche anno si trasferisce a Lugano, in Svizzera, perché snervato da uno Stato oramai vano, compromesso, corrotto e scadente, diceva infatti che un uomo della sua età «ha bisogno di un luogo dove i sì siano sì e i no dei no, non degli eterni nì». Tra la sua ricca produzione letteraria annoveriamo una biografia critica tuttora insuperata sulla Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino, un’amara considerazione sul Paese dopo la caduta del governo fascista: L’Italia finisce. Ecco quel che resta, e l’Ideario, del 1967: un manuale di aforismi e riflessioni contro il conformismo e il politicamente corretto – e corrotto – elaborato con schiettezza e cinismo. Quell’Italia – ad oggi solo significativamente peggiorata – dei partiti cattocomunisti non lo aveva in simpatia e si capisce il perché: scrisse che lo Stato aveva abbandonato il suo rigore e la sua sacrosanta intransigenza in favore di un assembramento secondo le regole dell’organizzazione camorrista. La sua prosa è ormai chiara ed essenziale, lontana dai lirismi dell’amico Papini, poiché la sua intenzione comunicativa vuole essere a vantaggio di tutti. Uomo piuttosto solitario, ha intessuto le proprie relazioni personali in gran parte per via epistolare. Queste corrispondenze, sono conservate tra le sue ‘carte’ nella Biblioteca Nazionale di Firenze, a cui le donò egli stesso, già revisionate e ordinate. Gli originali di questo materiale sono invece nella Biblioteca di Lugano, città dove è morto all’età di cento anni il 14 luglio del 1982. Intellettuale onesto, scomodo, è stato intenzionalmente accantonato nel corso del ‘900. Lo ricorda però Marcello Veneziani tra gli Imperdonabili: 100 ritratti di Maestri Sconvenienti, accanto – tra gli altri – a Dante (che oggi pur vogliono far passare per un antesignano liberal no border), Evola e Mishima. E lo ricordiamo noi, firmandoci come faceva anch’egli quando sognava la rivoluzione non ancora avvenuta, con uno pseudonimo.

Marta

Nico Azzi: dalle S.A.M. al giovedì nero di Milano

Nico Giuseppe Azzi nasce in provincia di Mantova il 31 luglio 1951. Fin da giovane si avvicina al Fascismo, studiandolo ed unendosi, dapprima, alle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.), e, poi, alla redazione della rivista La Fenice di istanze ordinoviste. Stringe amicizia con quelli che venivano definiti “sanbabilini”, ovvero tutta quella gioventù di “destra” che era solita incontrarsi sotto i portici di piazza San Babila a Milano. Tuttavia Azzi si distingue dagli altri subito per il coraggio e l’intraprendenza: il 7 aprile del 1973 insieme ad altri camerati della piazza organizza un attentato sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Il piano era semplice e comprendeva il far notare nella tasca una copia di Lotta Continua, per depistare future indagini e piazzare una bomba sul treno. Qualcosa andò però storto proprio nel momento culmine dell’operazione e l’ordigno esplose improvvisamente ferendo Azzi, il quale verrà successivamente arrestato.

Questo episodio diede il pretesto per vietare la manifestazione, organizzata dal M.S.I., che avrebbe dovuto avere luogo cinque giorni dopo a Milano, contro la violenza comunista. Ma il divieto arrivò il giorno stesso, solo poche ore prima dell’inizio del corteo che, sfilando da Piazza Cavour a Piazza Tricolore, avrebbe dovuto veder salire sul palco Ciccio Franco. Ovviamente la folla che si era riunita da tutta Italia – e non solo missina (difatti vi erano elementi di Avanguardia Nazionale, Fronte di Popolo, e Ordine Nuovo che comprendeva gli stessi sanbabilini) -, non si lasciò intimidire e proseguì con la mobilitazione. Il clima si fece sempre più teso e venne schierato un reparto della celere per porre freno al concentramento dei militanti sulla piazza, ma ciò aumentò la tensione fino a culminare in degli scontri: ci fu il lancio di due granate da addestramento SRCM da parte dei sanbabilini che si trovarono costretti a difendersi contro le forze dell’ordine. Il primo ordigno provocò due feriti, il secondo, per una sciagurata fatalità, uccise il poliziotto Antonio Marino. Fu proprio Azzi a fornire le bombe ai militanti, e per questo venne arrestato nuovamente e condannato a quindici anni di carcere per l’attentato al treno e per aver fornito gli esplosivi.

Dopo la dura detenzione, restò connesso agli ambienti militanti e si sposò dando alla luce la figlia Matilda. La sua vita procedeva nella normalità finché non fu arrestato per le false accuse nei suoi confronti riguardanti la strage di piazza Fontana. Durante i vari interrogatori che si susseguirono si oppose nel dare qualsiasi nome e fornire qualsiasi informazione, in quanto affermò di non riconoscersi in quello Stato. Ci ha lasciati il 10 gennaio 2007 a causa di un infarto, all’età di 55 anni.

Il suo funerale non riuscì ad avere il rispettoso e doveroso silenzio, a causa dell’urlante isterismo provocatorio e irrispettoso dell’A.N.P.I. e di antifascisti vari che addirittura montarono un caso e urlarono allo scandalo contro il parroco che aveva concesso la chiesa per la cerimonia sacra che spetta a tutti gli uomini.

Morto undici anni fa, Nico Azzi, di sicuro merita un posto nella memoria collettiva e, in special modo, nella nostra per essere stato un combattente duro, schierato con anima e corpo per l’Idea Assoluta, senza mai porsi limiti contro ostacoli o nemici, e nella convinzione di essere e muoversi nel giusto in un mondo sbagliato. Il suo amico Cesare Ferri, lo ricorda dicendo che la per lui è morto «ma solo fisicamente, appunto, perché il suo ricordo di camerata coraggioso, altruista e un po’ guascone mi – e ci – accompagna sempre e quando uno è ricordato è come se non fosse mai morto».

Olmo

Immagine correlata

Stefano Cecchetti: 40 anni senza giustizia sono troppi

Era il 10 gennaio del 1979, a circa un anno di distanza dall’agguato di via Acca Larenzia, a Roma si tennero manifestazioni di commemorazione da parte dei giovani del MSI, alcune delle quali sfociarono poi in scontri con le forze dell’ordine. Nel corso di una delle manifestazioni rimase ucciso, raggiunto dai colpi esplosi dall’agente di polizia in borghese Alessio Speranza, il diciassettenne Alberto Giaquinto, militante del Fronte della Gioventù e amico intimo di Massimo Morsello. Alcune Sezioni del Movimento Sociale Italiano subirono attentati incendiari. La sera dello stesso giorno, un ragazzo di 17 anni, viene barbaramente ucciso davanti al bar “Urbano” di Largo Rovani, nel quartiere Talenti a Roma.

Il ragazzo in questione è Stefano Cecchetti. Nato il 25 maggio del 1962, abitava in via Davanzati con i genitori e la sorella più grande. Frequentava l’ambiente del Fronte della Gioventù, molto presente nella zona, era al terzo anno di liceo scientifico al Nomentano, ed era un ragazzo come tanti: usciva con gli amici, ascoltava i dischi, era interessato alla politica. Quella sera del 10 gennaio, un gruppo di militanti antifascisti spararono da una Mini Minor verde contro alcuni giovani che chiacchieravano davanti a un bar. Dai finestrini della vettura uscirono le pistole; una calibro 7,65 e una 9, e partirono una serie di colpi verso i ragazzi. I terroristi rossi spararono nel mucchio, poiché l’intenzione era quella di uccidere spietatamente. Nell’autovettura, che aveva una strana targa quasi da sembrare straniera, c’erano tre persone che indossavano il passamontagna. Secondo le testimonianze il fuoco durò all’incirca due minuti, poi la Mini ripartì, salvo fermarsi poco dopo per sparare a un altro gruppo di ragazzi. Alla fine, ci furono tre feriti: Stefano Cecchetti e due suoi camerati, Alessandro Donatone e Maurizio Battaglia. Stefano, colpito al torace e al bacino, ebbe lesioni interne e una perforazione dell’aorta. Nonostante un intervento di alcune ore, non sopravvisse. Un’ora dopo l’agguato, la rivendicazione all’Ansa: «Un’ora fa abbiamo colpito, nel quartiere Talenti, un centro di aggregazione fascista. Abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio. Ora e sempre violenza proletaria. Compagni Organizzati per il Comunismo».

Poco dopo l’omicidio inizò il dibattito sul perché il fuoco fosse stato diretto proprio verso quel gruppo, se gli assassini sapessero l’identità delle persone verso cui sparavano o se avessero sparato solo perché quella piazza era notoriamente un luogo di ritrovo dei militanti missini del quartiere. Si disse che Stefano fu ucciso per come era vestito, alla maniera tipica dei camerati di quegli anni: stivaletti Clarks, giacca di pelle, pantalone a sigaretta. Altri ancora dissero che fu ucciso perché si trovava in quel momento in un luogo considerato dagli avversari politici come un “covo di fascisti”. Radio Onda Rossa, come già fatto l’anno prima in occasione della strage di Acca Larentia, non perse occasione per sciacallare sulla morte di un militante del Fronte della Gioventù e si fece promotrice di un dibattito su questo avvenimento. Durante la trasmissione un ascoltatore disse che non era importante se Cecchetti fosse o no fascista, perché lui là non ci doveva stare. Questa era la logica folle di chi poi rivendicò l’omicidio. Gli autori di questo assurdo assassinio non sono mai stati identificati, così come quelli di tante altre vittime dell’odio comunista e la sua legittimazione di quegli anni.

I funerali di Stefano si tennero pochi giorni dopo a Tuscania, luogo originario della famiglia, e la sorella gli mise per la cerimonia le sue adorate Clarks color sabbia. Le cose e i vestiti di Stefano alla fine della celebrazione furono distribuiti tra i suoi amici e camerati.

Un riferimento all’omicidio di Cecchetti comparirà un anno dopo nella rivendicazione, a firma dei NAR, dell’omicidio di Valerio Verbano, militante di “Autonomia Operaia” abitante nella stessa zona. Tuttavia, negli anni, sono emerse piste più veritiere che suggeriscono che nell’omicidio dell’extraparlamentare di sinistra la matrice sia da ricercarsi nei Servizi Segreti Italiani piuttosto che nel terrorismo neofascista e il movente sia da attribuirsi alle attività di schedatura svolte da Verbano.

Noi vogliamo oggi in particolare ricordare Stefano Cecchetti, ma anche Alberto Giaquinto e tutte gli altri eroi che, nella coraggiosa lotta al sistema e alle sue ingiustizie, hanno immolato la propria vita per servire l’Idea e portare avanti il testimone che oggi, noi di CasaPound Italia e del Blocco Studentesco, raccogliamo e portiamo orgogliosamente avanti.

«Abbassate le serrande ché noi siamo ancora qui!»

Agiade

Risultati immagini per stefano cecchetti