Stefano Cecchetti: 40 anni senza giustizia sono troppi

Era il 10 gennaio del 1979, a circa un anno di distanza dall’agguato di via Acca Larenzia, a Roma si tennero manifestazioni di commemorazione da parte dei giovani del MSI, alcune delle quali sfociarono poi in scontri con le forze dell’ordine. Nel corso di una delle manifestazioni rimase ucciso, raggiunto dai colpi esplosi dall’agente di polizia in borghese Alessio Speranza, il diciassettenne Alberto Giaquinto, militante del Fronte della Gioventù e amico intimo di Massimo Morsello. Alcune Sezioni del Movimento Sociale Italiano subirono attentati incendiari. La sera dello stesso giorno, un ragazzo di 17 anni, viene barbaramente ucciso davanti al bar “Urbano” di Largo Rovani, nel quartiere Talenti a Roma.

Il ragazzo in questione è Stefano Cecchetti. Nato il 25 maggio del 1962, abitava in via Davanzati con i genitori e la sorella più grande. Frequentava l’ambiente del Fronte della Gioventù, molto presente nella zona, era al terzo anno di liceo scientifico al Nomentano, ed era un ragazzo come tanti: usciva con gli amici, ascoltava i dischi, era interessato alla politica. Quella sera del 10 gennaio, un gruppo di militanti antifascisti spararono da una Mini Minor verde contro alcuni giovani che chiacchieravano davanti a un bar. Dai finestrini della vettura uscirono le pistole; una calibro 7,65 e una 9, e partirono una serie di colpi verso i ragazzi. I terroristi rossi spararono nel mucchio, poiché l’intenzione era quella di uccidere spietatamente. Nell’autovettura, che aveva una strana targa quasi da sembrare straniera, c’erano tre persone che indossavano il passamontagna. Secondo le testimonianze il fuoco durò all’incirca due minuti, poi la Mini ripartì, salvo fermarsi poco dopo per sparare a un altro gruppo di ragazzi. Alla fine, ci furono tre feriti: Stefano Cecchetti e due suoi camerati, Alessandro Donatone e Maurizio Battaglia. Stefano, colpito al torace e al bacino, ebbe lesioni interne e una perforazione dell’aorta. Nonostante un intervento di alcune ore, non sopravvisse. Un’ora dopo l’agguato, la rivendicazione all’Ansa: «Un’ora fa abbiamo colpito, nel quartiere Talenti, un centro di aggregazione fascista. Abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio. Ora e sempre violenza proletaria. Compagni Organizzati per il Comunismo».

Poco dopo l’omicidio inizò il dibattito sul perché il fuoco fosse stato diretto proprio verso quel gruppo, se gli assassini sapessero l’identità delle persone verso cui sparavano o se avessero sparato solo perché quella piazza era notoriamente un luogo di ritrovo dei militanti missini del quartiere. Si disse che Stefano fu ucciso per come era vestito, alla maniera tipica dei camerati di quegli anni: stivaletti Clarks, giacca di pelle, pantalone a sigaretta. Altri ancora dissero che fu ucciso perché si trovava in quel momento in un luogo considerato dagli avversari politici come un “covo di fascisti”. Radio Onda Rossa, come già fatto l’anno prima in occasione della strage di Acca Larentia, non perse occasione per sciacallare sulla morte di un militante del Fronte della Gioventù e si fece promotrice di un dibattito su questo avvenimento. Durante la trasmissione un ascoltatore disse che non era importante se Cecchetti fosse o no fascista, perché lui là non ci doveva stare. Questa era la logica folle di chi poi rivendicò l’omicidio. Gli autori di questo assurdo assassinio non sono mai stati identificati, così come quelli di tante altre vittime dell’odio comunista e la sua legittimazione di quegli anni.

I funerali di Stefano si tennero pochi giorni dopo a Tuscania, luogo originario della famiglia, e la sorella gli mise per la cerimonia le sue adorate Clarks color sabbia. Le cose e i vestiti di Stefano alla fine della celebrazione furono distribuiti tra i suoi amici e camerati.

Un riferimento all’omicidio di Cecchetti comparirà un anno dopo nella rivendicazione, a firma dei NAR, dell’omicidio di Valerio Verbano, militante di “Autonomia Operaia” abitante nella stessa zona. Tuttavia, negli anni, sono emerse piste più veritiere che suggeriscono che nell’omicidio dell’extraparlamentare di sinistra la matrice sia da ricercarsi nei Servizi Segreti Italiani piuttosto che nel terrorismo neofascista e il movente sia da attribuirsi alle attività di schedatura svolte da Verbano.

Noi vogliamo oggi in particolare ricordare Stefano Cecchetti, ma anche Alberto Giaquinto e tutte gli altri eroi che, nella coraggiosa lotta al sistema e alle sue ingiustizie, hanno immolato la propria vita per servire l’Idea e portare avanti il testimone che oggi, noi di CasaPound Italia e del Blocco Studentesco, raccogliamo e portiamo orgogliosamente avanti.

«Abbassate le serrande ché noi siamo ancora qui!»

Agiade

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