17 marzo 1861: Viva l’Italia!

Quando Napoleone Bonaparte fu sconfitto, le potenze Europee attraverso il congresso di Vienna si prefissarono lo scopo di dare all’Europa un assetto stabile per impedire un’ulteriore espansione francese. Per fare ciò bisognava limitare il potere di ciascuna potenza in modo tale che nessuna di esse risultasse rafforzata rispetto alle altre.

Due furono i principi sanciti:

principio di equilibro, nessuno stato doveva imporsi sugli altri;

principio di legittimità, i vecchi sovrani dovevano tornare al loro legittimo trono prima delle campagne napoleoniche.

Nella penisola Italiana in questo periodo storico, sono tre gli stati indipendenti, il regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II di Savoia che comprende: Sardegna, Liguria Piemonte Lombardia Emilia Romagna e Toscana; lo stato pontificio che riunisce: Lazio, Umbria e Marche; e il regno Delle Due Sicilie guidato da Francesco II che racchiude tutto il meridione. Mentre Il Veneto, il Friuli e il Trentino sono controllati dall’Austria.

Con il ritorno dei regimi assolutistici, non si fecero attendere i gruppi liberali che chiedevano l’istaurazione di governi costituzionali, essi erano una minoranza politica di cui facevano parte principalmente esponenti intellettuali e della borghesia imprenditoriale. Questi gruppi si organizzavano in società segrete per evitare repressioni, in Italia quella più famosa era la Carboneria.

In Italia, il primo luglio 1820, scoppiarono i primi moti insurrezionali nel Regno delle Due Sicilie promossi da alcuni ufficiali della carboneria. Altre proteste interessarono poi la Sardegna, la Sicilia, il Piemonte e la Lombardia.

Nel 1830 in Francia scoppiarono nuove rivolte contro Carlo X che era intenzionato a ripristinare l’antico regime. La “rivoluzione di luglio” portò sul trono il conte Luigi Filippo d’Orleans.

Gli eventi parigini spronarono l’azione dei gruppi liberali Italiani. La carboneria, grazie ad Enrico Misley aveva preso contatti con Francesco IV duca di Modena il quale era intenzionato a costruire uno stato nell’italia Centro-settentrionale sfruttando i moti liberali. Grazie a questi moti, nei ducati di Parma e Toscana e in alcuni territori pontifici furono instaurati dei governi provvisori. L’esercito dei rivoluzionari, però non riuscì a resistere alla reazione austriaca ed infatti nell’italia centrale furono ristabiliti i sovrani preesistenti.

L’insuccesso del moto carbonati è d’attribuire principalmente alla mancanza d’appoggio da parte del popolo.

Giuseppe Mazzini membro della Carboneria non accettava l’idea di un’Italia federale, era convinto che uno Stato centralizzato avrebbe meglio rappresentato l’unità nazionale, quest’ultima però non doveva essere realizzata né con l’aiuto di una potenza straniera né da un sovrano bensì attraverso un’insurrezione popolare. Nel 1831 fondò la Giovane Italia e a sua volta la Giovane Europa, organizzazioni che avevano lo scopo di incitare alla lotta popolare. Le varie insurrezioni promosse da Mazzini si trasformarono in pesanti sconfitte perché le masse popolari non recepivano gli obiettivi.

Nel 1848 nacquero in Europa altre rivolte, in Italia scoppiarono inizialmente a Venezia e a Milano che si ribellarono alla dominazione asburgica, a seguire anche a Palermo che costrinsero Ferdinando II a concedere la Costituzione. La rivolta milanese conosciuta come le cinque giornate di Milano fu guidata da Carlo Cattaneo e spinse Carlo Alberto a dichiarare guerra all’Austria, a lui si unirono anche Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II; la guerra contro l’Austria divenne quindi una guerra nazionale, I Guerra d’Indipendenza. Dopo qualche successo contro L’Austria, Carlo Alberto fu costretto a firmare l’armistizio con gli austriaci che lo portarono ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II.

L’unico stato che non subì moti rivoluzionari fu lo Stato sabaudo che era guidato da Camillo Benso di Cavour il quale voleva cacciare l’Austria dalla penisola per poter costituire un vasto regno nell’Italia Settentrionale.Per fare questo, Cavour richiese l’aiuto di un contingente sardo in Crimea e ciò consentì al regno sabaudo di partecipare al Congresso di Parigi dove Cavour sollevò la questione italiana. Secondo gli accordi stipulati con la Francia, quest’ultima sarebbe entrata in guerra a fianco del regno sabaudo solo se quest’ultimo fosse stato attaccato dall’Austria; in cambio la Francia avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia.

Cavour, per provocare l’Austria, fece disporre truppe sabaude lungo il confine con i territori austriaci, l’Austria attaccò così il regno di Sardegna (II guerra d’Indipendenza). Come da patti la Francia si schierò con Vittorio Emanuele II. Il 12 luglio 1859 a Villafranca fu siglata la pace tra Francia ed Austria. La pace prevedeva la cessione della Lombardia da parte dell’Austria alla Francia, la quale successivamente la consegnò all’Italia. Nel 1860 nell’Italia centrale si tennero dei plebisciti con esito favorevole all’annessione al regno sabaudo, termina così la prima fase dell’unificazione.

A questo punto rientrano in scena i mazziniani con l’organizzazione di una spedizione di mille volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, con lo scopo di fare insorgere le masse popolari meridionali che avevano un malcontento verso il governo dei Borbone e della debolezza del loro esercito.

L’insurrezione Siciliana dell’Aprile 1860 fornisce al regno di Sardegna l’occasione per attuare il piano per annettere il sud Italia.

La spedizione partì così da Quarto (Genova) il 5 maggio 1860,l’ 11 Maggio sbarcano a Marsala dove vennero accolti come liberatori e grazie all’esercito meridionale formato dai mille e da volontari siciliani, a fine luglio, la Sicilia fu liberata. Subito dopo i Garibaldini uniti con i meridionali locali occupano: Campania, Basilicata, Calabria.Il 26 Ottobre 1860, a Teano (Campania) ci fu l’incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele II dove il condottiero consegnò il regno borbonico al futuro re d’Italia. Per raggiungere Teano dal regno di Sardegna, l’esercito guidato dal re di Savoia, sconfisse le truppe papali in Umbria e Marche ed anche queste aree furono annesse al regno di Sardegna così il regno delle due Sicilie cessa di esistere.

Il 17 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II viene nominato Primo Sovrano del regno d’Italia.

Mazzini e Garibaldi, possono così essere considerati come i profeti della realizzazione di una” Terza Roma”, cioè della missione universale e del primato civile della nostra nazione nel mondo, come il faro di una nuova civiltà. Entrambi riuscirono ad apportare, alla lotta di unificazione, un contributo più spirituale, morale e culturale che non squisitamente politico-fattuale, che si rivelò nondimeno fondamentale per mantenere ardente la fiamma delle nostre rivendicazioni d’indipendenza e di unità. Per non dimenticare della grandissima eredità lasciata da Mazzini che fu d’ispirazione durate il ventennio, in particolare per quanto riguarda il primato della nazione sulla classe, lo spiritualismo anti-materialistico, la rivoluzione sociale tramite l’associazionismo e la collaborazione interclassista, la visione della politica come missione e pedagogia collettiva, l’identificazione di pensiero e azione, l’etica del dovere e dell’eroismo, l’approccio volontaristico alla realtà, il ruolo centrale di élites volitive e d’avanguardia, il mito della «Terza Italia» e della nuova Roma. Senza contare le numerose venature romantiche che caratterizzavano la mentalità e l’azione di sindacalisti rivoluzionari, di interventisti e di molti esponenti dello squadrismo che provenivano dalla tradizione politica repubblicana. Tanto che Emilio Gentile ha inserito Mazzini nel vasto magma ideologico da cui prese forma il movimento mussoliniano, e addirittura si è potuto parlare di Mazzini in “camicia nera”.

 

 

Con il 158° anniversario dell’unificazione noi del Blocco Studentesco abbiamo voluto riassumere quella pagina di storia che ha portato alla nascita del regno d’Italia. Fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani, famoso concetto di Massimo D’Azeglio che si soffermava sull’assenza di una identità popolare. Identità che nascerà più tardi con lo scoppio della Prima guerra mondiale che vedrà il sacrificio di molti soldati provenienti dalle parti più disparate della penisola, soldati accomunati da un nemico comune l’impero Austriaco. La Grande Guerra fu l’evento che portò a compimento il processo risorgimentale.

Durante la fase del conflitto vi fu un grosso sforzo perpetuato per la maggiore da chi credeva nel sogno di una nuova Italia nascente, un’unità morale più che politica e geografica. Dagli operai che nelle fabbriche belliche lavoravano per dodici o quattordici ore al giorno, sottoposti a codici di guerra, ai minatori che scavavano vie sotterranee; tutti hanno contribuito a rendere grande e vittoriosa la giovane Italia.

La sofferenza e la morte erano entrate nel quotidiano eppure nonostante le varie disfatte dove erano in molti a perdere la vita, la giovane Italia  non si arrese e come disse D’Annunzio: ” Ogni eccesso della forza è lecito se vale a impedire che la patria si perda. “Ci si sentiva fieri di essere tutti Italiani e di lottare per la patria. Le sconfitte bruciavano molto, ma alla fine uniti come un solo corpo si riuscì a varcare il Piave e a occupare Vittorio Veneto.

Viva l’Italia!

GIULIO CESARE: SOLDATO TRA SOLDATI

«Immolando Cesare, Bruto ha obbedito a un pregiudizio educativo che aveva appreso nelle scuole greche. Lo assimilò a quegli oscuri tiranni delle città elleniche che, col favore di qualche intrigante, usurpavano il potere. Non volle vedere che l’autorità di Cesare era legittima perché necessaria e protettrice, perché era l’effetto dell’opinione e della volontà del popolo»

Così parlò Napoleone Bonaparte riferendosi a Giulio Cesare che, proprio in questo giorno del 44 a. C., venne assassinato con ventitre coltellate da coloro che si proclamarono “liberatori della Patria”, salvo poi essere costretti a fuggire e a nascondersi dalla rabbia di quel popolo che, per anni, aveva amato il discendente della Gens Iulia e ne aveva apprezzato l’operato.
Alle Idi di Marzo, giorno di festa dedicato a Marte, dio della guerra, finì dunque Cesare dando nuovamente inizio a lotte interne che, sembrava, fossero finalmente cessate grazie al suo operato. Eppure così non era stato dal momento che, nell’ombra, vili e rancorosi avevano architettato a lungo l’omicidio del dittatore.

Caio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 Luglio del 100 a.C. ed era di origine nobiliare. Secondo la tradizione, poteva vantare tra i suoi avi Anco Marzio, quarto Re di Roma, e Iulo, il figlio di Enea, discendenti dalla dea Venere. In quel periodo, in città, vi erano forti conflitti tra gli Optimates, nobili e conservatori che avevano annoverato tra le proprie fila personaggi come Catone il Censore, e i Populares, aristocratici e tribuni del popolo tra i quali si era schierato anche Caio Mario, zio di Cesare che all’epoca ricopriva la carica di Console.

Gli anni dell’adolescenza di Cesare furono segnati dalla guerra civile tra Silla e Caio Mario: Silla una volta sconfitta la fazione dei Populares, venne proclamato dittatore e Cesare, a quel tempo diciottenne e da poco sposato con Cornelia, in quanto nipote di Mario, fu costretto a prestare costanti attenzioni per non essere catturato e ucciso dagli uomini di Silla. Decise dunque di allontanarsi da Roma per un periodo arruolandosi e militando come Legatus in Asia Minore contro Mitridate.
Qui diede una prima prova della propria capacità militare e diplomatica quando venne rapito dai pirati: Questi gli chiesero un riscatto di 20 talenti d’argento, ma Cesare beffandoli, ne promise loro 50 pur di aver salva la vita. Inviò dunque dei messi per procurarsi la somma che giunse dalla città di Mileto e, in breve tempo, ne permise la liberazione. Una volta libero, Cesare partì, proprio dal porto di Mileto, assieme ai suoi uomini in cerca dei suoi rapitori. Cogliendoli di sorpresa, ne catturò la maggior parte, li crocefisse e recuperò le ricchezze che i pirati, avevano accumulato nel tempo con assalti e rapimenti.

Nel 78, alla morte di Silla, Cesare fa ritorno a Roma iniziando una rapida e gloriosa carriera politica che lo portò, nel 72 ad essere eletto Tribuno Militare, uno dei gradi più prestigiosi dell’esercito Romano. Solo tre anni dopo, in concomitanza con la morte della moglie, Cesare viene eletto Questore e, successivamente, tra il 65 e il 61, consegue prima il grado di Edile (magistrato) e poi quello Pontefice Massimo.
Nel 61 a.C viene poi eletto Pretore e, in previsione delle elezioni per il consolato che si sarebbero tenute l’anno seguente, Cesare stipula un accordo con Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso: il primo è un abile generale che ha riportato molte vittorie specialmente nelle regioni orientali ed è da tempo rappresentante degli Optimates, mentre Crasso è uno degli uomini più ricchi di Roma ed è da tempo in conflitto con Pompeo per questioni interne alla loro fazione. Questo accordo, chiamato dagli storici Triumvirato, viene ufficializzato da un matrimonio: Cesare dà in sposa sua figlia Giulia, avuta con la defunta moglie Cornelia, a Pompeo.
Tramite questo accordo Cesare riuscì ad ottiene il Consolato, la carica pubblica più importante nella Roma dell’epoca, e, una volta terminato l’incarico, l’anno seguente ricevette il compito di nuove campagne militari in Gallia.

Questa regione era abitata da popolazioni celtiche, divise in tribù, che erano continuamente in conflitto con le popolazioni germaniche stanziate al di là del Reno. Cesare riportò innumerevoli vittorie in pochi anni, riuscendo anche a sconfiggere le tribù alleate e condotte da Vercingetorige, e ad arrivare addirittura a toccare le sponde britanniche.

Nel frattempo in Patria, Pompeo, approfittando della morte di Crasso, ucciso dai Parti che – ironia della sorte – gli versarono dell’oro fuso in gola, si accordò con il senato per prendere il potere. A questi tuttavia rimase ancora da affrontare Cesare che, amato dal popolo e stimato dai propri «Commilitoni», come egli stesso era solito definirli, aveva colto le intenzioni dei nemici di Roma.
Questi, mossi da meri interessi economici e dalla brama di potere, per contrastarlo, lo richiamarono a Roma ordinandogli di sciogliere l’esercito e di far ritorno da privato cittadino.
Messo con le spalle al muro, a Cesare resta una sola strada da intraprendere: entrare con l’esercito in Italia, proteggere la sua gente e liberare Roma e l’Italia dai traditori del popolo. Il 10 gennaio del 49 a.C iniziò dunque una nuova e sanguinosa guerra civile che vide schierati, da una parte, Cesare con i suoi soldati, e, dall’altra, Pompeo e i suoi alleati, spinti da interessi personali.
Pompeo, intimorito, decise dunque di darsi alla fuga abbandonando l’Italia a Cesare che, divenuto dittatore, fece approvare una massiccia quantità di provvedimenti per salvare una Roma travolta dalla crisi economica. Il conflitto non si poté comunque considerare concluso fino a quando, il 9 Agosto 48, in seguito a numerose battaglie, la guerra terminerà con la vittoria di Farsalo. Battuto, Pompeo cercò rifugio in Egitto dove trovò la morte per mano di un sicario di Tolomeo XIII e Potino, regnanti dell’epoca che speravano di conquistare così i favori di Cesare. Quando questi giunse sulle coste d’Egitto, Tolomeo offrì lui la testa dell’antagonista. Cesare si infurò facendo decapitare Pontino, autore materiale dell’omicidio, per aver osato uccidere quello che, nel bene o nel male, era comunque un importante cittadino romano. Da qui, il condottiero, avviò delle campagne in Egitto che culmineranno con l’affido della provincia a Cleopatra, con la quale avrà anche un figlio, Cesarione.

Tornato a Roma, Cesare riceve la dittatura di 10 anni, carica che nessuno prima di lui aveva conseguito, e poi, due anni dopo, la dittatura a vita. In questo periodo continuò sempre a fare gli interessi del Popolo e della Patria, mosso dai medesimi ideali che lo avevano animato nella gioventù, nelle campagne militari e nella guerra ai traditori di Roma. Fu forse proprio per queste ragioni che un gruppo di una sessantina di cospiratori, guidati da Caio Cassino Longino, Decimo Bruto Albino e Marco Giulio Bruto, figlio dello stesso Cesare, decisero di eliminare il dittatore in nome di millantate “Libertà Repubblicane”. Libertà che, nei fatti, essi stessi avevano contribuito ad affossare con i loro comportamenti.

Fu così che, come già detto, il 15 marzo del 44 a.C., poco prima di una nuova campagna militare programmata da Cesare, la congiura prese atto: convocato in senato, Cesare venne ripetutamente pugnalato.
Fu dunque questa la fine di Caio Giulio Cesare, padre della Patria, condottiero, difensore di Roma e della sua Libertà, Uomo ineguagliabile. Risulta difficile anche solo immaginare cosa avrebbe potuto ottenere un genio sconfinato come Cesare se i vili non lo avessero prematuramente sottratto alla storia, ma ci basta pensare come, ancora oggi, centinaia di migliaia di persone portino anche solo un fiore in omaggio alla sua statua a Roma. Un segno evidente che gli Dei non muoiono mai.

Steiner

Cesare

Otto Rahn: viaggio nell’anima dell’Europa

Per secoli l’uomo ha cercato il Sacro in ogni dove, in ogni sua forma, in ogni sua manifestazione. Fiumi di parole sono stati scritti per descriverlo e migliaia spedizioni sono state organizzate per trovarlo, tutte con l’obiettivo di giungere agli antipodi della civiltà, per trovare il minimo comun denominatore che unisse tutti quei Popoli che, pur differenziandosi per tradizioni e culture, provenivano in realtà da un’unica stirpe. Tanti studiosi tra antropologi, storici, teologi, mistici e filosofi hanno tentato in diversi modi di giungere alla stessa soluzione, ma tutt’oggi le conclusioni e le teorie sono innumerevoli, alcune inconciliabili, e nel tempo la questione – prima ritenuta di importanza fondamentale – è decaduta fino a divenire un mero pretesto per produrre programmi d’intrattenimento demenziali, racconti di bassa lega o assurde teorie complottiste.
Uno degli ultimi che ha tentato, facendo uso di tutta la sua volontà e di tutta la sua conoscenza, di svelare questo collegamento che segretamente ancora persiste tra le genti del nostro Vecchio Continente, fu Otto Rahn, che per la sua entusiastica ricerca ha dato tutto, persino la vita.

Otto Rahn nacque il 18 febbraio del 1904 a Michelstadt, in Assia, nella Germania centro-meridionale. Il giovane, che già da ragazzo probabilmente prospettava per sé una carriera da storico, sviluppò durante gli anni delle superiori una passione senza precedenti per la poesia medievale, in particolare quella occitano-provenzale, che dietro le liriche narranti di gesta gloriose, di sovrani, di leggende cavalleresche e amori sensuali o platonici, spesso nascondevano riferimenti a fatti realmente accaduti. Una costante di tutte queste opere era sopratutto il Sacro Graal, la mitica coppa da cui Gesù Cristo avrebbe bevuto nell’Ultima Cena, e dove Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il suo sangue che sgorgava dalle ferite inflittegli dalla la crocifissione; solo i puri di cuore potevano possederlo e riceverne i benefici, la vita eterna e la saggezza.
Ma chi poteva considerarsi così integro ed incorruttibile tanto da potersi reputare senza peccato? Chi mai avrebbe potuto custodire per l’eternità il sacro calice?

Rahn svolse le sue ricerche a partire dall’analisi del Parzival, capolavoro della letteratura tedesca di quel periodo scritto dal poeta-cavaliere Wolfram von Eschenbach e poi ripreso da Wagner per il suo dramma. Egli, come altri studiosi,  identificò il misterioso Kyot il Provenzale, a cui l’autore fa riferimento come suo ispiratore, in Guiot di Provenza, leggendario troviero della corte occitana. Alla fine le sue indagini lo portarono proprio in Occitania, nella terra d’origine dei cantori e dei menestrelli, che esplorò in lungo e in largo dal 1929 al 1932 con l’aiuto di un altro valente storico Antonin Gadal, con il quale condivideva i fini della spedizione; la sua permanenza nelle terre meridionali francesi e l’investigazione sul destino del Graal a partire dai testi poetici lo portarono inevitabilmente a scoprire un altro grande elemento che aveva caratterizzato la regione tra il X e il XIII secolo: il Catarismo.
Rahn giunse alla conclusione che ad aver detenuto il sacro calice fossero stati proprio i seguaci di questa eresia, della quale molti trovatori del passato avevano fatto continua menzione rimarcandone l’importante presenza in Linguadoca e sottolineando che raramente essa mancò dell’appoggio e della protezione da parte dei nobili locali. Come altri anche von Eschenbach accennò alla diffusione di questa eresia e dei suoi seguaci fin nel sud della Germania.
I Catari impersonavano benissimo quel modello di fedeli puri, votati al sacrificio estremo, che i miti descrivevano come unici possibili custodi della santa reliquia: la loro dottrina imponeva di vivere nella più completa povertà, privi di qualsivoglia proprietà e spingendoli a privarsi anche di qualsiasi altro bene o piacere materiale, come il cibo e i rapporti sessuali. Tutta la materia per loro era fonte di malvagità, in quanto consideravano la Terra e la vita su di essa come la gabbia che Satana aveva creato per le loro anime, e astenersi da qualsivoglia contatto con il mondo fisico per dedicarsi ad una vita di completa meditazione rappresentava per loro la massima comunione con Dio. Pur credendo nella figura di Cristo e nel Nuovo Testamento, il loro credo era di carattere gnostico, basato cioè su una conoscenza segreta a cui solo pochi eletti potevano attingere, in questo caso i ministri del culto e i predicatori, che avevano compiuto il primo passo nel condurre questa vita ascetica. Questi, come antichi sacerdoti pagani, vivevano in comunità condividendo fra loro tutte quelle poche cose che ancora “possedevano”; tali considerazioni, assieme alla netta distinzione che ponevano tra il concetto di bene e male – di carattere spiccatamente manicheo – e alla contrapposizione tra una realtà terrena e una spirituale, bastarono a Rahn per teorizzare che in realtà il catarismo altro non fosse che la sintesi di religioni indoeuropee molto più antiche ma con una radice comune: il culto della luce e delle divinità solari. La fede e la dottrina dei propugnatori albigesi poteva rappresentare l’indice di continuità tra la cultura druidica celtica e le fedi rivelatrici provenienti dalle terre Indo-Persiane. Dopotutto, anche la leggenda del Graal ha dei precedenti nelle saghe pagane del Nord-Europa, e la sua identificazione non solo in calice ma anche in altri oggetti: proprio nel Parzival d’altronde, per la prima volta nel Ciclo Bretone, viene identificato non più come calice ma come pietra preziosa; e, sempre in quest’opera, il luogo in cui l’oggetto viene portato dall’eroe e dai suoi compagni, Sarraz, venne poi identificato nella località Iraniana chiamata Takht-e-Soleyman (Trono di Salomone), che costituì altresì un importante luogo di culto della dottrina Zoroastriana.
Otto condusse le proprie ricerche, piuttosto che nelle maggiori città in cui il movimento ereticale era diffuso, nei rifugi naturali in cui ai tempi della persecuzione operata dall’Inquisizione, dai Crociati e dall’Ordine Domenicano gli eretici furono costretti a nascondersi e usare come luogo di culto: tra queste vi erano le cave di Ussat, le grotte di Lombrives e la valle dell’Ariège (che, curiosamente, in tempi antichi ospitava un lago a forma di calice), ma soprattutto i cunicoli sottostanti il castello di Montsegur, ultimo bastione della loro resistenza. In questi luoghi lo studioso trovò un’incredibile quantità di graffiti, alcuni dei quali si erano completamente confusi con altri che erano invece di origine preistorica, suggerendo un utilizzo ancor più antico di quelle insenature come luoghi sacri e di culto.

Al suo ritorno in Germania, raccontò le sue esperienze in Linguadoca e Provenza nel libro Crociata contro il Graal. Il libro ebbe un discreto successo e in particolare il suo contenuto attirò l’attenzione di Heinrich Himmler, il quale decise quindi di reclutare Rahn tra le sue fila di archeologi e studiosi dell’Ahnenerbe, la “Società di ricerca dell’eredità ancestrale”, il dipartimento delle SS che si occupava di cercare conferme circa la provenienza e gli elementi comuni delle civiltà Indo-Arie. Nell’estate del 1936 intraprese, per ordini dello stesso Reichsführer, una spedizione in Islanda per indagare sul culto germanico odinista praticato sull’isola, ma non ottenne i risultati sperati. Nel ’37 pubblicò su commissione dell’ufficio centrale il suo secondo libro, La corte di Lucifero, ulteriore resoconto dei suoi viaggi e delle sue scoperte, che introdurrà così:

«Questo libro, che ha come punto di partenza le pagine di un diario, è stato scritto in un villaggio dell’Alta Assia, nel cuore del paese dei miei antenati pagani e dei miei avi eretici. Il manoscritto è sulla mia scrivania: voglio concluderlo. Il frammento di marmo caduto da un fregio del tempio di Delfi pesa sui fogli ricoperti di scrittura fitta. Altre due pietre, quella di Montségur e quella di Reykholt impediscono al vento di sparpagliare o portar via i fogli disposti in due pile a destra e a sinistra».

Purtroppo la sua carriera nelle SS durò poco: a causa delle sue opinioni sempre in contrasto con quelle dei superiori e del sospetto che stesse creando in seno all’organizzazione una fazione neo-catara, unite alla scarsa disciplina militare e al suo carattere anticonformista, venne riassegnato per un breve periodo ad incarichi di servizio a Dachau. Tuttavia, con il passare dei giorni, il suo atteggiamento, prima colmo di fervore e dedizione, andava cambiando verso uno stato di ansia perenne, che infine, come testimoniano alcuni rapporti ufficiali, lo portò ad avere problemi con l’alcolismo. Da questo punto in poi gli avvenimenti diventano confusi e confermati solo da poche testimonianze. L’epilogo della sua vita, come la leggenda del Graal, diventa un mistero.
Sempre più emotivamente e psicologicamente consumato dalla vita che conduceva, e convinto di essere stato messo sotto sorveglianza dalla Gestapo, nel 1938 rassegna le dimissioni dalle SS, alle quali, come sostenuto da alcune fonti, pare che Himmler abbia risposto con un freddo e semplice «Sì». Da qui si perdono le sue tracce, si hanno sporadici avvistamenti, ma dello storico Otto Rahn non si ha più notizia, fino al ritrovamento del suo cadavere congelato sulle Alpi Austriache, l’11 aprile del 1939. Le cause del decesso, che si stima sia avvenuta il 13 o il 14 marzo, rimangono (e forse rimarranno per sempre) un’enorme incognita: c’è chi dice si sia lasciato morire di ipotermia, chi invece di overdose di barbiturici (furono ritrovate nella giacca due fiale di sonnifero), altri addirittura affermano che abbia inscenato la propria morte.
I Catari coronavano la loro comunione con Dio lasciandosi serenamente morire di fame e di sete durante la preghiera, un lungo e lento processo di decadimento fisico chiamato Endura, che avrebbe portato infine l’anima in comunione con Dio.
Non sappiamo come sia morto Otto Rahn, ma ci piace pensare che il suo trapasso sia stato la conclusione perfetta di una vita romantica, vissuta all’insegna della conoscenza del passato e dello spirito europeo. Una morte un po’ stoica, un po’ faustiana, che ha sicuramente portato con sé tantissime cose che oggi non sappiamo, e che, forse, non sapremo mai.

 

«La loro dottrina permetteva, come quella dei Druidi, il suicidio; tuttavia esso esigeva che si mettesse fine alla propria vita non per stanchezza di vivere, per paura o per dolore, ma in uno stato di perfetto distacco dalla materia. Questo tipo di Endura era permesso quando veniva effettuato in una visione momentanea e mistica della Bellezza e della Bontà divina. […] l’ultimo atto dell’annientamento della carne richiede eroismo. La concatenazione non è affatto così crudele come sembra.»

Saturno

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Un cuore pulito non si scorderà: Franco Anselmi

«In questo mondo di ipocrisia, di false regole e di moralismi! Mi viene voglia di abbracciare chi ha il coraggio di sbagliare!»

Così cantavano gli Amici del Vento nella canzone NAR, dedicata a quei camerati che, nel difficile clima degli anni ’70, decisero di imbracciare le armi per rispondere ai vili attacchi che colpivano, talvolta mortalmente, tutti quei ragazzi che, non arresisi, continuavano a combattere per l’Idea che aveva infiammato i cuori dei loro padri e dell’Europa intera. Ed è proprio con queste parole che vogliamo esordire per parlare di Franco Anselmi, esponente dei NAR che in questo giorno del 1978 venne ucciso dal proprietario dell’armeria Centofanti, nel quartiere Monteverde, nel corso di una rapina messa in atto dal gruppo di rivoluzionari neofascisti.

Franco Anselmi nacque a Bologna il primo marzo del ’56, e nel 1973 si trasferì a Roma assieme alla famiglia. Qui iniziò la propria militanza avvicinandosi immediatamente, con l’inizio degli studi superiori, al Fronte della Gioventù, componente studentesca del MSI. Porprio a causa del suo attivismo, nel corso del 1972, all’uscita da scuola, il Liceo Keplero IX del quartiere Portuense, venne aggredito da alcuni militanti di estrema sinistra che, colpendolo ripetutamente alla testa con dei bastoni, gli provocarono ferite gravissime che gli costarono la perdita della vista ad un occhio e oltre tre mesi di coma.
A causa di questo evento e della lunga riabilitazione che ne seguì, Franco, avendo due anni da recuperare, si iscrisse all’Itituto Tozzi di Monteverde, dove fece la conoscenza di quelli che, assieme a lui, avrebbero poi costituito la base dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, del quale sarà compagno di banco, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati.

È in questo periodo che si cementa quel rapporto che spingerà i ragazzi a scegliere, congiuntamente, la via della lotta armata che sarà vista dal gruppo come l’unica possibilità di difendere se stessi e i propri camerati dalle quotidiane violenze comuniste che, troppo spesso, mietevano vittime tra le fila dei neofascisti.
Anselmi le conosceva bene non solo per averle subita direttamente qualche anno prima, ma soprattutto per I fatti che videro coinvolta la sede del MSI nel quartiere Prati: il 28 febbraio del 1975 Franco partecipò al presidio in Piazzale Clodio, fuori il tribunale nel quale, quella mattina, si stava svolgendo il processo per gli imputati del Rogo di Primavalle. Proprio lui, durante il successivo assalto che i compagni effettuarono alla sede di Via Ottaviano, si trovò al fianco di Mikaeli Mantakas, lo studente greco che venne mortalmente colpito dal proiettile esploso da Alvaro Lojacono, militante di Potere Operaio che poi passerà tra le fila delle Brigate Rosse. Un evento drammatico che segnerà irrimediabilmente Franco.
In quell’occasione, il sangue di Mikis macchiò il passamontagna di Anselmi. Questi lo conserverà come una reliquia che, in un intimo rituale, come fosse una promessa di giustizia, bagnerà anche il 7 gennaio del ’78 nel sangue ancora fresco dei camerati appena uccisi in Via Acca Larentia.

Acca Larentia rappresenterà per tutto il gruppo del Tozzi il punto di non ritorno. Il culmine di un climax di violenze subite e mai vendicate che spingerà i NAR ad imbracciare le armi contro lo stato e i suoi servitori che troppi amici avevano portato via ai giovani militanti del MSI.
Solo pochi giorni prima, d’altronde, Anselmi aveva avuto un diverbio con Pino Romualdi, quando, in occasione dell’omicidio di Angelo Pistolesi, il 28 dicembre del 1977, questi gli aveva negato il “permesso” di vendicare la morte dell’amico, caduto sotto i colpi di chi, probabilmente, dieci giorni dopo attuerà la strage nella sede del Tuscolano.

Per vendicare i camerati caduti Franco e gli altri decisero che era il momento di alzare il tiro rispetto alle azioni che i NAR avevano compiuto fino a quel momento. C’era bisogno di iniziare a pareggiare i conti. C’era bisogno di ripagare i servi del sistema con la stessa moneta.
Proprio per questo il 28 febbraio del ’78, nell’anniversario della morte di Mantakas, dando adito ad una notizia arrivata dal carcere che asseriva che gli assassini di Acca Larentia fossero venuti da una casa occupata in Via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà, il gruppo si organizzò e andarò sul posto con tre pistole con l’intento di assaltare gli antagonisti.
Il caso volle che proprio quella mattina l’edificio fosse stato sgomberato dalla polizia, perciò i camerati decisero di perlustrare il quartiere in cerca di qualcuno che potesse sembrare “colpevole”, e, in particolare, si diressero vero i giardini di Piazza San Giovanni Bosco, noto punto di ritrovo dei militanti di sinistra della zona. Qui trovarono effettivamente alcuni ragazzi che vennero riconosciuti, probabilmente sulla base dell’abbigliamento, come militanti comunisti. I neofascisti scesero dalle auto a bordo delle quali viaggiavano e fecero fuoco. Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, riuscì a ferire alcuni dei ragazzi nella piazza prima che gli si inceppasse la pistola. Alcuni riuscirono comunque a scappare ma, in terra, rimase Roberto Scialabba, spacciatore e ladro militante tra le fila di Lotta Continua, che fu immediatamente raggiunto da Giusva e freddato con un colpo alla testa.

L’azione era stata portata a termine, ma le pistole avevano dato problemi. Le armi erano scarse e poco efficienti. Per proseguire in quella guerra c’era bisogno di ben altri mezzi.
Fu per questa ragione che il gruppo organizzò, per il 6 marzo, una rapina all’armeria Centofanti – la più grande della città – nella quale avrebbero di certo trovato ciò che serviva. All’azione presero parte Anselmi, Alibrandi, i fratelli Fioravanti e Francesco Bianco che era alla guida dell’auto. Dopo aver preso undici pistole, documenti e gioielli, Alibrandi e i Fioravanti uscirono dal locale, mentre Franco si attardò all’interno per cercare di sviare le indagini e far sì che non risultasse evidente la matrice politica del gesto. Togliendo una collana d’oro al titolare del locale, Danilo Centofanti, ci fu una breve discussione nella quale questi chiese a Franco di lasciargliela perché costituiva un caro ricordo di famiglia. Franco acconsentì e voltò le spalle per raggiungere gli altri in auto. A quel punto, Centofanti fece fuoco, colpendo Alibrandi, che rimase ferito ad una spalla, e Anselmi, che rimase ucciso sul colpo, alla schiena. L’auto, a bordo della quale si trovavano già Bianco e i Fioravanti, dopo un momento di confusione fece retromarcia per dare fuoco di copertura e permettere la ritirata di Alibrandi e il soccorso di Anselmi che fu però vano. Franco giaceva in terra, oramai senza vita, su quel marciapiede di Via Ramazzini. L’azione ebbe un’eco talmente rapida che Peppe Dimitri, storico volto del neofascismo e allora coetaneo di Franco, arrivò pochi minuti dopo a bordo di una moto, assieme ad un suo camerata, nel vano tentativo di prestare soccorso ad Anselmi

La morte di Franco sarà un duro colpo per il gruppo che, in un volantino ad un giornalista dell’Ansa, rivendicherà la rapina e scriverà: «ha concluso nell’unica maniera possibile una vita dedicata all’anticomunismo militante. Si distingueva per la sua lealtà, per il suo coraggio, per la sua generosità. Condanniamo Danilo Centofanti alla pena di morte per aver colpito alle spalle Franco […] Onore al camerata Franco Anselmi. Siamo pronti a seguirti. Tremino i codardi, i corrotti, le spie».
Saranno molte le azioni compiute dai NAR in memoria di Anselmi: dall’attentato esplosivo all’armeria messo a segno tra il 17 e il 18 maggio dello stesso anno, fino all’uccisione del capitano della DIGOS Francesco Straullu, eseguita il 21 Ottobre del 1981 e rivendicata sotto la sigla Nuclei Armati Rivoluzionari – Gruppo di fuoco Franco Anselmi.

Sarebbe superflua ogni ulteriore parola su Franco Anselmi, perché nel ripercorrere la sua vita e le sue gesta si chiarisce la ragione delle sue scelte, e non si può non comprendere e riconoscerne la coerenza e la sincerità. Risulterà chiaramente difficile a molti poter condividere e apprezzare le decisioni che questo Rivoluzionario ha preso nel corso della propria vita, ma è opportuno tener conto del contesto in cui certe azioni sono state operate e del coinvolgimento emotivo che ha portato un ragazzo di soli ventidue anni a combattere e a morire, armi in pugno, per un’Idea e per difendere chi, come lui, aveva deciso di abbracciarla e viverla fino all’estremo sacrificio.
Ciò che, per quanto possa essere stato fin troppo spesso riportato – talvolta con intento dispregiativo -, vale la pena di ricordare, sono le parole che Giusva Fioravanti ha proferito in un’intervista parlando dell’amico caduto al suo fianco: «Mi legai a Franco in maniera molto particolare perché era un ragazzo che a me piaceva moltissimo. In termini romantici era sicuramente uno dei migliori, uno dei ragazzi più generosi. Non c’era niente di spirituale né di intellettuale: era semplicemente un ragazzo dal cuore d’oro […] la classica persona che pur avendo già pagato molto, quando c’era da ripartire ripartiva; che pur avendo già avuto conseguenze gravissime per il suo impegno politico non era rifluito nel privato, non aveva paura. È questo che ti colpisce».
È questo che ci colpisce.

Cioppi Cioppi

 

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