Rogo di Primavalle: così 46 anni fa l’antifascismo distrusse una famiglia

Corre l’anno 1973 quando il 16 aprile, verso le 3 di notte, un commando di Potere Operaio si dirige verso il quartiere popolare di Primavalle, a Roma. Qui Mario Mattei, segretario della locale sezione del MSI, vive assieme alla moglie, Anna Maria, e i sei figli in un appartamento al terzo piano di Via Bibbiena.

Una volta giunto sul luogo il gruppo versa della benzina sotto la porta dell’abitazione e le dà fuoco. L’intenzione è chiaramente quella di uccidere l’avversario politico, uccidere un Fascista. D’altronde per loro non è reato.

L’azione diventerà una vera e propria strage. Un innesco artigianale scoppia facendo propagare l’incendio molto rapidamente. Mario Mattei riesce a trarsi in salvo calandosi dal balcone assieme alla figlia di 15 anni, Lucia, mentre la moglie, facendosi largo tra le fiamme, passa miracolosamente dalla porta dell’abitazione assieme ai figli Gianpaolo di 3 anni Antonella di 9. La diciannovenne Silvia, invece, si getta dalla veranda della cucina riportando fratture a due costole e tre vertebre. Nel vile agguato però Virgilio, di 22 anni, e il fratellino Stefano, di 10, restano intrappolati nella casa oramai devastata dal fuoco. Virgilio muore carbonizzato al balcone abbracciando il fratello più piccolo per proteggerlo e nel vano tentativo di cercare aiuto. Sotto il palazzo Potere Operaio lascia un messaggio: «Giustizia proletaria è fatta».

I responsabili dell’attentato vengono individuati in Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo. Il processo presso il tribunale di Piazzale Clodio inizia il 24 febbraio del 1975, e in questa occasione scoppiano dei violenti scontri nei pressi della limitrofa sezione del FUAN di Via Ottaviano, assaltata dagli extraparlamentari di sinistra, durante i quali perde la vita lo studente greco Mikis Mantakas, raggiunto da un colpo di pistola esploso dall’allora militante di Potere Operaio Alvaro Lojacono. Ogni udienza del processo è caratterizzata da incidenti tra i due schieramenti. Immane è la rabbia dei militanti neofascisti quando il 15 giugno, disattendendo le richieste di condanna all’ergastolo per strage avanzate dalla Pubblica Accusa, arriva una vergognosa sentenza in primo grado che assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. In secondo grado i tre appartenenti a Potere Operaio vengono invece condannati a 18 anni di reclusione, sentenza che verrà poi convalidata in Cassazione 12 anni dopo. I giudici, nel motivare il blando provvedimento scrivono che gli attivisti non avevano intenzione di uccidere ma solo di danneggiare e intimidire l’avversario politico. Tuttavia, quando le condanne sono oramai definitive, tutti e tre gli imputati, che erano stati in precedenza incarcerati preventivamente, aiutati da una fitta rete di solidarietà della sinistra eversiva, risultano latitanti. A dare sostegno economico e logistico a questi gruppi, terroristici e non, ci sono molti intellettuali, imprenditori e appartenenti alla classe dirigente. Tra questi è opportuno citare Dario Fo che, assieme alla moglie Franca Rame, tramite la struttura Soccorso Rosso Militante, non solo organizza una raccolta fondi per sostenere le spese legali e invita tutto il mondo della sinistra a scrivere ai reclusi «per farli sentire meno soli», ma avvalla inoltre la vigliacca e infame tesi della “pista interna” che sarà la facile scusa utilizzata per moltissimi omicidi che la sinistra compirà e aveva già compiuto ai danni dei membri del MSI. Secondo questo assunto ad appiccare l’incendio sarebbero stati gli stessi Fascisti che, mossi da invidie e giochi di potere, avrebbero cercato di intimidire il Segretario della sezione. Fo e la moglie faranno addirittura un appello per divulgare l’innocenza dei tre ragazzi di Potere Operaio. Jacopo Fo, figlio della coppia, in quel periodo ventenne, fa una vignetta dove i protagonisti sono un anonimo agente segreto e un uomo coi baffi (chiara allusione a Giorgio Almirante) che si informa su quanti siano i morti nell’attentato. Jacopo Fo per questa vignetta non solo non porgerà mai le sue scuse, ma indicherà addirittura i coniugi Mattei come possibili mandanti dell’azione.

Solo dopo il 28 Gennaio del 2005, quando con una sentenza la pena viene dichiarata in prescrizione, Lollo fa ritorno in Italia ammettendo la responsabilità sua e dei suoi compagni. Dichiarazioni che servono alla famiglia solo per chiedere il risarcimento dei danni.

Oggi a 46 anni di distanza, questa storia rimane una ferita aperta, non solo per le modalità – a dir poco vergognose – secondo cui sono state svolte le indagini e per l’ostruzionismo operato della giustizia italiana, ma anche per l’innocenza di un ragazzo, Virgilio, e di suo fratello Stefano, uccisi in modo vile dall’odio antifascista.

Steiner

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