Il viaggio alla ricerca della bellezza: Enrico Prampolini 

L’arte per poter essere definita tale deve regalare al suo pubblico una sensazione, o sarebbe più corretto dire un’emozione, di indescrivibile portata, tanto che tanto che per quante possano essere le parole spese per descriverla risulterebbero limitanti. Per potersi avvicinare alla comprensione di cosa sia è necessario pensare a quando questo sentimento si impossessa di noi rendendoci incapaci di opporvi resistenza; ciò può accadere anche quotidianamente nell’ascolto di una canzone o nella lettura di un libro. In quei momenti ci rendiamo conto di essere attanagliati da una presa irresistibile, da un qualcosa che potremmo definire amore, grandezza, oppure, per citare Nessun Dolore di Domenico di Tullio, Bellezza. Perché è di questo che stiamo parlando: del bello che non può essere prezzato con alcuna forma di valuta dal momento che così esattamente come ogni termine è limitato, ogni prezzo è riduttivo. è proprio questa incommensurabilità a rendere l’arte una verità inestimabile. 

in che modo si potrebbe riassumere tutto ciò in un quadro? Se noi volessimo “dipingere la bellezza” come faremmo a rappresentarla? Quale stile useremmo? Quale tecnica, quale visione? 

Queste domande sono così ardue che per fornire loro una risposta non possiamo parlare di un semplice artista, perché l’uomo che ha fatto della propria vita una continua ricerca della bellezzariuscendo forse ad avvicinarsi alla soluzione del dilemma, non è semplicemente qualcuno capace di mettere un po’ di vernice su un quadro, ma un viaggiatore, che ha navigato tra le correnti dell’arte combattendo e ricercando la strada da percorrere nel corso di tutta la carriera. Stiamo parlando di Enrico Prampolini. 

Prampolini nasce a Modena il 20 aprile 1894, nel 1912 si iscrive alla Accademia delle Belle Arti di Roma dalla quale viene espulso a causa di un manifesto anti-accademico da lui stampato, dimostrando già allora il disgusto verso quel sistema di vecchi capaci solo di osannare il passato senza alcuna capacità di dare una visione futura all’arte.  

E ovviamente essendo il futuro, l’avvenire, il domani, l’oggetto della ricerca del giovane Enrico, la sua attenzione non poteva che ricadere sul movimento artistico più rivoluzionario del secolo, del quale finì presto per innamorarsi e divenire uno dei massimi esponenti: il Futurismo. 

Presupposto che l’artista reputa indispensabile per poter raggiungere il proprio obiettivo è l’immediata eliminazione di ogni visione realista, poiché il reale viene concepito come chiuso, limitato e limitante e, come accennato poc’anzi, la bellezza non può e non deve essere circoscritta da niente e nessuno.
Grazie a questi presupposti riuscì a incontrare e frequentare Giacomo Balla, divenendo, di lì a breve, un artista di spicco dell’astrattismo europeo. 

Eppure Prampolini reputava di non aver ancora portato a compimento la sua ricerca. Convinto che la risposta che stava cercando non fosse conseguibile attraverso il futurismo, per quanto sia stato la corrente che più lo ha formato e a cui più dovrà anche a livello ideologico, come un pirata che naviga per di isola in isola in cerca di un tesoro, Prampolini vaga tra uno stile e l’altro. Negli anni ’30 si appassiona al dinamismo e all’organicismo, ha visioni cosmiche ed oniriche e realizza varie opere usando anche la tecnica del microcosmo.  

Una importante svolta avvenne quando, a Parigi, ne 1925, Prampolini viene a contatto con una nuova e fervente corrente: il Surrealismo. In esso vede la sintesi quasi perfetta di ciò che voleva: qualcosa che non sia limitato alla realtà ma che sia allo stesso tempo concretotangibile, esattamente come la bellezza, vera e sconfinata allo stesso tempo. La bellezza è esattamente surreale, ovvero “superiore alla realtà”.
Emblematico di questo periodo è l’opera Maternità Cosmica, una delle sue opere più famose, in cui questo contrasto risulta evidente; l’osservatore si sente spiazzato e confuso perché è come se, pur sapendo cosa il dipinto voglia rappresentare, non riesca a coglierne l’essenza 

Nella sua continua ricerca approderà a molti filoni, unendosi negli anni ’40 prima al movimento dell’aeropittura futurista e dopo la guerra al post-cubismo e proseguendo poi con la produzione scenografica (di cui ci sono pervenuti numerosi bozzetti), fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 giugno 1956.  

Insomma, vista l’incredibile e affascinante impresa che ha voluto affrontare, la sua vita va ricordata non come quella di un personaggio arrogante che, stufo delle produzioni del passato, decide di creare qualcosa di nuovo per puro capriccio, ma come quella di un artista nel senso più profondo del termine che ha dedicato la vita a capire come poter rappresentare al meglio il concetto di Idea, donandoci la bellezza delle sue opere e un esempio da seguire; perché esattamente come lui ricercava l‘arte nella rappresentazione dei suoi lavori, noi la cerchiamo ogni giorno nella militanza, seguendo quel sentimento che non riusciamo né a comprendere né a spiegare, eppure al quale siamo sottomessi e che non possiamo far altro che vivere come una bellezza irrazionale. 

Gabbo

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