Rivolta di Pasqua: una sconfitta che diede l’esempio

Meno di una settimana fa, nell’Irlanda del Nord, e più precisamente a Derry, si sono riaccesi i fuochi della lunga lotta che il popolo irlandese conduce oramai da secoli contro l’Inghilterra per ottenere la tanto agognata completa indipendenza. Proprio Derry è stata infatti teatro di violenti scontri tra repubblicani e forze dell’ordine britanniche e, in questo scenario tra barricate e scontri a fuoco, è stata colpita da un proiettile la giornalista di 29 anni Lynda McKee, reporter particolarmente attiva nell’ambito delle organizzazioni LGBT. Gli scontri, iniziati in seguito a delle perquisizioni condotte dalla polizia nei confronti di molti sospetti guerriglieri repubblicani, sono avvenuti in tutta la cittadina concentrandosi in particolar modo nel quartiere di Creggan dove, per l’appunto, la cronista è rimasta uccisa. I controlli avviati dagli agenti nelle abitazioni dei sospetti sono scattati nel corso delle indagini in merito ad un’autobomba esplosa il 19 gennaio scorso nel centro della cittadina nordirlandese. Le tensioni si sono riaccese proprio in prossimità della ricorrenza del centotreesimo anniversario della Rivolta di Pasqua.

La lotta portata avanti dagli irlandesi contro la dominazione britannica ha attraversato, nel corso della storia, vari momenti, con periodi talvolta più blandi e altri particolarmente cruenti, ma è proprio nei cinque giorni che seguirono il 24 aprile 1916 che si può individuare un punto cruciale che ha segnato la svolta in quel processo per la conquista della completa indipendenza che ancora oggi non accenna ad arrestarsi.

L’origine di quelli che sono stati i tumulti più significativi nella storia dell’isola durante il XX secolo, va ricondotta a quando, oltre un secolo prima, l’Atto di Unione, entrato in vigore il primo gennaio 1801, assoggettò l’Irlanda alla Gran Bretagna andando a costituire il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Tale manovra venne approvata sia dal Parlamento inglese che da quello irlandese, il quale, con una maggioranza seppur minima, approvò il decreto. Le ragioni che spinsero il Parlamento irlandese ad accettare questo provvedimento furono molteplici, ma si può reputare che quello che con il senno di poi fu ovviamente considerato un Atto negativo per l’indipendenza dell’Irlanda, all’epoca fu invece inteso come un compromesso proposto dall’Inghilterra in seguito alle tensioni che, in un climax di violenza, erano sfociate nella ribellione irlandese del 1798. Alla base della rivolta vi erano rivendicazioni anche in ambito religioso. Difatti, fino a quel momento l’Inghilterra aveva, con continue leggi ed editti, continuamente penalizzato la popolazione originaria dell’isola di credo prevalentemente cattolico, per avvantaggiare gli immigrati inglesi di fede protestante. Quando nel 1800 fu proposto l’Atto di Unione, il parlamento britannico, in particolare con la figura del Primo Ministro William Pitt, aveva mostrato la propria disponibilità a riconoscere ai cattolici diritti che fino a quel momento erano stati loro preclusi se avessero accettato il trattato. In particolar modo si era prospettata l’abrogazione dei Test Act, una serie di leggi che impedivano ai non anglicani di ricoprire determinate cariche pubbliche. Fu proprio questa ragione che spinse il Parlamento irlandese ad accogliere positivamente la richiesta sancendo di fatto l’unione politica delle due isole. Tuttavia, una volta stipulato l’accordo, il Re d’Inghilterra, Giorgio III, impedì che si procedesse all’abolizione dei Test Act, provocando ulteriore malcontento nella popolazione irlandese che nei decenni successivi si organizzò in raggruppamenti politici e paramilitari che avevano intenzione di continuare la guerra per l’indipendenza condotta sin dal XII secolo sia per vie diplomatiche che guerrigliere. Tra i personaggi e i movimenti di spicco dei dissensi scaturiti, un ruolo chiave fu svolto da Daniel O’Connell che, convinto di poter ottenere risultati tramite manifestazioni pacifiche e vie parlamentari, fondò nel 1940 la Repeal Association, dalla quale si distaccarono poi alcuni membri, come William Smith O’Brian, che assieme a Charles Gavan Duffy e Thomas Davis, consapevoli della necessità di azioni più drastiche furono tra i promotori del movimento della Giovane Irlanda. Attraverso alleanze con altre forze politiche con le quali vi era una comunità d’intenti e rappresentanti del parlamento irlandese, gli indipendentisti riuscirono a portare le proprie istanze al parlamento britannico con varie Home Rules.

Una svolta nei negoziati si ebbe quando l’11 aprile 1912, Charles Stewart Parnell assieme ad una folta delegazione di rappresentanti irlandesi, attraverso abili mosse politiche riuscì a far discutere ed accettare le leggi che garantivano una maggiore rappresentatività irlandese e la formazione di un parlamento autonomo che avesse sede a Dublino. Le forze movimentiste inglesi presenti in Irlanda, specialmente nella parte settentrionale, non restarono tuttavia impassibili a vedere i privilegi avuti fino a quel momento andare perduti ed organizzarono dunque delle formazioni paramilitari riunite sotto la sigla di Volontari Unionisti. Per rispondere agli attacchi ricevuti anche i nazionalisti irlandesi si raggrupparono in corpi di combattenti che assunsero il nome di Volontari Irlandesi.
L’effettiva applicazione delle Home Rules sancite ebbe però un freno a causa dello scoppio del primo conflitto mondiale che rappresentò per i britannici una buona occasione per rallentare il processo d’indipendenza messo in moto. Gli scontri tra le fazioni tuttavia proseguirono incessantemente fino a quando i Volontari Irlandesi, persuasi della necessità di una svolta, decisero di organizzare una insurrezione armata per ottenere finalmente il riconoscimento dell’autonomia dell’Irlanda dalla Gran Bretagna. A questo scopo furono coinvolte nel tentativo rivoluzionario anche le forze politiche che, anni prima, si erano battute ed avevano posto le basi per l’approvazione delle leggi indipendentiste che – solo ufficialmente – erano state approvate.
L’operazione scattò dunque, come premesso, il 24 aprile del 1916 e vide dispiegate varie brigate nazionaliste che su tutta l’isola ingaggiarono aspri combattimenti con gli unionisti e le forze inglesi inviate al fine di sedare la rivolta. Il colpo di mano non riuscì e, dopo cinque giorni di scontri, le forze irlandesi, nonostante alcune ottime azioni militari, vennero battute dal soverchiante numero inglese. I condottieri sconfitti vennero condannati a morte e i loro sottoposti a pene detentive o all’esilio.
Eppure, nonostante l’insuccesso della rivolta, i principi nazionalisti degli irlandesi non furono soffocati e quei cinque giorni di lotta costituirono un apripista imprescindibile per quella che fu poi la guerra d’indipendenza irlandese, iniziata dall’IRA solo due anni dopo, che portò alla nascita della Repubblica d’Irlanda.

Eppure ancora oggi, dopo anni di lotte e sacrifici – finanche estremi – l’opera non può dirsi conclusa. Ci sono ancora sei contee che devono essere riconquistate. Sei contee che da quasi cento anni aspettano di poter levare fieramente il tricolore nato da quei giorni di combattimento e passione. Ed è proprio per questo che ci sono ancora guerrieri che continuano a dar battaglia alle truppe di Sua Maestà, portando avanti, con lo stesso spirito rivoluzionario e nazionalista dei loro avi, quella guerra dai toni identitari che non può non affascinarci.

Cioppi Cioppi

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