«Affondate quel mostro»: la corazzata Bismarck

Dopo l’uscita unilaterale dal trattato di Versailles, che imponeva alla Germania una riduzione delle sue forze armate a sei navi da guerra, 100.000 soldati e nessuna aviazione, si giunse alla firma dell’accordo Navale Anglo-Tedesco che imponeva alla Germania di limitare la propria flotta del 35% rispetto a quella britannica. Nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale, Hitler ordinò un piano di riarmo che prevedeva la costruzione di grandi navi che fossero qualitativamente all’avanguardia.

Le prime navi che entrarono in servizio, in accordo con questa linea strategica, furono le Panzerschiff, delle piccole corazzate. Successivamente, nel 1936, fu dato il via alla realizzazione del progetto della Bismarck (varata tre anni dopo) che avrebbe dovuto rappresentare insieme alla Tirptiz e alla portaerei Graf Zeppelin, la nuova frontiera delle navi da battaglia.

La nave, considerata tra le più potenti del proprio tempo e capace da sola di minacciare l’intera marina inglese, era lunga 251 metri, larga 36 e composta da 41700 tonnellate di acciaio corazzato e altre leghe. Nonostante le enormi dimensioni e gli ingenti armamenti, costituiti da 8 cannoni calibro 380 mm, 12 da 150 mm e 20 contraeree da 20 mm, l’imbarcazione era in grado di raggiungere i 30,5 nodi e di rappresentare, con il suo equipaggio di 2100 uomini, la punta di diamante della Kriegsmarine.

Compito della Bismarck era quello di pattugliare il Mare del Nord, andando a bloccare il traffico navale proveniente dagli Stati Uniti che, con carichi formati prevalentemente di viveri, carburante e aiuti militari, si dirigeva verso I’Inghilterra.

La flotta tedesca, dopo mesi di indiscussa supremazia che tolsero il sonno a Churchill, fu avvistata alle ore 18 del 23 Maggio dall’incrociatore Suffolk mentre l’incrociatore da battaglia Hood, simbolo della supremazia britannica sugli oceani e orgoglio della marina Inglese, insieme alla Prince of Wales si apprestavano a intercettarlo.

Al comande della Bismarck si trovava l’ammiraglio Günther Lütjens divenuto una leggenda per la marina germanica dopo aver affondato ben 22 navi Inglesi in soli 2 mesi.

Alle prime luci dell’alba Lütjens avvistò la Hood e quando fu dato il permesso di sparare, una pioggia di fuoco si riversò sulla Hood, in prossimità dello stretto di Danimarca, Facendola affondare in poco meno di due minuti.

La notizia del suo affondamento fece il giro del mondo, poiché era stata spacciata fino a quel momento dalla Royal Navy come una nave inaffondabile.

Alla notizia dell’affondamento l’Ammiraglio inglese ‎John Tovey chiamò a raccolta tutte le navi della Marina di sua Maestà, facendo ricorso finanche a quelle datate e della Prima Guerra Mondiale e, grazie all’aiuto del radar, riuscirono a individuare la posizione della Bismarck nell’Atlantico.

Nonostante la Bismarck fosse continuamente controllata dai radar, la flotta Inglese non riusciva a intercettarla a causa della sua velocità. Per poter ingaggiare lo scontro, fu fatta risalire un’ulteriore squadra da Gibilterra che avrebbe potuto incrociare la grossa corazzata Tedesca non molto lontano dalle coste Francesi.

gli inglesi diedero inizio all’attacco con 15 biplani lanciati dalla portaerei Ark Royal che fu fatta venire appositamente dal Mediterraneo. Questi riuscirono a colpire il retro della nave danneggiandone gravemente il sistema di timonaggio.

All’indomani l’attacco da parte delle navi Inglesi che arrivarono a spararono 255 colpi in circa 1 ora.

È facile immaginare le condizioni della Bismarck dopo essere stata colpita anche solo da una piccola percentuale di un tale arsenale di munizioni.  I ponti e la sovrastruttura erano a brandelli e invasi dalle fiamme. Una cannonata della King George V aveva attraversato la corazzatura della torre B facendo saltare la parte posteriore e la Rodney sosteneva di aver mandato a segno almeno 40 colpi da 40,6 cm, ma, nonostante le sue condizioni, non sembrava che la corazzata stesse affondando. Pertanto l’Ammiraglio Tovey ordinò all’incrociatore Dorsetshire di silurarla. Alle 10.25 l’incrociatore piantò due siluri nella fiancata sinistra della Bismarck senza sortire apparentemente un grande effetto. Ne lanciò poi un terzo nella fiancata di dritta e quattro minuti dopo la corazzata si ribaltò sulla dritta e cominciò a sprofondare di poppa.

Il Dorsetshire recuperò 85 naufraghi e il Maori 25, prima che il salvataggio fosse interrotto da un allarme antisommergibile.  In seguito, l’U74 raccolse tre uomini aggrappati a un relitto e il 28 maggio l’unità del servizio meteorologico Sachsenwald ne trovò altri due. L’epopea della Bismarck finiva in questo modo tragico, catastrofico ed eroico.

Per molto tempo la Marina Inglese, nonostante le ingenti perdite subite, e nonostante la quasi totalità delle proprie forze messe in campo, vantò l’affondamento della Bismarck come emblema del proprio primato bellico e navale. Solo a guerra finita però si venne a conoscenza della verità:

Da fonti tedesche si scoprì che alle ore 9:30 del 27 maggio l’ammiraglio Lütjens, vendo orami fallita la missione e prevedendo la perdita oramai sicura della nave, nel giorno del suo compleanno, dopo aver letto un telegramma firmato dal Führer che si complimentava con lui per le operazioni condotte e gli porgeva i propri omaggi, ordinò le operazioni per l’autoaffondamento della corazzata, impedendone così la cattura da parte della Royal Navy.

L’8 giugno del 1989 il relitto è stato localizzato da una spedizione americana condotta dal dottor Robert Ballard. Esso giace ai piedi d’una catena montuosa sommersa alla profondità di 4791 m, circa 650 chilometri ad Ovest del porto francese di Brest, in Bretagna. Le esatte coordinate del relitto sono a conoscenza del solo governo tedesco che lo ha dichiarato sacrario militare.

A distanza di anni è nostro dovere ricordare quella che è stata la nave più temuta della seconda guerra mondiale, capace, da sola, di impegnare l’intera flotta britannica e di sottolineare ancora una volta, oltre che la superiorità bellica del III Reich, lo spirito di quei mariani che per amor di patria decisero di affondare con la propria nave piuttosto che essere catturati dagli Inglesi.

Agiade

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Il caso Sébastien Deyzieu a 25 anni dall’omicidio

Da oramai 25 anni, a Parigi, ogni 9 maggio si compie il rituale del presente che, ogni anno, fa risuonare il nome di Sébastien Deyzieu in Rue Des Chartreux, quella strada dove il giovane militante dell’Œuvre Française trovò la morte nel 1994.

Quella di Sébastien è una storia forse poco nota ai più ma che colloca il giovane militante di 22 anni in quel pantheon di eroi che, caduti sotto i colpi dei servi dello stato, marciano al nostro fianco ogni giorno nelle manifestazioni, nei banchetti e nelle affissioni  che scandiscono l’incedere della nostra lotta al sistema.

Il 7 maggio 1994 fu indetta dai vari gruppi nazionalisti parigini, tra cui spiccavano il GUDGroupe Union Defense –, e il Jeunesses Nationalistes Révolutionnaire, una manifestazione per protestare contro le ingerenze statunitensi in Europa in occasione dell’avvicinarsi delle commemorazioni per i 50 anni dell’invasione di Parigi da parte delle truppe Alleate, avvenuta il 9 giugno 1944. I diversi movimenti chiamarono dunque a raccolta camerati non solo da Parigi ma anche dal resto della Francia con un volantino che, con l’emblematico titolo di «Bienvenue aux ennesi de l’Europe»«Benvenuto ai nemici dell’Europa» ndr – dava a militanti e simpatizzanti appuntamento alle ore 17 in Place Denfert-Rochereau,  situata nel XIV arrondissement.
I militanti nazionalisti, arrivati da ogni parte del paese, si radunarono già dal mattino presso il locale La Libraire e qui giunse loro la notizia che il prefetto della polizia aveva appena ritirato il permesso per lo svolgimento dell’azione dimostrativa. Questa decisione arrivò evidentemente su pressione del Ministro degli Interni, Charles Pasqua, storico gollista del centro-destra, che in gioventù si era schierato con la resistenza francese per contrastare i tedeschi e che, anche durante il suo mandato ministeriale, aveva sempre espresso posizioni filo sioniste e filo americane.
Ciò tuttavia non intimidì gli attivisti che scelsero di aggirare il divieto pronti, se si fosse rivelato necessario, a fronteggiare gli ingenti schieramenti della polizia dislocati per impedire il raduno.

I militanti nazionalisti decisero dunque di darsi appuntamento ai Giardini di Lussemburgo, nel VI arrondissement, per recarsi compattamente presso la piazza adibita al concentramento. Qui tutti, riuscendo abilmente a sfuggire a fermi e controlli delle forze di polizia, decisero di raggiungere il luogo prefissato alla manifestazione utilizzando la metropolitana, scendendo alla fermata limitrofa all’omonima piazza di Donfert-Rochereau. Una volta giunti i giovani nazionalisti trovarono alcuni agenti della polizia e della gendarmeria, anche in borghese, che, alla loro vista, chiamarono i rinforzi. Questi sopraggiunsero in brevissimo tempo, arrivando a soverchiare dopo poco il numero degli attivisti presenti in piazza.
In breve il clima divenne dunque molto teso con i nazionalisti che, circondati da poliziotti in assetto antisommossa, si videro provocati dagli agenti che speravano in una reazione che avrebbe giustificato l’uso della forza. Ovviamente i militanti, consci della strategia delle forze dell’ordine, cercarono di mantenere la calma ma, improvvisamente la polizia diede il via a delle cariche e iniziò a fermare e ad arrestare molti attivisti. Alcuni piccoli gruppi di nazionalisti riuscirono però ad uscire dall’accerchiamento e si recarono in direzione dell’Università Panthéon-Assas nel tentativo di sfuggire all’arresto. La sede dell’ateneo, situata in Rue D’Assas, era infatti una roccaforte del GUD che specialmente in quel periodo si era posto alla testa delle numerose manifestazioni studentesche che avevano contraddistinto un autunno di forti contestazioni.
I poliziotti inseguirono questi militanti fermandone e arrestandone a decine. Proprio tra queste schiere si trovava Sebastién che, provando ad evitare il fermo della polizia, cercò riparo in un palazzo al civico 4 di Rue des Chartreux. Gli agenti lo inseguirono anche all’interno dell’edificio. Ciò che avvenne nello stabile rimarrà probabilmente per sempre un mistero. Si sa solo che, improvvisamente, Sébastien venne lanciato dal tetto dell’edificio o da una finestra tra il quarto e quinto piano. Il ragazzo venne immediatamente trasportato in ospedale dove trovò la morte solo dopo due giorni di agonie, il 9 maggio.
Nel frattempo il resto dei militanti, ancora radunati in piazza, continuò a lanciare cori e ad innalzare al cielo le insegne con il tricolore francese e con le croci celtiche ignaro di quanto fosse accaduto al loro fratello a poche centinaia di metri. Solo al termine della giornata seppero dunque di quanto accaduto.
Tutti gli arrestati, che quel giorno furono circa 110, al termine della manifestazione furono immediatamente rilasciati senza riportare ripercussioni legali.

Anche questa sera dunque, come accade ogni anno da quel fatidico 9 maggio, con il rito del presente migliaia di militanti nazionalisti e della destra radicale di tutta Europa giungeranno in Rue Des Chartreux, per rispondere alla chiamata del suo nome con un solenne «Present!» che vuole essere una promessa, un giuramento, di proseguire quella lotta per la quale un ragazzo di soli 22 anni ha immolato la propria vita.

Cioppi Cioppi

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