Antonio_Rastrelli

Antonio Rastrelli (27/10/1927 – 15/08/2019), Uomo, Politico, Militante.

In memoriam.

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Cavour: al sorgere di una Nazione

Camillo Paolo Filippo Benso, conte di Cavour, nasce a Torino il 10 agosto del 1810. Grande imprenditore e ministro del Regno di Sardegna, fu successivamente alla proclamazione dello stato italiano presidente del consiglio dei ministri, rappresentando una delle figure più rilevanti per la realizzazione dell’Italia unita. In gioventù prese parte al servizio militare che abbandonò all’età di 21 anni in modo tale da poter viaggiare per l’Europa analizzando quelli che furono gli effetti conseguenti alla rivoluzione industriale avvenuta in Gran Bretagna, Francia e Svizzera.

Nel 1835, quasi quattro anni dopo, il nobile sabaudo rientrò in Piemonte per applicare quanto aveva imparato dai suoi viaggi in campo agricolo ed economico, comprendendo anche l’importanza della formazione scolastica per il successo di una nazione moderna. L’applicazione dei suoi apprendimenti giovò alla sua impresa privata, e grazie ad essi divenne in breve tempo uno degli uomini più ricchi del Regno di Sardegna. 

Con la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, avvenuta nel 1847, il conte entrò ufficialmente nel dibattito politico, presentando agli ambienti intellettuali del tempo la sua conclusione per quanto concerneva la questione unitaria, ovvero che solo unendo l’Italia sotto un’unica bandiera, questa avrebbe potuto rilanciare la sua economia, liberandola dalla sua sudditanza politica e finanziaria rispetto alle potenze straniere. 

Schiarandosi con la destra storica in parlamento, quindi in forte contrasto con gli ideali repubblicani degli altri gruppi unitaristi, Cavour propose il suo piano per lo sviluppo del regno di Sardegna, ritenendolo il primo passo per la creazione di uno stato forte e capace di affrontare le sfide del domani: forte delle sue esperienze personali, introdusse l’uso di concimi chimici nella coltivazione in massa di cereali e patate, nuovi metodi di irrigazione capaci di raggiungere anche aree ad alta siccità, e altre innovazioni che resero in breve tempo il regno dei Savoia il paese più avanzato della penisola. 

Con l’ormai consolidato primato politico dello stato piemontese, Cavour ricominciò a progettare l’unità del territorio Italiano spezzando anche l’isolamento diplomatico del regno. Raggiungendo un’intesa con i repubblicani guidati da Giuseppe Mazzini, iniziò a formare alleanze ed accordi vantaggiosi con altre nazioni europee che già erano all’apice della loro potenza, mostrando il regno sabaudo come parte attiva nelle questioni del vecchio continente, esempio più eclatante ful’intervento nella contesa della Crimea. Prima con la Francia di Napoleone III, poi con la Prussia di Otto von Bismarck, le guerre di indipendenza al fianco di questi due potenti alleati fecero a poco a poco guadagnare al neonato regno d’italia quasi tutta la parte nord della penisola, anche se a discapito di alcune rinunce, come la cessione della città di Nizza e della provincia di Savoia. 

Convinto da Mazzini dell’importanza di unificare anche il meridione, Cavour  assegnò tale compito a Giuseppe Garibaldi, il quale aveva fatto da poco ritorno dalle Americhe, mettendosi in contatto con lui attraverso l’amico Giuseppe La Farina. Pur avendo continuamente espresso dubbi sulla fedeltà dell’eroe dei due mondi alla causa monarchica e pur avendo già avuto con lui aspri dibattiti circa la cessione della sua città natale ai francesi, diede alla fine il via libera per la spedizione, pianificandola nei minimi dettagli e rifornendo l’armata di volontari delle giubbe rosse di armi ed equipaggiamento. A seguito della sua riuscita, il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’italia. Cavour, divenutone presidente del consiglio, non riuscì tuttavia a terminare il suo mandato, e morì il 6 giugno 1861, avendo visto il suo sogno e quello di tanti altri patrioti di ogni appartenenza politica, finalmente realizzato.

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Hiroshima e Nagasaki: il lato oscuro della democrazia USA

Situate nel sud del Giappone, queste due città situate rispettivamente nelle grandi isole di Honshū e Kyūshū sono divenute simbolo della potenza distruttiva e devastante di quell’angosciante strumento di morte conosciuto come bomba atomica.


Durante il secondo conflitto mondiale attraverso il patto tripartito si dà vita a una strategica alleanza politico militare con Roma e Berlino. Nella prima fase di questo conflitto il Giappone è protagonista di una serie di successi militari in Cina, in Malesia e nelle Filippine. Preoccupati da questo espansionismo giapponese, gli USA impongono ai nipponici un embargo navale. Il Giappone che dipendeva in quasi total parte dai traffici marittimi provenienti dal Pacifico, si trovò costretto, dopo una serie di provvedimenti, a sfidare l’egemonia statunitense sul grande oceano, tentando il tutto per tutto con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawaii, nel tentativo di distruggere definitivamente la flotta americana. 

L’attacco, sebbene devastante, non riuscì a tardare abbastanza a lungo la reazione avversaria, che già nel 1942, potendo contare su una nuova flotta, inflisse pesanti sconfitte alla marina nipponica, nonostante la strenua resistenza di ogni sua singola unità, opposta fino all’ultimo uomo anche attraverso l’uso dei così detti attacchi kamikaze. 

 

Nel 1945, nonostante il conflitto in Europa fosse già giunto al termine, l’Impero Giapponese non volle saperne di arrendersi. L’obiettivo era quello di resistere il più a lungo possibile, nella speranza di imporre un armistizio a condizione non troppo negative per i vinti.

 

Questo almeno era l’obiettivo dei gerarchi Giapponesi, obiettivo che però non vide realizzazione a causa di quella che fa la dolorosa conquista di Okinawa da parte degli Americani, che indussero il presidente Truman a dare l’ok per lo sgancio della bomba atomica, prima arma di distruzione di massa.

 

Il sei Agosto 1945 alle 8:15 un aereo statunitense sganciò la bomba soprannominata little boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella giornata, come tanti altre, uomini, donne e bambini erano del tutto estranei all’orrore che si sarebbe abbattuto su di loro di lì a poco. L’esplosione dell’ordigno generò in pochi secondi una devastante esplosione che rase al suolo la città per un raggio di 2Km, uccidendo in un frangente 70mila persone con una tempesta rovente che avanzò a 800 Km all’ora. Con molta probabilità le prime vittime furono le più fortunate, molte altre se ne aggiunsero a causa dei nefasti effetti delle radiazioni.

 

Tre giorni dopo gli Americani attaccarono un’altra città giapponese quella di Nagasaki. Il secondo ordigno lanciato fu soprannominato Fat man, uccise 40 mila persone nell’immediato e molte altre se ne aggiunsero in seguito.

Il 15 agosto, il discorso di resa di sua maestà l’imperatore Hirohito fu annunciato alla radio, tra i pianti disperati della popolazione. Era definitivamente conclusa la Seconda Guerra Mondiale.

 

Oltre 70 anni dopo, abbiamo ormai capito che questi crimini contro l’umanità, contro dei civili, degli innocenti furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la realizzazione della bomba atomica.

 

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco Vogliamo ricordare quell’anniversario di morte con questa foto che è passata alla storia. Un popolo che non si arrese nello spirito all’ormai invasore.

 

Glauro

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Enrico Toti: Fino all’ultimo respiro

7-DeAng-TotiFronte3.jpgEnrico Toti nasce a Roma, il 20 agosto 1882. Appena quattordicenne s’imbarcò in diverse navi, diventando elettricista scelto, successivamente iniziò a lavorare come fuochista per le ferrovie italiane. Tre anni dopo, a causa di un incidente con una locomotiva, perse la gamba sinistra e per i problemi che derivano della sua menomazione, perse suo malgrado anche il posto di lavoro. Nonostante ciò non si perse d’animo e continuò a coltivare le sue passioni, continuò gli studi interrotti da ragazzino, e si cimentò nell’invenzione di oggetti per la vita quotidiana: da uno spazzolino protettore per biciclette a una benda per cavalli, cimeli regolarmente brevettati e tuttora custoditi presso il museo dei bersaglieri a Roma. 

 

Un’altra passione che Toti coltivava, era viaggiare. Con la sua bicicletta, che aveva modificato per poterla portare con una sola gamba, intraprese nel 1911 un viaggio che lo portò prima a Parigi, dove dovette fronteggiare anche i problemi finanziari che lo affliggevano, proseguendo poi per la Finlandia, la Russia e la Polonia, e infine ritornando a Roma nel giugno 1912. 

 

Oltre alla passione per i viaggi e la sua grande volontà d’animo, nutriva forti sentimenti patriottici, che lo portarono ad arruolarsi nel primo mese di guerra del 1915, presentando 3 domande che vennero talvolta rifiutate per la sua menomazione, ma riuscì infine ad arrivare al fronte raggiungendo Cervignano del Friuli, rendendosi subito utile nelle retrovie con la sua fedele bicicletta. 

 

Lo stesso Duca D’Aosta si interessò alle sue eroiche prestazioni sul campo di battaglia e con il suo aiuto Toti entrò nel Terzo Battaglione Bersagliere Ciclisti, venendo schierato in prima linea. Fu sempre tra i primi all’assalto delle  trincee, e un giorno mentre si tentava la conquista di un’altra fortificazione Astro-Ungarica, venne colpito tre volte. Poco prima di morire egli gettò la sua stampella verso i suoi nemici e disse “non moro io”, incitando nuovamente e con fervore i suoi compagni a proseguire l’attacco. 

 

Oggi Enrico Toti è uno dei simboli italiani della prima guerra mondiale, per il suo valore, il coraggio e la voglia di non mollare mai. La sua salma si trovava a Monfalcone, successivamente però scelsero di trasferirla nella sua città natale, Roma, dove lì ricevette un partecipatissimo e solenne funerale. 

Oggi ricordiamo Enrico Toti come un eroe patrìo, che ancora ai giorni nostri, in una generazione che è priva di coraggio, vive nelle piazze e nelle strade di tutta Italia. 

 

Scrisse di lui il suo Comandante nell’agosto del 1916: “Nelle giornate di combattimento rendeva servizi preziosi ai combattenti, ma dove si mostrò instancabile è stato nel parlare di amor patrio ai bersaglieri”.

 

Mirtilla