Georges Sorel: cambiare la Realtà

1892, l’Europa ed il mondo sono attraversati da un periodo di trasformazione radicale, avviatosi quasi un secolo fa, e che va proseguendo nella sua fase “de profundis”. Scoperte scientifiche e cambiamenti politici hanno avuto come causa prima tanto quanto come conseguenza la creazione di nuovi conflitti, generati da forze interne alle nazioni, le quali hanno come fine proprio il conseguimento di mutamenti ancor più incisivi. Queste forze sono le classi sociali dei lavoratori industriali, degli impiegati, dei manifatturieri, e quella dei commercianti, degli imprenditori, dei proprietari: le particelle polarizzate che compongono l’anima tormentata di uno stato moderno, che spingono in direzioni opposte ed apparentemente inconciliabili. La lotta tra questi due elementi si è fatta man mano sempre più dura e violenta, tra attentati compiuti da lupi solitari e ribellioni di massa represse nel sangue, e che solo successivamente si è portata su un piano democratico-parlamentare, nella speranza del raggiungimento di un compromesso pacifico. 

E’ in quest’anno, in questa fase storica che un ingegnere edile francese, tale Georges Sorel, decise di abbandonare la sua tanto lodata carriera per intraprendere quella che religiosamente potrebbe essere definita una fase di “meditazione e contemplazione”. Inizia a scrivere di storia, filosofia, economia, tutte cose che lo portano a soffermarsi sull’analisi sociale e sociologica del suo tempo.

Sono anni in cui impara a conoscere l’ideologia socialista e marxista, il concetto della lotta di classe, le rivoluzioni come motori della storia, pur tuttavia limitandosi solo alla loro critica e aderendo invece a posizioni social-riformiste, credendo ancora possibile raggiungere obbiettivi significativi per le condizioni dei lavoratori attraverso il dialogo con le diverse parti politiche. Sono anche gli anni, quelli dal 1894 al 1906, del famoso affare Dreyfus, l’ufficiale ebreo francese accusato ingiustamente di tradimento da parte delle alte cariche dell’esercito; Sorel si schierò al fianco dell’inquisito all’interno del già vasto fronte innocentista, che raccoglieva al suo interno socialisti, radicali e liberali, contrapponendosi a nazionalisti e monarchici che invece sostenevano la sua colpevolezza. Pur rimanendo convinto della parte presa, il saggista di Cherbourg maturò un’avversione per le parti politiche in gioco, che avevano fatto del caso un modo per cavalcare il consenso e distrarre l’opinione pubblica, opponendo una resistenza passiva che alla fine portò non solo ad un’ingiusta condanna e degradazione dell’imputato, ma anche all’affievolimento delle azioni dei socialisti guidati da Jean Jaures, che avendo ormai trovato una comunanza di interessi con la borghesia progressista, avevano accantonato le pretese sui diritti sociali del proletariato. La profonda delusione suscitata da questi avvenimenti, di cui trarrà le conclusioni nel saggio “La rivoluzione dreyfusiana”, lo porteranno ritenere la democrazia e l’attività parlamentare soltanto un’illusione, creata dalle parti in gioco per evitare cambiamenti decisivi: l’unico modo che rimaneva per conseguirli quindi, è l’azione rivoluzionaria.

Ma cosa si intende per rivoluzionario? Sulla scia del pensiero di Marx, Sorel pensa che rivoluzione siano gli interessi che una classe sociale, in questo caso quella proletaria, deve imporre sostituendosi a quella dominante. Per fare questo secondo il filosofo di Treviri, gli operai avrebbero dovuto organizzarsi e coordinarsi tra loro, fare massa critica, in modo da poter conseguire l’obbiettivo finale di una rivolta organizzata, sotto la guida di intellettuali e capi politici, mentre per l’ex-ingegnere francese veramente rivoluzionaria era non una sollevazione pianificata, bensì l’azione improvvisa e decisa di poche o tantissime persone riunitesi autonomamente in organizzazioni spontanee, da lui identificate nei sindacati.
I sindacati avevano il potere di bloccare lo svolgersi delle normali attività civili tramite scioperi di massa e occupazioni, o di creare il caos attraverso attentati ed assassinii: tutto questo li metteva in una posizione di vantaggio rispetto allo stato e agli enti privati, che non potendo individuare con certezza i responsabili o temendo di provocare reazioni più violente, si trovavano costretti a cedere alle varie pretese.
Queste azioni venivano compiute con pochissima pianificazione e molte aspettative, quest’ultime date spesso nient’altro che da sentimenti di pura rabbia e disperazione che venivano canalizzate nella realizzazione del fatto attraverso quello che Sorel definisce “il mito”, un evento idealizzato e simbolico capace di infondere il coraggio e la sicurezza che si possa realmente realizzare, un prodotto non della razionalità ma della volontà immediata, l’opposto di ciò che invece è il pensiero utopico del comunismo.
Sorel, da socialista rivoluzionario, era quindi convinto che solo i sindacati potessero realizzare opere del genere, tuttavia la mancanza di iniziativa da parte dei consigli dei lavoratori negli anni della Belle Epoque lo indussero a cercare questa spinta rivoluzionaria in un movimento dove non avrebbe mai pensato di trovarla, quello della destra reazionaria dell’Action Francaise, guidato da Charles Maurras. Tra il 1909, anno in cui scrisse il suo testo più importante nonché testamento politico, “Riflessioni sulla Violenza”, e il 1914, osservò che la crescente dedizione delle masse proletarie alla causa nazionalista aveva portato a identificare come nemica della Repubblica Francese proprio quella media borghesia che sfruttava la loro manodopera, e il loro movimentismo incessante aveva infine portato alla decisione più importante di tutte: l’entrata in guerra contro la Germania.

Pur vedendo nella partecipazione al conflitto tra Intesa e Imperi Centrali un esplicito desiderio delle masse, Sorel ritenne che in realtà questo derivasse da una manipolazione del sentimento patriottico voluta dalla classe dominante per espandere i propri profitti e decimare i socialisti europei, mettendoli uno contro l’altro. Una posizione, la sua, condivisa da una minoranza di appartenenti alla sinistra radicale in Francia, mentre in paesi ancora neutrali come l’Italia era la linea guida del Partito Socialista; un esponente dell’organo politico italiano si distinse nel bel paese per il suo forte sostegno alla causa interventista, un famoso giornalista che già aveva dimostrato la sua abilità nel mobilitare gli animi dei lavoratori sia nelle parole che nei fatti, tale Benito Mussolini. 

Sorel aveva già sentito parlare di Mussolini prima della guerra, come testimoniano le sue lettere, tessendone le lodi quale “grande condottiero” capace come nessuno di “comprendere le masse italiane”. Dal canto suo l’allora direttore dell’Avanti aveva invece iniziato la sua attività da rivoluzionario proprio basandosi sulle opere dello scrittore d’oltralpe, che egli definiva senza mezzi termini “maestro”. Il suo periodo passato in Italia subito dopo la fine della guerra lo portò a guardare con favore anche all’esperimento politico formato gruppo di reduci di cui l’ormai acclamato Duce si era messo a capo sotto il nome di Fasci di Combattimento, il cui lento sostituirsi alle istituzioni e l’uso dell’incredibile forza delle squadre d’azione rappresentavano proprio la sua idea di mossa fulminea e carica di ardore, capace di tenere sotto scacco il governo e i nemici della nazione. Col tempo però, all’aumentare degli attacchi contro i socialisti e al raggiungimento di accordi con i partiti e la famiglia reale, divenne critico dello stesso movimento, preferendo prendere come punto di riferimento la Rivoluzione Russa di Lenin, che grazie alla geniale iniziativa della presa del palazzo d’Inverno aveva saputo dare inizio ad una rivolta popolare che sembrava impossibile scatenare. Morì il 29 agosto del 1922, non riuscendo a vedere la presa del potere da parte del fascismo avvenuta con la marcia su Roma, ma il suo insegnamento principale, che una vera rivoluzione andava sempre condotta al di fuori delle leggi dello stato, oltre le regole dell’ordine costituito, rimase a perpetua memoria dei ribelli veri, coloro che il mondo desiderano cambiarlo veramente. 

 

Saturno 

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Junio Valerio Borghese: il Principe Nero

Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Maria dei principi Borghese nasce ad Artena il 6 giugno 1906.Borghese di nome aristocratico di fatto, è secondogenito di Livio Borghese (IX principe di Sulmona) e Valeria Keun.
Sia per tradizione di famiglia che per passione personale nel 1922 subentra all’Accademia navale uscendone nel 1928 e, dopo una serie di imbarchi e corsi superiori, nel 1937 partecipa alla guerra civile spagnola ottenendo il primo comando sul sommergibile Iride, verrà decorato con medaglia d’oro al valor militare l’anno successivo.
Partecipa fin da subito al secondo conflitto mondiale sul sommergibile Pisani nel Dodecaneso, e più tardi riconosciuto il suo carattere guerriero e anche grazie al suo valente carisma viene scelto per una sessione di addestramento nel 1940 sugli U-boot tedeschi durante la quale incontrerà l’ammiraglio Karl Doenitz.
Successivamente all’addestramento verrà reintegrato col comando del sommergibile Scirè di stanza a La Spezia facente parte della 1° flotta della X MAS. Da qui in poi inizierà l’ascesa di Borghese il quale parteciperà all’attacco a Gibilterra, Malta e l’azione militare che lo confermò come leggenda: L’impresa di Alessandria.
La storica incursione avvenne la notte del 18 dicembre 1941 dove 3 siluri a lenta corsa, comunemente detti “maiali”, entrarono nel porto della città egizia e affondarono 2 corazzate inglesi e danneggiarono un cacciatorpediniere e una petroliera, lasciando il nemico senza armamenti marini di grande portata nel mediterraneo e rendendo la flotta italiana la prima potenza navale in quel teatro.
Grazie al successo dell’operazione il principe propose all’ammiraglio Doenitz di ripetere l’impresa nel porto di New York, ma l’idea sarà rinviata per perdite successive e poiché sarebbe stato più un atto simbolico che di effettiva utilità strategica. Nonostante ciò il 1° maggio 1943 ottenne il comando della X flottiglia MAS riuscendo a continuare a portare risultati sorprendenti fino il 25 luglio successivo: a causa del mandato di arresto di Mussolini l’esercito rimase allo sbando e privo di ordini fino all’armistizio dell’8 settembre, e anche dopo molte unità continuarono a trovarsi isolate.
Disgustato dal tradimento si mantenne leale all’alleato tedesco firmando un trattato con la marina germanica e successivamente unendosi alle Repubblica Sociale Italiana. Sotto il governò di Salò la X° otterrà una forte autonomia difatti sarà l’unica unità nella storia militare italiana con una propria autonomia decisionale in ambito tattico-strategico.
Poco dopo la firma del trattato il numero passerà dai 300 marinai ai 3000, tutti volontari. Partecipando a numerose azioni contro gli alleati ma mantenendo contatti con i partigiani e il regio esercito. Difatti verso la fine del conflitto Borghese contattò l’ammiraglio De Courten (della marina del sud) per organizzare un attacco congiunto per allontanare le forze di Stalin dall’Istria al fine di mantenere il territorio; l’opposizione inglese alla fine fece prendere una piega diversa alla storia, procurando a quelle terre un tragico destino di cui ancora oggi abbiamo memoria.
Il 25 aprile 1945 si trovava a Milano insieme ai suoi uomini per poi congedarli con 5 mesi di stipendio il giorno successivo, sciogliendo ufficialmente la X° Flottiglia MAS; venne arrestato l’11 maggio dagli americani che lo trasferirono a Roma. Condannato a 12 anni di reclusione, poi ridotti a 3 per i suoi meriti militari, venne infine scarcerato dopo l’amnistia voluta da Togliatti per i prigionieri della RSI.
Dopo la proclamazione della seconda repubblica, si unì nel 1951 all’M.S.I.  per poi divenirne presidente onorario sostenendo la politica atlantista, e dopo l’appoggio ad Almirante ne fuoriuscì fondando il movimento extra-parlamentare Fronte Nazionale.
Salì agli onori della cronaca per il presunto tentativo di colpo di stato conosciuto come Golpe Borghese, il quale si pensa sia fallito per ordine dello stesso Borghese, le cui motivazioni sono tutt’oggi sconosciute. Secondo la testimonianza di Amos Spiazzi, generale che avrebbe collaborato al golpe, in realtà il colpo di stato era destinato al fallimento fin dalla sua pianificazione operata dall’esercito, ed è stato usato dal governo come scusa per la cosiddetta strategia della tensione.
Vero o fittizio Il principe ne sarà accusato e nel 1971 si rifugiò in Spagna e vi rimase fino alla sua morte il 26 agosto 1974 avvenuta successivamente a un suo incontro in Cile col generale Pinochet.
Junio Valerio Borghese è stato un uomo che ha avuto esperienze numerose quanto i suoi nomi, ma ognuna di esse è la testimonianza alla sua lealtà e fedeltà alla sua visione del mondo, donando a noi un esempio che ci spiega come il dovere debba essere la costante delle nostre vite perché solo con esso potremo portare avanti il nostro esempio che è la sola vera testimonianza della nostra esistenza.

Olmo

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Ettore Muti: il più bel petto d’Italia

Ettore Muti nasce a Ravenna il 22 maggio 1902, da Cesare e Celestina. Rimane orfano alla tenera età di 13 anni e viene cresciuto dalle due sorelle Linda e Maria, ma volendo prendere pieno controllo della sua vita, scappa di casa, per poi arruolarsi allo scoppio della guerra nelle retrovie del fronte. Scoperto e rispedito a casa perché minirenne, si da tregua per soli due anni, per poi riuscire a 15 anni (falsificando i documenti in qualche modo) a entrare nella 6° divisione di fanteria, coronando la sua carriera partendo nel 1918 verso il Piave, già reclutato tra le fila degli Arditi. 

 

Uomo coraggioso e imprevedibile, sempre tra i primi in ogni impresa, nel 1919 si trova con i legionari di D’Annunzio a Fiume. Corridore impeccabile, si occupa di far entrare i viveri nella città forzando i blocchi imposti dal Regio Esercito. Fu soprannominato dal Vate “Jim dagli occhi verdi”  (il soprannome Jim gli venne già dato durante l’infanzia dai suoi amici, tratto dal protagonista della rivista l’Esploratore) dopo una prova di coraggio che riuscì a superare, la quale inizialmente prevedeva il buttarsi dal balcone più alto di un palazzo di 15 metri per poi finire su un telone dei pompieri; Muti temerariamente si lanciò dal tetto, vincendo l’agone. Viene dal poeta-guerriero nominato capo dei “corsari”, distaccamento che si occupava degli assalti agli scafi in transito per il sostentamento della città. Una notte del settembre 1920, dopo essersi nascosto nel tubo di un elica insieme a sei uomini, si impadronisce assieme a questi di una nave diretta in Argentina e la portano nella Città Libera, dove verrà rilasciata sotto un riscatto di 12 milioni di lire.

 

La più famosa delle sue bravate fu in Romagna, quando durante una riunione di socialisti, irruppe da solo rompendo una finestra e facendo cadere il lampadario, e protetto dall’oscurità, rubò la bandiera rossa riuscendo a fuggire. Nel 1923 diventa comandante della coorte di camicie nere di Ravenna e nel 1925 console. 

Successivamente nel settembre del 1926, si sposa con Fernanda Mazzotti, figlia di una facoltosa famiglia di banchieri, pur con la contrarietà del padre. Da lei avrà nel 1929 la sua unica figlia, Diana. 

 

Mentre si trova nella pizza principale di Ravenna viene ferito al braccio e al ventre in un tentato assassinio. Arrivò in ospedale in gravissime condizioni dove veniva già dato per morto, ma grazie ad un tempestivo intervento riuscì a cavarsela. Ciò non lo fermò dal continuare la sua vita spericolata. 

 

Venne chiamato a Trieste per gestire la Terza divisione della milizia portuale. Qui incontra il Duca Amedeo D’Aosta che lo convinse ad entrare nella Regia a

Aeronautica. Entrò nell’Arma Azzurra, accettò il declassamento nel ruolo di Tenente e mise subito in luce le sue capacità, che verranno premiate alla fine con due medaglie d’argento. Nelle fasi finali del conflitto, non contento, entra nella squadriglia aerea “Disperata” con Ciano, divenendo grande amico di Farinacci e Pavolini. 

 

Nel 1936 dopo vari viaggi tornò in Italia per poi ripartire subito dopo per la Spagna con il corpo di spedizione volontario impegnato nella Guerra Civile, dove si vedrà impegnato nel compito si bombardare i porti repubblicani, riuscendo a guadagnarsi altre medaglie per le sue azioni. Nel 1938 lo troviamo a combattere in Albania alla guida delle truppe motorizzate. Dopo la conquista guadagnò l’ennesima medaglia d’argento, che lo farà diventare “il più bel petto d’Italia.” 

 

Ritornato in Italia diventa segretario del partito, su proposta di Ciano. In queste vesti non si trovò per niente a suo agio a causa dei numerosi privilegi che gli spettavano, e con la massima “bisogna andare laddove c’è bisogno”, riuscì a sottrarsi dal ruolo per andare al combattere con il grado di tenente colonnello. Non era un uomo da scrivania ma d’azione, e questa decisione lo portò a riconsiderare tutte le amicizie con alcuni gerarchi, giudicati ormai come imboscati e codardi, abbandonando così anche ogni contatto Ciano. 

 

Il 25 Luglio, giorno della caduta di Mussolini, Ettore Muti si trovava in Spagna per recuperare un radar americano. Ritornò a Roma il 27, dove si ritirò in una villetta a Fregene. Nella notte tra il 23 e 24 agosto del 1943, un tenente dei Carabinieri insieme ad altri colleghi, fece irruzione nella villa con l’ordine di arrestarlo. Il gerarca li seguì lungo tutta la pineta, ma cosa sia successo dopo rimane ancora oggi un mistero. La pista più plausibile è quella dell’omicidio politico, dato che fu considerato dallo stesso Badoglio «una minaccia» in una lettera spedita in precedenza, al capo della polizia Senise. Essa recita testualmente: “Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso”. 

 

Tutt’ora, Ettore Muti detiene il record mondiale di ore di volo in guerra e quello italiano per le medaglie conquistate in azioni di guerra.

 

A noi giovani oggi, rimane soltanto il suo ricordo da seguire come esempio, il faro del suo eroismo e della sua tenacia che ci guida nel buio di quest’epoca. 

 

Steiner

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Cavour: al sorgere di una Nazione

Camillo Paolo Filippo Benso, conte di Cavour, nasce a Torino il 10 agosto del 1810. Grande imprenditore e ministro del Regno di Sardegna, fu successivamente alla proclamazione dello stato italiano presidente del consiglio dei ministri, rappresentando una delle figure più rilevanti per la realizzazione dell’Italia unita. In gioventù prese parte al servizio militare che abbandonò all’età di 21 anni in modo tale da poter viaggiare per l’Europa analizzando quelli che furono gli effetti conseguenti alla rivoluzione industriale avvenuta in Gran Bretagna, Francia e Svizzera.

Nel 1835, quasi quattro anni dopo, il nobile sabaudo rientrò in Piemonte per applicare quanto aveva imparato dai suoi viaggi in campo agricolo ed economico, comprendendo anche l’importanza della formazione scolastica per il successo di una nazione moderna. L’applicazione dei suoi apprendimenti giovò alla sua impresa privata, e grazie ad essi divenne in breve tempo uno degli uomini più ricchi del Regno di Sardegna. 

Con la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, avvenuta nel 1847, il conte entrò ufficialmente nel dibattito politico, presentando agli ambienti intellettuali del tempo la sua conclusione per quanto concerneva la questione unitaria, ovvero che solo unendo l’Italia sotto un’unica bandiera, questa avrebbe potuto rilanciare la sua economia, liberandola dalla sua sudditanza politica e finanziaria rispetto alle potenze straniere. 

Schiarandosi con la destra storica in parlamento, quindi in forte contrasto con gli ideali repubblicani degli altri gruppi unitaristi, Cavour propose il suo piano per lo sviluppo del regno di Sardegna, ritenendolo il primo passo per la creazione di uno stato forte e capace di affrontare le sfide del domani: forte delle sue esperienze personali, introdusse l’uso di concimi chimici nella coltivazione in massa di cereali e patate, nuovi metodi di irrigazione capaci di raggiungere anche aree ad alta siccità, e altre innovazioni che resero in breve tempo il regno dei Savoia il paese più avanzato della penisola. 

Con l’ormai consolidato primato politico dello stato piemontese, Cavour ricominciò a progettare l’unità del territorio Italiano spezzando anche l’isolamento diplomatico del regno. Raggiungendo un’intesa con i repubblicani guidati da Giuseppe Mazzini, iniziò a formare alleanze ed accordi vantaggiosi con altre nazioni europee che già erano all’apice della loro potenza, mostrando il regno sabaudo come parte attiva nelle questioni del vecchio continente, esempio più eclatante ful’intervento nella contesa della Crimea. Prima con la Francia di Napoleone III, poi con la Prussia di Otto von Bismarck, le guerre di indipendenza al fianco di questi due potenti alleati fecero a poco a poco guadagnare al neonato regno d’italia quasi tutta la parte nord della penisola, anche se a discapito di alcune rinunce, come la cessione della città di Nizza e della provincia di Savoia. 

Convinto da Mazzini dell’importanza di unificare anche il meridione, Cavour  assegnò tale compito a Giuseppe Garibaldi, il quale aveva fatto da poco ritorno dalle Americhe, mettendosi in contatto con lui attraverso l’amico Giuseppe La Farina. Pur avendo continuamente espresso dubbi sulla fedeltà dell’eroe dei due mondi alla causa monarchica e pur avendo già avuto con lui aspri dibattiti circa la cessione della sua città natale ai francesi, diede alla fine il via libera per la spedizione, pianificandola nei minimi dettagli e rifornendo l’armata di volontari delle giubbe rosse di armi ed equipaggiamento. A seguito della sua riuscita, il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’italia. Cavour, divenutone presidente del consiglio, non riuscì tuttavia a terminare il suo mandato, e morì il 6 giugno 1861, avendo visto il suo sogno e quello di tanti altri patrioti di ogni appartenenza politica, finalmente realizzato.

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Hiroshima e Nagasaki: il lato oscuro della democrazia USA

Situate nel sud del Giappone, queste due città situate rispettivamente nelle grandi isole di Honshū e Kyūshū sono divenute simbolo della potenza distruttiva e devastante di quell’angosciante strumento di morte conosciuto come bomba atomica.


Durante il secondo conflitto mondiale attraverso il patto tripartito si dà vita a una strategica alleanza politico militare con Roma e Berlino. Nella prima fase di questo conflitto il Giappone è protagonista di una serie di successi militari in Cina, in Malesia e nelle Filippine. Preoccupati da questo espansionismo giapponese, gli USA impongono ai nipponici un embargo navale. Il Giappone che dipendeva in quasi total parte dai traffici marittimi provenienti dal Pacifico, si trovò costretto, dopo una serie di provvedimenti, a sfidare l’egemonia statunitense sul grande oceano, tentando il tutto per tutto con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawaii, nel tentativo di distruggere definitivamente la flotta americana. 

L’attacco, sebbene devastante, non riuscì a tardare abbastanza a lungo la reazione avversaria, che già nel 1942, potendo contare su una nuova flotta, inflisse pesanti sconfitte alla marina nipponica, nonostante la strenua resistenza di ogni sua singola unità, opposta fino all’ultimo uomo anche attraverso l’uso dei così detti attacchi kamikaze. 

 

Nel 1945, nonostante il conflitto in Europa fosse già giunto al termine, l’Impero Giapponese non volle saperne di arrendersi. L’obiettivo era quello di resistere il più a lungo possibile, nella speranza di imporre un armistizio a condizione non troppo negative per i vinti.

 

Questo almeno era l’obiettivo dei gerarchi Giapponesi, obiettivo che però non vide realizzazione a causa di quella che fa la dolorosa conquista di Okinawa da parte degli Americani, che indussero il presidente Truman a dare l’ok per lo sgancio della bomba atomica, prima arma di distruzione di massa.

 

Il sei Agosto 1945 alle 8:15 un aereo statunitense sganciò la bomba soprannominata little boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella giornata, come tanti altre, uomini, donne e bambini erano del tutto estranei all’orrore che si sarebbe abbattuto su di loro di lì a poco. L’esplosione dell’ordigno generò in pochi secondi una devastante esplosione che rase al suolo la città per un raggio di 2Km, uccidendo in un frangente 70mila persone con una tempesta rovente che avanzò a 800 Km all’ora. Con molta probabilità le prime vittime furono le più fortunate, molte altre se ne aggiunsero a causa dei nefasti effetti delle radiazioni.

 

Tre giorni dopo gli Americani attaccarono un’altra città giapponese quella di Nagasaki. Il secondo ordigno lanciato fu soprannominato Fat man, uccise 40 mila persone nell’immediato e molte altre se ne aggiunsero in seguito.

Il 15 agosto, il discorso di resa di sua maestà l’imperatore Hirohito fu annunciato alla radio, tra i pianti disperati della popolazione. Era definitivamente conclusa la Seconda Guerra Mondiale.

 

Oltre 70 anni dopo, abbiamo ormai capito che questi crimini contro l’umanità, contro dei civili, degli innocenti furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la realizzazione della bomba atomica.

 

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco Vogliamo ricordare quell’anniversario di morte con questa foto che è passata alla storia. Un popolo che non si arrese nello spirito all’ormai invasore.

 

Glauro

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Enrico Toti: Fino all’ultimo respiro

7-DeAng-TotiFronte3.jpgEnrico Toti nasce a Roma, il 20 agosto 1882. Appena quattordicenne s’imbarcò in diverse navi, diventando elettricista scelto, successivamente iniziò a lavorare come fuochista per le ferrovie italiane. Tre anni dopo, a causa di un incidente con una locomotiva, perse la gamba sinistra e per i problemi che derivano della sua menomazione, perse suo malgrado anche il posto di lavoro. Nonostante ciò non si perse d’animo e continuò a coltivare le sue passioni, continuò gli studi interrotti da ragazzino, e si cimentò nell’invenzione di oggetti per la vita quotidiana: da uno spazzolino protettore per biciclette a una benda per cavalli, cimeli regolarmente brevettati e tuttora custoditi presso il museo dei bersaglieri a Roma. 

 

Un’altra passione che Toti coltivava, era viaggiare. Con la sua bicicletta, che aveva modificato per poterla portare con una sola gamba, intraprese nel 1911 un viaggio che lo portò prima a Parigi, dove dovette fronteggiare anche i problemi finanziari che lo affliggevano, proseguendo poi per la Finlandia, la Russia e la Polonia, e infine ritornando a Roma nel giugno 1912. 

 

Oltre alla passione per i viaggi e la sua grande volontà d’animo, nutriva forti sentimenti patriottici, che lo portarono ad arruolarsi nel primo mese di guerra del 1915, presentando 3 domande che vennero talvolta rifiutate per la sua menomazione, ma riuscì infine ad arrivare al fronte raggiungendo Cervignano del Friuli, rendendosi subito utile nelle retrovie con la sua fedele bicicletta. 

 

Lo stesso Duca D’Aosta si interessò alle sue eroiche prestazioni sul campo di battaglia e con il suo aiuto Toti entrò nel Terzo Battaglione Bersagliere Ciclisti, venendo schierato in prima linea. Fu sempre tra i primi all’assalto delle  trincee, e un giorno mentre si tentava la conquista di un’altra fortificazione Astro-Ungarica, venne colpito tre volte. Poco prima di morire egli gettò la sua stampella verso i suoi nemici e disse “non moro io”, incitando nuovamente e con fervore i suoi compagni a proseguire l’attacco. 

 

Oggi Enrico Toti è uno dei simboli italiani della prima guerra mondiale, per il suo valore, il coraggio e la voglia di non mollare mai. La sua salma si trovava a Monfalcone, successivamente però scelsero di trasferirla nella sua città natale, Roma, dove lì ricevette un partecipatissimo e solenne funerale. 

Oggi ricordiamo Enrico Toti come un eroe patrìo, che ancora ai giorni nostri, in una generazione che è priva di coraggio, vive nelle piazze e nelle strade di tutta Italia. 

 

Scrisse di lui il suo Comandante nell’agosto del 1916: “Nelle giornate di combattimento rendeva servizi preziosi ai combattenti, ma dove si mostrò instancabile è stato nel parlare di amor patrio ai bersaglieri”.

 

Mirtilla