Ettore Muti: il più bel petto d’Italia

Ettore Muti nasce a Ravenna il 22 maggio 1902, da Cesare e Celestina. Rimane orfano alla tenera età di 13 anni e viene cresciuto dalle due sorelle Linda e Maria, ma volendo prendere pieno controllo della sua vita, scappa di casa, per poi arruolarsi allo scoppio della guerra nelle retrovie del fronte. Scoperto e rispedito a casa perché minirenne, si da tregua per soli due anni, per poi riuscire a 15 anni (falsificando i documenti in qualche modo) a entrare nella 6° divisione di fanteria, coronando la sua carriera partendo nel 1918 verso il Piave, già reclutato tra le fila degli Arditi. 

 

Uomo coraggioso e imprevedibile, sempre tra i primi in ogni impresa, nel 1919 si trova con i legionari di D’Annunzio a Fiume. Corridore impeccabile, si occupa di far entrare i viveri nella città forzando i blocchi imposti dal Regio Esercito. Fu soprannominato dal Vate “Jim dagli occhi verdi”  (il soprannome Jim gli venne già dato durante l’infanzia dai suoi amici, tratto dal protagonista della rivista l’Esploratore) dopo una prova di coraggio che riuscì a superare, la quale inizialmente prevedeva il buttarsi dal balcone più alto di un palazzo di 15 metri per poi finire su un telone dei pompieri; Muti temerariamente si lanciò dal tetto, vincendo l’agone. Viene dal poeta-guerriero nominato capo dei “corsari”, distaccamento che si occupava degli assalti agli scafi in transito per il sostentamento della città. Una notte del settembre 1920, dopo essersi nascosto nel tubo di un elica insieme a sei uomini, si impadronisce assieme a questi di una nave diretta in Argentina e la portano nella Città Libera, dove verrà rilasciata sotto un riscatto di 12 milioni di lire.

 

La più famosa delle sue bravate fu in Romagna, quando durante una riunione di socialisti, irruppe da solo rompendo una finestra e facendo cadere il lampadario, e protetto dall’oscurità, rubò la bandiera rossa riuscendo a fuggire. Nel 1923 diventa comandante della coorte di camicie nere di Ravenna e nel 1925 console. 

Successivamente nel settembre del 1926, si sposa con Fernanda Mazzotti, figlia di una facoltosa famiglia di banchieri, pur con la contrarietà del padre. Da lei avrà nel 1929 la sua unica figlia, Diana. 

 

Mentre si trova nella pizza principale di Ravenna viene ferito al braccio e al ventre in un tentato assassinio. Arrivò in ospedale in gravissime condizioni dove veniva già dato per morto, ma grazie ad un tempestivo intervento riuscì a cavarsela. Ciò non lo fermò dal continuare la sua vita spericolata. 

 

Venne chiamato a Trieste per gestire la Terza divisione della milizia portuale. Qui incontra il Duca Amedeo D’Aosta che lo convinse ad entrare nella Regia a

Aeronautica. Entrò nell’Arma Azzurra, accettò il declassamento nel ruolo di Tenente e mise subito in luce le sue capacità, che verranno premiate alla fine con due medaglie d’argento. Nelle fasi finali del conflitto, non contento, entra nella squadriglia aerea “Disperata” con Ciano, divenendo grande amico di Farinacci e Pavolini. 

 

Nel 1936 dopo vari viaggi tornò in Italia per poi ripartire subito dopo per la Spagna con il corpo di spedizione volontario impegnato nella Guerra Civile, dove si vedrà impegnato nel compito si bombardare i porti repubblicani, riuscendo a guadagnarsi altre medaglie per le sue azioni. Nel 1938 lo troviamo a combattere in Albania alla guida delle truppe motorizzate. Dopo la conquista guadagnò l’ennesima medaglia d’argento, che lo farà diventare “il più bel petto d’Italia.” 

 

Ritornato in Italia diventa segretario del partito, su proposta di Ciano. In queste vesti non si trovò per niente a suo agio a causa dei numerosi privilegi che gli spettavano, e con la massima “bisogna andare laddove c’è bisogno”, riuscì a sottrarsi dal ruolo per andare al combattere con il grado di tenente colonnello. Non era un uomo da scrivania ma d’azione, e questa decisione lo portò a riconsiderare tutte le amicizie con alcuni gerarchi, giudicati ormai come imboscati e codardi, abbandonando così anche ogni contatto Ciano. 

 

Il 25 Luglio, giorno della caduta di Mussolini, Ettore Muti si trovava in Spagna per recuperare un radar americano. Ritornò a Roma il 27, dove si ritirò in una villetta a Fregene. Nella notte tra il 23 e 24 agosto del 1943, un tenente dei Carabinieri insieme ad altri colleghi, fece irruzione nella villa con l’ordine di arrestarlo. Il gerarca li seguì lungo tutta la pineta, ma cosa sia successo dopo rimane ancora oggi un mistero. La pista più plausibile è quella dell’omicidio politico, dato che fu considerato dallo stesso Badoglio «una minaccia» in una lettera spedita in precedenza, al capo della polizia Senise. Essa recita testualmente: “Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso”. 

 

Tutt’ora, Ettore Muti detiene il record mondiale di ore di volo in guerra e quello italiano per le medaglie conquistate in azioni di guerra.

 

A noi giovani oggi, rimane soltanto il suo ricordo da seguire come esempio, il faro del suo eroismo e della sua tenacia che ci guida nel buio di quest’epoca. 

 

Steiner

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