Fiume: il segno della Libertà, la causa dell’Anima

La guerra è finita, le bocche dei fucili tacciono, ma non tacciono le voci dei popoli divisi dai confini tirati col righello dai trattati di pace. Non tacciono le anime dei cittadini fiumani, che assieme a quelli dalmati reclamano a gran voce la loro appartenenza all’Italia, che urlano in lingua italiana il loro fervore patrio, che invocano disperati che la loro madrepatria li accolga. Queste disperate richieste non vengono accolte: abbandonati alle ambizioni del regno degli slavi, i cittadini e militari decidono di prendere le redini del proprio destino, e di plasmare il futuro secondo la propria volontà. E’ in questa manifestazione del volere unanime della città quarnarina che i primi di aprile i comandanti Host-Venturi (nativo del luogo) e Giuriati (veneziano) creano la Legione Fiumana, un corpo di volontari nato per difendere l’identità degli abitanti dagli abusi stranieri.
Il battesimo del fuoco la Legione lo ha il 29 giugno 1919 quando il contingente di occupazione francese, con l’interesse che i patti concordati a scapito dell’Italia venissero rispettati, nel tentativo di reprimere ogni forma di manifestazione patriottica cominciò a strappare i tricolori dalle vesti delle donne; al chiaro sopruso rispose il contingente di legionari e marinai, che cominciarono a dar battaglia per le strade abitate per giorni e giorni in una prima sollevazione che, ricordando quella palermitana avvenuta nel XIII secolo a scapito delle truppe angioine, venne nominata “Vespri fiumani”. Alla fine dello scontro, le parti politiche moderate e quelle della repubblica d’oltralpe pretendevano che la colpa fosse riconosciuta ai soli italiani, i quali avrebbero dovuto consegnare le armi e ritirarsi. Fu una vittoria temporanea per la diplomazia anti-italiana, e il reparto dei Granatieri di Sardegna, che si era mostrato tra i più attivi sostenitori della ribellione, venne fatto ritirare con gli altri contingenti regolari. Era il 25 agosto, e D’Annunzio, pregato dal consiglio cittadino e dagli stessi militari di entrare in campo, stava già radunando un esercito di arditi e reduci per compiere la sua impresa.

Alla guida della sua armata, raggiunse i reparti dei Granatieri il 11 settembre, tardando di alcuni giorni a causa di una grave febbre che tuttavia non riuscì a fermarlo nemmeno per un secondo. Accolto a Ronchi negli acquartieramenti dei soldati, si festeggiò e si preparò la marcia su Fiume del giorno dopo, dove era prevista una forte resistenza da parte dei Bersaglieri; l’esito fu invece miracoloso: l’antico corpo degli elmetti piumati accolse anch’esso in festa l’arrivo del Vate e la calata sulla città irredenta, unendosi infine alla spedizione.
Sul far del giorno, la colonna marciante entrò in contatto con gli uomini della Legione, e nella città tutta fu strabiliata ed entusiasta, celebrando il glorioso ingresso dei valorosi combattenti e del Poeta-Guerriero in quella che da questi verrà definita la “Santa Entrata”.
Nuovi scontri avvennero con le truppe inglesi e francesi, che tentarono di sgombrare l’esercito entrante, ma dopo alcune ore furono gli ex-alleati del regno d’Italia ad essere scacciati dalla città.
Nel pomeriggio, con un celebre discorso D’Annunzio proclamò la tanto agognata annessione all’Italia:

«Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume.»

Nelle settimane successive, altre divisioni vennero fatte convergere su ordine diretto del presidente del consiglio Nitti al confine con la città, con l’intenzione di cingerla d’assedio e porre fine alla sua resistenza nel minor tempo possibile, ma ciò risultò del tutto inutile: ogni soldato mandato su quel nuovo fronte mostrava sentimenti di solidarietà e appartenenza verso quella causa che era impossibile nascondere, così le defezioni verso le linee dei legionari furono numerose, interi battaglioni cambiarono schieramento, quelli che vennero liquidati come disertori dai comandanti al servizio del Re vennero rinominati onorevolmente da Filippo Tommaso Marinetti come “disertori in avanti”, persino un incrociatore della Marina, il “Cortellazzo”, si schierò a difesa del porto di Fiume.
Intanto l’azione aveva ormai raggiunto gli onori della cronaca di tutta Europa ed il mondo, non solo la destra italiana e i Fasci di Combattimento, attraverso le colonne del Popolo d’Italia, propagandavano e sostenevano le azioni rivoluzionarie dannunziane, ma anche i socialisti rivoluzionari, ormai in pieno conflitto con i riformisti alleati dei popolari, mostrarono la loro piena approvazione e partecipazione, seguiti anche da anarchici e comunisti. Esempio di questa contaminazione fu il dirottamento della nave mercantile “Persia”, che trasportava carichi di armi e munizioni per le truppe antibolsceviche in Russia, guidata dal capo della Federazione Lavoratori del Mare Giuseppe Giulietti, al quale il Vate scrisse in seguito:

«La bandiera dei Lavoratori del Mare issata all’albero di maestra, quando la nave “Persia” stava per entrare nel porto di Fiume con il suo carico sospetto, confermò non soltanto la santità ma l’universalità della nostra causa. (…) La causa di Fiume non è la causa del suolo: è la causa dell’anima, è la causa dell’immortalità. Questo gli sciocchi e i vigliacchi ignorano o disconoscono o falsano. Tutti i miei soldati lo sanno, lo hanno compreso e divinato. È bello che lo sappiano e l’abbiano compreso così vastamente i tuoi Lavoratori del Mare. Dall’indomabile Sinn Fein d’Irlanda alla bandiera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna e la Croce, tutte le insurrezioni dell spirito contro i divoratori di carne cruda sono per riaccendersi alle nostre faville che volano lontano. Il mio compito di lavoratore del Carnaro, caro compagno, consiste nel far prevalere e risplendere la bellezza ignuda e forte della conquista da me presentita. Arrivederci, capitano Giulietti. Certo, il buon sale marino preserva la federazione da ogni corrompimento. Siamo tranquilli. E, se tener duro è bene, assaltare è meglio.»

Giulietti fu anche il fautore dell’accettazione da parte di Enrico Malatesta e di Nicola Bombacci dell’impresa, coi quali progettava anche una futura alleanza con lo scopo di rovesciare il governo italiano e dare quindi inizio alla rivoluzione socialista, progetto che verrà adottato anche dallo stesso D’Annunzio e da Alceste De Ambris, autore di quella che sarà la costituzione della Reggenza del Carnaro.
Ciò che più legava l’estrema sinistra a questa impresa era sia lo spirito libertario e ambivalente del poeta-guerriero che era riuscito a imprimere anche nella vita cittadina, come racconta lo scrittore belga Leon Kochnitzky: «Una fanfara squilla: “ecco, passa la banda”; è una musica militare che traversa la città, fatto ricorrente almeno tre o quattro volte al giorno, in Fiume […] Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di lesta) e le danze…: si danzava dappertutto…»; sia l’uguaglianza fattuale che si era creata tra civili e militari, che aveva fuso lo spirito di cameratismo dei soldati con quello egualitario delle classi meno abbienti, creando un esperimento comunitario che molti intellettuali equiparavano a quello della comune di Parigi, e per cui anche intellettuali intransigenti come Gramsci riconoscevano meriti per aver abbattuto le differenze di classe.
Dal punto di vista più “nostro” invece l’azione era sostenuta nelle parole e nei fatti da personalità, oltre a quelle già citate tipo Host-Venturi, come Ettore Muti, rinominato durante questo periodo “Gim dagli occhi verdi”, da Mario Carli, ardito e fondatore de “La testa di Ferro”, Oscar Sinigaglia, industriale e presidente dell’ILVA, Giuseppe Bottai, futuro ministro della cultura e dell’Istruzione, ed Enrico Corradini, capo dell’allora Associazione Nazionalista Italiana.

L’Impresa di Fiume ottenne dunque consensi e partecipazioni da destra e sinistra, trasversalmente riuscì a unire chi desiderava più di ogni cosa difendere non solo gli interessi dell’Italia, ma il diritto all’autodeterminazione del popolo Italiano di Fiume, che quando non gli vide riconosciuto dalle ipocrite trattative di pace e dalle parole del presidente Woodrow Wilson, tentò di ottenerlo da solo, con la forza delle proprie idee, del proprio sangue e della propria anima, inaugurando la fase iniziale trionfale di uno degli esperimenti politici più importanti del XX secolo.

Saturno

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Contro il potere terrorista dello stato: Gianni Nardi

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Nacque ad Ascoli Piceno nel 1946, raggiunta la maturità entrò nell’esercito come paracadutista con il grado di tenente e al contempo iniziò anche la militanza politica avvicinandosi inizialmente alla Giovane Italia, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, poi alla Sam, Squadra di azione Mussolini e infine al movimento extraparlamentare Ordine Nuovo nella città di Milano, proprio in questa città era considerato uno dei personaggi di destra più importanti. 

Il 17 Maggio 1973, il commissario di polizia Luigi Calabresi, all’età di 34 anni, venne assassinato a Milano in via Francesco Cherubini, vicino alla sua abitazione mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle.
Uno dei primi sospettati fu proprio Gianni Nardi, uno dei testimoni raccontò di aver visto un uomo fisicamente corrispondete a Gianni Nardi. Egli venne arrestato insieme a due presunti complici, ma poi vennero tutti rilasciati, poiché qualcuno avrebbe testimoniato che si trovava a Roma al momento del delitto. Solamente molti anni dopo, l’ex militante di Lotta Continua Leonardo Marino affermò che a uccidere il commissario Calabresi furono Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, tutti esponenti di Lotta Continua un movimento di sinistra extraparlamentare italiano. 

Incriminato e poi prosciolto per l’omicidio Calabresi venne condannato per favoreggiamento nell’omicidio di un benzinaio a Piazzale Lotto a Milano, Nardi decise di fuggire all’estero, precisamente a Palma De Maiorca, poiché la Spagna negli anni 1970 era considerata il rifugio dell’estrema destra europea ed italiana. Dopo quattro anni, il 10 settembre del 1976, le autorità iberiche lo trovarono morto, ufficialmente a causa di un incidente d’auto. La macchina sarebbe finita fuori strada prendendo subito fuoco e rendendo così irriconoscibile il cadavere. 

La morte di Nardi è risaltata agli onori della cronaca dei giornali italiani per due giorni. Qualcuno vi ha visto dietro il delitto la mano strisciante del potere, più di un analista ha segnalato piccole “stranezze” sul caso. Poi tutto è finito. Prima “stranezza”: non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi documenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Al centralino dell’isola è giunta una marea di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Comando. Evidentemente l’ha fornita qualche ingenuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spagnolo a inventare un nome come quello di Giuseppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi?). Sta di fatto che il comando della guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantennale, che la polizia chiami la stampa) per avvisarlo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’era soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convinta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’intera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comunicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testimone decisivo sulla presenza di una o due persone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il “necessario riserbo” dovuto al fatto che l’inchiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’inchiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale?

Un’altra stranezza, probabilmente la più grave, inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un affare politico. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, manca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guardia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è «indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire» (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della sezione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stampa: «La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente la Guardia Civil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda? 

Una morte costellata da misteri. Infatti, alcuni anni dopo, nell’aprile del 1991, i Magistrati, mentre indagavano sui mandanti della strage alla stazione di Bologna, trovarono negli archivi di Forte Braschi, il nome di Gianni Nardi nell’elenco dei 1.915 che erano stati contattati dal Sismi per essere inseriti nella struttura di “Gladio”, un’organizzazione segreta paramilitare che aveva il compito di contrastare una possibile invasione nell’Europa Occidentale da parte dell’Unione Sovietica e in particolare della ex Jugoslavia. Addirittura a Gianni Nardi gli era stato attribuito una sigla, 0565, segnalato dal Capitano Camillo Carrignani soprannominato “Serafino”, anche se venne dimostrato che non entrò mai nell’organizzazione. Nel 1993 vi furono le clamorose rilevazioni di Donatella Di Rosa, nota come Lady Golpe poiché moglie del colonnello dell’esercito italiano Aldo Michittu e divenuta nota al grande pubblico per le rivelazioni fatte alla stampa circa un presunto progetto di golpe. In una conferenza stampa, Donatella Di Rosa, affermò di aver partecipato a riunioni segrete, con l’intento di raccogliere fondi e organizzare un Colpo di Stato, con alti esponenti delle Forze Armate ma anche con Gianni Nardi. E guarda caso nove giorni dopo fu riesumato in Spagna il corpo di Gianni Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l’identità. Molto tempo dopo Donatella Di Rosa fu condannata in appello a due anni e otto mesi di reclusione per calunnia e autocalunnia ed al risarcimento di ottocento milioni di lire alle parti civili.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco ci impegniamo nel ricordare il camerata Gianni Nardi e tutte quelle persone che sono state vittime dei complotti e della repressione: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del tradimento. Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, sono stati poi abbandonati dai loro protettori.

Glauco

 

Ahmad Shah Massoud: Il Leone del Panjshir

Ahmad Shah Massoud nasce nel 1953  in Afghanistan, in un villaggio a Nord del Paese da una famiglia Sunnita. Nato e cresciuto sotto gli insegnamenti dell’Islam, negli anni 70’ prende una decisione: diventare un combattente. Ma per chi? Per cosa? Il suo sogno era quello di vedere il suo popolo libero dagli interessi stranieri, sovrano e indipendente, così, spinto dal suo sogno comincia a combattere una guerra che poteva benissimo scegliere di disertare. 

 

Nella Kabul degli Anni 70’, Massud e un’intera generazione di studenti legati alle proprie tradizioni sia religiose che culturali, sentono come una sorta di minaccia alla propria identità nazionale la pressione politica dell’Unione Sovietica, e con dalla loro fede, l’Islam, trovano la forza di unirsi per combatterla. 

 

Devono fare i conti anzitutto con una pericolosa e fortissima frammentazione di etnie differenti, che colpirà persino il fronte rivoluzionario dei Giovani Musulmani di cui fa parte Massoud, spaccandolo in fazioni violentemente nemiche: da un lato i moderati molto fedeli a Rabbani, dall’altro gli estremisti guidati da Gulbuddin Hekmatyar, col sostegno del Pakistan. 

 

Si deciderà un colpo di stato nell’aprile 1978 che farà drammaticamente precipitare gli eventi, cacciando il regime repubblicano di Daud in favore di un governo filo-sovietico che fece diventare l’Afghanistan uno stato satellite agli ordini di Mosca. I ribelli non si arrendono, anzi organizzano la resistenza dalla base di Peshawar, ma sono divisi tra loro. Massud, sceglierà di tornare in Panjshir, e da lì cercherà e riuscirà a riunire il suo popolo, creando una personale resistenza contro l’invasore russa, che diventerà obiettivo comune di tutta la nazione. 

 

Negli anni seguenti dal 1979 al 1989, un incessante resistenza portò alla ritirata delle truppe sovietiche, con l’appoggio che popolazioni locali e sotto lo sguardo intrigato dei mass media, stupefatti dal risultato militare, che questi guerriglieri con la loro resistenza e la loro fede incrollabile di un popolo libero, erano riusciti a portare alla ritirata un esercito intero.

 

Cacciati i sovietici da Kabul, si ricompone il fronte guidato dal professor Rabbani, e Massud, per gli enormi risultati e meriti militari, viene nominato ministro della Difesa e soprannominato “Leone del Panjshir”.

 

Purtroppo non si ha neppure il tempo di dare un’unione politica al Paese, che ci sarà da subito un duro scontro tra le storiche fazioni interne, e quindi Massud si schiera contro le forze integraliste di Gulbuddin Hekmatyar, in una guerra tra decine di gruppi diversi, che assume da subito i tratti di un vero e proprio conflitto civile. Massud disponeva ancora di un enorme sostegno popolare, ma l’avversario era sostenuto militarmente ed economicamente dal potente Pakistan, che ormai era diventata la massima potenza della regione centroasiatica.

 

L’Afghanistan ancora una volta fatica nel trovare stabilità e indipendenza. Questo scontro darà terreno fertile a quella che in occidente ancora oggi è conosciuta come la minaccia Talebana, finanziata da tutte le forze che supportano una visione fanatica e intransigente dell’Islam. La resistenza contro i Talebani è forte e serrata, ma non impedirà a questi ultimi guerriglieri nel settembre del 1996 di entrare ed impadronirsi della città di Kabul. 

 

Una volta entrati e preso possesso della città, riescono ad instaurare la Repubblica islamica Afghana, cominciando le persecuzioni verso gli appartenenti ad altre fedi e culture, a limitare la libertà delle donne, a eliminare ogni diritto politico e civile che non fosse previsto dal Corano.

 

Costretto alla ritirata da Kabul con il Presidente Rabbani, Massud denuncerà ad alta voce la barbarie talebana e il sostegno del governo pachistano. Dovrà però assistere inerme alla vendetta dei nuovi padroni della capitale. Come prima azione, fu preso di mira  il primo ministro Najibullah, portato via con la forza dal palazzo dell’Onu, prima torturato ed infine ucciso con un proiettile alla testa, per esser poi impalato sulla pubblica piazza come avvertimento per la popolazione dissidente. Un crescendo di fenomeni atroci, tali da far capire a Massud che era necessario un ritorno alla guerriglia utilizzata contro i sovietici: riorganizza così le sue forze dalla vecchia base nel Panjshir.

 

Stessa guerra, avversario diverso per Massoud, ma questa volta non è solo, al suo fianco ci saranno le Forze Occidentali Riunite. Il Leone Del Panjshir, sarà alla guida dell’Alleanza Del Nord in funzione anti-talebana. 

 

L’alleanza, alla guida del Leone, porterà vittorie che prenderanno alla sprovvista gli avversari guidati da Mullah Omar. Come scrisse Ettore Mo (uno dei più famosi corrispondenti di guerra): «In una sola giornata, con un duplice attacco, 1800 mujaheddin hanno spinto fuori dalla città — Teleqan — gli 8 mila studenti guerrieri di Omar inseguendoli poi lungo la strada verso Kunduz, a ovest. Più di cento talebani uccisi e 150 prigionieri». 

 

Pochi mesi prima della sua morte, la situazione è in una fase di stallo. Le armate di Massud non riescono a portare avanti la resistenza. Comincia la carestia, la mancanza di cibo uccide non solo i soldati, ma anche la popolazione, che è costretta alla fuga. 

 

È il 9 Settembre 2001, Massud è ormai una persona conosciuta a livello internazionale, e quel giorno una coppia di giornalisti tunisini si avvicinano per un intervista. Il tempo di montare le telecamere e azionare le bombe nascoste al loro interno, che l’attentato è purtroppo riuscito. Il Leone Del Panjshir muore, insieme a lui anche uno dei due attentatori, il secondo sarà ucciso dalle guardie di Massud nel tentativo di fuga. Si scoprirà in seguito che i due attentatori sono stati reclutati a Bruxelles, ed erano al soldo di Al Qaeda. 

 

Solo due giorni dopo la notizia viene resa pubblica, ma passerà in secondo piano dato che il mondo è scosso da un grave attentato terroristico, quello dell’11 Settembre alle Torri Gemelle. I due attentati per molti sono collegati, magari quello a Massaud era un avvertimento non ascoltato o magari sottovalutato.

 

Sta di fatto che oggi la tomba di Ahmad Shah Massoud può essere considerata un simbolo per tutti gli afgani liberi, un monito di forza e coraggio per quella tragedia di popolo. 

 

Nel 2002 viene candidato, ormai postumo, al Premio Nobel per la pace e al Premio Sakharov per la libertà di pensiero.  Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale dell’Afghanistan sovrano e indipendente. 

 

Steiner 

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Francesco Mangiameli: luci ed ombre di un delitto

Fancesco Mangiameli nasce il 15 Gennaio 1950, studia e si laurea in lettere e filosofia, fino a diventare un professore di lettere agli istituti superiori. Fin dai primi anni 60’ si unisce e milita nel FUAN (Fronte universitario d’azione nazionale), gruppo giovanile del Movimento Sociale Italiano. Ma poco dopo la sua iscrizione decide di unirsi in vari gruppi extra parlamentari come Ordine Nuovo e Fronte Nazionale, diventando poi nel 1975 un punto di riferimento per la Sicilia.

 

Entra in contatto con alcune figure rappresentative di Roma, esponenti come: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, aderenti ai NAR. Mangiameli si unisce al loro fianco. Col passare tel tempo, alcuni tentativi di reperire armi fallirono per alcune decisioni errate da parte proprio di Mangiameli. Dopo una serie di azioni e decisioni errate, che quindi portarono al fallimento di alcuni obiettivi, come far evadere dal carcere Ucciardone di Palermo  un altro militante di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, azione che venne finanziata dai fratelli Fioravanti, ma per colpa di alcuni depistaggi di Mangiameli, l’operazione non fu portata a termine. Così si cominciò a sentire all’interno del movimento una sfiducia nei confronti di Mangiameli, pur essendo l’unica figura di riferimento del gruppo in Sicilia.        

 

Nel luglio 1980 infatti, i fratelli Fioravanti diedero  dei soldi a Mangiameli per rifinanziare l’evasione e per portarla al termine, ma anche questa volta fallirono, così i NAR giunsero alla conclusione che esso era un traditore, dunque, doveva essere punito. 

 

Il 10 settembre 1980, Mangiameli si dirige verso Roma, più precisamente a Porta Pia, senza accorgersi dell’inganno fu condotto nella pineta di Castel Fusano, e li fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Per occultare il cadavere viene zavorrato e gettato nel lago di Tor De’ Cenci, il cadavere venne in superficie dopo due giorni. Negli anni successivi alcuni pentiti confessarono che l’intenzione dei NAR era uccidere anche la moglie e la figlia di sette anni. Probabilmente Mangiameli conosceva troppe cose all’interno del movimento.

 

Gli assassini per paura che si venisse a sapere dell’omicidio commesso, e per non perdere l’onore, non si sono mai fatti avanti. Fatto sta che ancora oggi questo attentato rimane irrisolto, ma ciò non toglie di rendere gli onori dovuti, a colui che fu un militante negli anni più duri in cui si potesse fare politica e che è caduto comunque per l’idea.

 

Francesco Presente!

 

Mirtilla

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Contro il mondialismo moderno: Carlo Terraciano

L’antiamericanismo, l’antiatlantismo, l’antimondialismo sono realtà che da sempre caratterizzano il nostro ambiente e sono tutt’oggi la base delle nostre battaglie. In passato sono temi che hanno portato scissioni dal “padre” msi, la cui classe dirigente era una fervente sostenitrice della linea atlantista, portando alla creazione ad una miriade di movimenti ( Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale..ecc)  con visioni e destini differenti. Il movimento sociale è definito “padre” di tutti questi nomi perché in un modo o nell’altro è da lì che ognuno ha iniziato, giovani che lamentavano inascoltati alla classe dirigente di non combattere per l’idea, ma bensì di cercare la proposta più convincente e che dia maggior risvolto elettorale, esattamente quando un figlio nel pieno della sua giovinezza si ribella al padre e questi non ha la capacità di comprendere la sua progenie e va avanti per la sua strada.
Tra i tanti ribelli che hanno caratterizzato il nostro mondo ve ne è uno che ha il pieno diritto di essere riconosciuto come tale per il suo pensiero anticonformista: Carlo Terracciano.

Carlo Terracciano nasce il 10 ottobre 1948, da giovane si avvicina al Fronte della Gioventù con l’amico Marco Tarchi. Dopo aver sperimentato il carcere a causa di un’inchiesta che verrà archiviata dallo stato stesso nata per la solidarietà che aveva dimostrato ad alcuni detenuti degli anni di piombo, verso la fine degli anni ’70 si avvicina al movimento intellettuale della “Nuova Destra”. La suddetta linea di pensiero nasce in Francia all’inizio degli anni 70, per poi essere importata alla fine dello stesso decennio da Stenio Solinas il quale fonderà la rivista Elementi dove riunirà tutta la classe intellettuale stanca del nostalgismo caratterizzante il movimento sociale italiano e volenterosa di svecchiare le idee di questo. Caratteristica principale del movimento è il rifiuto allo sciovinismo e al nazionalismo con un avvicinamento al federalismo europeo, il paganesimo in contrapposizione al cattolicesimo reazionario della destra ed ovviamente l’antiatlantismo contro l’idea filostatunitense vincolante nell’msi. Per le loro idee le risposte alle tematiche del movimento saranno trovate anche negli ambienti della sinistra radicale e difatti Marco Tarchi, dirigente dell’MSI, amico di Carlo e collaboratore di Elementi, sarà il primo ad utilizzare il termine “Destra Radicale”. La rivista chiuderà nel 1979 dopo appena un anno di pubblicazione, e in questo periodo Terracciano si avvicinerà al Fronte Europeo di Liberazione e ad Edizioni Barbarossa di Freda, per poi allontanarsi da lui negli anni ’90 con la fondazione del Fronte Nazionale. Nel frattempo intorno alla metà degli anni ‘80 collabora con la rivista Orion di stampo nazional-comunista e dove per l’ennesima volta riuscirà a rompere gli schemi arrivando a recensire una rivista omosessuale francese riuscendo a farsi disprezzare dal vecchio mondo della “destra”. Per coronare la sua carriera da divulgatore di nuove idee politiche si unisce alla redazione di Eurasia: in questa rivista spiega come il confine dell’europa non siano i monti Urali ma bensì l’atlantico superato il quale vi è il tramonto del sole che con se porta la civiltà, la storia, lo spirito ed ogni bellezza mai creata in questo mondo, parole sprezzanti che però riserva solo al mostro stelle e strisce, risparmiando gli abitanti latini del nuovo mondo. Da grande importanza all’Islam ed alla Russia ritenendoli punti di contatto culturali, sociali e storici tra i due continenti, difatti è per l’apertura diplomatica della Comunità Europea nei confronti della Turchia, una visione antitetica rispetto a quella liberal-atlantista che considera la religione mediorientale nemica dei valori occidentali.

Il miglior modo per spiegare la visione di questa alleanza spirituale lo scrive stesso Terracciano in questo suo celebre componimento, in cui indica gli Stati Uniti come primo nemico di ogni popolo del mondo:

Dio maledica l’America, bestemmia vivente al nome d’ogni Dio

Jahvè maledica l’America, che usa il suo nome per sottomettere il mondo

Allah maledica l’America, che rende schiavi ed uccide i suoi figli

Brahman maledica l’America e il decimo Avatara di Vihsnu riporti l’Ordine sulla Terra

Amaterasu-o-Kami maledica l’America, che disintegrò i suoi figli in un fungo di fuoco

Manitù maledica l’America, che attuò il genocidio del suo popolo libero

Viracocha maledica l’America, che tiene schiavo il suo popolo

Horus maledica l’America, che ha fatto a pezzi il corpo dell’Egitto

Ahura-Mazda maledica l’America, che versò il sangue dei suoi figli sul Fuoco Sacro

Odino maledica l’America, che ha disonorato l’onore d’ogni guerriero

Zeus maledica l’America, nemica d’Europa nel Bello e nel Buono

Il Grande Cielo maledica l’America, che ha sporcato il mondo sopra e sotto di Lui

Ogni Bodhisattva maledica l’America, regno d’ogni menzogna, nemica d’ogni Verità

Gea maledica l’America, che sfigura e distrugge la Madre Terra

Ogni Dio, conosciuto e sconosciuto maledica l’America,regno del materialismo.

Ogni essere vivente maledica l’America, che prepara l’annientamento del mondo.

Satana maledica l’America, che ha usurpato persino il suo nome.

Uomo maledici l’America, la Bestia Immonda nemica dell’Uomo.

La rivista Eurasia chiuderà proprio a causa della perdita di Carlo avvenuta la notte tra il 3 e il 4 settembre 2005, oggi lo vogliamo ricordare per l’intransigenza e l’onestà del suo pensiero e per averci dato l’esempio che il costo della coerenza può essere salato a livelli inimmaginabili ma che è nostro dovere nei confronti dei nostri ideali portare avanti questo valore, e per questo lo vogliamo salutare esattamente come fece la rivista Eurasia 14 anni fa:

Vale, amice carissime, ave atque vale.

Olmo

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