Contro il potere terrorista dello stato: Gianni Nardi

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Nacque ad Ascoli Piceno nel 1946, raggiunta la maturità entrò nell’esercito come paracadutista con il grado di tenente e al contempo iniziò anche la militanza politica avvicinandosi inizialmente alla Giovane Italia, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, poi alla Sam, Squadra di azione Mussolini e infine al movimento extraparlamentare Ordine Nuovo nella città di Milano, proprio in questa città era considerato uno dei personaggi di destra più importanti. 

Il 17 Maggio 1973, il commissario di polizia Luigi Calabresi, all’età di 34 anni, venne assassinato a Milano in via Francesco Cherubini, vicino alla sua abitazione mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle.
Uno dei primi sospettati fu proprio Gianni Nardi, uno dei testimoni raccontò di aver visto un uomo fisicamente corrispondete a Gianni Nardi. Egli venne arrestato insieme a due presunti complici, ma poi vennero tutti rilasciati, poiché qualcuno avrebbe testimoniato che si trovava a Roma al momento del delitto. Solamente molti anni dopo, l’ex militante di Lotta Continua Leonardo Marino affermò che a uccidere il commissario Calabresi furono Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, tutti esponenti di Lotta Continua un movimento di sinistra extraparlamentare italiano. 

Incriminato e poi prosciolto per l’omicidio Calabresi venne condannato per favoreggiamento nell’omicidio di un benzinaio a Piazzale Lotto a Milano, Nardi decise di fuggire all’estero, precisamente a Palma De Maiorca, poiché la Spagna negli anni 1970 era considerata il rifugio dell’estrema destra europea ed italiana. Dopo quattro anni, il 10 settembre del 1976, le autorità iberiche lo trovarono morto, ufficialmente a causa di un incidente d’auto. La macchina sarebbe finita fuori strada prendendo subito fuoco e rendendo così irriconoscibile il cadavere. 

La morte di Nardi è risaltata agli onori della cronaca dei giornali italiani per due giorni. Qualcuno vi ha visto dietro il delitto la mano strisciante del potere, più di un analista ha segnalato piccole “stranezze” sul caso. Poi tutto è finito. Prima “stranezza”: non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi documenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Al centralino dell’isola è giunta una marea di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Comando. Evidentemente l’ha fornita qualche ingenuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spagnolo a inventare un nome come quello di Giuseppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi?). Sta di fatto che il comando della guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantennale, che la polizia chiami la stampa) per avvisarlo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’era soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convinta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’intera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comunicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testimone decisivo sulla presenza di una o due persone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il “necessario riserbo” dovuto al fatto che l’inchiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’inchiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale?

Un’altra stranezza, probabilmente la più grave, inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un affare politico. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, manca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guardia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è «indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire» (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della sezione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stampa: «La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente la Guardia Civil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda? 

Una morte costellata da misteri. Infatti, alcuni anni dopo, nell’aprile del 1991, i Magistrati, mentre indagavano sui mandanti della strage alla stazione di Bologna, trovarono negli archivi di Forte Braschi, il nome di Gianni Nardi nell’elenco dei 1.915 che erano stati contattati dal Sismi per essere inseriti nella struttura di “Gladio”, un’organizzazione segreta paramilitare che aveva il compito di contrastare una possibile invasione nell’Europa Occidentale da parte dell’Unione Sovietica e in particolare della ex Jugoslavia. Addirittura a Gianni Nardi gli era stato attribuito una sigla, 0565, segnalato dal Capitano Camillo Carrignani soprannominato “Serafino”, anche se venne dimostrato che non entrò mai nell’organizzazione. Nel 1993 vi furono le clamorose rilevazioni di Donatella Di Rosa, nota come Lady Golpe poiché moglie del colonnello dell’esercito italiano Aldo Michittu e divenuta nota al grande pubblico per le rivelazioni fatte alla stampa circa un presunto progetto di golpe. In una conferenza stampa, Donatella Di Rosa, affermò di aver partecipato a riunioni segrete, con l’intento di raccogliere fondi e organizzare un Colpo di Stato, con alti esponenti delle Forze Armate ma anche con Gianni Nardi. E guarda caso nove giorni dopo fu riesumato in Spagna il corpo di Gianni Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l’identità. Molto tempo dopo Donatella Di Rosa fu condannata in appello a due anni e otto mesi di reclusione per calunnia e autocalunnia ed al risarcimento di ottocento milioni di lire alle parti civili.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco ci impegniamo nel ricordare il camerata Gianni Nardi e tutte quelle persone che sono state vittime dei complotti e della repressione: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del tradimento. Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, sono stati poi abbandonati dai loro protettori.

Glauco

 

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