Fiume: il segno della Libertà, la causa dell’Anima

La guerra è finita, le bocche dei fucili tacciono, ma non tacciono le voci dei popoli divisi dai confini tirati col righello dai trattati di pace. Non tacciono le anime dei cittadini fiumani, che assieme a quelli dalmati reclamano a gran voce la loro appartenenza all’Italia, che urlano in lingua italiana il loro fervore patrio, che invocano disperati che la loro madrepatria li accolga. Queste disperate richieste non vengono accolte: abbandonati alle ambizioni del regno degli slavi, i cittadini e militari decidono di prendere le redini del proprio destino, e di plasmare il futuro secondo la propria volontà. E’ in questa manifestazione del volere unanime della città quarnarina che i primi di aprile i comandanti Host-Venturi (nativo del luogo) e Giuriati (veneziano) creano la Legione Fiumana, un corpo di volontari nato per difendere l’identità degli abitanti dagli abusi stranieri.
Il battesimo del fuoco la Legione lo ha il 29 giugno 1919 quando il contingente di occupazione francese, con l’interesse che i patti concordati a scapito dell’Italia venissero rispettati, nel tentativo di reprimere ogni forma di manifestazione patriottica cominciò a strappare i tricolori dalle vesti delle donne; al chiaro sopruso rispose il contingente di legionari e marinai, che cominciarono a dar battaglia per le strade abitate per giorni e giorni in una prima sollevazione che, ricordando quella palermitana avvenuta nel XIII secolo a scapito delle truppe angioine, venne nominata “Vespri fiumani”. Alla fine dello scontro, le parti politiche moderate e quelle della repubblica d’oltralpe pretendevano che la colpa fosse riconosciuta ai soli italiani, i quali avrebbero dovuto consegnare le armi e ritirarsi. Fu una vittoria temporanea per la diplomazia anti-italiana, e il reparto dei Granatieri di Sardegna, che si era mostrato tra i più attivi sostenitori della ribellione, venne fatto ritirare con gli altri contingenti regolari. Era il 25 agosto, e D’Annunzio, pregato dal consiglio cittadino e dagli stessi militari di entrare in campo, stava già radunando un esercito di arditi e reduci per compiere la sua impresa.

Alla guida della sua armata, raggiunse i reparti dei Granatieri il 11 settembre, tardando di alcuni giorni a causa di una grave febbre che tuttavia non riuscì a fermarlo nemmeno per un secondo. Accolto a Ronchi negli acquartieramenti dei soldati, si festeggiò e si preparò la marcia su Fiume del giorno dopo, dove era prevista una forte resistenza da parte dei Bersaglieri; l’esito fu invece miracoloso: l’antico corpo degli elmetti piumati accolse anch’esso in festa l’arrivo del Vate e la calata sulla città irredenta, unendosi infine alla spedizione.
Sul far del giorno, la colonna marciante entrò in contatto con gli uomini della Legione, e nella città tutta fu strabiliata ed entusiasta, celebrando il glorioso ingresso dei valorosi combattenti e del Poeta-Guerriero in quella che da questi verrà definita la “Santa Entrata”.
Nuovi scontri avvennero con le truppe inglesi e francesi, che tentarono di sgombrare l’esercito entrante, ma dopo alcune ore furono gli ex-alleati del regno d’Italia ad essere scacciati dalla città.
Nel pomeriggio, con un celebre discorso D’Annunzio proclamò la tanto agognata annessione all’Italia:

«Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume.»

Nelle settimane successive, altre divisioni vennero fatte convergere su ordine diretto del presidente del consiglio Nitti al confine con la città, con l’intenzione di cingerla d’assedio e porre fine alla sua resistenza nel minor tempo possibile, ma ciò risultò del tutto inutile: ogni soldato mandato su quel nuovo fronte mostrava sentimenti di solidarietà e appartenenza verso quella causa che era impossibile nascondere, così le defezioni verso le linee dei legionari furono numerose, interi battaglioni cambiarono schieramento, quelli che vennero liquidati come disertori dai comandanti al servizio del Re vennero rinominati onorevolmente da Filippo Tommaso Marinetti come “disertori in avanti”, persino un incrociatore della Marina, il “Cortellazzo”, si schierò a difesa del porto di Fiume.
Intanto l’azione aveva ormai raggiunto gli onori della cronaca di tutta Europa ed il mondo, non solo la destra italiana e i Fasci di Combattimento, attraverso le colonne del Popolo d’Italia, propagandavano e sostenevano le azioni rivoluzionarie dannunziane, ma anche i socialisti rivoluzionari, ormai in pieno conflitto con i riformisti alleati dei popolari, mostrarono la loro piena approvazione e partecipazione, seguiti anche da anarchici e comunisti. Esempio di questa contaminazione fu il dirottamento della nave mercantile “Persia”, che trasportava carichi di armi e munizioni per le truppe antibolsceviche in Russia, guidata dal capo della Federazione Lavoratori del Mare Giuseppe Giulietti, al quale il Vate scrisse in seguito:

«La bandiera dei Lavoratori del Mare issata all’albero di maestra, quando la nave “Persia” stava per entrare nel porto di Fiume con il suo carico sospetto, confermò non soltanto la santità ma l’universalità della nostra causa. (…) La causa di Fiume non è la causa del suolo: è la causa dell’anima, è la causa dell’immortalità. Questo gli sciocchi e i vigliacchi ignorano o disconoscono o falsano. Tutti i miei soldati lo sanno, lo hanno compreso e divinato. È bello che lo sappiano e l’abbiano compreso così vastamente i tuoi Lavoratori del Mare. Dall’indomabile Sinn Fein d’Irlanda alla bandiera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna e la Croce, tutte le insurrezioni dell spirito contro i divoratori di carne cruda sono per riaccendersi alle nostre faville che volano lontano. Il mio compito di lavoratore del Carnaro, caro compagno, consiste nel far prevalere e risplendere la bellezza ignuda e forte della conquista da me presentita. Arrivederci, capitano Giulietti. Certo, il buon sale marino preserva la federazione da ogni corrompimento. Siamo tranquilli. E, se tener duro è bene, assaltare è meglio.»

Giulietti fu anche il fautore dell’accettazione da parte di Enrico Malatesta e di Nicola Bombacci dell’impresa, coi quali progettava anche una futura alleanza con lo scopo di rovesciare il governo italiano e dare quindi inizio alla rivoluzione socialista, progetto che verrà adottato anche dallo stesso D’Annunzio e da Alceste De Ambris, autore di quella che sarà la costituzione della Reggenza del Carnaro.
Ciò che più legava l’estrema sinistra a questa impresa era sia lo spirito libertario e ambivalente del poeta-guerriero che era riuscito a imprimere anche nella vita cittadina, come racconta lo scrittore belga Leon Kochnitzky: «Una fanfara squilla: “ecco, passa la banda”; è una musica militare che traversa la città, fatto ricorrente almeno tre o quattro volte al giorno, in Fiume […] Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di lesta) e le danze…: si danzava dappertutto…»; sia l’uguaglianza fattuale che si era creata tra civili e militari, che aveva fuso lo spirito di cameratismo dei soldati con quello egualitario delle classi meno abbienti, creando un esperimento comunitario che molti intellettuali equiparavano a quello della comune di Parigi, e per cui anche intellettuali intransigenti come Gramsci riconoscevano meriti per aver abbattuto le differenze di classe.
Dal punto di vista più “nostro” invece l’azione era sostenuta nelle parole e nei fatti da personalità, oltre a quelle già citate tipo Host-Venturi, come Ettore Muti, rinominato durante questo periodo “Gim dagli occhi verdi”, da Mario Carli, ardito e fondatore de “La testa di Ferro”, Oscar Sinigaglia, industriale e presidente dell’ILVA, Giuseppe Bottai, futuro ministro della cultura e dell’Istruzione, ed Enrico Corradini, capo dell’allora Associazione Nazionalista Italiana.

L’Impresa di Fiume ottenne dunque consensi e partecipazioni da destra e sinistra, trasversalmente riuscì a unire chi desiderava più di ogni cosa difendere non solo gli interessi dell’Italia, ma il diritto all’autodeterminazione del popolo Italiano di Fiume, che quando non gli vide riconosciuto dalle ipocrite trattative di pace e dalle parole del presidente Woodrow Wilson, tentò di ottenerlo da solo, con la forza delle proprie idee, del proprio sangue e della propria anima, inaugurando la fase iniziale trionfale di uno degli esperimenti politici più importanti del XX secolo.

Saturno

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