Chuck Palahniuk: l'istinto dell'Uomo

Chuck Palahniuk, classe ’62 nasce a Pasco nello stato di Washington, fino all’età di 14 anni, cresce a Burbank, ma dopo la separazione ed il successivo divorzio dei genitori, insieme ai tre fratelli, vive nella tenuta dei nonni materni. Una volta laureatosi in giornalismo, inizia a lavorare presso un emittente radiofonica, la KLCC. Dopo il conseguimento della laurea, decide di cambiare la sua vita diventando meccanico di motori, e le sue giornate vengono scandite dalle attività alla radio alla riparazione dei camion.

Nel 1988 lascia definitivamente il giornalismo e si dedica, come volontario, ai senza tetto e alle case di riposo, provvedendo anche al trasposto dei malati terminali nei gruppi di appoggio. Nel 1990 termina il suo sostegno come volontario e si trasferisce a Portland. Passati i trent’anni, inizia a scrivere vari romanzi, frequentando un laboratorio di scrittura che, detto da lui, ha influenzato il suo stile letterario. Il suo primo romanzo è “If You Lived Here”, tentativo da parte di Chuck di imitare Stephen King: progetto che non avrà successo, tanto da vedersi rifiutare anche la pubblicazione del secondo romanzo “Manifesto” per la durezza dei temi trattati. Ciò non lo demoralizza e durante il tempo libero come meccanico, continua a scrivere, dando vita ad uno dei romanzi per il quale è conosciuto in tutto il mondo: “Fight Club”, che grazie all’aiuto di Gerry Howard, famoso editore, otterrà anche un contratto con una famosa cosa editrice.

Fight Club

Racconto con evidenti influenze della filosofia nichilista, soprattuto per l’evidente rappresentanza di violenza. Malgrado il pensiero popolare, Palahniuk non si è ispirato ne tanto meno partecipato ad un vero Fight Club, ma ad esperienze di vita vissute in ambito violento, come quando dopo un litigio il nonno avrebbe sparato e ucciso la nonna. La trama ruota intorno ad un consulente di una casa automobilistica, che entra in contatto con Tyler Durden (Brad Pitt), produttore e venditore di sapone. I due insieme daranno vita al Fight Club, circolo segreto nel quale i membri danno vita a combattimenti tra di loro. L’uomo trova una superficiale cura ai suoi problemi quotidiani, cominciando a frequentare gruppi d’ascolto. In questo modo incontra una certa Marla Singer, una ragazza che come lui finge di avere gravi malattie. I membri del Fight Club ben presto divengono centinaia e il circolo da vita ad un gruppo sovversivo con intenti terroristici. Tyler scompare e non trovando risposta a tutti gli avvenimenti che sconvolgono la sua vita, decide di denunciare se stesso alla polizia, rivelando i progetti del gruppo, ovvero far scoppiare le principali banche della città provocando il caos. Ritrovato il suo amico, egli gli spiega di essere in realtà un suo alter-ego, frutto dell’immaginazione del protagonista, il quale, ormai fuori di sé, decide di suicidarsi con un colpo alla testa, dal quale riesce miracolosamente a salvarsi. Sopravvissuto al tentativo di togliersi la vita, vedrà il crollo delle dodici banche in cui erano state posizionate le bombe da lui stessi piazzate. 

Fight Club 2

Non finisce qui, nel 2015, Chuck ritorna a cavalcare la scena dei romanzi, proponendo un sequel dopo vent’anni, del primo Fight Club. Chuck Palahniuk ha deciso di tornare a raccontare quindi, la storia dell’uomo nel quale si nasconde il sovversivo Tyler Durden. Il narratore senza nome ora si fa chiamare Sebastian, ha sposato Marla Singer e insieme hanno un bambino, che ha una particolarità: costruisce bombe fatte in casa. E quando Marla comincia ad avere nostalgia di Tyler, decide di ritoccare i dosaggi dei suoi farmaci, fino a far succedere qualcosa di irreparabile. 

I racconti di Palahniuk sono lo specchio di una società in cui l’uomo, ormai privo della sua identità, era rifugio in sé stesso. Scrutando nella propria anima, il protagonista riscopre quello che ogni uomo cela: il senso del gruppo, la voglia di reagire, il bisogno di combattere. Il materialismo può imprigionarci fisicamente in moltissimi modi, anche a livello inconscio, ma nel momento in cui prevale l’istinto, nel segreto della propria mente, il materialismo viene sconfitto e prevale la volontà. 

Steiner

VIDEO – IL BLOCCO STUDENTESCO NAPOLI CELEBRA I 111 ANNI DI FUTURISMO

COMUNICATO:

Napoli, 20 Febbraio – “Contro passatismo e immobilismo: Viva il Futurismo”, così recita il testo esposto dai ragazzi del Blocco Studentesco di Napoli per festeggiare l’anniversario del movimento rivoluzionario e avanguardistico, annunciato esattamente 111 anni fa da Filippo Tommaso Marinetti sulle colonne del giornale “Le Figaro”. Accompagnato dallo striscione vi è anche un enorme bersaglio per freccette, sul quale vi sono attaccati cinque fogli riportanti i nomi di vari atteggiamenti che venivano condannati dal pensiero marinettiano quali “menfreghismo”, “pacifismo”, “nostalgismo”, “perbenismo” e “fatalismo”.

“Il Futurismo non fu semplicemente un’avanguardia pittorica o letteraria – spiega Mario Cantone, responsabile del nucleo partenopeo – ma un insieme di spinte rivoluzionarie che hanno prodotto novità in ogni campo artistico, dalla gastronomia alla musica, dal cinema alla danza, fino a divenire una vera e propria idea politica”.

“È impossibile – aggiunge – pensare al secolo scorso e agli avvenimenti che riguardarono la nostra Nazione senza riuscire a notare anche solo una minima influenza che questo movimento ha avuto grazie all’azione instancabile e irruenta dei suoi partecipanti che, in barba ai benpensanti di quell’epoca, hanno agito senza scrupoli per risvegliare un popolo governato da una classe dirigente corrotta e noncurante”.

“Ciò che i Futuristi pensavano si traduceva direttamente nei fatti – conclude – e sopratutto nel modo in cui conducevano la loro vita. Che fosse in risse nei locali di città o negli assalti alle trincee nemiche, non hanno mai rinunciato a sputare in faccia a certi caratteri dell’Italia borghese e nullafacente. Alcuni di questi, che abbiamo attaccato sul bersaglio, sopravvivono ancora oggi, e ci troveremo sempre in prima linea per contrastarli”.

IL BLOCCO STUDENTESCO NAPOLI CELEBRA I 111 ANNI DI FUTURISMO

Napoli, 20 Febbraio – “Contro passatismo e immobilismo: Viva il Futurismo”, così recita il testo esposto dai ragazzi del Blocco Studentesco di Napoli per festeggiare l’anniversario del movimento rivoluzionario e avanguardistico, annunciato esattamente 111 anni fa da Filippo Tommaso Marinetti sulle colonne del giornale “Le Figaro”. Accompagnato dallo striscione vi è anche un enorme bersaglio per freccette, sul quale vi sono attaccati cinque fogli riportanti i nomi di vari atteggiamenti che venivano condannati dal pensiero marinettiano quali “menfreghismo”, “pacifismo”, “nostalgismo”, “perbenismo” e “fatalismo”.

“Il Futurismo non fu semplicemente un’avanguardia pittorica o letteraria – spiega Mario Cantone, responsabile del nucleo partenopeo – ma un insieme di spinte rivoluzionarie che hanno prodotto novità in ogni campo artistico, dalla gastronomia alla musica, dal cinema alla danza, fino a divenire una vera e propria idea politica”.

“È impossibile – aggiunge – pensare al secolo scorso e agli avvenimenti che riguardarono la nostra Nazione senza riuscire a notare anche solo una minima influenza che questo movimento ha avuto grazie all’azione instancabile e irruenta dei suoi partecipanti che, in barba ai benpensanti di quell’epoca, hanno agito senza scrupoli per risvegliare un popolo governato da una classe dirigente corrotta e noncurante”.

“Ciò che i Futuristi pensavano si traduceva direttamente nei fatti – conclude – e sopratutto nel modo in cui conducevano la loro vita. Che fosse in risse nei locali di città o negli assalti alle trincee nemiche, non hanno mai rinunciato a sputare in faccia a certi caratteri dell’Italia borghese e nullafacente. Alcuni di questi, che abbiamo attaccato sul bersaglio, sopravvivono ancora oggi, e ci troveremo sempre in prima linea per contrastarli”.

La nascita del Futurismo: 111 anni di lotta al passato

Un immediato e costante cambiamento del tutto nel tempo: velocità.

Questo il Dio unico e assoluto del futurismo, nato nell’epoca dove il montaggio a catena, le automobili, gli aerei… etc muovevano i primi passi, quando le più imponenti civiltà dell’Europa si preparavano per quella guerra che canterà la denominazione di Grande, dove tutto ciò che era, e tutt’oggi è, per definizione vecchio (monarchia, chiesa, capitalismo… etc) poggiava il proprio didietro sui troni del potere, era opposto a una rabbia coscienzioso e argomentata dal meglio dell’intelletto Italiano ed Europeo dell’epoca. Di fatto il semplice affermare che Filippo Tommaso Marinetti abbia “creato” il Futurismo è un errore, egli l’ha tratto dall’anima ardita ed anticonformista della gioventù Europea, tramutandola in Arte. L’arte Futurista ha l’arroganza di arrecarsi il diritto di rappresentare non il volgare e tediante presente, il cui unico scopo è di permettere l’esistenza del Futuro, ma di rappresentare, cantare, narrare, gustare… etc l’invisibile in quanto ancora non è. La stessa nascita del Futurismo è un simbolo di arditismo e goliardia, difatti si dice che per far pubblicare il manifesto del futurismo su Le Figarò (20 febbraio 1909), Marinetti sedurrà la giovane figlia del direttore del giornale (riuscendo egregiamente nell’intento).

Per quanto l’urlo di gioventù espresso dal movimento con “l’invito a bruciare i musei e le chiese” o l’affermare che “non v’è più bellezza se non nella lotta” abbia scosso non poco il panorama reazionario Europeo, le prime opere presentate al pubblico non possono vantare grande successo. Basti pensare che nel 1910 la prima della rappresentazione teatrale (composta da Marinetti il 1910)  Il re Baldoria, riceverà fischi e insulti da tutto il pubblico in sala. Ma sotto un certo punto di vista questo fallimento è stata la vera vittoria dell’opera, alla fine era ovvio che la classe antiquata, accademica e morente di intellettuali resti offesa e disgustata da un movimento il cui obiettivo principale è quello di distruggerla. Difatti lo stesso Marinetti salirà sul palco urlando: “Ringrazio gli organizzatori di questa fischiata che mi onora profondamente”. Ma il disgusto è solo l’inizio: quello stesso anno l’artista pubblicherà il romanzo Mafarka il Futurista, dove si narrano le avventure di un re africano che sogna di governare tutta l’Africa, facendosi strada tra massacri e stupri di massa. L’opera viene accusata di oltraggio al pudore e per questo censurata, ma sono innumerevoli gli intellettuali che restano affascinati dal movimento e si uniscono alla crociata Marinettiana fin dalla sua nascita: Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Aldo Palazzeschi… etc.

 Oltre il dissacramento e l’oltraggio il Futurismo dispone di un altro carattere per portare scandalo: la violenza. Non per niente era abitudine prendere a pugni i critici troppo severi, o fare passeggiate in vicino le sedi dei comunisti per delle sane, arditissime mazzate. Il fine non è una goliardica e giovanile scazzottata di strada, no, si parla di un sacrificio di sangue che possa dare il via alla totale industrializzazione del paese, rendendo gli uomini un’unica grande entità spirituale individuata nella Patria, nonché il modo per liberare l’Europa intera dal passatismo che la affligge: e nel 1914 questa occasione giunse con la Grande Guerra. Il Futurismo fu l’avanguardia dell’interventismo, perché ciò coincideva con lo scopo di rendere gli uomini partecipi di qualcosa più grande di loro, risvegliare in essi il senso di dover difendere quel qualcosa dal male del mondo è l’atteggiamento ardito che più di ogni cosa volevano i futuristi, lo stesso Marinetti affermò che la guerra è l’unica igiene dell’uomo.

Dopo il Conflitto nel 1918 il Futurismo avrà una mutazione che viene generalmente definita Secondo Futurismo, è l’anno di nascita del Movimento Politico Futurista, qui il movimento vuole rendere quella protesta portata avanti con atteggiamenti goliardico che sfiorano l’anarchia, una proposta di cambiamento sociale. Tra le varie proposte è possibile ricordare: l’abolizione del matrimonio, della polizia e delle carceri, l’istituzione di un governo tecnico (una sorta di pre-corporativismo), stipendi ai combattenti e parità dei sessi in lavoro e politica. È assolutamente corretto affermare che le proposte, così come tutta la vita del futurismo, siano forme di proto-fascismo, ancora una volta Marinetti ne darà conferma nel 1924: “Il Fascismo nato dall’interventismo e dal futurismo si nutrì di principi futuristi”, e lo stesso fu detto da Benedetto Croce: “per chi abbia il senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo”. Tutto ciò basterebbe a tralasciare anche che Marinetti partecipò quel famoso 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di Combattimento a piazza San Sepolcro.

Oggi noi del Blocco Studentesco continuiamo a guardare al Futurismo come ciò che è stato: un’irrefrenabile e goliardica forza spirituale che guarda dove a Marinetti, Boccioni, Carrà, Mussolini e a noi più interessava e interessa: Il Futuro.

Gabbo

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Giulio Douhet: alla conquista del Cielo

Giulio Douhet nacque a Caserta il 30 maggio 1869 in una famiglia aristocratica con forti sentimenti patriottici. Scelse la carriera delle armi e nel 1886 entrò all’accademia militare di Torino, da cui poi passò alla scuola di applicazione d’artiglieria e genio.  Nel 1920, mentre era un colonnello in congedo, fondò l’Unione nazionale ufficiali e soldati e, sulla scorta di analoghe iniziative già attuate in Francia e in altri paesi, propose di erigere monumenti ai caduti della “Grande Guerra” in ogni città del Bel Paese, tuttavia è lui il primo in Europa ad avanzare l’idea di costruire uno di questi memoriali per il ricordo dei soldati i cui corpi non vennero mai identificati: così venne concepito quello che tutt’ora chiamiamo Altare del Milite Ignoto, posto in seno al Vittoriale.
Basterebbe questa sua idea per ricordarlo in eterno, tuttavia il suo più grande merito, quello che espresse al meglio il suo genio, fu sicuramente il concepimento di un nuovo tipo di conflitto. Nel 1921 il ministero della Guerra, dopo un parere favorevole del generale A. Diaz, pubblicò a Roma l’opera più nota del Douhet, “Il Dominio dell’Aria”, un testo di un centinaio di pagine destinato a diventare rapidamente un classico del pensiero militare moderno, divenuto popolare in tutto il mondo grazie alle sue traduzioni, e punto di riferimento per avanguardisti che, come il generale casertano, aveva inteso l’importanza dei veicoli aerei per scopi bellici: primi fra tutti Billy Mitchell e Hugh Trenchard, ideatori della potenza aeronautica statunitense e britannica.
Secondo Douhet l’aeroplano non poteva più essere inteso solo come un mezzo ausiliario dell’Esercito e della Marina per colpire obiettivi terrestri e navali, bensì era diventato l’unico mezzo per combattere una terza lotta in una nuova dimensione, l’aria.

«Immediatamente sorge il primo principio del suo impiego: l’Armata Aerea deve venire impiegata in massa. Questo principio è perfettamente identico a quello che regge la guerra terrestre e quella marittima. L’effetto materiale e morale delle offese aeree – come di qualunque altra offesa – è massimo quando le offese stesse vengono concentrate nello spazio e nel tempo.»

Nel 1911, durante la guerra Italo-Turca per il controllo della Libia, gli venne assegnato il compito di scrivere un rapporto sull’uso dell’aviazione da guerra. Ciò non è un caso, infatti il primo impiego militare di aeroplani della storia fu condotto proprio dagli Italiani nel corso di questo conflitto il 1º novembre 1911, quando Giulio Gavotti della sezione aviazione del Battaglione specialisti del Genio, che bombardò le posizioni turche di Ain Zara.Le teorie di Douhet vennero subito criticate in Italia, tanto da portarlo allo scontro con l’establishment militare, che nella sua miopia non vedeva di buon occhio le innovazioni da lui riportate, e a causa dei suoi criticismi venne anche condannato ad un anno di carcere nel 1917.
La seconda guerra mondiale ha visto gli impieghi massicci di bombardieri strategici e tattici che lui aveva già immaginato, e sfortunatamente si rivelarono corrette anche le sue previsioni che i bersagli principali di un utilizzo così consistente sarebbero infine stati i centri abitati. A segnare la fine del conflitto fu proprio la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, un bombardamento come lui aveva previsto, ma che portò la guerra di nuovo su un altro livello.

«Ed, in ordine al conseguimento della vittoria, avrà certamente più influenza un bombardamento aereo che costringa a sgombrare qualche città di svariate centinaia di migliaia di abitanti che non una battaglia del tipo delle numerosissime che si combattono durante la grande guerra senza risultati di apprezzabile valore.»

Nel 1922 iniziò a collaborare con il Popolo d’Italia di Mussolini che, gli diede l’incarico di responsabile dell’aviazione militare ma presto abbandonò tutto per dedicarsi interamente allo studio. Le sue ripetute denunce al Duce contro la gestione dell’aeronautica italiana e le sue richieste di posizioni di responsabilità venivano poi accolte con complimenti e promesse, ma fortemente ostacolate sempre dalle lobby di potere che ancora gestivano l’esercito secondo i propri interessi, negandone ogni tipo di sviluppo come successe con l’invenzione del radar di Guglielmo Marconi.
In futuro non poté che accettare il ruolo di teorico e profeta privo di poteri, che gli garantì però la possibilità di diffondere ampiamente la sua dottrina. Poté quindi dare alle stampe nel 1927 la seconda edizione ampliata del “Dominio dell’Aria” presso l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura e nel 1928 presso lo stesso istituto il volumetto “i probabili aspetti della guerra futura”.
Giulio Douhet morì il 15 febbraio 1930 a Roma, colpito da un infarto. Fu seppellito insieme alla moglie Gina Casalis che morì 30 anni dopo.
La moglie, oramai vedova, gli fece scolpire la seguente scritta:

«Anima e cuore di soldato italiano spirito colto geniale lungimirante fin dai primi tentativi dell’aviazione intravide l’ineluttabile avvento delle armate del cielo e per la patria una ne invocò strenuamente con gli scritti e con la parola sprezzando ogni personale interesse. Di ogni ideale umano e patriottico fervidamente pervaso primo in Italia e fuori il culto del milite ignoto propose. Doveva triste destino del genio chiudere la vita perché le sue idee fossero attuate e fosse proclamato maestro. MCMXXX – La vedova orgogliosa»

Nel 2006 a lui gli fu dedicata anche la scuola militare aeronautica di Firenze.
Nel 2008 un articolo sulla rivista della Associazione Arma Aeronautica denunciò lo stato di degrado della tomba. L’articolo portò al lancio di iniziative per il restauro, che si completarono in occasione della commemorazione degli 80 anni dalla morte, deponendogli una corona di alloro alla presenza degli allievi della Scuola Militare Aeronautica Giulio Douhet.

Noi del Blocco Studentesco lo vogliamo ricordare come uno dei più grandi luminari che la nostra Nazione abbia mai avuto, le cui idee per presunzione di alcuni e fame di potere di altri non furono sufficientemente ascoltate. Quando si riferiscono all’Italia di quegli anni come un paese arretrato, privo di innovazioni, che ha saputo solo mantenersi sulle scoperte di altre nazioni, voi parlate a loro di Giulio Douhet.

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Lorenzo

I bombardamenti di Genova: la strategia dei liberatori

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Genova ai tempi del secondo conflitto mondiale è sempre stata un obiettivo sensibile a causa del suo ruolo di primo polo dell’industria nautica e primo porto italiano per grandezza.
Nell’arco dei 5 anni che hanno contraddistinto il conflitto, si contano un centinaio di incursioni sulla città, sia aeree che navali, incursioni che nella maggior parte dei casi sono state perpetuate dagli alleati.
I danni e le vittime di queste incursioni devastarono in grave maniera il tessuto urbano, economico e sociale della città.

Tra i vari attacchi ne ricordiamo 2:

  • Attacco del 9 Febbraio 1941: Quel giorno era in programma l’attesissima partita Genoa-Juventus. Il comando britannico la chiamò Operazione Grog, ed era stata ideata non per colpire obiettivi militari o distruggere alcun deposito di armi e munizioni, o raffinerie, ma solo per dimostrare la vulnerabilità delle difese costiere italiane e per mandare un messaggio chiaro alla Spagna guidata da Francisco Franco, per disincentivare la sua intenzione di entrare in guerra a fianco dell’Asse. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, era infatti previsto un incontro tra il Generalissimo e Mussolini in Italia al fine di di convincere questi ad abbandonare la neutralità. L’attacco colpì, come accadde sempre nei bombardamenti “alleati”, navali od aerei, quasi esclusivamente abitazioni civili e opere d’arte. La Flotta H, comandata dall’ammiraglio James Fownes Sommerville, iniziò alle 8.14 del mattino a bombardare la città. L’8 si mossero dalla Spezia anche le tre corazzate “Vittorio Veneto”, “Andrea Doria” e “Giulio Cesare”, ma passarono a 40 miglia di distanza dalla flotta inglese. Le sirene avevano suonato mezz’ora prima, ma le incursioni reali fino a quel momento erano state solo 4 su una cinquantina di allarmi. Tuttavia i genovesi andarono nelle cantine, perché i ricoveri veri e propri ancora non erano stati allestiti: non si immaginava che il nemico – che sarebbe poi improvvisamente divenuto “amico” – avrebbe fatto quel che poi fece, colpendo obiettivi civili al solo scopo di terrorizzare la nazione. Diverse tonnellate di bombe furono lanciate su Genova: una delle prime sfondò il tetto del Duomo, rimanendo inesplosa e in seguito oggetto di curiosità da parte di genovesi e stranieri. Ma le altre colpirono palazzi, strade, parchi, trasformando per mezz’ora la città in un inferno di fiamme, fumo e macerie. Le esplosioni furono udite a chilometri di distanza. Alla fine l’anagrafe contò 158 morti, 225 feriti e oltre 2500 senzatetto. Gli inglesi ebbero un solo aereo abbattuto, presso Tirrenia. La flotta H poté poi, alle 9,45, invertire la rotta e tornare tranquillamente a Gibilterra. L’ammiraglio Sommerville inviò un messaggio radio al comando con solo due parole: “missione compiuta”. Chi non si è ritrovato a dover piangere i suoi morti, ha trovato 90 minuti di distrazione nel guardare Genoa e Juventus, che nel frattempo si affrontarono davanti a migliaia di persone, molte delle quali ormai prive di una casa. Il Genoa vinse 2 a zero.

 

  • Attacco del 22 del 1942: La sera successiva all’attacco del 22, che causò diversi danni, ci fu un nuovo attacco che venne considerato uno dei più cruenti e tragici del periodo bellico genovese, dove nella disperata corsa ai rifugi, la gente che si precipitava verso la Galleria delle Grazie, preme e si compatta con lole persone già entrate. Muoiono così, schiacciati 354 persone.

 

Vogliamo ricordare con questo articolo le vittime innocenti di questi attacchi: anziani, donne e bambini. Vittime innocenti che sono state dimenticate dall’attuale classe politica che anchor oggi parla di liberazione, quella classe di politici che ha dimenticato volutamente i responsabili di tali massacri in nome di quella che ancora oggi chiamano “libertà”, che da come si è letto in questo e altri articoli, hanno voluto a tutti i costi imporci con le Bombe.

Glauco