Il sacrificio di Yukio Mishima

Mishima nacque nel 1925 a Tokyo e fu una delle personalità più interessanti del Novecento, essendo scrittore, saggista, poeta, regista e soldato; questi sono solo alcuni degli attributi che si possono legare a questa personalità così vasta che seppe essere tutto senza mai perdere l’unica cosa a cui veramente teneva: lo spirito tradizionale giapponese.

Un fiero difensore della Tradizione, e soprattutto, della figura dell’Imperatore intesa come personalità astratta, superiore, difensore del vero spirito nipponico. Questa visione, non poteva che urtare con la politica messa in atto dal governo giapponese dell’epoca. In particolare non poteva passare inosservata la firma del trattato di San Francisco del 1950, con il quale si diede inizio al protettorato statunitense sul Giappone, che prevedeva uno smantellamento del suo esercito. Fu proprio sulla spinta di questi avvenimenti che il poeta giapponese decise di fondare l’Associazione degli Scudi, composta esclusivamente da giovani universitari che davano vita ad una milizia indipendente che si prefissava l’obiettivo di essere l’ultimo baluardo posto a difesa ed alla salvaguardia dell’essenza giapponese, ormai sempre più minacciata, non solo dalle influenze americane, ma anche da una dilagante decadenza pacifista e conformista che, svilendo l’etica del samurai, considerava ormai vergognoso vivere, combattere e anche morire per l’onore della patria e la fedeltà ai propri ideali. La vita di Mishima si conclude il 25 novembre del 1970. Dopo aver occupato l’ufficio del generale Mashita, egli si affaccia al balcone e, al cospetto di migliaia di persone tra cui giornalisti e soldati, pronuncia queste parole: «Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.» Terminato il discorso, si toglie la vita tramite la pratica del Seppuku, trafiggendosi il ventre e poi facendosi decapitare dal suo fidato camerata Morita. Il suo atto fu il suicidio del guerriero dettato dal disgusto provocato dalla mancanza di vigore del Giappone contemporaneo rispetto ai suoi valori culturali. Il suo gesto estremo si inserisce in una lunga lista di sacrifici rituali che partono da La Rochelle e passando per Jan Palach, arrivano fino a Dominique Venner ai giorni nostri. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: quanti coraggiosi sacrifici dovremmo ancora vedere prima di svegliarci da questo sonno che ha oscurato la nostra era? Proprio per questo non dobbiamo mai arrenderci, e Mishima deve essere un punto di rifermento per tutti noi: un uomo che non ha mai smesso di lottare per la libertà del suo popolo e per quello in cui credeva.

Steiner

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