Quella sera era di giugno: Francesco Cecchin Presente!

Se la differenza tra il ragazzo e l’uomo sta nel modo in cui si affronta la vita allora, la differenza tra l’uomo e l’eroe sta nel come si affronta la morte.La storia di Francesco è quella di un ragazzo che è divenuto eroe.

È il 2 novembre 1961, a Nusco in provincia di Avellino nasce Francesco Cecchin, già da piccolissimo ha due caratteristiche che lo contraddistinguono da tutto e da tutti: la prima sono i suoi capelli ricci, la seconda il suo carattere combattivo. Un ragazzo così non può che avere il destino di combattere il mondo, e qual miglior campo di battaglia della politica? E soprattutto qual miglior schieramento del fascismo? Fu così che si unì al Fronte della Gioventù e inizia a percorrere la sua strada.

Andando avanti con gli anni il 28 maggio 1979 durante una nottata di affissione,Francesco insieme ad altri quattro camerati hanno un litigio con una ventina di militanti del PCI, il motivo è la contesa di un tabellone. Tra i comunisti spiccava Sante Moretti, 46 anni ex pugile, che affronta impetuosamente il giovane del FdG Francesco, di 17 anni, affermando, secondo testimonianza dei ragazzi e per stessa ammissione di Moretti, “ Tu stai attento. Perché se poi mi incazzo ti potresti fare male. Vi abbiamo fatto chiudere la sezione di via Migiurtina, vi faremo chiudere anche quella di via Somalia». Finisce in una rissa e si torna a casa, solita storia di una qualsiasi nottata di affissioni insomma, purtroppo solo ora inizia la tragedia, anzi, il mito di Francesco Cecchin.

Il giorno dopo a mezzanotte Francesco passeggia insieme a sua sorella , quando una FIAT 850 lo affianca, all’interno ci sono 4 persone e si sente “è lui prendetelo”, Francesco scappa per evitare che venisse coinvolta la sorella, che lo rincorre e ciò che incontrerà sarà solo la salma del suo amato fratello dinanzi ad un muro alto 4 metri, Francesco manteneva nella mano sinistra un mazzo di chiavi che sporgevano dalle dita come fosse un tirapugni. Il ragazzo va in coma e dopo 19 giorni muore.

La magistratura ovviamente parte fin da subito con la teoria della morte accidentale, e le indagini sono mal eseguite con deduzioni e risposte incoerenti, difatti dopo anni dirà la Corte di Assise:

«Veramente grave e singolare appare pertanto che i periti non abbiano approfondito l’indagine, non si siano recati sul terrazzo dell’abitazione degli Ottaviani, ma semplicemente si siano limitati a dare un’occhiata dall’alto del ballatoio; e abbiano dato una “scorsa” altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica, come dichiarato dal professor Umani Ronchi all’udienza del 20 dicembre 1980. Altrettanto singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell’ospedale San Giovanni».

Tra i sospettati vi sono Marozza e Moretti ambedue assolti per “non aver commesso il fatto”. Nonostante non furono individuati i colpevoli venne riconosciuta l’aggressione e l’omicidio, difatti scrive sempre la Corte di Assise: «È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario.»

Ad oggi vi sono state varie commemorazioni oltre all’annuale adunata del presente, è stato intitolato un giardino a Roma e fu lanciata la proposta di fare lo stesso con una via, ma all’antifascismo si sa non basta rubare le vite, per questa maligna entità non vi è soddisfazione se non nella totale distruzione del ricordo dei caduti, difatti ANPI, PD e personaggi vari hanno prontamente battuto queste proposte e si sono opposti anche alla proposta di aggiungere Francesco nella lista delle vittime del terrorismo.

Francesco è, insieme a tutti gli altri camerati caduti, ciò che più deve spronarci ad andare avanti, perché se loro hanno combattuto fino a dar la vita per l’idea, qual diritto abbiamo noi di rinnegare qualsivoglia forma di sacrificio? Il nostro andare avanti, il nostro combattere, il nostro essere, dimostra che nonostante tutto non è bastato uccidere questi ragazzi per fermare un’idea.

Olmo

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«Ammazzate quel mostro»: la corazzata Bismarck

Dopo l’uscita unilaterale dal trattato di Versailles, che imponeva alla Germania una riduzione delle sue forze armate a sei navi da guerra, 100.000 soldati e nessuna aviazione, si giunse alla firma dell’accordo Navale Anglo-Tedesco che imponeva alla Germania di limitare la propria flotta del 35% rispetto a quella britannica. Nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale, Hitler ordinò un piano di riarmo che prevedeva la costruzione di grandi navi che fossero qualitativamente all’avanguardia.

Le prime navi che entrarono in servizio, in accordo con questa linea strategica, furono le Panzerschiff, delle piccole corazzate. Successivamente, nel 1936, fu dato il via alla realizzazione del progetto della Bismarck (varata tre anni dopo) che avrebbe dovuto rappresentare insieme alla Tirptiz e alla portaerei Graf Zeppelin, la nuova frontiera delle navi da battaglia.

La nave, considerata tra le più potenti del proprio tempo e capace da sola di minacciare l’intera marina inglese, era lunga 251 metri, larga 36 e composta da 41700 tonnellate di acciaio corazzato e altre leghe. Nonostante le enormi dimensioni e gli ingenti armamenti, costituiti da 8 cannoni calibro 380 mm, 12 da 150 mm e 20 contraeree da 20 mm, l’imbarcazione era in grado di raggiungere i 30,5 nodi e di rappresentare, con il suo equipaggio di 2100 uomini, la punta di diamante della Kriegsmarine.

Compito della Bismarck era quello di pattugliare il Mare del Nord, andando a bloccare il traffico navale proveniente dagli Stati Uniti che, con carichi formati prevalentemente di viveri, carburante e aiuti militari, si dirigeva verso I’Inghilterra.

La flotta tedesca, dopo mesi di indiscussa supremazia che tolsero il sonno a Churchill, fu avvistata alle ore 18 del 23 Maggio dall’incrociatore Suffolk mentre l’incrociatore da battaglia Hood, simbolo della supremazia britannica sugli oceani e orgoglio della marina Inglese, insieme alla Prince of Wales si apprestavano a intercettarlo.

Al comande della Bismarck si trovava l’ammiraglio Günther Lütjens divenuto una leggenda per la marina germanica dopo aver affondato ben 22 navi Inglesi in soli 2 mesi.

Alle prime luci dell’alba Lütjens avvistò la Hood e quando fu dato il permesso di sparare, una pioggia di fuoco si riversò sulla Hood, in prossimità dello stretto di Danimarca, Facendola affondare in poco meno di due minuti.

La notizia del suo affondamento fece il giro del mondo, poiché era stata spacciata fino a quel momento dalla Royal Navy come una nave inaffondabile.

Alla notizia dell’affondamento l’Ammiraglio inglese ‎John Tovey chiamò a raccolta tutte le navi della Marina di sua Maestà, facendo ricorso finanche a quelle datate e della Prima Guerra Mondiale e, grazie all’aiuto del radar, riuscirono a individuare la posizione della Bismarck nell’Atlantico.

Nonostante la Bismarck fosse continuamente controllata dai radar, la flotta Inglese non riusciva a intercettarla a causa della sua velocità. Per poter ingaggiare lo scontro, fu fatta risalire un’ulteriore squadra da Gibilterra che avrebbe potuto incrociare la grossa corazzata Tedesca non molto lontano dalle coste Francesi.

gli inglesi diedero inizio all’attacco con 15 biplani lanciati dalla portaerei Ark Royal che fu fatta venire appositamente dal Mediterraneo. Questi riuscirono a colpire il retro della nave danneggiandone gravemente il sistema di timonaggio.

All’indomani l’attacco da parte delle navi Inglesi che arrivarono a spararono 255 colpi in circa 1 ora.

È facile immaginare le condizioni della Bismarck dopo essere stata colpita anche solo da una piccola percentuale di un tale arsenale di munizioni.  I ponti e la sovrastruttura erano a brandelli e invasi dalle fiamme. Una cannonata della King George V aveva attraversato la corazzatura della torre B facendo saltare la parte posteriore e la Rodney sosteneva di aver mandato a segno almeno 40 colpi da 40,6 cm, ma, nonostante le sue condizioni, non sembrava che la corazzata stesse affondando. Pertanto l’Ammiraglio Tovey ordinò all’incrociatore Dorsetshire di silurarla. Alle 10.25 l’incrociatore piantò due siluri nella fiancata sinistra della Bismarck senza sortire apparentemente un grande effetto. Ne lanciò poi un terzo nella fiancata di dritta e quattro minuti dopo la corazzata si ribaltò sulla dritta e cominciò a sprofondare di poppa.

Il Dorsetshire recuperò 85 naufraghi e il Maori 25, prima che il salvataggio fosse interrotto da un allarme antisommergibile.  In seguito, l’U74 raccolse tre uomini aggrappati a un relitto e il 28 maggio l’unità del servizio meteorologico Sachsenwald ne trovò altri due. L’epopea della Bismarck finiva in questo modo tragico, catastrofico ed eroico.

Per molto tempo la Marina Inglese, nonostante le ingenti perdite subite, e nonostante la quasi totalità delle proprie forze messe in campo, vantò l’affondamento della Bismarck come emblema del proprio primato bellico e navale. Solo a guerra finita però si venne a conoscenza della verità:

Da fonti tedesche si scoprì che alle ore 9:30 del 27 maggio l’ammiraglio Lütjens, vendo orami fallita la missione e prevedendo la perdita oramai sicura della nave, nel giorno del suo compleanno, dopo aver letto un telegramma firmato dal Führer che si complimentava con lui per le operazioni condotte e gli porgeva i propri omaggi, ordinò le operazioni per l’autoaffondamento della corazzata, impedendone così la cattura da parte della Royal Navy.

L’8 giugno del 1989 il relitto è stato localizzato da una spedizione americana condotta dal dottor Robert Ballard. Esso giace ai piedi d’una catena montuosa sommersa alla profondità di 4791 m, circa 650 chilometri ad Ovest del porto francese di Brest, in Bretagna. Le esatte coordinate del relitto sono a conoscenza del solo governo tedesco che lo ha dichiarato sacrario militare.

A distanza di anni è nostro dovere ricordare quella che è stata la nave più temuta della seconda guerra mondiale, capace, da sola, di impegnare l’intera flotta britannica e di sottolineare ancora una volta, oltre che la superiorità bellica del III Reich, lo spirito di quei mariani che per amor di patria decisero di affondare con la propria nave piuttosto che essere catturati dagli Inglesi.

Agiade

«Affondate quel mostro»: la corazzata Bismarck

Dopo l’uscita unilaterale dal trattato di Versailles, che imponeva alla Germania una riduzione delle sue forze armate a sei navi da guerra, 100.000 soldati e nessuna aviazione, si giunse alla firma dell’accordo Navale Anglo-Tedesco che imponeva alla Germania di limitare la propria flotta del 35% rispetto a quella britannica. Nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale, Hitler ordinò un piano di riarmo che prevedeva la costruzione di grandi navi che fossero qualitativamente all’avanguardia.

Le prime navi che entrarono in servizio, in accordo con questa linea strategica, furono le Panzerschiff, delle piccole corazzate. Successivamente, nel 1936, fu dato il via alla realizzazione del progetto della Bismarck (varata tre anni dopo) che avrebbe dovuto rappresentare insieme alla Tirptiz e alla portaerei Graf Zeppelin, la nuova frontiera delle navi da battaglia.

La nave, considerata tra le più potenti del proprio tempo e capace da sola di minacciare l’intera marina inglese, era lunga 251 metri, larga 36 e composta da 41700 tonnellate di acciaio corazzato e altre leghe. Nonostante le enormi dimensioni e gli ingenti armamenti, costituiti da 8 cannoni calibro 380 mm, 12 da 150 mm e 20 contraeree da 20 mm, l’imbarcazione era in grado di raggiungere i 30,5 nodi e di rappresentare, con il suo equipaggio di 2100 uomini, la punta di diamante della Kriegsmarine.

Compito della Bismarck era quello di pattugliare il Mare del Nord, andando a bloccare il traffico navale proveniente dagli Stati Uniti che, con carichi formati prevalentemente di viveri, carburante e aiuti militari, si dirigeva verso I’Inghilterra.

La flotta tedesca, dopo mesi di indiscussa supremazia che tolsero il sonno a Churchill, fu avvistata alle ore 18 del 23 Maggio dall’incrociatore Suffolk mentre l’incrociatore da battaglia Hood, simbolo della supremazia britannica sugli oceani e orgoglio della marina Inglese, insieme alla Prince of Wales si apprestavano a intercettarlo.

Al comande della Bismarck si trovava l’ammiraglio Günther Lütjens divenuto una leggenda per la marina germanica dopo aver affondato ben 22 navi Inglesi in soli 2 mesi.

Alle prime luci dell’alba Lütjens avvistò la Hood e quando fu dato il permesso di sparare, una pioggia di fuoco si riversò sulla Hood, in prossimità dello stretto di Danimarca, Facendola affondare in poco meno di due minuti.

La notizia del suo affondamento fece il giro del mondo, poiché era stata spacciata fino a quel momento dalla Royal Navy come una nave inaffondabile.

Alla notizia dell’affondamento l’Ammiraglio inglese ‎John Tovey chiamò a raccolta tutte le navi della Marina di sua Maestà, facendo ricorso finanche a quelle datate e della Prima Guerra Mondiale e, grazie all’aiuto del radar, riuscirono a individuare la posizione della Bismarck nell’Atlantico.

Nonostante la Bismarck fosse continuamente controllata dai radar, la flotta Inglese non riusciva a intercettarla a causa della sua velocità. Per poter ingaggiare lo scontro, fu fatta risalire un’ulteriore squadra da Gibilterra che avrebbe potuto incrociare la grossa corazzata Tedesca non molto lontano dalle coste Francesi.

gli inglesi diedero inizio all’attacco con 15 biplani lanciati dalla portaerei Ark Royal che fu fatta venire appositamente dal Mediterraneo. Questi riuscirono a colpire il retro della nave danneggiandone gravemente il sistema di timonaggio.

All’indomani l’attacco da parte delle navi Inglesi che arrivarono a spararono 255 colpi in circa 1 ora.

È facile immaginare le condizioni della Bismarck dopo essere stata colpita anche solo da una piccola percentuale di un tale arsenale di munizioni.  I ponti e la sovrastruttura erano a brandelli e invasi dalle fiamme. Una cannonata della King George V aveva attraversato la corazzatura della torre B facendo saltare la parte posteriore e la Rodney sosteneva di aver mandato a segno almeno 40 colpi da 40,6 cm, ma, nonostante le sue condizioni, non sembrava che la corazzata stesse affondando. Pertanto l’Ammiraglio Tovey ordinò all’incrociatore Dorsetshire di silurarla. Alle 10.25 l’incrociatore piantò due siluri nella fiancata sinistra della Bismarck senza sortire apparentemente un grande effetto. Ne lanciò poi un terzo nella fiancata di dritta e quattro minuti dopo la corazzata si ribaltò sulla dritta e cominciò a sprofondare di poppa.

Il Dorsetshire recuperò 85 naufraghi e il Maori 25, prima che il salvataggio fosse interrotto da un allarme antisommergibile.  In seguito, l’U74 raccolse tre uomini aggrappati a un relitto e il 28 maggio l’unità del servizio meteorologico Sachsenwald ne trovò altri due. L’epopea della Bismarck finiva in questo modo tragico, catastrofico ed eroico.

Per molto tempo la Marina Inglese, nonostante le ingenti perdite subite, e nonostante la quasi totalità delle proprie forze messe in campo, vantò l’affondamento della Bismarck come emblema del proprio primato bellico e navale. Solo a guerra finita però si venne a conoscenza della verità:

Da fonti tedesche si scoprì che alle ore 9:30 del 27 maggio l’ammiraglio Lütjens, vendo orami fallita la missione e prevedendo la perdita oramai sicura della nave, nel giorno del suo compleanno, dopo aver letto un telegramma firmato dal Führer che si complimentava con lui per le operazioni condotte e gli porgeva i propri omaggi, ordinò le operazioni per l’autoaffondamento della corazzata, impedendone così la cattura da parte della Royal Navy.

L’8 giugno del 1989 il relitto è stato localizzato da una spedizione americana condotta dal dottor Robert Ballard. Esso giace ai piedi d’una catena montuosa sommersa alla profondità di 4791 m, circa 650 chilometri ad Ovest del porto francese di Brest, in Bretagna. Le esatte coordinate del relitto sono a conoscenza del solo governo tedesco che lo ha dichiarato sacrario militare.

A distanza di anni è nostro dovere ricordare quella che è stata la nave più temuta della seconda guerra mondiale, capace, da sola, di impegnare l’intera flotta britannica e di sottolineare ancora una volta, oltre che la superiorità bellica del III Reich, lo spirito di quei mariani che per amor di patria decisero di affondare con la propria nave piuttosto che essere catturati dagli Inglesi.

Agiade

Il caso Sébastien Deyzieu a 25 anni dall’omicidio

Da oramai 25 anni, a Parigi, ogni 9 maggio si compie il rituale del presente che, ogni anno, fa risuonare il nome di Sébastien Deyzieu in Rue Des Chartreux, quella strada dove il giovane militante dell’Œuvre Française trovò la morte nel 1994.

Quella di Sébastien è una storia forse poco nota ai più ma che colloca il giovane militante di 22 anni in quel pantheon di eroi che, caduti sotto i colpi dei servi dello stato, marciano al nostro fianco ogni giorno nelle manifestazioni, nei banchetti e nelle affissioni  che scandiscono l’incedere della nostra lotta al sistema.

Il 7 maggio 1994 fu indetta dai vari gruppi nazionalisti parigini, tra cui spiccavano il GUDGroupe Union Defense –, e il Jeunesses Nationalistes Révolutionnaire, una manifestazione per protestare contro le ingerenze statunitensi in Europa in occasione dell’avvicinarsi delle commemorazioni per i 50 anni dell’invasione di Parigi da parte delle truppe Alleate, avvenuta il 9 giugno 1944. I diversi movimenti chiamarono dunque a raccolta camerati non solo da Parigi ma anche dal resto della Francia con un volantino che, con l’emblematico titolo di «Bienvenue aux ennesi de l’Europe»«Benvenuto ai nemici dell’Europa» ndr – dava a militanti e simpatizzanti appuntamento alle ore 17 in Place Denfert-Rochereau,  situata nel XIV arrondissement.
I militanti nazionalisti, arrivati da ogni parte del paese, si radunarono già dal mattino presso il locale La Libraire e qui giunse loro la notizia che il prefetto della polizia aveva appena ritirato il permesso per lo svolgimento dell’azione dimostrativa. Questa decisione arrivò evidentemente su pressione del Ministro degli Interni, Charles Pasqua, storico gollista del centro-destra, che in gioventù si era schierato con la resistenza francese per contrastare i tedeschi e che, anche durante il suo mandato ministeriale, aveva sempre espresso posizioni filo sioniste e filo americane.
Ciò tuttavia non intimidì gli attivisti che scelsero di aggirare il divieto pronti, se si fosse rivelato necessario, a fronteggiare gli ingenti schieramenti della polizia dislocati per impedire il raduno.

I militanti nazionalisti decisero dunque di darsi appuntamento ai Giardini di Lussemburgo, nel VI arrondissement, per recarsi compattamente presso la piazza adibita al concentramento. Qui tutti, riuscendo abilmente a sfuggire a fermi e controlli delle forze di polizia, decisero di raggiungere il luogo prefissato alla manifestazione utilizzando la metropolitana, scendendo alla fermata limitrofa all’omonima piazza di Donfert-Rochereau. Una volta giunti i giovani nazionalisti trovarono alcuni agenti della polizia e della gendarmeria, anche in borghese, che, alla loro vista, chiamarono i rinforzi. Questi sopraggiunsero in brevissimo tempo, arrivando a soverchiare dopo poco il numero degli attivisti presenti in piazza.
In breve il clima divenne dunque molto teso con i nazionalisti che, circondati da poliziotti in assetto antisommossa, si videro provocati dagli agenti che speravano in una reazione che avrebbe giustificato l’uso della forza. Ovviamente i militanti, consci della strategia delle forze dell’ordine, cercarono di mantenere la calma ma, improvvisamente la polizia diede il via a delle cariche e iniziò a fermare e ad arrestare molti attivisti. Alcuni piccoli gruppi di nazionalisti riuscirono però ad uscire dall’accerchiamento e si recarono in direzione dell’Università Panthéon-Assas nel tentativo di sfuggire all’arresto. La sede dell’ateneo, situata in Rue D’Assas, era infatti una roccaforte del GUD che specialmente in quel periodo si era posto alla testa delle numerose manifestazioni studentesche che avevano contraddistinto un autunno di forti contestazioni.
I poliziotti inseguirono questi militanti fermandone e arrestandone a decine. Proprio tra queste schiere si trovava Sebastién che, provando ad evitare il fermo della polizia, cercò riparo in un palazzo al civico 4 di Rue des Chartreux. Gli agenti lo inseguirono anche all’interno dell’edificio. Ciò che avvenne nello stabile rimarrà probabilmente per sempre un mistero. Si sa solo che, improvvisamente, Sébastien venne lanciato dal tetto dell’edificio o da una finestra tra il quarto e quinto piano. Il ragazzo venne immediatamente trasportato in ospedale dove trovò la morte solo dopo due giorni di agonie, il 9 maggio.
Nel frattempo il resto dei militanti, ancora radunati in piazza, continuò a lanciare cori e ad innalzare al cielo le insegne con il tricolore francese e con le croci celtiche ignaro di quanto fosse accaduto al loro fratello a poche centinaia di metri. Solo al termine della giornata seppero dunque di quanto accaduto.
Tutti gli arrestati, che quel giorno furono circa 110, al termine della manifestazione furono immediatamente rilasciati senza riportare ripercussioni legali.

Anche questa sera dunque, come accade ogni anno da quel fatidico 9 maggio, con il rito del presente migliaia di militanti nazionalisti e della destra radicale di tutta Europa giungeranno in Rue Des Chartreux, per rispondere alla chiamata del suo nome con un solenne «Present!» che vuole essere una promessa, un giuramento, di proseguire quella lotta per la quale un ragazzo di soli 22 anni ha immolato la propria vita.

Cioppi Cioppi

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Enrico Pedenovi: quando Prima Linea colpì il MSI milanese

Enrico Pedenovi, nato a Pavia il 2 settembre 1926, fu uno delle vittime dei così detti “Anni di Piombo”. Svolgendo il mestiere di avvocato fu durante la guerra un membro della decima MAS; finito il conflitto decise di continuare a sostenere l’ideale per cui aveva già combattuto, militando nel Movimento Sociale Italiano fino a venire eletto consigliere provinciale di Milano nella propria lista. Descritto da molti come una persona tranquilla e pacata, viveva serenamente con sua moglie e le sue due figlie. Alla sua ascesa al consiglio provinciale, entra da subito nel mirino di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, movimenti terroristici dell’estrema sinistra che già da lungo tempo avevano mietuto numerose vittime innocenti con la scusante dell’antagonismo politico. Furono proprio i militanti di Avanguardia Operaia a pubblicare il nome di Pedenovi tra quelli dell’elenco dei neo-fascisti da colpire: “Pagherete per tutto” questo era il nome della lista di proscrizione che mise in pericolo le vite di molte persone.

I gruppi passarono direttamente dalle parole ai fatti, quando il 29 aprile del 1976, Pedenovi, dovendo tenere un discorso in ricordo dell’anniversario della morte di Sergio Ramelli, studente ucciso a sprangate l’anno prima da un commando di Avanguardia Operaia, mentre si apprestava a ripartire sulla sua auto per andare sul posto di lavoro, venne improvvisamente avvicinato da una Simca 1000 verde da cui uscirono tre individui che gli spararono senza esitazione. Enrico fu così, freddato sul colpo tanto che i soccorsi furono vani.

Per rendergli giustizia si dovranno attendere altri 8 lunghi anni, quando nell’ottobre del 1984, la Corte d’Assise di Milano cominciò ad emanare le prime condanne. I condannati in Corte d’Appello furono Enrico Galmozzi, condannato a 27 anni, Bruno Laronga condannato a 29, e Giovanni Stefan, già latitante, condannato all’ergastolo. Tutti facevano parte di Prima Linea, movimento terroristico dell’estrema sinistra nato nel 1974 da una scissione di Lotta Continua.

Il caso Pedenovi, fu un dei pochi per i quali venne fatta giustizia condannando, dopo tempi relativamente brevi, quasi tutti i colpevoli dell’omicidio. Stafan, tuttavia, latitante al momento della condanna fu arrestato solo nel 2005 in Francia, dove reputarono la condanna oramai prescritta.

Di contro sono purtroppo tantissime altre le vittime – tra cui lo stesso Sergio Ramelli a cui Pedenovi voleva rendere onore – che non ebbero e non avranno mai la giustizia dei tribunali. Pedenovi fu una delle vittime dell’odio antifascista di quegli anni. Anni durissimi, durante i quali amare la propria Nazione e il proprio Popolo era considerata una colpa da chi, di contro, agendo nell’ombra, ha sempre covato solo odio e rancore.

In suo onore, dopo il terribile agguato, la provincia di Milano dedicò un’aula nel cortile d’onore nella quale ogni anno viene celebrata una cerimonia in sua memoria.

Matt

«Non è finita, dobbiamo ancora morire»: Carlo Borsani e la vita al servizio dell’Idea

Nato a Legnano nel 1917, Carlo Borsani ricoprì uno degli incarichi di maggior rilievo nella Repubblica Sociale Italiana, nata subito dopo la dissoluzione dello Stato Italiano. Fu proprio negli anni della RSI che la vita di Borsani s’intrecciò strettamente con quella di Mussolini.

La esistenza fu breve e straordinaria: figlio di un operaio rimase in giovane età orfano di padre e visse per molto tempo in povertà. Con enormi sacrifici da parte della madre, riuscì a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza ma non a portare a termine i suoi studi dal momento che fu chiamato a prestare servizio nel Regio Esercito, dove, in breve tempo, divenne Sottotenente.

Nella notte tra l’8 e il 9 Marzo 1941 fu ferito in combattimento e, mentre veniva portato lontano dal campo di battaglia, fu colpito da proiettile di mortaio. La relazione medica fu critica: pur riuscendo a scampare la morte perse la vista. Ciò gli valse medaglia d’oro al valore militare Congedato perché dichiarato mutilato di guerra e grande invalido, al ritorno dal fronte, iniziò una grande propaganda patriottica nell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra che lo fece raggiungere in breve i vertici del Regime.

Dopo gli avvenimenti dell’8 Settembre, nonostante l’armistizio firmato da Badoglio, egli decise di consacrare la propria esistenza alla patria tradita proseguendo la guerra sotto i vessilli della RSI; per Borsani il non seguire Mussolini, sarebbe stato un affronto a tutti quegli Italiani che avevano fatto sposato la causa Fascista e che, per amore dell’Italia, avevano lottato fino all’estremo sacrificio.

Divenuto Presidente dell’Associazione, gli fu affidata direttamente da Mussolini la direzione di un nuovo quotidiano, La Repubblica Fascista.

Rimase sei mesi alla conduzione del giornale durante i quali entrò spesso in disaccordo con la linea oltranzista tenuta da Farinacci e Pavolini per i propri appelli a superare gli odi fratricidi. Il suo ultimo editoriale prima di essere deposto dalla guida della testata titolava Per incontrarci, un invito alla conciliazione in nome del bene nazionale rivolto a chi, in quel momento, seppur italiano si trovava dall’altra parte delle barricate. Istanza che – inutile dirlo – rimase inascoltata.

Nonostante ciò e nonostante il proseguire di quella guerra che sembrava dagli esiti oramai immutabili, Borsani dimostrò grande spirito di fedeltà e proseguì nelle proprie attività di sprono dei soldati e del Popolo che nel Fascismo Repubblicano avevano visto la salvezza della Patria: «No, non è vero che tutto è finito: dobbiamo ancora morire».

Il 26 aprile del ’45, con la feccia partigiana che commetteva atrocità nei confronti del nemico sconfitto e della popolazione civile, trovò rifugio all’Istituto Oftalmico di via Commenda dove da anni era in cura a causa della sua cecità e lì venne individuato da alcuni antifascisti. Il giorno seguente venne dunque prelevato insieme ad un suo commilitone, il Maggiore Bertoli, e trasferito in una cella del palazzo di giustizia insieme ad altri detenuti politici.

La mattina del 29 Aprile alcuni partigiani, i cui nomi sono rimasti sempre sconosciuti, si presentarono con documenti del C.L.N. per trasferirlo in un’altra località. Il Maggiore Bertoli richiese di poterlo seguire al fine di poterlo assistere data la sua disabilità, ma i partigiani gli negarono il permesso e mentre questi stava preparando gli effetti personali che Borsani avrebbe dovuto portare con sé, i partigiani esclamarono: «Dove va lui non servono!».

Il 29 aprile, dopo un processo sommario di cui non c’è traccia documentale, Borsani fu portato a Piazzale Susa e lì, assieme ad un prete, Don Calcagno, che come lui aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, fu assassinato, con un colpo di fucile alla nuca, da un gruppo di ignoti partigiani. Prima dell’esecuzione, Borsani ebbe modo di trarre dal portafogli la prima sciarpetta di lana della figlia Raffaella, baciarla per l’ultima volta e gridare «VIVA L’ITALIA!».

Il suo corpo venne poi messo su un carretto della spazzatura con un cartello recante la scritta «ex medaglia d’oro», per essere poi portato al campo 10 di Musocco, quello dei “criminali di guerra” dove tutt’ora giace assieme agli altri caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Quando Borsani morì, a soli 28 anni, sua moglie attendeva un figlio che volle chiamare Carlo, in memoria dell’assasinato genitore. Fu lui che ricostruì la vita del padre grazie ai racconti della madre, alle testimonianze e ai documenti raccolti in anni di pazienti ricerche.

Borsani si schierò con quanti avevano deciso di aderire alla RSI in nome di quello spirito di sincero patriottismo che aveva portato oltre 600 mila persone a non accettare la resa e la sconfitta del Fascismo e della loro Nazione. Maturato dalla cecità e sorretto da una genuina fede cristiana, Borsani vedeva nella Repubblica di Salò l’emblema di un Paese che, stretto d’assedio, andava difeso difeso ad ogni costo.

Intransigente fascista della prima ora, imperniava i suoi numerosi editoriali sui motivi di patria, dovere, onore, e necessità di sopportare le sofferenze della guerra in nome di un bene superiore e più alto e mai vi furono parole d’odio per il nemico.

Alcune delle cose accadute nell’aprile 1945 resteranno per sempre senza spiegazione. Fu guerra civile, è vero, ma un colpo di pistola alla nuca di un mutilato e invalido è cosa che nemmeno con la guerra civile può essere spiegata. Evidentemente sai che per essersi guadagnato una medaglia d’oro al Valore Militare, la guerra la sa fare davvero, senza abbassarsi al livello infimo del banditismo partigiano e, anzi, elevandosi a una ristretta cerchia di soldati che trovano nella coscienza e nel dovere la forza per sfidare la materia, compresa quella del proprio corpo ormai dilaniato dai combattimenti. Perché non solo con il corpo si combatte ma, soprattutto, con lo Spirito.

Eppure l’assassinio di Carlo Borsani, a guerra finita, non ha attenuanti. Meno ancora può essere accettabile che abbiano fatto del suo corpo un “trofeo” da esibire sconciamente per le vie di Milano, con appeso al collo un cartello che oltraggia chi l’ha scritto non certo la vittima.

Forse loro non lo sanno, ma la medaglia d’oro non si revoca. Carlo Borsani è, sarà sempre, medaglia d’oro al Valor Militare. Oggi come allora, per aver difeso la Patria, terra dei padri, di tutti i padri, anche di quelli che hanno generato i suoi assassini vigliacchi. Ecco perché Carlo Borsani, oggi, ha una targa a Piazzale Susa che fa urlare il “Presente” a centinaia di ragazzi ogni 29 aprile. Ecco perché lo custodisce il Campo 10, il Campo dell’Onore. Ed ecco perché siamo orgogliosi, persino un po’ smarriti, quando ci avviciniamo alla sua lapide per pulirla e decorarla, come le altre mille, e a lui, primo delle tre medaglie d’oro sepolte al Campo, ancora oggi, rivolgiamo, sull’attenti il grido «Presente!».

Agiade

Rivolta di Pasqua: una sconfitta che diede l’esempio

Meno di una settimana fa, nell’Irlanda del Nord, e più precisamente a Derry, si sono riaccesi i fuochi della lunga lotta che il popolo irlandese conduce oramai da secoli contro l’Inghilterra per ottenere la tanto agognata completa indipendenza. Proprio Derry è stata infatti teatro di violenti scontri tra repubblicani e forze dell’ordine britanniche e, in questo scenario tra barricate e scontri a fuoco, è stata colpita da un proiettile la giornalista di 29 anni Lynda McKee, reporter particolarmente attiva nell’ambito delle organizzazioni LGBT. Gli scontri, iniziati in seguito a delle perquisizioni condotte dalla polizia nei confronti di molti sospetti guerriglieri repubblicani, sono avvenuti in tutta la cittadina concentrandosi in particolar modo nel quartiere di Creggan dove, per l’appunto, la cronista è rimasta uccisa. I controlli avviati dagli agenti nelle abitazioni dei sospetti sono scattati nel corso delle indagini in merito ad un’autobomba esplosa il 19 gennaio scorso nel centro della cittadina nordirlandese. Le tensioni si sono riaccese proprio in prossimità della ricorrenza del centotreesimo anniversario della Rivolta di Pasqua.

La lotta portata avanti dagli irlandesi contro la dominazione britannica ha attraversato, nel corso della storia, vari momenti, con periodi talvolta più blandi e altri particolarmente cruenti, ma è proprio nei cinque giorni che seguirono il 24 aprile 1916 che si può individuare un punto cruciale che ha segnato la svolta in quel processo per la conquista della completa indipendenza che ancora oggi non accenna ad arrestarsi.

L’origine di quelli che sono stati i tumulti più significativi nella storia dell’isola durante il XX secolo, va ricondotta a quando, oltre un secolo prima, l’Atto di Unione, entrato in vigore il primo gennaio 1801, assoggettò l’Irlanda alla Gran Bretagna andando a costituire il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Tale manovra venne approvata sia dal Parlamento inglese che da quello irlandese, il quale, con una maggioranza seppur minima, approvò il decreto. Le ragioni che spinsero il Parlamento irlandese ad accettare questo provvedimento furono molteplici, ma si può reputare che quello che con il senno di poi fu ovviamente considerato un Atto negativo per l’indipendenza dell’Irlanda, all’epoca fu invece inteso come un compromesso proposto dall’Inghilterra in seguito alle tensioni che, in un climax di violenza, erano sfociate nella ribellione irlandese del 1798. Alla base della rivolta vi erano rivendicazioni anche in ambito religioso. Difatti, fino a quel momento l’Inghilterra aveva, con continue leggi ed editti, continuamente penalizzato la popolazione originaria dell’isola di credo prevalentemente cattolico, per avvantaggiare gli immigrati inglesi di fede protestante. Quando nel 1800 fu proposto l’Atto di Unione, il parlamento britannico, in particolare con la figura del Primo Ministro William Pitt, aveva mostrato la propria disponibilità a riconoscere ai cattolici diritti che fino a quel momento erano stati loro preclusi se avessero accettato il trattato. In particolar modo si era prospettata l’abrogazione dei Test Act, una serie di leggi che impedivano ai non anglicani di ricoprire determinate cariche pubbliche. Fu proprio questa ragione che spinse il Parlamento irlandese ad accogliere positivamente la richiesta sancendo di fatto l’unione politica delle due isole. Tuttavia, una volta stipulato l’accordo, il Re d’Inghilterra, Giorgio III, impedì che si procedesse all’abolizione dei Test Act, provocando ulteriore malcontento nella popolazione irlandese che nei decenni successivi si organizzò in raggruppamenti politici e paramilitari che avevano intenzione di continuare la guerra per l’indipendenza condotta sin dal XII secolo sia per vie diplomatiche che guerrigliere. Tra i personaggi e i movimenti di spicco dei dissensi scaturiti, un ruolo chiave fu svolto da Daniel O’Connell che, convinto di poter ottenere risultati tramite manifestazioni pacifiche e vie parlamentari, fondò nel 1940 la Repeal Association, dalla quale si distaccarono poi alcuni membri, come William Smith O’Brian, che assieme a Charles Gavan Duffy e Thomas Davis, consapevoli della necessità di azioni più drastiche furono tra i promotori del movimento della Giovane Irlanda. Attraverso alleanze con altre forze politiche con le quali vi era una comunità d’intenti e rappresentanti del parlamento irlandese, gli indipendentisti riuscirono a portare le proprie istanze al parlamento britannico con varie Home Rules.

Una svolta nei negoziati si ebbe quando l’11 aprile 1912, Charles Stewart Parnell assieme ad una folta delegazione di rappresentanti irlandesi, attraverso abili mosse politiche riuscì a far discutere ed accettare le leggi che garantivano una maggiore rappresentatività irlandese e la formazione di un parlamento autonomo che avesse sede a Dublino. Le forze movimentiste inglesi presenti in Irlanda, specialmente nella parte settentrionale, non restarono tuttavia impassibili a vedere i privilegi avuti fino a quel momento andare perduti ed organizzarono dunque delle formazioni paramilitari riunite sotto la sigla di Volontari Unionisti. Per rispondere agli attacchi ricevuti anche i nazionalisti irlandesi si raggrupparono in corpi di combattenti che assunsero il nome di Volontari Irlandesi.
L’effettiva applicazione delle Home Rules sancite ebbe però un freno a causa dello scoppio del primo conflitto mondiale che rappresentò per i britannici una buona occasione per rallentare il processo d’indipendenza messo in moto. Gli scontri tra le fazioni tuttavia proseguirono incessantemente fino a quando i Volontari Irlandesi, persuasi della necessità di una svolta, decisero di organizzare una insurrezione armata per ottenere finalmente il riconoscimento dell’autonomia dell’Irlanda dalla Gran Bretagna. A questo scopo furono coinvolte nel tentativo rivoluzionario anche le forze politiche che, anni prima, si erano battute ed avevano posto le basi per l’approvazione delle leggi indipendentiste che – solo ufficialmente – erano state approvate.
L’operazione scattò dunque, come premesso, il 24 aprile del 1916 e vide dispiegate varie brigate nazionaliste che su tutta l’isola ingaggiarono aspri combattimenti con gli unionisti e le forze inglesi inviate al fine di sedare la rivolta. Il colpo di mano non riuscì e, dopo cinque giorni di scontri, le forze irlandesi, nonostante alcune ottime azioni militari, vennero battute dal soverchiante numero inglese. I condottieri sconfitti vennero condannati a morte e i loro sottoposti a pene detentive o all’esilio.
Eppure, nonostante l’insuccesso della rivolta, i principi nazionalisti degli irlandesi non furono soffocati e quei cinque giorni di lotta costituirono un apripista imprescindibile per quella che fu poi la guerra d’indipendenza irlandese, iniziata dall’IRA solo due anni dopo, che portò alla nascita della Repubblica d’Irlanda.

Eppure ancora oggi, dopo anni di lotte e sacrifici – finanche estremi – l’opera non può dirsi conclusa. Ci sono ancora sei contee che devono essere riconquistate. Sei contee che da quasi cento anni aspettano di poter levare fieramente il tricolore nato da quei giorni di combattimento e passione. Ed è proprio per questo che ci sono ancora guerrieri che continuano a dar battaglia alle truppe di Sua Maestà, portando avanti, con lo stesso spirito rivoluzionario e nazionalista dei loro avi, quella guerra dai toni identitari che non può non affascinarci.

Cioppi Cioppi

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