La nascita del Futurismo: 111 anni di lotta al passato

Un immediato e costante cambiamento del tutto nel tempo: velocità.

Questo il Dio unico e assoluto del futurismo, nato nell’epoca dove il montaggio a catena, le automobili, gli aerei… etc muovevano i primi passi, quando le più imponenti civiltà dell’Europa si preparavano per quella guerra che canterà la denominazione di Grande, dove tutto ciò che era, e tutt’oggi è, per definizione vecchio (monarchia, chiesa, capitalismo… etc) poggiava il proprio didietro sui troni del potere, era opposto a una rabbia coscienzioso e argomentata dal meglio dell’intelletto Italiano ed Europeo dell’epoca. Di fatto il semplice affermare che Filippo Tommaso Marinetti abbia “creato” il Futurismo è un errore, egli l’ha tratto dall’anima ardita ed anticonformista della gioventù Europea, tramutandola in Arte. L’arte Futurista ha l’arroganza di arrecarsi il diritto di rappresentare non il volgare e tediante presente, il cui unico scopo è di permettere l’esistenza del Futuro, ma di rappresentare, cantare, narrare, gustare… etc l’invisibile in quanto ancora non è. La stessa nascita del Futurismo è un simbolo di arditismo e goliardia, difatti si dice che per far pubblicare il manifesto del futurismo su Le Figarò (20 febbraio 1909), Marinetti sedurrà la giovane figlia del direttore del giornale (riuscendo egregiamente nell’intento).

Per quanto l’urlo di gioventù espresso dal movimento con “l’invito a bruciare i musei e le chiese” o l’affermare che “non v’è più bellezza se non nella lotta” abbia scosso non poco il panorama reazionario Europeo, le prime opere presentate al pubblico non possono vantare grande successo. Basti pensare che nel 1910 la prima della rappresentazione teatrale (composta da Marinetti il 1910)  Il re Baldoria, riceverà fischi e insulti da tutto il pubblico in sala. Ma sotto un certo punto di vista questo fallimento è stata la vera vittoria dell’opera, alla fine era ovvio che la classe antiquata, accademica e morente di intellettuali resti offesa e disgustata da un movimento il cui obiettivo principale è quello di distruggerla. Difatti lo stesso Marinetti salirà sul palco urlando: “Ringrazio gli organizzatori di questa fischiata che mi onora profondamente”. Ma il disgusto è solo l’inizio: quello stesso anno l’artista pubblicherà il romanzo Mafarka il Futurista, dove si narrano le avventure di un re africano che sogna di governare tutta l’Africa, facendosi strada tra massacri e stupri di massa. L’opera viene accusata di oltraggio al pudore e per questo censurata, ma sono innumerevoli gli intellettuali che restano affascinati dal movimento e si uniscono alla crociata Marinettiana fin dalla sua nascita: Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Aldo Palazzeschi… etc.

 Oltre il dissacramento e l’oltraggio il Futurismo dispone di un altro carattere per portare scandalo: la violenza. Non per niente era abitudine prendere a pugni i critici troppo severi, o fare passeggiate in vicino le sedi dei comunisti per delle sane, arditissime mazzate. Il fine non è una goliardica e giovanile scazzottata di strada, no, si parla di un sacrificio di sangue che possa dare il via alla totale industrializzazione del paese, rendendo gli uomini un’unica grande entità spirituale individuata nella Patria, nonché il modo per liberare l’Europa intera dal passatismo che la affligge: e nel 1914 questa occasione giunse con la Grande Guerra. Il Futurismo fu l’avanguardia dell’interventismo, perché ciò coincideva con lo scopo di rendere gli uomini partecipi di qualcosa più grande di loro, risvegliare in essi il senso di dover difendere quel qualcosa dal male del mondo è l’atteggiamento ardito che più di ogni cosa volevano i futuristi, lo stesso Marinetti affermò che la guerra è l’unica igiene dell’uomo.

Dopo il Conflitto nel 1918 il Futurismo avrà una mutazione che viene generalmente definita Secondo Futurismo, è l’anno di nascita del Movimento Politico Futurista, qui il movimento vuole rendere quella protesta portata avanti con atteggiamenti goliardico che sfiorano l’anarchia, una proposta di cambiamento sociale. Tra le varie proposte è possibile ricordare: l’abolizione del matrimonio, della polizia e delle carceri, l’istituzione di un governo tecnico (una sorta di pre-corporativismo), stipendi ai combattenti e parità dei sessi in lavoro e politica. È assolutamente corretto affermare che le proposte, così come tutta la vita del futurismo, siano forme di proto-fascismo, ancora una volta Marinetti ne darà conferma nel 1924: “Il Fascismo nato dall’interventismo e dal futurismo si nutrì di principi futuristi”, e lo stesso fu detto da Benedetto Croce: “per chi abbia il senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo”. Tutto ciò basterebbe a tralasciare anche che Marinetti partecipò quel famoso 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di Combattimento a piazza San Sepolcro.

Oggi noi del Blocco Studentesco continuiamo a guardare al Futurismo come ciò che è stato: un’irrefrenabile e goliardica forza spirituale che guarda dove a Marinetti, Boccioni, Carrà, Mussolini e a noi più interessava e interessa: Il Futuro.

Gabbo

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Giulio Douhet: alla conquista del Cielo

Giulio Douhet nacque a Caserta il 30 maggio 1869 in una famiglia aristocratica con forti sentimenti patriottici. Scelse la carriera delle armi e nel 1886 entrò all’accademia militare di Torino, da cui poi passò alla scuola di applicazione d’artiglieria e genio.  Nel 1920, mentre era un colonnello in congedo, fondò l’Unione nazionale ufficiali e soldati e, sulla scorta di analoghe iniziative già attuate in Francia e in altri paesi, propose di erigere monumenti ai caduti della “Grande Guerra” in ogni città del Bel Paese, tuttavia è lui il primo in Europa ad avanzare l’idea di costruire uno di questi memoriali per il ricordo dei soldati i cui corpi non vennero mai identificati: così venne concepito quello che tutt’ora chiamiamo Altare del Milite Ignoto, posto in seno al Vittoriale.
Basterebbe questa sua idea per ricordarlo in eterno, tuttavia il suo più grande merito, quello che espresse al meglio il suo genio, fu sicuramente il concepimento di un nuovo tipo di conflitto. Nel 1921 il ministero della Guerra, dopo un parere favorevole del generale A. Diaz, pubblicò a Roma l’opera più nota del Douhet, “Il Dominio dell’Aria”, un testo di un centinaio di pagine destinato a diventare rapidamente un classico del pensiero militare moderno, divenuto popolare in tutto il mondo grazie alle sue traduzioni, e punto di riferimento per avanguardisti che, come il generale casertano, aveva inteso l’importanza dei veicoli aerei per scopi bellici: primi fra tutti Billy Mitchell e Hugh Trenchard, ideatori della potenza aeronautica statunitense e britannica.
Secondo Douhet l’aeroplano non poteva più essere inteso solo come un mezzo ausiliario dell’Esercito e della Marina per colpire obiettivi terrestri e navali, bensì era diventato l’unico mezzo per combattere una terza lotta in una nuova dimensione, l’aria.

«Immediatamente sorge il primo principio del suo impiego: l’Armata Aerea deve venire impiegata in massa. Questo principio è perfettamente identico a quello che regge la guerra terrestre e quella marittima. L’effetto materiale e morale delle offese aeree – come di qualunque altra offesa – è massimo quando le offese stesse vengono concentrate nello spazio e nel tempo.»

Nel 1911, durante la guerra Italo-Turca per il controllo della Libia, gli venne assegnato il compito di scrivere un rapporto sull’uso dell’aviazione da guerra. Ciò non è un caso, infatti il primo impiego militare di aeroplani della storia fu condotto proprio dagli Italiani nel corso di questo conflitto il 1º novembre 1911, quando Giulio Gavotti della sezione aviazione del Battaglione specialisti del Genio, che bombardò le posizioni turche di Ain Zara.Le teorie di Douhet vennero subito criticate in Italia, tanto da portarlo allo scontro con l’establishment militare, che nella sua miopia non vedeva di buon occhio le innovazioni da lui riportate, e a causa dei suoi criticismi venne anche condannato ad un anno di carcere nel 1917.
La seconda guerra mondiale ha visto gli impieghi massicci di bombardieri strategici e tattici che lui aveva già immaginato, e sfortunatamente si rivelarono corrette anche le sue previsioni che i bersagli principali di un utilizzo così consistente sarebbero infine stati i centri abitati. A segnare la fine del conflitto fu proprio la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, un bombardamento come lui aveva previsto, ma che portò la guerra di nuovo su un altro livello.

«Ed, in ordine al conseguimento della vittoria, avrà certamente più influenza un bombardamento aereo che costringa a sgombrare qualche città di svariate centinaia di migliaia di abitanti che non una battaglia del tipo delle numerosissime che si combattono durante la grande guerra senza risultati di apprezzabile valore.»

Nel 1922 iniziò a collaborare con il Popolo d’Italia di Mussolini che, gli diede l’incarico di responsabile dell’aviazione militare ma presto abbandonò tutto per dedicarsi interamente allo studio. Le sue ripetute denunce al Duce contro la gestione dell’aeronautica italiana e le sue richieste di posizioni di responsabilità venivano poi accolte con complimenti e promesse, ma fortemente ostacolate sempre dalle lobby di potere che ancora gestivano l’esercito secondo i propri interessi, negandone ogni tipo di sviluppo come successe con l’invenzione del radar di Guglielmo Marconi.
In futuro non poté che accettare il ruolo di teorico e profeta privo di poteri, che gli garantì però la possibilità di diffondere ampiamente la sua dottrina. Poté quindi dare alle stampe nel 1927 la seconda edizione ampliata del “Dominio dell’Aria” presso l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura e nel 1928 presso lo stesso istituto il volumetto “i probabili aspetti della guerra futura”.
Giulio Douhet morì il 15 febbraio 1930 a Roma, colpito da un infarto. Fu seppellito insieme alla moglie Gina Casalis che morì 30 anni dopo.
La moglie, oramai vedova, gli fece scolpire la seguente scritta:

«Anima e cuore di soldato italiano spirito colto geniale lungimirante fin dai primi tentativi dell’aviazione intravide l’ineluttabile avvento delle armate del cielo e per la patria una ne invocò strenuamente con gli scritti e con la parola sprezzando ogni personale interesse. Di ogni ideale umano e patriottico fervidamente pervaso primo in Italia e fuori il culto del milite ignoto propose. Doveva triste destino del genio chiudere la vita perché le sue idee fossero attuate e fosse proclamato maestro. MCMXXX – La vedova orgogliosa»

Nel 2006 a lui gli fu dedicata anche la scuola militare aeronautica di Firenze.
Nel 2008 un articolo sulla rivista della Associazione Arma Aeronautica denunciò lo stato di degrado della tomba. L’articolo portò al lancio di iniziative per il restauro, che si completarono in occasione della commemorazione degli 80 anni dalla morte, deponendogli una corona di alloro alla presenza degli allievi della Scuola Militare Aeronautica Giulio Douhet.

Noi del Blocco Studentesco lo vogliamo ricordare come uno dei più grandi luminari che la nostra Nazione abbia mai avuto, le cui idee per presunzione di alcuni e fame di potere di altri non furono sufficientemente ascoltate. Quando si riferiscono all’Italia di quegli anni come un paese arretrato, privo di innovazioni, che ha saputo solo mantenersi sulle scoperte di altre nazioni, voi parlate a loro di Giulio Douhet.

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Lorenzo

I bombardamenti di Genova: la strategia dei liberatori

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Genova ai tempi del secondo conflitto mondiale è sempre stata un obiettivo sensibile a causa del suo ruolo di primo polo dell’industria nautica e primo porto italiano per grandezza.
Nell’arco dei 5 anni che hanno contraddistinto il conflitto, si contano un centinaio di incursioni sulla città, sia aeree che navali, incursioni che nella maggior parte dei casi sono state perpetuate dagli alleati.
I danni e le vittime di queste incursioni devastarono in grave maniera il tessuto urbano, economico e sociale della città.

Tra i vari attacchi ne ricordiamo 2:

  • Attacco del 9 Febbraio 1941: Quel giorno era in programma l’attesissima partita Genoa-Juventus. Il comando britannico la chiamò Operazione Grog, ed era stata ideata non per colpire obiettivi militari o distruggere alcun deposito di armi e munizioni, o raffinerie, ma solo per dimostrare la vulnerabilità delle difese costiere italiane e per mandare un messaggio chiaro alla Spagna guidata da Francisco Franco, per disincentivare la sua intenzione di entrare in guerra a fianco dell’Asse. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, era infatti previsto un incontro tra il Generalissimo e Mussolini in Italia al fine di di convincere questi ad abbandonare la neutralità. L’attacco colpì, come accadde sempre nei bombardamenti “alleati”, navali od aerei, quasi esclusivamente abitazioni civili e opere d’arte. La Flotta H, comandata dall’ammiraglio James Fownes Sommerville, iniziò alle 8.14 del mattino a bombardare la città. L’8 si mossero dalla Spezia anche le tre corazzate “Vittorio Veneto”, “Andrea Doria” e “Giulio Cesare”, ma passarono a 40 miglia di distanza dalla flotta inglese. Le sirene avevano suonato mezz’ora prima, ma le incursioni reali fino a quel momento erano state solo 4 su una cinquantina di allarmi. Tuttavia i genovesi andarono nelle cantine, perché i ricoveri veri e propri ancora non erano stati allestiti: non si immaginava che il nemico – che sarebbe poi improvvisamente divenuto “amico” – avrebbe fatto quel che poi fece, colpendo obiettivi civili al solo scopo di terrorizzare la nazione. Diverse tonnellate di bombe furono lanciate su Genova: una delle prime sfondò il tetto del Duomo, rimanendo inesplosa e in seguito oggetto di curiosità da parte di genovesi e stranieri. Ma le altre colpirono palazzi, strade, parchi, trasformando per mezz’ora la città in un inferno di fiamme, fumo e macerie. Le esplosioni furono udite a chilometri di distanza. Alla fine l’anagrafe contò 158 morti, 225 feriti e oltre 2500 senzatetto. Gli inglesi ebbero un solo aereo abbattuto, presso Tirrenia. La flotta H poté poi, alle 9,45, invertire la rotta e tornare tranquillamente a Gibilterra. L’ammiraglio Sommerville inviò un messaggio radio al comando con solo due parole: “missione compiuta”. Chi non si è ritrovato a dover piangere i suoi morti, ha trovato 90 minuti di distrazione nel guardare Genoa e Juventus, che nel frattempo si affrontarono davanti a migliaia di persone, molte delle quali ormai prive di una casa. Il Genoa vinse 2 a zero.

 

  • Attacco del 22 del 1942: La sera successiva all’attacco del 22, che causò diversi danni, ci fu un nuovo attacco che venne considerato uno dei più cruenti e tragici del periodo bellico genovese, dove nella disperata corsa ai rifugi, la gente che si precipitava verso la Galleria delle Grazie, preme e si compatta con lole persone già entrate. Muoiono così, schiacciati 354 persone.

 

Vogliamo ricordare con questo articolo le vittime innocenti di questi attacchi: anziani, donne e bambini. Vittime innocenti che sono state dimenticate dall’attuale classe politica che anchor oggi parla di liberazione, quella classe di politici che ha dimenticato volutamente i responsabili di tali massacri in nome di quella che ancora oggi chiamano “libertà”, che da come si è letto in questo e altri articoli, hanno voluto a tutti i costi imporci con le Bombe.

Glauco

 

La nascita della Nuova Europa

Il giorno di Natale dell’800 D.C., nella Basilica di San Pietro a Roma si svolse una solenne cerimonia di incoronazione: Papa Leone III nominó Carlo, già re dei Franchi, Imperatore dei Romani. Esistono diverse fonti che raccontano l’accaduto, una di queste ci racconta che il sovrano germanico venne incoronato seguendo il rituale degli antichi imperatori: gli venne  cioè prima revocato il titolo di patrizio per poi acquisire quello di Augusto. A fine della cerimonia si dice che la folla abbia esclamato  tre volte “A Carlo, Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei romani, vita e vittoria!”.

Con questo evento Carlo detto il Grande, in una data che nella cultura cristiana (ma anche in precedenza quella pagana), rappresenta il rinnovamento, aveva assunto su di sé il peso di secoli di conquiste e trionfi, scoperte e progresso, giurando di unificare nuovamente l’Europa sotto le insegne Imperiali ed i simboli della fede, per tornare ad essere il centro del mondo, per continuare la missione civilizzatrice che sola poteva compiere. 

Questo atto rafforzò il legame tra i Franchi ed il Papato: già Adriano I, precedente vicario di Cristo, aveva riconosciuto nel re franco il Patricius Romanorum, titolo prima conferito ai barbari alleati dello stato palatino, poi conferito ai difensori della Chiesa e della stabilità nel continente. Con la forza delle armi il sovrano aveva sconfitto i Longobardi, conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato il khanato degli Avari e attaccato la Spagna, dominata da poco più di un secolo dalla dinastia Omayyade. Da “patrizio dei romani” era diventato “protettore della Cristianità”, e per estensione di tutti i popoli che rientravano nella sua grande creazione. Ormai regnava da Barcellona alle steppe Ungheresi, dal Mare del Nord fino al Tirreno. All’alba del IX secolo, i piccoli principi dell’Inghilterra e della penisola iberica e i deboli vassalli di Bisanzio, apparivano per quello che erano: minuscole e ininfluenti pedine dello scacchiere europeo, di fronte a un nuovo, grande potere che la Chiesa riconobbe come sacro, perché non era “unito solo dalla spada, ma anche dalla fede cristiana”. 

Quel giorno di Natale dell’anno 800 la Storia cambiò verso: mentre ad est l’ancora esistente Impero Romano d’Oriente tentava ancora di arrestare l’invasione del suo territorio, il Papato scelse di legare per sempre il suo destino all’Occidente, fondendo la vecchia cultura latina con la forza creativa dei neonati regni barbari. Il nuovo centro di gravità del potere politico si spostò da Roma ad Aquisgrana, dal Mediterraneo all’Europa del nord. Nuove forme d’arte si diffusero, la riscoperta del sapere classico aveva già avuto inizio tra scolari laici e monaci, nuovi popoli scoprirono una propria identità in mezzo a questa fucina di mutamenti. 

Noi del Blocco Studentesco, teniamo a ricordare in questo particolare giorno la suddetta incoronazione, poiché nominò Carlo non solo imperatore di un vasto regno, ma “Padre” della futura Europa. Nei secoli successivi alla sua incoronazione si è molto discusso sulla consapevolezza, da parte del re franco, di essere stato il promotore di uno spazio politico, economico e culturale che può essere fatto ricondurre all’attuale concetto di continente europeo unificato, ma come Alessandro Magno, come Cesare Augusto, e come altri suoi predecessori e successori, sapeva sicuramente di aver creato qualcosa di nuovo, qualcosa che solo la volontà di uomini veramente grandi può formare.

Il Sacro Romano Impero, nato nel giorno di Natale dell’anno 800, finì mille anni dopo. Si dissolse il 6 agosto 1806, quando Napoleone Bonaparte, Imperatore dei Francesi, dichiarò di non riconoscerne più l’esistenza, inaugurando ancora un’altra era per il vecchio continente.

 

Glauco

Giuseppe Tassinari: La Forza Delle Idee

Giuseppe Tassinari nasce a Perugia il 16 dicembre 1891, e dopo 128 anni dalla sua scomparsa, noi del Blocco Studentesco vogliamo ricordarlo per il suo impegno, la tenacia e il coraggio tenuti dall’Università, agli anni come Ministro dell’Agricoltura nel governo Mussolini, fino all’adesione nella RSI.

 

Laureatosi la prima volta nel 1912, intraprese un nuovo corso di studi, questo sospeso a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Con il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto decise come molti altri studenti di arruolarsi, trascorrendo cinque anni e otto mesi nell’esercito per poi congedarsi nell’aprile del 1919. Nello stesso anno riceve il suo secondo dottorato con lode, risultando tra i migliori ricercatori dell’Istituto Superiore Forestale. Per l’impegno dimostrato viene nominato assistente alla Cattedra di Economia Forestale di Firenze. Nell’ottobre 1925 viene chiamato a coprire la Cattedra di Economia e Politica Agraria nell’Università di Bologna e verrà poi promosso professore ordinario nel 1926.

Schieratosi fin da subito a favore del Fascismo, entra a far parte del Comitato direttivo dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria dalla sua fondazione nel 1929 fino al 1939, anno in cui assunse la carica di presidente succedendo ad Arrigo Serpieri; venne eletto sempre nel ’29 deputato nelle liste del Partito Nazionale Fascista, per poi essere rieletto successivamente nel 1934.

Nel governo Mussolini, Tassinari, ricoprì diversi ruoli di rilievo: dal 1935 al 1939 fu Sottosegretario di Stato al Ministero per l’Agricoltura e dal 1939 al 1941 ne fu Ministro. Una volta diventato parte dell’esecutivo, venne eletto membro del Gran Consiglio Del Fascismo, e nominato membro della Commissione Suprema di Difesa, del Comitato dei Ministri per il credito, del Comitato Corporativo Centrale e della Commissione Suprema per l’Autarchia. 

Diventato ormai un personaggio di spicco per le sue capacità direzionali assieme ad una forte determinazione nel portare a termine gli obbiettivi prefissati, il 28 febbraio del 1940 fu nominato presidente del Comitato Nazionale per l’Agricoltura del Consiglio Nazionale delle Ricerche e con un Decreto Legge del 27 dicembre del 1940, gli furono affidati tutti i servizi dell’alimentazione (approvvigionamenti e consumi) del Paese in guerra, sia per la popolazione civile che delle forze armate. Dedicatosi alla stesura del Manuale dell’agronomo nel 1941, che è tutt’ora ristampato, gli venne conferito durante il Congresso di economia e politica agraria di Dresda nel 1942 una laurea honoris causa, decretata dall’Università di Berlino. Dopo i fatti accaduti l’8 Settembre, si schiera nelle file della Repubblica Sociale Italiana (RSI), dove però non ricopre nessun ruolo ufficiale, vedendo dare l’incarico di Ministro dell’Agricoltura ad Edoardo Moroni.

 

Secondo Heinrich Himmler ed il Colonnello Eugen Dollmann, Tassinari era l’uomo adatto a guidare il governo della RSI, ma le titubanze che il gerarca umbro ebbe nel recarsi in Germania e la sua opposizione dichiarata a Hitler all’idea di consegnare l’Italia alle forze tedesche in un loro incontro del 13 settembre 1943, fecero naufragare tale possibilità. Tuttavia la guerra non ebbe un lungo seguito per lui. Morirà a 54 anni, il 21 dicembre 1944, a causa di un bombardamento alleato.

 

Ciò che ci resta ai giorni nostri di Tassinari oltre alla vastissima produzione bibliografica, frutto della sua brillante ricerca in campo agrario, presso la biblioteca centralizzata della Facoltà di Agraria di Bologna, è anche la forte determinazione, la volontà instancabile di mettere le sue capacità al servizio del paese, anche nei momenti più bui. Giuseppe Tassinari fu una delle menti più eccelse che ha riconosciuto nel fascismo quella sinergia di forze che avrebbero portato l’Italia al riscatto, e non ha potuto fare a meno di parteciparvi e dare il suo contributo. 

 

-Steiner

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Capitano Salvatore Todaro: il peso di secoli di civiltà

Salvatore Todaro nasce a Messina il 16 settembre 1908, nel 1923 entra nell’Accademia Navale di Livorno e ne uscirà il 1927 promosso guardiamarina. Verrà promosso l’anno successivo sottotenente di vascello e destinato a vari reparti sia per mare che terra. Nel 1933 sposerà Rina Anichini con la quale darà al mondo i figli Gianluigi e Graziella.

Nel 1936 partecipa alla guerra civile spagnola e nel 1940, promosso capitano di corvetta, verrà assegnato prima al sommergibile Luciano Manara e successivamente al Cappellini, a bordo del quale parteciperà alla seconda guerra mondiale sul fronte atlantico nel porto di bordeaux al fianco dell’alleata flotta della marina tedesca, il suo compito è quello di affondare navi di rifornimento americane e inglesi, ed è proprio in una missione su questo oceano che Todaro adempierà all’impresa che lo renderà famoso.

 Sono le 4 del mattino del 16 ottobre 1940 quando, vicino l’isola di Madera, il sommergibile Cappellini ha affondato con tre siluri il piroscafo belga Kabalo che trasportava a bordo attrezzature militari inglesi, i marinai lanciano un ultimo S.O.S. nella speranza di un qualsiasi soccorso. Il mare è in burrasca e i superstiti dell’oramai relitto cercano disperatamente qualsiasi tipo di galleggiante a cui aggrapparsi. Il comandante Todaro è ben consapevole che dovrebbe allontanarsi per evitare uno scontro a fuoco con la nave di soccorso nemica che sta arrivando a salvare i naufraghi, ma ha capito che a causa del maltempo andarsene vorrebbe dire abbandonare quegli uomini ad una morte certa, l’onore e l’orgoglio del comandante non lo possono permettere, fa recuperare da una scialuppa di salvataggio i 26 superstiti e attende l’arrivo di una nave neutrale a cui lasciarli o quantomeno che si calmi il mare per dar loro delle scialuppe con cui cercare terraferma. 

Purtroppo non incontrano nessuna nave e il tempo non fa che peggiorare, è così che il comandante ordina di imbarcare immediatamente l’ex equipaggio del Kabalo e decide l’impensabile, portare gli uomini all’isola del sale fortificazione in mano agli inglesi. Todaro non si fa toccare da alcuna forma di paura e timore, tutto ciò che lo guida è un innato senso del dovere e grazie ad esso dopo due estenuanti giorni di viaggio i ventisei superstiti arrivano sull’isola, e secondo alcuni testimoni il secondo sottoufficiale del Kabalo si avvicina a Todaro chiedendo:

“Ma lei, visto che tratta così un nemico, che razza di uomo è? Vede, se quando ci ha attaccati di sorpresa non stessi dormendo nella mia cabina, le avrei sparato addosso con il cannone, scusi la mia franchezza”.

Salvatore Todaro risponde: – “Sono un uomo di mare come lei. Sono convinto che al mio posto lei avrebbe fatto come me”.

Porta la mano alla visiera in segno di saluto e fa per andarsene, ma vede il secondo ufficiale che lo guarda, si ferma e chiede:- “Ha dimenticato qualcosa ?”

“Si – risponde l’altro con le lacrime agli occhi – Ho dimenticato di dirle che ho quattro bambini: se non vuole dirmi il suo nome per mia soddisfazione personale, accetti di dirmelo perché i miei bambini la possano ricordare nelle loro preghiere”.

Todaro risponde: – “Non posso dirvi il cognome, dite ai vostri bimbi di pregare per il Comandante Salvatore.”.

Tutti i giornali del mondo osannano il comandante Salvatore Todaro e la grandezza dell’onore e della bontà dei marinai italiani, l’unico che avrà da ridire sarà l’ammiraglio tedesco Karl Dönitz il quale richiamerà il comandante per aver messo a rischio il sommergibile e la vita dei suoi uomini, Todaro risponderà al suo superiore: “Il fatto è Ammiraglio, che io in quel momento sentivo sulla schiena il peso di molti secoli di civiltà. Un ufficiale tedesco, forse, non avrebbe sentito quel peso”. 

Affermazione condivisibile o meno è innegabile come il senso di dovere e giustizia non si piega nemmeno dinanzi alla più alta carica del suo corpo militare e il suo onore gli impedisce di affermare di aver sbagliato.

Successivamente, il 5 Gennaio del 1941, Il Cappellini tornerà in missione e affonderà, a largo delle isole canarie, il piroscafo armato inglese Shakespeare ed anche qui salverà tutti i superstiti. 

Proseguendo la missione il sommergibile giunse nei pressi delle isole di capoverde ove riuscì ad affondare con due siluri il trasporto truppe britannico Emmaus . Durante la battaglia un aereo inglese, forse richiamato dall’S.O.S. dell’Emmaus, arrivò sulla zona e riuscì a colpire con due bombe il Cappellini  prima che si riuscisse ad immergere, causando gravi danni e diversi feriti. Ciò nonostante Todaro riuscì a portare il sommergibile fino al porto spagnolo Puerto de la Luz  il 20 gennaio 1941. Grazie all’aiuto delle autorità spagnole, vicine al Fascismo italiano, Todaro riuscì a sbarcare i feriti e a riparare il battello per poi riprendere il mare il 23 e raggiungere  il porto di Bordeaux. Nel corso del combattimento aveva trovato la morte il suo secondo ufficiale, Danilo Stiepovich. Per queste missioni ricevette la medaglia d’argento al valor militare.

A causa del dolore per la perdita dei suoi uomini nel novembre del 1941 chiese ed ottenne il trasferimento nella X flottiglia MAS, parteciperà al blocco marittimo del porto di Sebastopoli nel Mar Nero in Crimea e successivamente, nel ’42, verrà assegnato al porto di La Galite in Tunisia.

Dopo essere rientrato da una missione notturna, il 13 dicembre 1942, il Cefalo venne attaccato da un aereo inglese Spitfire. Durante il mitragliamento il Comandante Todaro fu colpito da una scheggia alla tempia e morì sul colpo. Aveva 34 anni e la sua memoria venne onorata con la Medaglia ďoro al valor militare. Al suo funerale i superstiti del Kabalo doneranno una targa in bronzo tutt’oggi presente sulla sua tomba.

Un altro dei tanti eroi italiani dimenticato dal nostro paese come è oramai consuetudine da noi, ma ci sono alcune persone che mai potranno dimenticare la grandezza del comandante Todaro, ce ne da testimonianza una donna che gli scrisse questa poesia ritrovata nel portafogli del martire:

“Vorrei, se possibile, che queste righe fossero consegnate al comandante del sommergibile italiano che ha affondato il piroscafo Kabalo. Signore, felice la Nazione che ha degli uomini come voi. I nostri giornali ci hanno riferito del vostro comportamento verso l’equipaggio di una nave che era vostro dovere affondare. Esiste un eroismo barbaro e un altro davanti al quale l’anima si mette in ginocchio: il vostro. Siate benedetto per la Vostra bontà che ha fatto di Voi un eroe non soltanto dell’Italia ma dell’umanità. Firmato: Una donna portoghese”.

Olmo

Il suicidio assassino di Nanni de Angelis

Nazareno de Angelis detto “Nanni” nasce a Campotosto in provincia dell’Aquila il 31 luglio 1958 . Attivo fin da giovane nella comunità partecipando agli scout e affascinato dall’idea fascista, si unisce nel 1976 a Roma, all’età di 18 anni, a Lotta Studentesca appena fondata da Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, insieme al fratello Marcello de Angelis fondatore dei 270bis e futuro parlamentare. Durante gli anni di scuola stringe amicizia con Luigi  Ciavardini e Massimiliano Taddeini, da questo nucleo nascerà la squadra di football americano Tori Torino ( Squadra romana) e la base militante del quartiere Trieste-Prioli di Lotta Studentesca, dove riuscirà ad ottenere validi risultati.

Il tempo passa e Nanni continua ad essere attivo e presente nelle varie iniziative, finchè una sera nell’autunno del 1978 inizia la vera storia di Nanni de Angelis, quella sera mentre stava passeggiando con un suo amico a Corso Trieste a Roma Nanno viene aggredito alle spalle da un gruppo di persone che lo accoltellano, perforandogli un polmone e colpendolo alla nuca, e fuggono di corsa. Nanni viene portato in ospedale, e per la fretta della fuga viene trovata una borsa caduta agli  assalitori riuscendo a rintracciare uno dei fuggiaschi: Valerio Verbano.

Nel 1979 Lotta Studentesca viene sciolta e rinominata ufficialmente Terza Posizione, organizzata in nuclei locali e Nanni diviene il responsabile del quartiere Trieste-Prioli, e il suo gruppo sarà più volte protagonista di diversi scontri con gli antagonisti antifascisti, che arriveranno molto spesso anche all’utilizzo di armi. Poco tempo più tardi nel 1980 viene ucciso Valerio Verbano e Nanni de Angelis viene invitato a casa del padre del militante di sinistra, i due si parleranno per un’ora e, alla fine dell’incontro, il signor Verbano accompagnerà il ragazzo a un taxi sotto il suo appartamento per farlo tornare a casa garantendogli l’incolumità, in quanto il palazzo era circondato dagli amici del figlio Valerio.

Contemporaneamente il 28 maggio 1980 un gruppo dei N.A.R. uccide il poliziotto Francesco Evangelista, Luigi Ciavardini uscito da Terza Posizione e facente parte del gruppo dei N.A.R. accusato è costretto alla latitanza.

Poco dopo, il 23 settembre, avverrà la strage di Bologna e a Nanni e a suo fratello Marcello viene perseguito un mandato di arresto. I de Angelis saranno costretti alla latitanza e in questo periodo Nanni rientrerà in contatto con Luigi  Ciavardini. I due organizzano un incontro il 3 ottobre 1980 a piazza Barberini dove dovranno incontrare Carlo Sette che gli avrebbe dato dei documenti falsi. Ma qualcosa va storto, la polizia controlla il telefono di Marco Pizzari (militante dei N.A.R.) e viene a sapere dell’incontro, facendosi trovare sul luogo arrestano Nanni e Ciavardini. Condotti in caserma, secondo la stessa testimonianza di Luigi, Nanni scambiato per Ciavardini verrà costretto a camminare tra due fila di poliziotti che lo picchieranno aggressivamente per vendetta della morte del poliziotto Evangelista.

2 giorni dopo il 5 ottobre 1980, verrà condotto in mattinata in ospedale e, nonostante i medici abbiano richiesto una settimana di riposo per lla guarigione delle fratture, verrà riportato nel carcere di Rebibbia il giorno stesso, quel pomeriggio Nanni de Angelis viene trovato impiccato nella sua cella. 

Tutt’oggi i suoi amici e familiari non concordano con la tesi del suicidio e combattono per avere giustizia e verità.

Noi del Blocco Studentesco lo vogliamo ricordare e salutare con le stesse parole che usò suo fratello Marcello nella canzone che gli dedicò:


L’ orco lo fece prigioniero
e una porta per scappare lui non la trovò
e allora divenne un uccello
e attraverso le sbarre nel cielo volò.

Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai.
Nanni è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te.

Nanni de Angelis ora e per sempre PRESENTE!