Un cuore pulito non si scorderà: Franco Anselmi

«In questo mondo di ipocrisia, di false regole e di moralismi! Mi viene voglia di abbracciare chi ha il coraggio di sbagliare!»

Così cantavano gli Amici del Vento nella canzone NAR, dedicata a quei camerati che, nel difficile clima degli anni ’70, decisero di imbracciare le armi per rispondere ai vili attacchi che colpivano, talvolta mortalmente, tutti quei ragazzi che, non arresisi, continuavano a combattere per l’Idea che aveva infiammato i cuori dei loro padri e dell’Europa intera. Ed è proprio con queste parole che vogliamo esordire per parlare di Franco Anselmi, esponente dei NAR che in questo giorno del 1978 venne ucciso dal proprietario dell’armeria Centofanti, nel quartiere Monteverde, nel corso di una rapina messa in atto dal gruppo di rivoluzionari neofascisti.

Franco Anselmi nacque a Bologna il primo marzo del ’56, e nel 1973 si trasferì a Roma assieme alla famiglia. Qui iniziò la propria militanza avvicinandosi immediatamente, con l’inizio degli studi superiori, al Fronte della Gioventù, componente studentesca del MSI. Porprio a causa del suo attivismo, nel corso del 1972, all’uscita da scuola, il Liceo Keplero IX del quartiere Portuense, venne aggredito da alcuni militanti di estrema sinistra che, colpendolo ripetutamente alla testa con dei bastoni, gli provocarono ferite gravissime che gli costarono la perdita della vista ad un occhio e oltre tre mesi di coma.
A causa di questo evento e della lunga riabilitazione che ne seguì, Franco, avendo due anni da recuperare, si iscrisse all’Itituto Tozzi di Monteverde, dove fece la conoscenza di quelli che, assieme a lui, avrebbero poi costituito la base dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, del quale sarà compagno di banco, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati.

È in questo periodo che si cementa quel rapporto che spingerà i ragazzi a scegliere, congiuntamente, la via della lotta armata che sarà vista dal gruppo come l’unica possibilità di difendere se stessi e i propri camerati dalle quotidiane violenze comuniste che, troppo spesso, mietevano vittime tra le fila dei neofascisti.
Anselmi le conosceva bene non solo per averle subita direttamente qualche anno prima, ma soprattutto per I fatti che videro coinvolta la sede del MSI nel quartiere Prati: il 28 febbraio del 1975 Franco partecipò al presidio in Piazzale Clodio, fuori il tribunale nel quale, quella mattina, si stava svolgendo il processo per gli imputati del Rogo di Primavalle. Proprio lui, durante il successivo assalto che i compagni effettuarono alla sede di Via Ottaviano, si trovò al fianco di Mikaeli Mantakas, lo studente greco che venne mortalmente colpito dal proiettile esploso da Alvaro Lojacono, militante di Potere Operaio che poi passerà tra le fila delle Brigate Rosse. Un evento drammatico che segnerà irrimediabilmente Franco.
In quell’occasione, il sangue di Mikis macchiò il passamontagna di Anselmi. Questi lo conserverà come una reliquia che, in un intimo rituale, come fosse una promessa di giustizia, bagnerà anche il 7 gennaio del ’78 nel sangue ancora fresco dei camerati appena uccisi in Via Acca Larentia.

Acca Larentia rappresenterà per tutto il gruppo del Tozzi il punto di non ritorno. Il culmine di un climax di violenze subite e mai vendicate che spingerà i NAR ad imbracciare le armi contro lo stato e i suoi servitori che troppi amici avevano portato via ai giovani militanti del MSI.
Solo pochi giorni prima, d’altronde, Anselmi aveva avuto un diverbio con Pino Romualdi, quando, in occasione dell’omicidio di Angelo Pistolesi, il 28 dicembre del 1977, questi gli aveva negato il “permesso” di vendicare la morte dell’amico, caduto sotto i colpi di chi, probabilmente, dieci giorni dopo attuerà la strage nella sede del Tuscolano.

Per vendicare i camerati caduti Franco e gli altri decisero che era il momento di alzare il tiro rispetto alle azioni che i NAR avevano compiuto fino a quel momento. C’era bisogno di iniziare a pareggiare i conti. C’era bisogno di ripagare i servi del sistema con la stessa moneta.
Proprio per questo il 28 febbraio del ’78, nell’anniversario della morte di Mantakas, dando adito ad una notizia arrivata dal carcere che asseriva che gli assassini di Acca Larentia fossero venuti da una casa occupata in Via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà, il gruppo si organizzò e andarò sul posto con tre pistole con l’intento di assaltare gli antagonisti.
Il caso volle che proprio quella mattina l’edificio fosse stato sgomberato dalla polizia, perciò i camerati decisero di perlustrare il quartiere in cerca di qualcuno che potesse sembrare “colpevole”, e, in particolare, si diressero vero i giardini di Piazza San Giovanni Bosco, noto punto di ritrovo dei militanti di sinistra della zona. Qui trovarono effettivamente alcuni ragazzi che vennero riconosciuti, probabilmente sulla base dell’abbigliamento, come militanti comunisti. I neofascisti scesero dalle auto a bordo delle quali viaggiavano e fecero fuoco. Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, riuscì a ferire alcuni dei ragazzi nella piazza prima che gli si inceppasse la pistola. Alcuni riuscirono comunque a scappare ma, in terra, rimase Roberto Scialabba, spacciatore e ladro militante tra le fila di Lotta Continua, che fu immediatamente raggiunto da Giusva e freddato con un colpo alla testa.

L’azione era stata portata a termine, ma le pistole avevano dato problemi. Le armi erano scarse e poco efficienti. Per proseguire in quella guerra c’era bisogno di ben altri mezzi.
Fu per questa ragione che il gruppo organizzò, per il 6 marzo, una rapina all’armeria Centofanti – la più grande della città – nella quale avrebbero di certo trovato ciò che serviva. All’azione presero parte Anselmi, Alibrandi, i fratelli Fioravanti e Francesco Bianco che era alla guida dell’auto. Dopo aver preso undici pistole, documenti e gioielli, Alibrandi e i Fioravanti uscirono dal locale, mentre Franco si attardò all’interno per cercare di sviare le indagini e far sì che non risultasse evidente la matrice politica del gesto. Togliendo una collana d’oro al titolare del locale, Danilo Centofanti, ci fu una breve discussione nella quale questi chiese a Franco di lasciargliela perché costituiva un caro ricordo di famiglia. Franco acconsentì e voltò le spalle per raggiungere gli altri in auto. A quel punto, Centofanti fece fuoco, colpendo Alibrandi, che rimase ferito ad una spalla, e Anselmi, che rimase ucciso sul colpo, alla schiena. L’auto, a bordo della quale si trovavano già Bianco e i Fioravanti, dopo un momento di confusione fece retromarcia per dare fuoco di copertura e permettere la ritirata di Alibrandi e il soccorso di Anselmi che fu però vano. Franco giaceva in terra, oramai senza vita, su quel marciapiede di Via Ramazzini. L’azione ebbe un’eco talmente rapida che Peppe Dimitri, storico volto del neofascismo e allora coetaneo di Franco, arrivò pochi minuti dopo a bordo di una moto, assieme ad un suo camerata, nel vano tentativo di prestare soccorso ad Anselmi

La morte di Franco sarà un duro colpo per il gruppo che, in un volantino ad un giornalista dell’Ansa, rivendicherà la rapina e scriverà: «ha concluso nell’unica maniera possibile una vita dedicata all’anticomunismo militante. Si distingueva per la sua lealtà, per il suo coraggio, per la sua generosità. Condanniamo Danilo Centofanti alla pena di morte per aver colpito alle spalle Franco […] Onore al camerata Franco Anselmi. Siamo pronti a seguirti. Tremino i codardi, i corrotti, le spie».
Saranno molte le azioni compiute dai NAR in memoria di Anselmi: dall’attentato esplosivo all’armeria messo a segno tra il 17 e il 18 maggio dello stesso anno, fino all’uccisione del capitano della DIGOS Francesco Straullu, eseguita il 21 Ottobre del 1981 e rivendicata sotto la sigla Nuclei Armati Rivoluzionari – Gruppo di fuoco Franco Anselmi.

Sarebbe superflua ogni ulteriore parola su Franco Anselmi, perché nel ripercorrere la sua vita e le sue gesta si chiarisce la ragione delle sue scelte, e non si può non comprendere e riconoscerne la coerenza e la sincerità. Risulterà chiaramente difficile a molti poter condividere e apprezzare le decisioni che questo Rivoluzionario ha preso nel corso della propria vita, ma è opportuno tener conto del contesto in cui certe azioni sono state operate e del coinvolgimento emotivo che ha portato un ragazzo di soli ventidue anni a combattere e a morire, armi in pugno, per un’Idea e per difendere chi, come lui, aveva deciso di abbracciarla e viverla fino all’estremo sacrificio.
Ciò che, per quanto possa essere stato fin troppo spesso riportato – talvolta con intento dispregiativo -, vale la pena di ricordare, sono le parole che Giusva Fioravanti ha proferito in un’intervista parlando dell’amico caduto al suo fianco: «Mi legai a Franco in maniera molto particolare perché era un ragazzo che a me piaceva moltissimo. In termini romantici era sicuramente uno dei migliori, uno dei ragazzi più generosi. Non c’era niente di spirituale né di intellettuale: era semplicemente un ragazzo dal cuore d’oro […] la classica persona che pur avendo già pagato molto, quando c’era da ripartire ripartiva; che pur avendo già avuto conseguenze gravissime per il suo impegno politico non era rifluito nel privato, non aveva paura. È questo che ti colpisce».
È questo che ci colpisce.

Cioppi Cioppi

 

ANSELMI+FRANCO+89

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Io mi ricordo di Mikis Mantakas…

È in un paese appena uscito da una guerra civile e in cui vigeva una forte instabilità politica, la Grecia dove il 13 luglio del 1952 nacque Mikaeli Mantakas. Nel clima di tensione in cui è venuto al mondo Mikis (come veniva affettuosamente chiamato dagli amici) assassinii politici, censure e repressioni di ogni tipo erano all’ordine del giorno, causate dal timore generale che ogni giorno potessero scoppiare nuove rivolte e dallo scontento per la mancata autorevolezza dell’allora sovrano Costantino II, ritenuto un mero fantoccio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Fu così che il 27 aprile del 1967 l’esercito, guidato dal carismatico ufficiale Georgios Papadopoulos prese il potere con un golpe per ristabilire l’ordine, iniziando quella che viene ancora oggi comunemente definita “la dittatura dei colonnelli”.

Non si sa quale fosse la posizione di Mikis riguardo il governo militarista, di cui ancora oggi si discutono i pregi e i difetti, sappiamo di sicuro tuttavia che quando decise di andare a Bologna per studiare Medicina, nel ’69, egli non aveva ancora idee politiche ben chiare: era un greco, e come molti altri studenti greci amava la sua patria. Il conflitto ideologico che era iniziato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale aveva appena cominciato a trasformarsi in un’ecatombe di martiri e vittime innocenti, dove la linea tra bene e male era praticamente impossibile da definire.

La prima volta che Mikis fu coinvolto inconsapevolmente in questa lotta tra fazioni fu sulle scale della facoltà di Biologia, dove fu aggredito da un gruppo della sinistra extraparlamentare e picchiato a sangue, un pestaggio che gli aveva procurato 40 giorni di prognosi. Il motivo era molto semplice: se non eri dell’opinione giusta (la loro) eri sicuramente di quella sbagliata, e essere greco senza opporsi attivamente al regime significava sostenerlo. L’infame aggressione forse serviva come vendetta per tutti i prigionieri comunisti uccisi, esiliati o arrestati, ma fu un atto compiuto ai danni di una persona, fino ad allora inconsapevole, che da quel giorno in poi decise di non poter più rimanere inerme e di non poter più chinar la testa rimanendo estraneo al conflitto che imperversava attorno a sé. Mikis decise così di trasferirsi da Bologna a Roma, in cerca di un posto in cui la situazione fosse un po’ più agevole, ma trovò di più: trovò persone che la pensavano come lui, e con le quali poteva finalmente consacrarsi al raggiungimento di uno scopo comune.

Li conobbe per la prima volta in un bar di via Siena, vicino alla facoltà, e facevano tutti parte del FUAN, una comunità unita, solidale e determinata, che fin dalla sua formazione si era impegnata a difendere ogni centimetro dello spazio universitario dal controllo sempre più dispotico dei gruppi di sinistra. Tra questi, due ragazzi, Umberto Croppi e Stefano Gallito, divennero i suoi amici più fidati, arrivando a stare al suo fianco anche nei suoi ultimi istanti di vita. Vi era anche una ragazza nel gruppo, Sabrina Andolina, di cui Mikis si era profondamente innamorato, un sentimento che gli venne presto ricambiato e portò al loro fidanzamento.
Il gruppetto dei quattro affezionati passava le giornate quasi interamente insieme, condividendo battaglie politiche e vita di tutti i giorni. Intanto il ragazzo greco continuava a mantenersi, tra varie vicissitudini, con le scarse 157.000 mila lire che il padre Nikos gli inviava ogni mese e qualche lavoretto occasionale, aiutandosi anche facendosi stampare i buoni pasto per la mensa da Sabrina, che lavorava come segretaria nella sede locale dell’MSI.

Chissà cosa avrà pensato il padre, vecchio ufficiale dell’esercito monarchico che aveva combattuto le forze d’occupazione Italo-Tedesche durante la Seconda Guerra mondiale, chissà che cosa avrà pensato la madre, che si era trasferita assieme a lui a Bologna nella speranza di vivere una vita serena, quando quel fatidico giorno del 28 febbraio 1975 Mikis venne ucciso dalla spietatezza vergognosa di Alvaro Lojacono. Quel giorno lui e Umberto, accordatisi il pomeriggio prima a pranzo, si erano dati appuntamento la mattina a piazzale Clodio, per assistere al quarto giorno di processo contro gli esecutori dell’ennesimo delitto di una guerra sporca condotta sotto l’insegna dell’antifascismo: il rogo di Primavalle, l’omicidio dei fratelli Mattei, rei di essere figli di un dirigente dell’MSI. Gli accusati erano tre terroristi di Potere Operaio, ma l’unico presente che non riuscì a scampare alla cattura era Achille Lollo. Fuori dal tribunale per i primi tre giorni la presenza in massa sia dei missini, in presidio per chiedere giustizia, che dei comunisti, causò violenti scontri. Croppi, che era uno dei dirigenti del Fronte della Gioventù, era lì sin dal primo giorno a difendere la piazza, e proprio insieme a lui e ad altri ragazzi del FUAN, la sera del 27, Mikis era andato al cinema a vedere, ironia della sorte, Mondo Candido di Jacopetti e Prosperi, ispirato al racconto di Voltaire, dove l’ingenuo protagonista fa esperienza delle nefandezze e delle violenze inutili compiute dall’uomo.

Il mattino seguente i due amici assisterono al processo assieme ad un drappello di altri militanti, tra insulti e grida di sdegno provenienti da ambo le parti, ma la situazione cominciò a precipitare dopo che l’udienza fu rinviata: all’uscita del tribunale iniziarono tutti a spostarsi verso la sede del Movimento Sociale di via Ottaviani, cercando di trovare riparo dalle violenze. Mikis giunge per primo, ma a difendere la sezione sono solo lui ed altre 25 persone, mentre fuori un distaccamento del corteo antagonista aveva già iniziato a lanciare molotov contro il portone principale del palazzo, successivamente venne staccata anche la corrente dall’esterno. Trovandosi completamente in trappola, e con il fumo delle bottiglie incendiarie che iniziava a saturare l’aria, decisero di dividersi in due gruppi per uscire da piazza del Risorgimento e colpire il corteo ai fianchi; così Mikis e altri due ragazzi si diressero dall’uscita della piazza verso la via, armati solo con cinture strette in pugno, ma girato l’angolo trovarono ad attenderli due figuri, entrambi armati di pistola. Uno di loro era Alvaro Lojacono.

Mikaeli viene colpito in testa dalla calibro 38 di Lojacono, cade a terra, intorno a lui inizia a formarsi subito una pozza di sangue. Franco Anselmi, uno dei due che era vicino a lui, assieme ad altri ragazzi sopraggiunti, lo sollevano per portarlo velocemente via di lì, mentre gli altri manifestanti continuavano a bersagliarli con le molotov. Mantakas respirava ancora, ma perdeva molto sangue: il proiettile era rimasto conficcato nel cranio, e lo stava uccidendo lentamente. Viene portato in un garage sotto la sezione mentre l’assalto dei manifestanti imperversa ancora. Si sentono fuori altri spari, un altro militante, Fabio Rolli, cade colpito al fianco mentre cercava riparo. Umberto Croppi, che era rimasto bloccato con il secondo gruppo di studenti missini al tribunale, giunge in quel momento assieme ai rinforzi, mettendo in fuga il distaccamento degli autonomi che stava assaltando da più di un’ora la sezione. A domanda di cosa sia successo, uno dei camerati gli risponde «Hanno ammazzato il greco». Mikis era morto alle 18:45. Accanto a lui vi era Stefano Sabatini, l’altro giovane che aveva visto il momento del suo omicidio, rimasto a vegliare sul suo corpo ma totalmente impotente difronte all’agonia della vittima.

I due aggressori vennero identificati in Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri: il primo venne giudicato innocente in primo grado, dandogli la possibilità di scappare prima in Algeria e poi in Svizzera, venendo condannato in contumacia a 16 anni di reclusione. Da latitante entrò poi nelle Brigate Rosse, partecipando all’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione e al rapimento di Aldo Moro. Oggi vive in Svizzera con lo status di “uomo libero”, senza aver scontato nemmeno un giorno di prigione per l’omicidio di Mikis.
Il complice Panzieri ricevette 9 anni, ma nel 1977 gli venne concessa la libertà provvisoria, permettendo anche a lui di scappare all’estero, in Nicaragua.

Ad oggi, Mikaeli “Mikis” Mantakas è uno dei tanti martiri della nostra idea che ancora non hanno ricevuto giustizia, che ogni anno ricevono solo il ricordo dei propri familiari, delle persone che sono state vicine per tanti anni, dei camerati di tutta Europa. Dopo la sua morte, la macchina del fango della propaganda antifascista si è come sempre attivata per diffamarlo, per gettare ombre e dubbi sulle vicende, riunendo come è successo sempre un imponente schieramento di intellettuali, politici e affaristi per sostenere l’innocenza dei colpevoli e sviare l’opinione pubblica. Non ci sono riusciti. Nonostante tutto quello che è stato detto su di lui, Mikis era un combattente che ha scelto di combattere per le sue idee, e si è sacrificato per esse; pur stando in un paese che non era il suo, ha lottato al fianco dei suoi camerati come fossero suoi fratelli, e nemmeno la vigliaccheria del suo assassinio ha potuto cancellare ciò che lui realmente era: una persona che non ha abbassato la testa di fronte alle ingiustizie, e che si è trovato in un conflitto che ha voluto combattere fino all’ultimo.
Per lui come per tante altre vittime innocenti che si sono sacrificate o che sono state giustiziate per ciò in cui credevano e si crede ancora, chiediamo giustizia e commemoriamo in eterno.

«Io mi ricordo di Mikis Mantakas, del 7 gennaio del Settantotto

Anni di piombo e stragi di stato: uccidere un fascista non era reato.»

Saturno

Konrad Lorenz: precursore dell’ecologismo contemporaneo

Ricorre oggi il trentesimo anniversario della scomparsa di Konrad Lorenz: considerato il fondatore dell’etologia moderna e mentore dell’ecologismo, Lorenz pubblicò numerose opere che gli valsero svariati riconoscimenti ufficiali che culminarono, nel 1973, con l’assegnazione del premio Nobel per la medicina e la fisiologia.

La nascita dell’interesse verso il mondo animale da parte dello studioso austriaco trova sicuramente origine negli anni della fanciullezza. Già da bambino infatti egli nutriva un profondo legame verso il mondo animale tanto che, in seguito a incessanti richieste ai genitori, riuscì a ricevere un pulcino d’anatra. Questo animale permise al giovane di sviluppare e approfondire un interesse e un’empatia verso la natura che lo accompagneranno per tutto il corso dell’esistenza dirigendone sforzi e ricerche. Passione che egli condivise fin da quegli anni con Margarethe Gebhardt, una vicina di casa poco più grande di lui, con la quale convoglierà a nozze nel 1927, stesso anno in cui, proprio su suo sprono, pubblicherà Osservazioni sulle Taccole, opera inizialmente concepita come semplice raccolta di appunti personali.

L’anno successivo Lorenz conseguì la laurea in Medicina presso l’Istituto di Vienna – facoltà che aveva frequentato per assecondare il volere del padre -, e, sempre qui, iniziò prima ad esercitare come assistente alla cattedra di Anatomia, e, poi, svolse degli studi in zoologia completandoli, cinque anni più tardi, con la seconda laurea.

In questo periodo all’Università di Vienna ebbe finalmente l’occasione di perseguire la propria passione e di focalizzarsi sullo studio del comportamento animale. Proprio a questo periodo risalgono lungimiranti opere – tra le quali spiccano senza dubbio Armi e morale negli animali e Sulla formazione del concetto di istinto – nelle quali darà notevoli impulsi nel progresso in ambito etologico, specialmente per quanto concernente l’imprinting animale (vale a dire l’apprendistato da parte dei piccoli mediante l’osservazione dei comportamenti degli adulti) e l’aggressività.

Lo studioso austriaco fece infatti delle importanti considerazioni in merito all’aggressività animale e umana: egli sosteneva che questa fosse una caratteristica intrinseca dell’uomo così come dell’animale e non dunque una mera manifestazione di un disagio sviluppato in luogo di situazioni o contesti vissuti dal singolo individuo.
Per Lorenz le specie viventi erano pertanto naturalmente aggressive e questa caratteristica tendeva ad aumentare tramite la competizione con gli altri individui maschi della stessa specie. Al contrario, lo scienziato reputava che la pratica sportiva fosse utile a farla scemare gradualmente.

Sempre di questo periodo è altresì l’analisi delle relazioni umane e della capacità dell’uomo di sviluppare mezzi atti a distruggere i propri nemici: in questo processo di sviluppo bellico a farne le spese non è, per l’etologo, solo l’antagonista umano, bensì la natura stessa, minacciata e devastata per meri interessi capitalistici.
Da questo è facile comprendere il motivo per il quale Lorenz abbia preso parte, soprattutto negli anni ‘60 e ’70, nonostante la non più giovane età, a manifestazioni contro l’utilizzo delle armi nucleari. Il suo impegno va inteso dunque come un’avversione a quel processo autodistruttivo dell’essere umano che, andando contro le proprie attitudini naturali – da intendersi come quelle più rette -, è portato da un dilagante marxismo culturale e da logiche di profitto, a concorrere con i suoi simili per il conseguimento di premi e primati puramente materialistici.

Appaiono dunque assolutamente fuorvianti quelle interpretazioni che vorrebbero accostare Lorenz alla stregua di un qualunque hippie dell’epoca o, peggio ancora, al pari di un qualsiasi pseudo animalista odierno.
Per l’austriaco, così come per tutti gli altri aspetti della vita di una specie, anche l’abbrutimento della massa è da intendersi come un fenomeno comune tanto al mondo degli uomini quanto a quello degli animali: è d’altronde l’essere umano eticamente più basso che tende a riprodursi in numero maggiore e a procurare danni all’intero sistema naturale, così come accade per gli esemplari puri di oca selvatica che rischiano di essere sopraffatti dal crescente numero di oche domestiche.

È dunque per evitare l’addomesticamento – che per quanto concerne gli uomini si può leggere come imborghesimento – che egli sosteneva la necessità dell’eugenetica come principio necessario all’innalzamento della natura tutta.

Queste sue teorie, di certo contrastanti con i principi egualitaristici tanto in voga negli ultimi anni, assieme alla volontaria e mai rinnegata militanza nel Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi, gli sono costati solo pochi anni fa, e precisamente nel 2015, il dottorato Honoris Causa che l’Università di Salisburgo gli conferì nel 1983.
Difatti l’Università, ha reputato corretto ritirare il titolo per gli “scomodi” rapporti che Lorenz ebbe con il governo NazionalSocialista. La nota stridente di questa pietosa vicenda è stata il fatto che tali relazioni non siano mai state un segreto e non abbiano mai rappresentato una discriminante per il riconoscimento di titoli ben più blasonati, come il già citato Nobel del 1973.

Si è dunque cercato, anche nel suo caso, come accaduto per tante altre illustri personalità, di screditare non solo l’uomo ma anche lo studioso, con lo scopo di fare un processo alle idee. Un’operazione che risulta visibilmente fallimentare – oltre che vile – perpetrata verso chi ha avuto la “colpa” di essere sempre stato, – per citare le parole che lo stesso Lorenz utilizzò nel richiedere l’ammissione al Partito – «Come pensatore e scienziato tedesco, […] al servizio del pensiero NazionalSocialista».

Cioppi Cioppi

Konrad Lorenz

Giordano Bruno: quando le idee ardono più del fuoco stesso

In questo giorno di febbraio del 1600 trovava la morte, a Campo de’ Fiori, a Roma, Filippo Bruno – a tutti noto come Giordano -. Vittima dell’oscurantismo del proprio tempo, Giordano Bruno decise, a discapito della vita, di non rinnegare le proprie idee e di perire sul rogo per mano di quella Chiesa che deteneva il monopolio della cultura e che decideva arbitrariamente della vita e della morte di ogni individuo.

Non si hanno molte informazioni in merito all’infanzia di Filippo Bruno, ma a quanto è noto nacque a Nola nel 1548. Proprio a Nola, prima, e presso l’Università di Napoli, poi, iniziò la sua formazione che avvenne ad opera di vari frati che, fornitegli le basi, lo iniziarono a varie discipline tra le quali la filosofia e l’oratoria.
L’educazione superiore era a quel tempo riservata agli appartenenti agli ordini sacerdotali, e fu proprio in nome di questo amore per la conoscenza che Filippo decise di prendere le vesti monastiche e di entrare nell’ordine dei Domenicani. A Napoli, probabilmente nel giugno 1565, fu consacrato novizio e, in concordanza con la regola domenicana, cambiò nome, assumendo quello di Giordano in omaggio al Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, o di Giovanni Crispo, un curato dal quale aveva ricevuto lezioni nell’ambito della metafisica.
In questi anni Giordano ebbe l’occasione di studiare su molti preziosi testi che erano custoditi nella biblioteca del convento di San Domenico Maggiore di Napoli, approfondendo così quelle materie che lo avevano appassionato negli anni dell’adolescenza e che costituiranno un’importante base per le sue opere.

Bruno non si piegò mai all’obbedienza di quelle regole che la veste monastica avrebbe imposto, ed in merito vi sono alcuni aneddoti: uno di essi racconterebbe che Giordano, dopo aver scagliato al vento le immagini dei santi, strinse un crocifisso, invitando poi un confratello a gettar via un’opera di Bernardo di Chiaravalle, tanto acclamato dalla Chiesa, e a leggere la ben più ardita Vita de’ Santi Padri di Domenico Cavalca. Riceviamo dunque un ritratto del filosofo nolano già sicuramente rivoluzionario.
Un Bruno che, nel pieno clima di controriforma, come fosse un predecessore di Montag – il protagonista di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury – riuscì a procurarsi molte di quelle opere che erano state messe all’indice dalla Chiesa e a leggerle di nascosto nelle celle di quei conventi che lo ospitarono nel corso della sua esistenza.

Nel 1576 si ebbe un primo, inequivocabile e certo segnale del rifiuto di Bruno per quelle che egli considerava delle dottrine dogmatiche: discutendo con un altro frate, Agostino da Montalcino, in merito alle dottrine Arie, mise in dubbio la concezione trinitaria di Dio. Agostino lo denunziò al Padre Provinciale, un tale Domenico Vita, costringendo così Bruno a fuggire da Napoli e ad una lunga serie di vagabondaggi da un monastero all’altro.
Dopo anni di peregrinazioni in Italia e nel resto d’Europa, tornò stabilmente in Italia solo nel 1952, risiedendo presso l’aristocratico veneziano Giovanni Francesco Mocenigo, ammiratore delle opere teologiche, filosofiche ed esoteriche che Bruno aveva scritto negli anni di esilio forzato. Mocenigo offrì al frate nolano protezione e sovvenzioni se questi avesse accettato di far rientro in Patria e di dargli delle lezioni sulle discipline che Bruno aveva, nel corso degli anni, affinato.

Solo pochi mesi dopo, presumibilmente il 21 maggio, quando il filosofo informò il proprio mecenate di voler far ritorno in Germania per dare alle stampe dei nuovi lavori, il patrizio veneto, sospettando che si trattasse di una messa in scena al fine di abbandonare l’insegnamento, lo fece arrestare dalla propria servitù. Immediatamente lo accusò, querelandolo alla Chiesa, di blasfemia , di non credere nella trinità e nella verginità di Maria, e, in particolar modo, di credere nell’infinità dell’universo, nella molteplicità di mondi, nel moto della Terra e nella non generazione delle sostanze.

Proprio da queste accuse Bruno dovette difendersi facendo ricorso a quelle arti oratorie apprese e affinate nel corso della sua vita, in un processo che durò circa due anni, durante i quali fu anche, quasi certamente, torturato.

Il 12 gennaio 1599 il tribunale ecclesiastico, all’interno del quale figurava anche il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, gli intimò per la prima volta in via ufficiale l’abiura delle tesi sostenute e riportate nelle proprie opere nel corso degli anni precedenti, ma Bruno, fiero delle proprie idee, rifiutò ogni forma di ritrattazione.
Seguiranno nel corso di questo anno vari ulteriori possibilità per Bruno di rinunciare a quanto affermato in precedenza, ma egli sosterrà sempre di non voler rinnegare a nessun costo le proprie argomentazioni perché convinto di non avere alcuna colpa da dover espiare.

L’8 febbraio del 1600 il tribunale, dopo avergli tolto il grado monastico, condannerà Bruno al rogo. Questi dopo aver ascoltato la sentenza in silenzio, mentre era inginocchiato di fronte alla giuria, si alzerà pronunciando la storica frase  «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»).

Il 17 febbraio 1600 sarà dunque condotto in Campo de’ Fiori con il capo cinto da un bavaglio di ferro che gli impedisse la parola. Dopo aver rifiutato l’estrema unzione e il crocefisso, verrà denudato, legato ad un palo, e arso vivo e le sue ceneri saranno sparse nel Tevere.

Quella che abbiamo è dunque l’immagine di un uomo che, incarnando un perfetto e completo esempio di abnegazione, decide di immolare la vita in nome delle proprie idee opponendole a quello che oggi molti definirebbero “pensiero unico dominante”.
Il tempo è passato, eppure il ricordo di Giordano Bruno è risultato un indelebile faro per coloro i quali hanno deciso quotidianamente di fare sforzi e sacrifici – in talune epoche finanche estremi – in nome della Libertà e della Giustizia. Proprio a perenne monito di tali ideali, il Fascismo erse infatti in suo nome, e lo stesso Mussolini lo difese strenuamente contro gli attacchi dell’ala filoclericale della Camera, la statua che si trova tutt’oggi in quella Piazza in cui Giordano Bruno trovò la morte.

Quell’esempio è e dovrà essere sempre vivo in coloro che, mossi dai medesimi sentimenti, decidono oggigiorno di muovere guerra a quegli stessi censori che, seppur diversi e con modalità differenti, cercano di imbavagliare, sottomettere e punire chi si oppone.
D’altronde, se è vero che il volto e i metodi sono cambiati, è anche vero che cambiata è la violenza con cui il martello del politicamente corretto colpisce chi non si allinea al pensiero unico e cerca di guardare oltre il “Velo di Maya”: all’epoca, a coloro che decidevano di non rinnegare le proprie tesi, era riservata la morte – spesso preceduta da indicibili violenze -. Al giorno d’oggi vengono commutati giorni di blocco sui principali social networks. Come possono dunque, con queste lame smussate, pensare di riuscire a fermare chi, ogni giorno, nelle strade e nelle piazze del nostro Paese, continua a combattere per il futuro del proprio Popolo portando avanti lo stesso spirito rivoluzionario e di ricerca della Verità e della Giustizia incarnato fino all’ultimo da Giordano Bruno?

 

Cioppi Cioppi

Giordano Bruno

Dresda 1945: un altro crimine impunito dei “liberatori” angloamericani

Da sempre etichettata come “la Firenze dell’Elba” per la sua bellezza e la ricchezza sotto il profilo culturale, Dresda era una fiorente città tedesca, capitale dello Stato della Sassonia. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio 1945 si compiva qui l’ennesima, vergognosa, azione ad opera dei “liberatori” del continente europeo: con un bombardamento a tappeto la città fu rasa al suolo, il suo patrimonio artistico devastato e la popolazione praticamente cancellata.

La distruzione della città fu guidata da Arthur Travis Harris, Maresciallo dell’Aria Capo, al quale fu affidato sin dal 1942 il comando del Bomber Command della RAF, la divisione dell’aviazione di Sua Maestà che, dalla sua fondazione, si prese carico di effettuare ogni bombardamento inglese.
Harris si distinse già dai primi mesi di comando per la sua spietatezza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Butcher Harris” – vale a dire “Harris il Macellaio” -, e divenne noto quando il 28 Marzo 1942 fu praticato il primo bombardamento a tappeto su una città tedesca: Lubecca. La città, che si trova nella parte settentrionale della Germania, ospitava alcuni stabilimenti della Dornier-Werke GmbH, importante industria aeronautica teutonica, che però subirono danni relativamente leggeri. Obiettivo della RAF furono infatti il centro storico e la zona del mercato in quanto densamente popolati ed edificati prevalentemente in legno.
Questo fu solo il primo atto di una strategia volta a tentare di spingere la popolazione civile ad insorgere contro il proprio governo. I raid infatti non furono condotti unicamente sul porto, le fabbriche e gli obiettivi militari, bensì vennero in particolare diretti sui quartieri residenziali, nei quali trovarono la morte moltissimi tedeschi. Eppure, nel corso del conflitto, mai ci fu una sollevazione popolare contro il governo Nazionalsocialista e il III Reich che, al contrario, fu strenuamente difeso fino all’ultimo da uomini, donne e – finanche – bambini.

Successivamente una sorte simile toccò a molte altre città: Rostock, Anklam, Marienburg, Chemnitz, Lipsia, Kassel, Colonia, Norimberga, Berlino.
Particolarmente cruenta fu un’altra campagna condotta da Harris, l’Operazione Gomorra, la serie di bombardamenti effettuati sulla città di Amburgo dal 26 Luglio al 3 Agosto 1943 dagli oltre tremila velivoli della Royal Air Force che, affiancati da un centinaio di aerei statunitensi, rasero al suolo i tre quarti della città causando oltre quarantamila morti e diverse decine di migliaia tra feriti e dispersi.

I quasi quattro anni di bombardamenti generarono migliaia di profughi in ogni centro colpito dagli attacchi congiunti di RAF e USAF. Molti di questi furono fatti confluire proprio sulla città di Dresda, considerata sicura per l’assenza di qualsiasi tipo di obiettivo militare. Come potevano dunque le forze Alleate farsi scappare un’occasione simile. Erano convinti che con un massiccio sgancio di testate sulla città, con un conseguente enorme numero di civili uccisi, avrebbero finalmente spinto i tedeschi ad una rivolta e la Germania ad una resa. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio del ’45 fu dunque attuato un violento bombardamento che rase quasi completamente al suolo la città e causò centinaia di migliaia di morti. Gli oltre ottocento aerei inglesi scaricarono sulla città oltre tremila tonnellate di ordigni, tra esplosivi ed incendiari, proseguendo il bombardamento fino al 15 febbraio, quando duecento velivoli dell’USAF continuarono a devastare quella che era diventata oramai una immensa distesa di fuoco e fiamme.
La città divenne una vera e propria fornace che arse per giorni a temperature di oltre duecento gradi, nella quale trovarono la morte per la maggior parte donne e bambini, dal momento che gli uomini erano stanziati sui campi di battaglia o nelle industrie dislocate nel resto della Germania.

Ovviamente anche in merito al numero di vittime causate da questa azione militare vi sono state varie controversie. Un primo rapporto, stilato a Marzo di quell’anno dal Colonnello Grosse, parlava di 202’040 vittime che si prospettava sarebbero salite a oltre 250’000 di lì a poco. Questa informativa fu sminuita dalle forze Alleate che la tacciarono di essere una pura azione propagandistica del governo tedesco. Eppure queste cifre – purtroppo – trovano effettivamente riscontro nonostante vi sia ancora chi, al giorno d’oggi, tenta di etichettarle come facenti parte di un filone revisionista allo scopo di giustificare il bombardamento.

L’azione stessa è stata infatti lungamente dibattuta anche a guerra finita, dal momento che dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti un crimine di guerra. Ma ovviamente certe accuse sono riservate ai vinti. Ai vincitori tutto è concesso, tutto è perdonato.
Eppure c’è chi non ha lasciato che questa tragedia andasse dimenticata. C’è chi non ha accettato il silenzio. Molte parole sono state scritte in merito a questa nefasta pagina di storia. Molti libri, molte canzoni – tra le quali è il caso di citare Dresda nella versione degli Janus e in quella dei Malabestia – hanno voluto ricordare questa vigliacca operazione militare che nel numero di vittime ha superato persino quelle causate dalla detonazione dei due ordigni nucleari sganciati su Hiroshima e Nagasaki.
E così, con poche, semplici righe abbiamo voluto ricordarla anche noi, affinché non venga mai dimenticato il prezzo pagato dal Popolo tedesco per aver voluto abbracciare un’Idea che le plutocrazie occidentali hanno cercato in ogni modo di eliminare. Vanamente.

Cioppi Cioppi

 

Dresda

DMYTRO CON NOI!

Anche se qualsiasi cosa si faccia non sarà mai adeguata a rendere omaggio alla memoria e al sacrificio di Dmytro, manteniamo vivo il suo ricordo; morto per ragazzi della sua età che nemmeno conosceva e che probabilmente non avrebbe mai incontrato, possa essere un faro per quelli che verranno. ESSERE UN SOLDATO SIGNIFICA VIVERE PER SEMPRE! DMYTRO CON NOI!

Giuseppe Prezzolini, un accorto testimone del suo tempo

Una vita lunga un intero secolo quella dello scrittore, giornalista, editore, attivista, intellettuale, docente universitario e saggista italiano.

Nasce il 27 gennaio del 1882, come scherzosamente dichiarava egli stesso “per caso”, da genitori senesi a Perugia, per via del fatto che il padre prefetto era soggetto a continui trasferimenti. Nonostante ciò, finché frequenta la scuola, i suoi rendimenti sono eccellenti; ma dopo i primi due anni di liceo, come forma di disapprovazione nei confronti di un insegnante, si ritira e comincia a studiare in modo autonomo all’interno della nutrita biblioteca familiare. Comincia ben presto dunque a manifestarsi quel suo spirito dissidente, anticonformista e anti accademico che lo accompagnerà per l’intera esistenza. Senza diploma, senza titoli e rifiutando ”favori all’italiana” di qualsiasi genere, va avanti fin da giovane grazie alla sua cultura e le sue qualità, dimostrando coerenza fino alla fine dei suoi giorni. Si trasferisce a Firenze, allora epicentro culturale del Paese, e incontra un suo coetaneo, Giovanni Papini, anch’egli intellettuale, col quale stringerà una sincera e duratura amicizia; i due nel 1903 all’interno del Palazzo Davanzati fondano e dirigono la rivista mensile Leonardo, che durerà fino al 1907. La rivista può definirsi di matrice “generazionale”, poiché non solo la redazione è formata esclusivamente da giovani giornalisti (Prezzolini aveva appena ventun anni) ma sostengono apertamente anche il valore assoluto della giovinezza, positivo in sé, ponendosi in contrasto alla vecchia generazione positivista ottocentesca; alla quale contrappongono le moderne e rivoluzionarie idee filosofiche di Nietzsche, Bergson e il pragmatismo di Peirce. Nel programma di Leonardo c’è dunque anzitutto affermato il pieno superamento del passato in favore di una bellezza estetica e di un’intelligenza giovane, capaci di contrastare ogni forma di ‘pecorismo nazareno e servitù plebea’, una sorta di conformismo piccolo-medio borghese legato alla morale cattolica. Si asserisce poi la superiorità del pensiero Idealista, personale, su quello sovrasistema. La bellezza nell’arte prende le distanze da quella naturalista e verista in favore di un suggestivo estetismo rinvigorito anche grazie al lavoro di d’Annunzio. Scrivono tutti usando uno pseudonimo e il suo è Giuliano il Sofista (chiamerà poi il suo secondo figlio proprio Giuliano). Nello stesso anno comincia anche a collaborare con le riviste socio-politiche Il Regno ed Hermes, fondate da Enrico Corradini, che si occupavano in particolare di diffondere il sentimento nazionalista in opposizione allo scellerato liberalismo giolittiano. In questi anni inoltre, conosce Croce, intrattiene uno scambio epistolare con Ungaretti e compie numerosi viaggi in Francia per perfezionare il suo francese. A Parigi ha modo di conoscere anche Sorel e Bergson. Nel 1905 si sposa e si trasferisce nella sua città natale, Perugia. L’esperienza di Leonardo si conclude nel 1907 e l’anno dopo fonda, sempre insieme all’amico Papini, La Voce, che rimarrà in vita fino al 1916 (seppure diversificata in varie fasi, talvolta evidentemente distanti tra loro a causa dei cambi di direzione). Questo nuovo progetto, iniziato sotto la direzione di Prezzolini, è più moderno, colma la rottura tra il binomio obiettivi-linguaggio presente in Leonardo; i programmi politici e sociali erano infatti rivolti alla Nazione tutta ma il linguaggio era ancora piuttosto elitario e retorico. La Voce, scevra da qualsiasi orpello, si fa incisiva, mira a raggiungere anche i piccoli centri di campagna per aprire un dialogo con quanti più lettori possibili, per mettere insieme una consapevole schiera di militanti in opposizione al movimento giolittiano. Nel 1914 lascia la direzione del settimanale e si trasferisce a Roma, dove comincia a lavorare come corrispondente per Il Popolo d’Italia, giornale fondato da Mussolini in opposizione al neutralismo dei giornali socialisti riguardo la Prima Guerra Mondiale. Si arruola volontario e va in Guerra, con l’incarico di istruttore di truppe. I suoi intenti rivoluzionari e riformistici di cui scriveva dietro la scrivania, hanno occasione di tradursi in azione e Prezzolini non si tira indietro, dimostrando la sua fermezza. Dopo Caporetto ha quello che lui stesso chiama un “turbamento di spirito” e torna al fronte con gli Arditi sul Piave. Nel 1921 esce su La Voce il saggio Codice della vita italiana, in cui, attraverso una selezione di aforismi e pensieri in libertà mette nero su bianco le vergogne e le colpe del Paese; dividendo gli Italiani in due categorie: i buoni e i fessi, e banalmente quanto efficacemente «i fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono». In questi anni pubblica anche una delle prime biografie su Mussolini in cui preavviserà che a far naufragare il progetto rivoluzionario Fascista – espressione massima di orgoglio italico, sottolinea -ci penserà il popolo italiano, da Mussolini sopravvalutato.

Nel 1927 si trasferisce a New York con la famiglia per insegnare italianistica alla Columbia University. Nel 1940 viene omaggiato della cittadinanza americana ma non ne fu entusiasta; non tollerava la “democrazia statunitense” che riteneva «la realizzazione compiuta della parificazione degli sporcaccioni ai galantuomini», in contrasto con la sua supposta Congregazione degli Apoti, ovvero «coloro che non le bevono», vale a dire: uomini liberi che vogliano scegliere allo squallore democratico appiattente e mediocre l’elevatezza dello spirito e dell’essere per operare in favore di un miglioramento sociale e personale. In quegli anni a New York sviluppa però un prezioso lavoro di ricerca: Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1903 al 1942, pubblicato nel 1946, e nel 1948 l’ateneo lo nomina “professore emerito” di italianistica. Dopo venticinque anni di permanenza in America, torna definitivamente in Italia, scegliendo di stabilirsi a Vietri sul Mare, primo paese della Costiera Amalfitana. Dopo qualche anno si trasferisce a Lugano, in Svizzera, perché snervato da uno Stato oramai vano, compromesso, corrotto e scadente, diceva infatti che un uomo della sua età «ha bisogno di un luogo dove i sì siano sì e i no dei no, non degli eterni nì». Tra la sua ricca produzione letteraria annoveriamo una biografia critica tuttora insuperata sulla Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino, un’amara considerazione sul Paese dopo la caduta del governo fascista: L’Italia finisce. Ecco quel che resta, e l’Ideario, del 1967: un manuale di aforismi e riflessioni contro il conformismo e il politicamente corretto – e corrotto – elaborato con schiettezza e cinismo. Quell’Italia – ad oggi solo significativamente peggiorata – dei partiti cattocomunisti non lo aveva in simpatia e si capisce il perché: scrisse che lo Stato aveva abbandonato il suo rigore e la sua sacrosanta intransigenza in favore di un assembramento secondo le regole dell’organizzazione camorrista. La sua prosa è ormai chiara ed essenziale, lontana dai lirismi dell’amico Papini, poiché la sua intenzione comunicativa vuole essere a vantaggio di tutti. Uomo piuttosto solitario, ha intessuto le proprie relazioni personali in gran parte per via epistolare. Queste corrispondenze, sono conservate tra le sue ‘carte’ nella Biblioteca Nazionale di Firenze, a cui le donò egli stesso, già revisionate e ordinate. Gli originali di questo materiale sono invece nella Biblioteca di Lugano, città dove è morto all’età di cento anni il 14 luglio del 1982. Intellettuale onesto, scomodo, è stato intenzionalmente accantonato nel corso del ‘900. Lo ricorda però Marcello Veneziani tra gli Imperdonabili: 100 ritratti di Maestri Sconvenienti, accanto – tra gli altri – a Dante (che oggi pur vogliono far passare per un antesignano liberal no border), Evola e Mishima. E lo ricordiamo noi, firmandoci come faceva anch’egli quando sognava la rivoluzione non ancora avvenuta, con uno pseudonimo.

Marta