La nascita della Nuova Europa

Il giorno di Natale dell’800 D.C., nella Basilica di San Pietro a Roma si svolse una solenne cerimonia di incoronazione: Papa Leone III nominó Carlo, già re dei Franchi, Imperatore dei Romani. Esistono diverse fonti che raccontano l’accaduto, una di queste ci racconta che il sovrano germanico venne incoronato seguendo il rituale degli antichi imperatori: gli venne  cioè prima revocato il titolo di patrizio per poi acquisire quello di Augusto. A fine della cerimonia si dice che la folla abbia esclamato  tre volte “A Carlo, Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei romani, vita e vittoria!”.

Con questo evento Carlo detto il Grande, in una data che nella cultura cristiana (ma anche in precedenza quella pagana), rappresenta il rinnovamento, aveva assunto su di sé il peso di secoli di conquiste e trionfi, scoperte e progresso, giurando di unificare nuovamente l’Europa sotto le insegne Imperiali ed i simboli della fede, per tornare ad essere il centro del mondo, per continuare la missione civilizzatrice che sola poteva compiere. 

Questo atto rafforzò il legame tra i Franchi ed il Papato: già Adriano I, precedente vicario di Cristo, aveva riconosciuto nel re franco il Patricius Romanorum, titolo prima conferito ai barbari alleati dello stato palatino, poi conferito ai difensori della Chiesa e della stabilità nel continente. Con la forza delle armi il sovrano aveva sconfitto i Longobardi, conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato il khanato degli Avari e attaccato la Spagna, dominata da poco più di un secolo dalla dinastia Omayyade. Da “patrizio dei romani” era diventato “protettore della Cristianità”, e per estensione di tutti i popoli che rientravano nella sua grande creazione. Ormai regnava da Barcellona alle steppe Ungheresi, dal Mare del Nord fino al Tirreno. All’alba del IX secolo, i piccoli principi dell’Inghilterra e della penisola iberica e i deboli vassalli di Bisanzio, apparivano per quello che erano: minuscole e ininfluenti pedine dello scacchiere europeo, di fronte a un nuovo, grande potere che la Chiesa riconobbe come sacro, perché non era “unito solo dalla spada, ma anche dalla fede cristiana”. 

Quel giorno di Natale dell’anno 800 la Storia cambiò verso: mentre ad est l’ancora esistente Impero Romano d’Oriente tentava ancora di arrestare l’invasione del suo territorio, il Papato scelse di legare per sempre il suo destino all’Occidente, fondendo la vecchia cultura latina con la forza creativa dei neonati regni barbari. Il nuovo centro di gravità del potere politico si spostò da Roma ad Aquisgrana, dal Mediterraneo all’Europa del nord. Nuove forme d’arte si diffusero, la riscoperta del sapere classico aveva già avuto inizio tra scolari laici e monaci, nuovi popoli scoprirono una propria identità in mezzo a questa fucina di mutamenti. 

Noi del Blocco Studentesco, teniamo a ricordare in questo particolare giorno la suddetta incoronazione, poiché nominò Carlo non solo imperatore di un vasto regno, ma “Padre” della futura Europa. Nei secoli successivi alla sua incoronazione si è molto discusso sulla consapevolezza, da parte del re franco, di essere stato il promotore di uno spazio politico, economico e culturale che può essere fatto ricondurre all’attuale concetto di continente europeo unificato, ma come Alessandro Magno, come Cesare Augusto, e come altri suoi predecessori e successori, sapeva sicuramente di aver creato qualcosa di nuovo, qualcosa che solo la volontà di uomini veramente grandi può formare.

Il Sacro Romano Impero, nato nel giorno di Natale dell’anno 800, finì mille anni dopo. Si dissolse il 6 agosto 1806, quando Napoleone Bonaparte, Imperatore dei Francesi, dichiarò di non riconoscerne più l’esistenza, inaugurando ancora un’altra era per il vecchio continente.

 

Glauco

Giuseppe Tassinari: La Forza Delle Idee

Giuseppe Tassinari nasce a Perugia il 16 dicembre 1891, e dopo 128 anni dalla sua scomparsa, noi del Blocco Studentesco vogliamo ricordarlo per il suo impegno, la tenacia e il coraggio tenuti dall’Università, agli anni come Ministro dell’Agricoltura nel governo Mussolini, fino all’adesione nella RSI.

 

Laureatosi la prima volta nel 1912, intraprese un nuovo corso di studi, questo sospeso a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Con il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto decise come molti altri studenti di arruolarsi, trascorrendo cinque anni e otto mesi nell’esercito per poi congedarsi nell’aprile del 1919. Nello stesso anno riceve il suo secondo dottorato con lode, risultando tra i migliori ricercatori dell’Istituto Superiore Forestale. Per l’impegno dimostrato viene nominato assistente alla Cattedra di Economia Forestale di Firenze. Nell’ottobre 1925 viene chiamato a coprire la Cattedra di Economia e Politica Agraria nell’Università di Bologna e verrà poi promosso professore ordinario nel 1926.

Schieratosi fin da subito a favore del Fascismo, entra a far parte del Comitato direttivo dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria dalla sua fondazione nel 1929 fino al 1939, anno in cui assunse la carica di presidente succedendo ad Arrigo Serpieri; venne eletto sempre nel ’29 deputato nelle liste del Partito Nazionale Fascista, per poi essere rieletto successivamente nel 1934.

Nel governo Mussolini, Tassinari, ricoprì diversi ruoli di rilievo: dal 1935 al 1939 fu Sottosegretario di Stato al Ministero per l’Agricoltura e dal 1939 al 1941 ne fu Ministro. Una volta diventato parte dell’esecutivo, venne eletto membro del Gran Consiglio Del Fascismo, e nominato membro della Commissione Suprema di Difesa, del Comitato dei Ministri per il credito, del Comitato Corporativo Centrale e della Commissione Suprema per l’Autarchia. 

Diventato ormai un personaggio di spicco per le sue capacità direzionali assieme ad una forte determinazione nel portare a termine gli obbiettivi prefissati, il 28 febbraio del 1940 fu nominato presidente del Comitato Nazionale per l’Agricoltura del Consiglio Nazionale delle Ricerche e con un Decreto Legge del 27 dicembre del 1940, gli furono affidati tutti i servizi dell’alimentazione (approvvigionamenti e consumi) del Paese in guerra, sia per la popolazione civile che delle forze armate. Dedicatosi alla stesura del Manuale dell’agronomo nel 1941, che è tutt’ora ristampato, gli venne conferito durante il Congresso di economia e politica agraria di Dresda nel 1942 una laurea honoris causa, decretata dall’Università di Berlino. Dopo i fatti accaduti l’8 Settembre, si schiera nelle file della Repubblica Sociale Italiana (RSI), dove però non ricopre nessun ruolo ufficiale, vedendo dare l’incarico di Ministro dell’Agricoltura ad Edoardo Moroni.

 

Secondo Heinrich Himmler ed il Colonnello Eugen Dollmann, Tassinari era l’uomo adatto a guidare il governo della RSI, ma le titubanze che il gerarca umbro ebbe nel recarsi in Germania e la sua opposizione dichiarata a Hitler all’idea di consegnare l’Italia alle forze tedesche in un loro incontro del 13 settembre 1943, fecero naufragare tale possibilità. Tuttavia la guerra non ebbe un lungo seguito per lui. Morirà a 54 anni, il 21 dicembre 1944, a causa di un bombardamento alleato.

 

Ciò che ci resta ai giorni nostri di Tassinari oltre alla vastissima produzione bibliografica, frutto della sua brillante ricerca in campo agrario, presso la biblioteca centralizzata della Facoltà di Agraria di Bologna, è anche la forte determinazione, la volontà instancabile di mettere le sue capacità al servizio del paese, anche nei momenti più bui. Giuseppe Tassinari fu una delle menti più eccelse che ha riconosciuto nel fascismo quella sinergia di forze che avrebbero portato l’Italia al riscatto, e non ha potuto fare a meno di parteciparvi e dare il suo contributo. 

 

-Steiner

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Capitano Salvatore Todaro: il peso di secoli di civiltà

Salvatore Todaro nasce a Messina il 16 settembre 1908, nel 1923 entra nell’Accademia Navale di Livorno e ne uscirà il 1927 promosso guardiamarina. Verrà promosso l’anno successivo sottotenente di vascello e destinato a vari reparti sia per mare che terra. Nel 1933 sposerà Rina Anichini con la quale darà al mondo i figli Gianluigi e Graziella.

Nel 1936 partecipa alla guerra civile spagnola e nel 1940, promosso capitano di corvetta, verrà assegnato prima al sommergibile Luciano Manara e successivamente al Cappellini, a bordo del quale parteciperà alla seconda guerra mondiale sul fronte atlantico nel porto di bordeaux al fianco dell’alleata flotta della marina tedesca, il suo compito è quello di affondare navi di rifornimento americane e inglesi, ed è proprio in una missione su questo oceano che Todaro adempierà all’impresa che lo renderà famoso.

 Sono le 4 del mattino del 16 ottobre 1940 quando, vicino l’isola di Madera, il sommergibile Cappellini ha affondato con tre siluri il piroscafo belga Kabalo che trasportava a bordo attrezzature militari inglesi, i marinai lanciano un ultimo S.O.S. nella speranza di un qualsiasi soccorso. Il mare è in burrasca e i superstiti dell’oramai relitto cercano disperatamente qualsiasi tipo di galleggiante a cui aggrapparsi. Il comandante Todaro è ben consapevole che dovrebbe allontanarsi per evitare uno scontro a fuoco con la nave di soccorso nemica che sta arrivando a salvare i naufraghi, ma ha capito che a causa del maltempo andarsene vorrebbe dire abbandonare quegli uomini ad una morte certa, l’onore e l’orgoglio del comandante non lo possono permettere, fa recuperare da una scialuppa di salvataggio i 26 superstiti e attende l’arrivo di una nave neutrale a cui lasciarli o quantomeno che si calmi il mare per dar loro delle scialuppe con cui cercare terraferma. 

Purtroppo non incontrano nessuna nave e il tempo non fa che peggiorare, è così che il comandante ordina di imbarcare immediatamente l’ex equipaggio del Kabalo e decide l’impensabile, portare gli uomini all’isola del sale fortificazione in mano agli inglesi. Todaro non si fa toccare da alcuna forma di paura e timore, tutto ciò che lo guida è un innato senso del dovere e grazie ad esso dopo due estenuanti giorni di viaggio i ventisei superstiti arrivano sull’isola, e secondo alcuni testimoni il secondo sottoufficiale del Kabalo si avvicina a Todaro chiedendo:

“Ma lei, visto che tratta così un nemico, che razza di uomo è? Vede, se quando ci ha attaccati di sorpresa non stessi dormendo nella mia cabina, le avrei sparato addosso con il cannone, scusi la mia franchezza”.

Salvatore Todaro risponde: – “Sono un uomo di mare come lei. Sono convinto che al mio posto lei avrebbe fatto come me”.

Porta la mano alla visiera in segno di saluto e fa per andarsene, ma vede il secondo ufficiale che lo guarda, si ferma e chiede:- “Ha dimenticato qualcosa ?”

“Si – risponde l’altro con le lacrime agli occhi – Ho dimenticato di dirle che ho quattro bambini: se non vuole dirmi il suo nome per mia soddisfazione personale, accetti di dirmelo perché i miei bambini la possano ricordare nelle loro preghiere”.

Todaro risponde: – “Non posso dirvi il cognome, dite ai vostri bimbi di pregare per il Comandante Salvatore.”.

Tutti i giornali del mondo osannano il comandante Salvatore Todaro e la grandezza dell’onore e della bontà dei marinai italiani, l’unico che avrà da ridire sarà l’ammiraglio tedesco Karl Dönitz il quale richiamerà il comandante per aver messo a rischio il sommergibile e la vita dei suoi uomini, Todaro risponderà al suo superiore: “Il fatto è Ammiraglio, che io in quel momento sentivo sulla schiena il peso di molti secoli di civiltà. Un ufficiale tedesco, forse, non avrebbe sentito quel peso”. 

Affermazione condivisibile o meno è innegabile come il senso di dovere e giustizia non si piega nemmeno dinanzi alla più alta carica del suo corpo militare e il suo onore gli impedisce di affermare di aver sbagliato.

Successivamente, il 5 Gennaio del 1941, Il Cappellini tornerà in missione e affonderà, a largo delle isole canarie, il piroscafo armato inglese Shakespeare ed anche qui salverà tutti i superstiti. 

Proseguendo la missione il sommergibile giunse nei pressi delle isole di capoverde ove riuscì ad affondare con due siluri il trasporto truppe britannico Emmaus . Durante la battaglia un aereo inglese, forse richiamato dall’S.O.S. dell’Emmaus, arrivò sulla zona e riuscì a colpire con due bombe il Cappellini  prima che si riuscisse ad immergere, causando gravi danni e diversi feriti. Ciò nonostante Todaro riuscì a portare il sommergibile fino al porto spagnolo Puerto de la Luz  il 20 gennaio 1941. Grazie all’aiuto delle autorità spagnole, vicine al Fascismo italiano, Todaro riuscì a sbarcare i feriti e a riparare il battello per poi riprendere il mare il 23 e raggiungere  il porto di Bordeaux. Nel corso del combattimento aveva trovato la morte il suo secondo ufficiale, Danilo Stiepovich. Per queste missioni ricevette la medaglia d’argento al valor militare.

A causa del dolore per la perdita dei suoi uomini nel novembre del 1941 chiese ed ottenne il trasferimento nella X flottiglia MAS, parteciperà al blocco marittimo del porto di Sebastopoli nel Mar Nero in Crimea e successivamente, nel ’42, verrà assegnato al porto di La Galite in Tunisia.

Dopo essere rientrato da una missione notturna, il 13 dicembre 1942, il Cefalo venne attaccato da un aereo inglese Spitfire. Durante il mitragliamento il Comandante Todaro fu colpito da una scheggia alla tempia e morì sul colpo. Aveva 34 anni e la sua memoria venne onorata con la Medaglia ďoro al valor militare. Al suo funerale i superstiti del Kabalo doneranno una targa in bronzo tutt’oggi presente sulla sua tomba.

Un altro dei tanti eroi italiani dimenticato dal nostro paese come è oramai consuetudine da noi, ma ci sono alcune persone che mai potranno dimenticare la grandezza del comandante Todaro, ce ne da testimonianza una donna che gli scrisse questa poesia ritrovata nel portafogli del martire:

“Vorrei, se possibile, che queste righe fossero consegnate al comandante del sommergibile italiano che ha affondato il piroscafo Kabalo. Signore, felice la Nazione che ha degli uomini come voi. I nostri giornali ci hanno riferito del vostro comportamento verso l’equipaggio di una nave che era vostro dovere affondare. Esiste un eroismo barbaro e un altro davanti al quale l’anima si mette in ginocchio: il vostro. Siate benedetto per la Vostra bontà che ha fatto di Voi un eroe non soltanto dell’Italia ma dell’umanità. Firmato: Una donna portoghese”.

Olmo

Il suicidio assassino di Nanni de Angelis

Nazareno de Angelis detto “Nanni” nasce a Campotosto in provincia dell’Aquila il 31 luglio 1958 . Attivo fin da giovane nella comunità partecipando agli scout e affascinato dall’idea fascista, si unisce nel 1976 a Roma, all’età di 18 anni, a Lotta Studentesca appena fondata da Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, insieme al fratello Marcello de Angelis fondatore dei 270bis e futuro parlamentare. Durante gli anni di scuola stringe amicizia con Luigi  Ciavardini e Massimiliano Taddeini, da questo nucleo nascerà la squadra di football americano Tori Torino ( Squadra romana) e la base militante del quartiere Trieste-Prioli di Lotta Studentesca, dove riuscirà ad ottenere validi risultati.

Il tempo passa e Nanni continua ad essere attivo e presente nelle varie iniziative, finchè una sera nell’autunno del 1978 inizia la vera storia di Nanni de Angelis, quella sera mentre stava passeggiando con un suo amico a Corso Trieste a Roma Nanno viene aggredito alle spalle da un gruppo di persone che lo accoltellano, perforandogli un polmone e colpendolo alla nuca, e fuggono di corsa. Nanni viene portato in ospedale, e per la fretta della fuga viene trovata una borsa caduta agli  assalitori riuscendo a rintracciare uno dei fuggiaschi: Valerio Verbano.

Nel 1979 Lotta Studentesca viene sciolta e rinominata ufficialmente Terza Posizione, organizzata in nuclei locali e Nanni diviene il responsabile del quartiere Trieste-Prioli, e il suo gruppo sarà più volte protagonista di diversi scontri con gli antagonisti antifascisti, che arriveranno molto spesso anche all’utilizzo di armi. Poco tempo più tardi nel 1980 viene ucciso Valerio Verbano e Nanni de Angelis viene invitato a casa del padre del militante di sinistra, i due si parleranno per un’ora e, alla fine dell’incontro, il signor Verbano accompagnerà il ragazzo a un taxi sotto il suo appartamento per farlo tornare a casa garantendogli l’incolumità, in quanto il palazzo era circondato dagli amici del figlio Valerio.

Contemporaneamente il 28 maggio 1980 un gruppo dei N.A.R. uccide il poliziotto Francesco Evangelista, Luigi Ciavardini uscito da Terza Posizione e facente parte del gruppo dei N.A.R. accusato è costretto alla latitanza.

Poco dopo, il 23 settembre, avverrà la strage di Bologna e a Nanni e a suo fratello Marcello viene perseguito un mandato di arresto. I de Angelis saranno costretti alla latitanza e in questo periodo Nanni rientrerà in contatto con Luigi  Ciavardini. I due organizzano un incontro il 3 ottobre 1980 a piazza Barberini dove dovranno incontrare Carlo Sette che gli avrebbe dato dei documenti falsi. Ma qualcosa va storto, la polizia controlla il telefono di Marco Pizzari (militante dei N.A.R.) e viene a sapere dell’incontro, facendosi trovare sul luogo arrestano Nanni e Ciavardini. Condotti in caserma, secondo la stessa testimonianza di Luigi, Nanni scambiato per Ciavardini verrà costretto a camminare tra due fila di poliziotti che lo picchieranno aggressivamente per vendetta della morte del poliziotto Evangelista.

2 giorni dopo il 5 ottobre 1980, verrà condotto in mattinata in ospedale e, nonostante i medici abbiano richiesto una settimana di riposo per lla guarigione delle fratture, verrà riportato nel carcere di Rebibbia il giorno stesso, quel pomeriggio Nanni de Angelis viene trovato impiccato nella sua cella. 

Tutt’oggi i suoi amici e familiari non concordano con la tesi del suicidio e combattono per avere giustizia e verità.

Noi del Blocco Studentesco lo vogliamo ricordare e salutare con le stesse parole che usò suo fratello Marcello nella canzone che gli dedicò:


L’ orco lo fece prigioniero
e una porta per scappare lui non la trovò
e allora divenne un uccello
e attraverso le sbarre nel cielo volò.

Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai.
Nanni è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te.

Nanni de Angelis ora e per sempre PRESENTE!

 

Fiume: il segno della Libertà, la causa dell’Anima

La guerra è finita, le bocche dei fucili tacciono, ma non tacciono le voci dei popoli divisi dai confini tirati col righello dai trattati di pace. Non tacciono le anime dei cittadini fiumani, che assieme a quelli dalmati reclamano a gran voce la loro appartenenza all’Italia, che urlano in lingua italiana il loro fervore patrio, che invocano disperati che la loro madrepatria li accolga. Queste disperate richieste non vengono accolte: abbandonati alle ambizioni del regno degli slavi, i cittadini e militari decidono di prendere le redini del proprio destino, e di plasmare il futuro secondo la propria volontà. E’ in questa manifestazione del volere unanime della città quarnarina che i primi di aprile i comandanti Host-Venturi (nativo del luogo) e Giuriati (veneziano) creano la Legione Fiumana, un corpo di volontari nato per difendere l’identità degli abitanti dagli abusi stranieri.
Il battesimo del fuoco la Legione lo ha il 29 giugno 1919 quando il contingente di occupazione francese, con l’interesse che i patti concordati a scapito dell’Italia venissero rispettati, nel tentativo di reprimere ogni forma di manifestazione patriottica cominciò a strappare i tricolori dalle vesti delle donne; al chiaro sopruso rispose il contingente di legionari e marinai, che cominciarono a dar battaglia per le strade abitate per giorni e giorni in una prima sollevazione che, ricordando quella palermitana avvenuta nel XIII secolo a scapito delle truppe angioine, venne nominata “Vespri fiumani”. Alla fine dello scontro, le parti politiche moderate e quelle della repubblica d’oltralpe pretendevano che la colpa fosse riconosciuta ai soli italiani, i quali avrebbero dovuto consegnare le armi e ritirarsi. Fu una vittoria temporanea per la diplomazia anti-italiana, e il reparto dei Granatieri di Sardegna, che si era mostrato tra i più attivi sostenitori della ribellione, venne fatto ritirare con gli altri contingenti regolari. Era il 25 agosto, e D’Annunzio, pregato dal consiglio cittadino e dagli stessi militari di entrare in campo, stava già radunando un esercito di arditi e reduci per compiere la sua impresa.

Alla guida della sua armata, raggiunse i reparti dei Granatieri il 11 settembre, tardando di alcuni giorni a causa di una grave febbre che tuttavia non riuscì a fermarlo nemmeno per un secondo. Accolto a Ronchi negli acquartieramenti dei soldati, si festeggiò e si preparò la marcia su Fiume del giorno dopo, dove era prevista una forte resistenza da parte dei Bersaglieri; l’esito fu invece miracoloso: l’antico corpo degli elmetti piumati accolse anch’esso in festa l’arrivo del Vate e la calata sulla città irredenta, unendosi infine alla spedizione.
Sul far del giorno, la colonna marciante entrò in contatto con gli uomini della Legione, e nella città tutta fu strabiliata ed entusiasta, celebrando il glorioso ingresso dei valorosi combattenti e del Poeta-Guerriero in quella che da questi verrà definita la “Santa Entrata”.
Nuovi scontri avvennero con le truppe inglesi e francesi, che tentarono di sgombrare l’esercito entrante, ma dopo alcune ore furono gli ex-alleati del regno d’Italia ad essere scacciati dalla città.
Nel pomeriggio, con un celebre discorso D’Annunzio proclamò la tanto agognata annessione all’Italia:

«Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume.»

Nelle settimane successive, altre divisioni vennero fatte convergere su ordine diretto del presidente del consiglio Nitti al confine con la città, con l’intenzione di cingerla d’assedio e porre fine alla sua resistenza nel minor tempo possibile, ma ciò risultò del tutto inutile: ogni soldato mandato su quel nuovo fronte mostrava sentimenti di solidarietà e appartenenza verso quella causa che era impossibile nascondere, così le defezioni verso le linee dei legionari furono numerose, interi battaglioni cambiarono schieramento, quelli che vennero liquidati come disertori dai comandanti al servizio del Re vennero rinominati onorevolmente da Filippo Tommaso Marinetti come “disertori in avanti”, persino un incrociatore della Marina, il “Cortellazzo”, si schierò a difesa del porto di Fiume.
Intanto l’azione aveva ormai raggiunto gli onori della cronaca di tutta Europa ed il mondo, non solo la destra italiana e i Fasci di Combattimento, attraverso le colonne del Popolo d’Italia, propagandavano e sostenevano le azioni rivoluzionarie dannunziane, ma anche i socialisti rivoluzionari, ormai in pieno conflitto con i riformisti alleati dei popolari, mostrarono la loro piena approvazione e partecipazione, seguiti anche da anarchici e comunisti. Esempio di questa contaminazione fu il dirottamento della nave mercantile “Persia”, che trasportava carichi di armi e munizioni per le truppe antibolsceviche in Russia, guidata dal capo della Federazione Lavoratori del Mare Giuseppe Giulietti, al quale il Vate scrisse in seguito:

«La bandiera dei Lavoratori del Mare issata all’albero di maestra, quando la nave “Persia” stava per entrare nel porto di Fiume con il suo carico sospetto, confermò non soltanto la santità ma l’universalità della nostra causa. (…) La causa di Fiume non è la causa del suolo: è la causa dell’anima, è la causa dell’immortalità. Questo gli sciocchi e i vigliacchi ignorano o disconoscono o falsano. Tutti i miei soldati lo sanno, lo hanno compreso e divinato. È bello che lo sappiano e l’abbiano compreso così vastamente i tuoi Lavoratori del Mare. Dall’indomabile Sinn Fein d’Irlanda alla bandiera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna e la Croce, tutte le insurrezioni dell spirito contro i divoratori di carne cruda sono per riaccendersi alle nostre faville che volano lontano. Il mio compito di lavoratore del Carnaro, caro compagno, consiste nel far prevalere e risplendere la bellezza ignuda e forte della conquista da me presentita. Arrivederci, capitano Giulietti. Certo, il buon sale marino preserva la federazione da ogni corrompimento. Siamo tranquilli. E, se tener duro è bene, assaltare è meglio.»

Giulietti fu anche il fautore dell’accettazione da parte di Enrico Malatesta e di Nicola Bombacci dell’impresa, coi quali progettava anche una futura alleanza con lo scopo di rovesciare il governo italiano e dare quindi inizio alla rivoluzione socialista, progetto che verrà adottato anche dallo stesso D’Annunzio e da Alceste De Ambris, autore di quella che sarà la costituzione della Reggenza del Carnaro.
Ciò che più legava l’estrema sinistra a questa impresa era sia lo spirito libertario e ambivalente del poeta-guerriero che era riuscito a imprimere anche nella vita cittadina, come racconta lo scrittore belga Leon Kochnitzky: «Una fanfara squilla: “ecco, passa la banda”; è una musica militare che traversa la città, fatto ricorrente almeno tre o quattro volte al giorno, in Fiume […] Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di lesta) e le danze…: si danzava dappertutto…»; sia l’uguaglianza fattuale che si era creata tra civili e militari, che aveva fuso lo spirito di cameratismo dei soldati con quello egualitario delle classi meno abbienti, creando un esperimento comunitario che molti intellettuali equiparavano a quello della comune di Parigi, e per cui anche intellettuali intransigenti come Gramsci riconoscevano meriti per aver abbattuto le differenze di classe.
Dal punto di vista più “nostro” invece l’azione era sostenuta nelle parole e nei fatti da personalità, oltre a quelle già citate tipo Host-Venturi, come Ettore Muti, rinominato durante questo periodo “Gim dagli occhi verdi”, da Mario Carli, ardito e fondatore de “La testa di Ferro”, Oscar Sinigaglia, industriale e presidente dell’ILVA, Giuseppe Bottai, futuro ministro della cultura e dell’Istruzione, ed Enrico Corradini, capo dell’allora Associazione Nazionalista Italiana.

L’Impresa di Fiume ottenne dunque consensi e partecipazioni da destra e sinistra, trasversalmente riuscì a unire chi desiderava più di ogni cosa difendere non solo gli interessi dell’Italia, ma il diritto all’autodeterminazione del popolo Italiano di Fiume, che quando non gli vide riconosciuto dalle ipocrite trattative di pace e dalle parole del presidente Woodrow Wilson, tentò di ottenerlo da solo, con la forza delle proprie idee, del proprio sangue e della propria anima, inaugurando la fase iniziale trionfale di uno degli esperimenti politici più importanti del XX secolo.

Saturno

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Contro il potere terrorista dello stato: Gianni Nardi

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Nacque ad Ascoli Piceno nel 1946, raggiunta la maturità entrò nell’esercito come paracadutista con il grado di tenente e al contempo iniziò anche la militanza politica avvicinandosi inizialmente alla Giovane Italia, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, poi alla Sam, Squadra di azione Mussolini e infine al movimento extraparlamentare Ordine Nuovo nella città di Milano, proprio in questa città era considerato uno dei personaggi di destra più importanti. 

Il 17 Maggio 1973, il commissario di polizia Luigi Calabresi, all’età di 34 anni, venne assassinato a Milano in via Francesco Cherubini, vicino alla sua abitazione mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle.
Uno dei primi sospettati fu proprio Gianni Nardi, uno dei testimoni raccontò di aver visto un uomo fisicamente corrispondete a Gianni Nardi. Egli venne arrestato insieme a due presunti complici, ma poi vennero tutti rilasciati, poiché qualcuno avrebbe testimoniato che si trovava a Roma al momento del delitto. Solamente molti anni dopo, l’ex militante di Lotta Continua Leonardo Marino affermò che a uccidere il commissario Calabresi furono Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, tutti esponenti di Lotta Continua un movimento di sinistra extraparlamentare italiano. 

Incriminato e poi prosciolto per l’omicidio Calabresi venne condannato per favoreggiamento nell’omicidio di un benzinaio a Piazzale Lotto a Milano, Nardi decise di fuggire all’estero, precisamente a Palma De Maiorca, poiché la Spagna negli anni 1970 era considerata il rifugio dell’estrema destra europea ed italiana. Dopo quattro anni, il 10 settembre del 1976, le autorità iberiche lo trovarono morto, ufficialmente a causa di un incidente d’auto. La macchina sarebbe finita fuori strada prendendo subito fuoco e rendendo così irriconoscibile il cadavere. 

La morte di Nardi è risaltata agli onori della cronaca dei giornali italiani per due giorni. Qualcuno vi ha visto dietro il delitto la mano strisciante del potere, più di un analista ha segnalato piccole “stranezze” sul caso. Poi tutto è finito. Prima “stranezza”: non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi documenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Al centralino dell’isola è giunta una marea di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Comando. Evidentemente l’ha fornita qualche ingenuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spagnolo a inventare un nome come quello di Giuseppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi?). Sta di fatto che il comando della guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantennale, che la polizia chiami la stampa) per avvisarlo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’era soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convinta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’intera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comunicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testimone decisivo sulla presenza di una o due persone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il “necessario riserbo” dovuto al fatto che l’inchiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’inchiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale?

Un’altra stranezza, probabilmente la più grave, inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un affare politico. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, manca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guardia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è «indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire» (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della sezione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stampa: «La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente la Guardia Civil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda? 

Una morte costellata da misteri. Infatti, alcuni anni dopo, nell’aprile del 1991, i Magistrati, mentre indagavano sui mandanti della strage alla stazione di Bologna, trovarono negli archivi di Forte Braschi, il nome di Gianni Nardi nell’elenco dei 1.915 che erano stati contattati dal Sismi per essere inseriti nella struttura di “Gladio”, un’organizzazione segreta paramilitare che aveva il compito di contrastare una possibile invasione nell’Europa Occidentale da parte dell’Unione Sovietica e in particolare della ex Jugoslavia. Addirittura a Gianni Nardi gli era stato attribuito una sigla, 0565, segnalato dal Capitano Camillo Carrignani soprannominato “Serafino”, anche se venne dimostrato che non entrò mai nell’organizzazione. Nel 1993 vi furono le clamorose rilevazioni di Donatella Di Rosa, nota come Lady Golpe poiché moglie del colonnello dell’esercito italiano Aldo Michittu e divenuta nota al grande pubblico per le rivelazioni fatte alla stampa circa un presunto progetto di golpe. In una conferenza stampa, Donatella Di Rosa, affermò di aver partecipato a riunioni segrete, con l’intento di raccogliere fondi e organizzare un Colpo di Stato, con alti esponenti delle Forze Armate ma anche con Gianni Nardi. E guarda caso nove giorni dopo fu riesumato in Spagna il corpo di Gianni Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l’identità. Molto tempo dopo Donatella Di Rosa fu condannata in appello a due anni e otto mesi di reclusione per calunnia e autocalunnia ed al risarcimento di ottocento milioni di lire alle parti civili.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco ci impegniamo nel ricordare il camerata Gianni Nardi e tutte quelle persone che sono state vittime dei complotti e della repressione: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del tradimento. Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, sono stati poi abbandonati dai loro protettori.

Glauco

 

Ahmad Shah Massoud: Il Leone del Panjshir

Ahmad Shah Massoud nasce nel 1953  in Afghanistan, in un villaggio a Nord del Paese da una famiglia Sunnita. Nato e cresciuto sotto gli insegnamenti dell’Islam, negli anni 70’ prende una decisione: diventare un combattente. Ma per chi? Per cosa? Il suo sogno era quello di vedere il suo popolo libero dagli interessi stranieri, sovrano e indipendente, così, spinto dal suo sogno comincia a combattere una guerra che poteva benissimo scegliere di disertare. 

 

Nella Kabul degli Anni 70’, Massud e un’intera generazione di studenti legati alle proprie tradizioni sia religiose che culturali, sentono come una sorta di minaccia alla propria identità nazionale la pressione politica dell’Unione Sovietica, e con dalla loro fede, l’Islam, trovano la forza di unirsi per combatterla. 

 

Devono fare i conti anzitutto con una pericolosa e fortissima frammentazione di etnie differenti, che colpirà persino il fronte rivoluzionario dei Giovani Musulmani di cui fa parte Massoud, spaccandolo in fazioni violentemente nemiche: da un lato i moderati molto fedeli a Rabbani, dall’altro gli estremisti guidati da Gulbuddin Hekmatyar, col sostegno del Pakistan. 

 

Si deciderà un colpo di stato nell’aprile 1978 che farà drammaticamente precipitare gli eventi, cacciando il regime repubblicano di Daud in favore di un governo filo-sovietico che fece diventare l’Afghanistan uno stato satellite agli ordini di Mosca. I ribelli non si arrendono, anzi organizzano la resistenza dalla base di Peshawar, ma sono divisi tra loro. Massud, sceglierà di tornare in Panjshir, e da lì cercherà e riuscirà a riunire il suo popolo, creando una personale resistenza contro l’invasore russa, che diventerà obiettivo comune di tutta la nazione. 

 

Negli anni seguenti dal 1979 al 1989, un incessante resistenza portò alla ritirata delle truppe sovietiche, con l’appoggio che popolazioni locali e sotto lo sguardo intrigato dei mass media, stupefatti dal risultato militare, che questi guerriglieri con la loro resistenza e la loro fede incrollabile di un popolo libero, erano riusciti a portare alla ritirata un esercito intero.

 

Cacciati i sovietici da Kabul, si ricompone il fronte guidato dal professor Rabbani, e Massud, per gli enormi risultati e meriti militari, viene nominato ministro della Difesa e soprannominato “Leone del Panjshir”.

 

Purtroppo non si ha neppure il tempo di dare un’unione politica al Paese, che ci sarà da subito un duro scontro tra le storiche fazioni interne, e quindi Massud si schiera contro le forze integraliste di Gulbuddin Hekmatyar, in una guerra tra decine di gruppi diversi, che assume da subito i tratti di un vero e proprio conflitto civile. Massud disponeva ancora di un enorme sostegno popolare, ma l’avversario era sostenuto militarmente ed economicamente dal potente Pakistan, che ormai era diventata la massima potenza della regione centroasiatica.

 

L’Afghanistan ancora una volta fatica nel trovare stabilità e indipendenza. Questo scontro darà terreno fertile a quella che in occidente ancora oggi è conosciuta come la minaccia Talebana, finanziata da tutte le forze che supportano una visione fanatica e intransigente dell’Islam. La resistenza contro i Talebani è forte e serrata, ma non impedirà a questi ultimi guerriglieri nel settembre del 1996 di entrare ed impadronirsi della città di Kabul. 

 

Una volta entrati e preso possesso della città, riescono ad instaurare la Repubblica islamica Afghana, cominciando le persecuzioni verso gli appartenenti ad altre fedi e culture, a limitare la libertà delle donne, a eliminare ogni diritto politico e civile che non fosse previsto dal Corano.

 

Costretto alla ritirata da Kabul con il Presidente Rabbani, Massud denuncerà ad alta voce la barbarie talebana e il sostegno del governo pachistano. Dovrà però assistere inerme alla vendetta dei nuovi padroni della capitale. Come prima azione, fu preso di mira  il primo ministro Najibullah, portato via con la forza dal palazzo dell’Onu, prima torturato ed infine ucciso con un proiettile alla testa, per esser poi impalato sulla pubblica piazza come avvertimento per la popolazione dissidente. Un crescendo di fenomeni atroci, tali da far capire a Massud che era necessario un ritorno alla guerriglia utilizzata contro i sovietici: riorganizza così le sue forze dalla vecchia base nel Panjshir.

 

Stessa guerra, avversario diverso per Massoud, ma questa volta non è solo, al suo fianco ci saranno le Forze Occidentali Riunite. Il Leone Del Panjshir, sarà alla guida dell’Alleanza Del Nord in funzione anti-talebana. 

 

L’alleanza, alla guida del Leone, porterà vittorie che prenderanno alla sprovvista gli avversari guidati da Mullah Omar. Come scrisse Ettore Mo (uno dei più famosi corrispondenti di guerra): «In una sola giornata, con un duplice attacco, 1800 mujaheddin hanno spinto fuori dalla città — Teleqan — gli 8 mila studenti guerrieri di Omar inseguendoli poi lungo la strada verso Kunduz, a ovest. Più di cento talebani uccisi e 150 prigionieri». 

 

Pochi mesi prima della sua morte, la situazione è in una fase di stallo. Le armate di Massud non riescono a portare avanti la resistenza. Comincia la carestia, la mancanza di cibo uccide non solo i soldati, ma anche la popolazione, che è costretta alla fuga. 

 

È il 9 Settembre 2001, Massud è ormai una persona conosciuta a livello internazionale, e quel giorno una coppia di giornalisti tunisini si avvicinano per un intervista. Il tempo di montare le telecamere e azionare le bombe nascoste al loro interno, che l’attentato è purtroppo riuscito. Il Leone Del Panjshir muore, insieme a lui anche uno dei due attentatori, il secondo sarà ucciso dalle guardie di Massud nel tentativo di fuga. Si scoprirà in seguito che i due attentatori sono stati reclutati a Bruxelles, ed erano al soldo di Al Qaeda. 

 

Solo due giorni dopo la notizia viene resa pubblica, ma passerà in secondo piano dato che il mondo è scosso da un grave attentato terroristico, quello dell’11 Settembre alle Torri Gemelle. I due attentati per molti sono collegati, magari quello a Massaud era un avvertimento non ascoltato o magari sottovalutato.

 

Sta di fatto che oggi la tomba di Ahmad Shah Massoud può essere considerata un simbolo per tutti gli afgani liberi, un monito di forza e coraggio per quella tragedia di popolo. 

 

Nel 2002 viene candidato, ormai postumo, al Premio Nobel per la pace e al Premio Sakharov per la libertà di pensiero.  Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale dell’Afghanistan sovrano e indipendente. 

 

Steiner 

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