E videro a festa sventolar il vessillo Tricolor!

La storia della città di Trieste è tra le più articolate e avvincenti d’Italia. Rappresenta un esempio di orgoglio e virtù, e celebra la Sovranità italiana esaltando le gesta di coloro che hanno combattuto per difendere i confini del proprio legittimo Stato. Ma, prima di arrivare alla definitiva annessione di Trieste all’Italia, è bene fare un passo indietro e ricordare, en passant, le vicende significative che hanno coinvolto i cittadini triestini, fino al 26 ottobre del 1954, data, a partire dalla quale, la città resterà territorio Italiano. Già durante la Prima Guerra di Indipendenza Italiana (1848-49), i nostri patrioti, tentarono di liberarsi dal dominio austriaco. Durante questa guerra, infatti, gli insorti nazionalisti, riuscirono a cacciare, seppur temporaneamente, gli austriaci dalla maggioranza dei territori appartenenti al Regno Lombardo-Veneto. Le truppe italiane, non adeguatamente equipaggiate ma animate dal solo, grande, sentimento di insurrezione, erano in netto svantaggio rispetto agli uomini guidati del generale Radetzky: si parla di 7.000 unità italiane contro le 80.000 austriache. Gli Italiani, guidati dal Re di Piemonte Carlo Alberto, dal comandante Eusebio Bava e dai generali Antonio Franzini e Ettore De Sonnaz registrarono come prima vittoria quella di Governolo, poi quella del ponte di Goito e, ancora, quella di Goito, puntando così verso Verona. La battaglia finale si tenne a Santa Lucia, nei pressi della città scaligera, dove gli Italiani, prima di soccombere alla violenta controffensiva austriaca, resistettero per tre giorni. Trieste rimaneva così ancora sotto la dominazione austriaca.

Garibaldi, che in quel momento si trovava in America latina, venuto a conoscenza della sconfitta subita, rientrò subito in Patria con l’intento di organizzare un esercito, più efficiente e più moderno, fatto di volontari capaci di percorrere instancabilmente la Penisola. Siamo nel 1859 e storicamente, si parla della Seconda Guerra di Indipendenza Italiana. Al fianco degli Italiani, questa volta, ci sono i francesi che, in accordo ai Trattati di Plombières del 1858 stipulati tra Napoleone III e Cavour, intervengono al fine di spezzare la morsa austriaca sui territori italiani. Alla notizia di tali Patti, gli austriaci, dopo aver chiuso ogni forma di negoziato con l’Italia, dichiarano guerra all’Alleanza. Stavolta il bilancio sarà però diverso, e numerose vittorie in favore degli Italiani saranno sancite per mano dell’esercito guidato dal Ministro della Guerra Enrico Morozzo della Rocca, che aveva già partecipato alla Prima Guerra di Indipendenza. “I cacciatori delle Alpi” conquistarono tre delle maggiori città sotto il controllo austriaco, ovvero Varese, Brescia e Bergamo. Garibaldi, giunto oramai alle porte del Trentino, dovette fermarsi su ordine di Cavour. Cessarono così, con l’armistizio di Villafranca, le ostilità della Seconda Guerra di Indipendenza. Gli Italiani erano arrivati ad un passo da Trieste e dalla fatidica Unità. La città rimase tuttavia, anche questa volta, sotto il dominio invasore, covando sentimenti di insofferenza e sviluppando quell’Irredentismo che portò Guglielmo Oberdan all’impiccagione per aver complottato l’assassinio di Francesco Giuseppe I, Imperatore d’Austria. Secondo un rapporto ufficiale Oberdan esclamò in punto di morte: «Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero!». Questi sentimenti viscerali di appartenenza all’Italia, si tradussero, allo scoppio della Grande Guerra, con diserzioni da parte di Irredentisti – tra cui gli intellettuali Scipio Slataper, Ruggero Timeus e Carlo Stuparich – che decisero di non unirsi all’esercito austro-ungarico. Aderirono infatti ad un movimento filo irredentista denominato “La Lega Nazionale”. Ostinati e coraggiosi, cacciarono gli austriaci invasori e ripresero il controllo di alcune città italiane occupate, tra cui Trieste. Dopo la terza battaglia del Piave – più comunemente conosciuta come battaglia di Vittorio Veneto -, che sancì definitivamente la sconfitta austriaca, l’esercito nazionale fu libero di entrare nella città e issare il Tricolore. L’annessione ufficiale avvenne con la stipulazione del Trattato di Rapallo.

Durante il Fascismo la città fu travolta da un notevole sviluppo voluto dal Duce, attraverso politiche economiche mirate soprattutto per il settore industriale. Il porto di Trieste divenne, ad esempio, un importante polo di riferimento per l’economia e il commercio della Nazione intera. Ma i cambiamenti furono anche di matrice culturale: fu avviata a Trieste e in tutta la Venezia Giulia, una politica di restringimento delle minoranze allogene e l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Nel 1929 l’insegnamento in sloveno, e in altre lingue slave, fu vietato nelle scuole pubbliche. L’obiettivo era quello di integrare in maniera efficace e ragionata – a differenza dei giorni nostri – i gruppi etnici minoritari.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale provocò nuovamente l’insorgere di problemi di natura etnica a Trieste, a causa dei tentativi di invasione da parte dei Paesi Jugoslavi, ma il governo respinse prontamente i facinorosi e restaurò l’ordine. Il 3 settembre del 1943, però, a Cassibile, in provincia di Siracusa, viene firmato segretamente l’armistizio con quelli che il pensiero unico dominante definisce alleati. Quel giorno, viene scritta una delle pagine più miserabili dell’intera storia d’Italia. I vili architetti del tradimento nazionale sono: Pietro Badoglio, Vittorio Emanuele III, Pietro d’Acquarone, Vittorio Ambrosio, Mario Roatta, Giacomo Carboni e Giuseppe Castellano. Sarà proprio quest’ultimo a firmare a nome dell’Italia intera. In Istria e nell’entroterra carsico triestino si diede inizio a stragi a tappeto ai danni di chi aveva la sola colpa di essere Italiano. Sotto l’ufficioso controllo tedesco, le città furono più volte furono assaltate dal CNL, con la scusa della “liberazione”, ma ardentemente gli italiani difesero fino all’estremo sacrificio le loro mura fin quando le incursioni comuniste non ebbero il sopravvento. Le uccisioni contro gli oppositori, e i simpatizzanti del governo Fascista si intensificarono e raggiunsero l’apice a Trieste, con l’entrata in città dell’esercito Jugoslavo che assunse il comando della polizia locale. Durante il periodo di occupazione jugoslava furono effettuate dalla polizia titina requisizioni, confische, e arresti di numerosi cittadini italiani anche solo se ritenuti inaffidabili per posizione sociale, censo e origine familiare. Nell’immediato dopoguerra si arriverà ai massacri delle Foibe: eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia – indistintamente dall’aderenza politica – da parte dei partigiani e dell’OZNA. Gli scampati al massacro furono costretti a fuggire da quelle zone che erano ora jugoslave. Con gli accordi di Belgrado i territori della Venezia Giulia vennero divisi in due zone, al di sotto di queste venne creata una zona militarmente libera posta sotto il controllo dell’ONU. Proprio in questa zona cominciarono le prime ribellioni da parte della popolazione italiana, che raggiunsero il culmine nella Rivolta di Trieste, ai primi di novembre del 1953. Il 4 si celebrava la Festa della Vittoria Italiana e molti triestini andarono a rendere omaggio ai propri caduti al Sacrario militare di Redipuglia, valicando il posto di blocco di Duino ed entrando dunque in territorio italiano. Al rientro, ebbero luogo le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste fece issare sulla torre del municipio il Tricolore al posto della bandiera rosso-alabardata. Il giorno successivo fu indetto, per protesta, uno sciopero generale, e i triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il governo militare occupante. I poliziotti inglesi, che si trovavano nella zona A, retta dal Governo Militare Alleato, agli ordini del generale Winterton, spararono uccidendo quattro dimostranti: Emilio Bassa, Leonardo “Nardino” Manzi, Saverio Montano e Francesco Paglia. Truppe americane, estranee agli avvenimenti, intervennero e le autorità cittadine protestarono energicamente contro gli autori del barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare la truppa inglese e la polizia civile nel giorno del funerale delle vittime. In seguito a queste tensioni e violente dispute che si tennero nei mesi successivi tra i governi occupanti e l’Italia, fu sottoscritto il 5 ottobre 1954 fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, il “Memorandum di Londra”, nel quale si stabiliva il passaggio di pertinenza della Zona A dall’amministrazione militare alleata a quella civile italiana. Trieste torna Italiana ufficialmente il 26 ottobre 1954 con il passaggio anche della zona B allo stato italiano. Allora e per sempre.

Nibbio

E970D7DC-9B45-4529-B5DC-CE25F28CF64C.jpeg

Annunci

Il trionfo del lavoro: la rivoluzione di Nicola Bombacci

Non sintesi, ma idea pura. Non dottrina, ma applicazione. Non rigidità, ma dinamismo. Il pensiero di Bombacci attraverso la sua vita.

«Caro mio, già una volta sono stato tacciato di tradimento. Due volte traditore, no. Io parto. Sarà quel che sarà», così Cesare Rossi riporta la risposta di Nicola Bombacci ad un amico che cercava di convincerlo a non partire per Salò, una frase che ricorda molto l’accorato saluto di Berto Ricci quando questi partì da Napoli per la Libia: “Nella vita si può smettere di credere una volta. E io l’ho già fatto ripudiando la mia militanza anarchica. Non posso rifarlo: diventerebbe un mestiere”, ma entrambi sapevano in cuor loro di non aver mai tradito nulla e nessuno. Quando Bombacci fu esposto a Piazzale Loreto, sul suo cadavere appesero una targa con su scritto “Supertraditore”, e con lo stesso aggettivo Luigi Longo lo indicò quando parlò al volgo lì riunito: “Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più”. Eppure, coloro che lo hanno sempre accusato di tradimento sono stati gli stessi che hanno obbedito in maniera servile ai piani di Stati Uniti e Gran Bretagna, gli odiati stati capitalisti; che hanno lasciato in balia dei bolscevichi migliaia di prigionieri italiani; che hanno permesso le vessazioni a danno del nostro popolo in Istria. Hanno cercato di eliminarlo dalla memoria collettiva, di farlo passare come personaggio di nicchia o semplice collaboratore di un regime tirannico e violento, ma la sua vita è il modo migliore per smentire tutte queste menzogne. È l’esatta dimostrazione dell’originalità e della correttezza delle sue idee rivoluzionarie, varie ma estremamente coerenti. Ma procediamo con ordine.

Nicola Bombacci nasce il 24 ottobre del 1879 a Civitella di Romagna, paese a 12 chilometri di distanza in linea d’aria da Predappio. Nel 1904 si diploma a Forlimpopoli come maestro di scuola elementare ricevendo, di lì a poco, i suoi primi incarichi. Grazie al suo nuovo mestiere nel 1906 conoscerà e diverrà amico di Benito Mussolini; entrambi fino ad allora avevano avuto trascorsi simili: di umili origini (Mussolini era figlio di un fabbro, Bombacci di un carrettiere), avevano frequentato la stessa scuola ed erano diventati insegnanti, ma soprattutto li accomunava la lunga e movimentata militanza nel Partito socialista. I ruoli assunti all’interno delle federazioni locali li fecero incontrare in più di un’occasione, ma all’entrata in guerra dell’Italia le loro strade si divisero a causa dell’espulsione di Mussolini per la sua decisa posizione interventista. Bombacci continuò il suo attivismo all’interno del PSI come esponente della corrente socialista massimalista fino a divenirne uno dei segretari. Lo scoppio della Rivoluzione russa lo portò a mettersi in contatto con vari leader bolscevichi e a partecipare con una delegazione al II congresso dell’Internazionale Comunista. Questa ulteriore radicalizzazione delle sue idee politiche lo spingerà, nel 1921, a partecipare alla scissione dal Partito Socialista per fondare il Partito Comunista d’Italia assieme a Bordiga e Gramsci.

Avverso all’integralismo dell’ala ordinovista di Gramsci e Terracini, col tempo, assunse un atteggiamento critico verso la dirigenza del suo stesso partito, che accusava di essere autoreferenziale e troppo votata alla discussione teorica. L’esperienza politica del primo ‘900 e del biennio rosso gli avevano insegnato una comunicazione diretta e aggressiva col popolo, completamente diversa da quella dei sermoni degli intellettuali; credeva che l’azione rivoluzionaria in sé fosse l’elemento fondamentale per mobilitare il proletariato e quindi creare nuove condizioni sociali, di conseguenza le teorie politiche avevano un ruolo secondario. Un pensiero che presentava numerosissime somiglianze con il sindacalismo rivoluzionario (con la differenza che quest’ultimo non riconosceva il ruolo di un organo politico centrale per coordinare i rapporti di produzione), di cui l’esponente principale in Italia al tempo era Alceste de Ambris, uno dei più noti partecipanti all’Impresa di Fiume, autore, assieme a D’Annunzio, della Carta del Carnaro. Non è un caso che, proprio riferendosi alla ribellione fiumana, Bombacci affermò: “il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario”.

La sua ben nota amicizia con Lenin gli faceva scudo dalle accuse di tradimento mosse da varie voci interne al partito e alimentate dalle simpatie che provava per altri movimenti rivoluzionari, primo fra tutti il neonato Partito Nazionale Fascista. Dopo la marcia su Roma, si era spesso confrontato con il leader della rivoluzione d’ottobre circa una possibile alleanza tra fascisti e comunisti italiani, al fine di tramandare all’interno delle nuove strutture corporative e sindacali il concetto di lotta di classe. Con il favore di Lenin e i suoi ministri, Bombacci cercò di concretizzare questo processo di avvicinamento a partire dalla sua battaglia per il riconoscimento dell’URSS in parlamento. Il socialista romagnolo rappresentò il punto di svolta nella decisione finale, su cui il gruppo parlamentare fascista si trovava fortemente diviso.

Con la morte di Lenin nel 1924 e la successione di Stalin come capo supremo, Bombacci si trovò privo di protezione quando, nel 1927, il nuovo segretario filostalinista Palmiro Togliatti decretò la sua espulsione. Già esautorato da ogni incarico politico, quando scattò l’ondata di arresti nei confronti degli esponenti del Partito Comunista e la messa al bando di quest’ultimo, “Nicolino” (come veniva chiamato dagli amici) fu l’unico ad essere risparmiato. Come racconta Sergio Romano in un suo articolo sul Corriere “Quando il suo nome apparve fra quelli contro i quali la polizia politica suggeriva qualche provvedimento, il capo del governo lo depennò e disse bruscamente: «Di questo mi occupo io».” E così fu. Durante tutto il periodo tra il 1927 e il 1930 visse con la famiglia a Roma in difficili condizioni economiche, e l’oramai Duce Benito Mussolini, amico di vecchia data, provvide a pagare le cure del figlio Wladimiro. Fino al 1935 lavora presso l’ICE (Istituto Cinematografia Educativa) su raccomandazione di un altro vecchio compagno di lotte, Leandro Arpinati.

In questi anni sviluppò una genuina ammirazione per il suo vecchio “compagno” di partito e per le sue riforme, come testimoniato dal frequente scambio di lettere. Nel 1936 gli fu concesso di dirigere la rivista politica “La Verità” (nome che rimanda alla “Pravda” sovietica), in cui continuò ad esporre le sue tesi a favore di un’alleanza tra il governo sovietico e quello italiano fascista. Questa idea aveva già inziato da tempo a diffondersi all’interno dei vecchi ambienti socialisti e sindacalisti che sostenevano il regime, come testimoniato dagli scritti di Sergio Panunzio, che parlava di “punti d’irradiazione delle due grandi rivoluzioni moderne”. Nel maggio 1936 Bordiga, che nel frattempo era stato cacciato dal PCI e dalla Terza Internazionale sempre su ordine di Togliatti, scriveva sulle sue memorie: “Mosca oggi è così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri con quello italiano per uscirne sconfitto.” Gli indubbi vantaggi economici per entrambi i Paesi, isolati economicamente dalle altre potenze occidentali, li avevano quindi avviati ad un progressivo avvicinamento diplomatico, che fu interrotto solo dal patto Molotov-Ribbentrop, con il quale la Germania si sostituì bruscamente all’Italia nei rapporti con la Russia. Ancora una volta però la posizione di Bombacci si dimostrava anticonformista rispetto a quella ufficiale: nonostante vedesse di buon occhio questi legami che lui stesso aveva voluto e contribuito a formare, non mancò mai di criticare le condizioni disumane dei lavoratori dell’Unione Sovietica, e prima del 1941, fu più volte richiamato dal Ministero della Cultura Popolare per alcuni suoi articoli. In uno di questi, dal titolo “Questo è il bolscevismo”, scriverà: “Nella Russia di Stalin l’operaio e i contadini non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali.”Il sogno socialista poteva dirsi realizzato più nel progetto corporativo fascista che in quello sovietico. Di questo Bombacci era certo, molto più di altri intellettuali fascisti “di sinistra” come Berto Ricci e Ugo Spirito. Per lui il fine dello stato socialista, come per Marx, doveva essere il benessere e la partecipazione dei lavoratori, e l’Unione Sovietica del tempo non ne dava nemmeno la parvenza.

Tra le pagine de “La Verità”, in cui trattava di politica interna, parlava con tanto entusiasmo delle nuove riforme sociali quanto con risentimento dei conservatori filomonarchici che cercavano di limitarle. Furono infatti questi, il 25 luglio del ’43, a volere l’arresto di Mussolini e a consegnare il sud Italia agli Alleati. Dopo la sua liberazione Bombacci intravide ancora un barlume di speranza, e l’11 dicembre inviò un’emozionata lettera allo stesso Duce per chiedergli di poter aderire alla Repubblica Sociale. A differenza del periodo di regime, a Salò ebbe la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del nuovo Stato pur non avendo mai avuto la tessera del partito o ricevuto incarichi rilevanti: aiutò a redigere il Manifesto di Verona, si fece curatore delle nuove leggi corporative (come il decreto del 12 febbraio 1944 sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende) e tenne numerosi comizi nelle varie fabbriche del nord per portare agli operai le notizie delle nuove riforme e convincerli a difendere la repubblica. Dirà nel suo ultimo famoso discorso a Genova del 15 marzo 1945: “…ora il Duce si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo stato proletario!” Ma ormai la guerra era quasi giunta al termine. Al suo di discorso seguirà quello del Duce il 23 marzo, dopodiché entrambi lasceranno insieme Milano per dirigersi in Valtellina. In luoghi separati, verranno giustiziati a Dongo il 28 aprile dai partigiani. Gli aguzzini probabilmente saranno rimasti increduli a sentir pronunciare come ultime parole di Nicolino “Viva l’Italia! Viva il socialismo!”

“Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro.” – La Verità, 6 aprile 1936

Saturno

Boccioni: Il futurista volontario

Umberto Boccioni, uomo di punta dell’avanguardia artistica italiana, nasce a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882. A causa delle necessità lavorative del padre, usciere di prefettura, fin dalla tenera età alloggia in diverse località italiane. Trascorre l’infanzia con la famiglia a Forlì per poi trasferirsi, in pochi anni di distanza, da una città all’altra a Genova, poi Padova e Catania e, nel 1901, a Roma. Qui comincia ad interessarsi all’arte e alla pittura, contemporaneamente conosce Gino Severini e insieme iniziano a frequentare lo studio del già noto Giacomo Balla e la Scuola Libera di Nudo.

Persuaso dal clima e dall’ambiente d’avanguardia di Parigi, nel 1906 vi si reca e ha modo di constatare le differenze tra il livello artistico francese e quello italiano, ma quel viaggio sarà soprattutto fondamentale per l’impostazione delle basi per le sue future ricerche e sperimentazioni. Qui incontra una donna, e da questo fugace amore, nascerà il suo unico discendente. L’anno dopo è a Venezia, dove frequenta la Scuola di Nudo, poi si sposta in Russia e infine a Monaco di Baviera. In questo lasso di tempo dipinge in modo attivo ma con rammarico, riconoscendo i limiti della cultura artistica italiana, da lui ritenuta “provinciale” e si avvia verso una nuova esperienza: la scultura. La sua sarà rivoluzionaria. Nel 1907 giunge Milano, dove in quel periodo vivono la madre e la sorella, e ha modo di visitare numerose gallerie e musei, di conoscere opere di artisti di epoca antica, tra i quali, alcuni, resteranno suoi modelli ideali. Sempre nel capoluogo lombardo nel 1910 insieme a Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini redige il Manifesto dei pittori futuristi, a cui segue, nel 1912 il Manifesto tecnico del movimento futurista, ricco, quest’ultimo, di intenzioni concrete di carattere operativo ed esecutivo. In essi, più che un programma artistico, viene annunciata una nuova materia esistenziale, che deve necessariamente tradursi in azione. Quelle parole, vive, imperative, si rivolgono non più solo ad una cerchia elitaria di uomini di cultura, ma a tutti quegli uomini accomunati dallo stesso spirito e dalla stessa disposizione d’animo. Si afferma il primato fisico sul pensiero, l’imperante modernità, la velocità, il dinamismo ed una nuova Bellezza: un’automobile è più bella della Nike di Samotracia. Sono giovani, combattenti e lucidamente provocatori: dispongono di un presente che si rivolta al passato, glorificano la guerra, mezzo di lotta e audacia, auspicano all’immediata distruzione dei musei e delle accademie. Ultimo motto del programma è: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa», una dichiarazione dunque d’intento per un’arte nazionale, che parli agli Italiani. Col Futurismo, ci si trova per la prima volta di fronte ad un movimento artistico che non abbraccia solo tutti i campi dell’espressione e della comunicazione, ma si fa carico di questioni etiche, politiche e sociali.

Boccioni dunque inizierà a dipingere i soggetti emblematici dell’arte futurista: città, treni, macchine, luci; seguendo quell’ idea di continuo movimento ed evoluzione, le città dipinte non sono statiche ma sono esseri viventi che continuano a mutare e a generare. Ciò che si voleva rappresentare non era la società ma il continuo cambiamento di questa, in divenire industriale, con i palazzi in costruzione: esemplificativa è l’opera La città sale, in un primo tempo chiamata ll lavoro, dove più si evince questo continuo mutamento; la violenza cromatica collabora con le linee ondulate e continue per restituire disordine e caos, per far fede alla rappresentazione della realtà. Tali principi vengono delineati anche nel Manifesto tecnico della scultura futurista, dove lo stesso Boccioni parla di «rovesciare tutto e proclamare l’assoluta e completa abolizione della linea finita e della statua chiusa». Ciò viene applicato nella scultura in bronzo di un corpo/macchina aerodinamico: Forme uniche della continuità nello spazio.

Qualche anno dopo, nel 1915, l’Italia entra in Guerra e Boccioni, convinto interventista, non solo si arruola volontario con la divisa del Corpo Volontari Ciclisti e Automobilisti, ma scende in strada a fare propaganda e caricare gli animi; spiega alla gente comune di questa straordinaria possibilità per cambiare le sorti del Paese, per liberarsi dalle politiche inique del liberalismo e per ribellarsi alla politica di mestiere dei pochi, riuscendo a cogliere con estrema lungimiranza le sorti e i destini attuali degli Italiani, e pagherà per questo, affrontando un arresto a Milano. Morirà giovane accidentalmente, cadendo dalla sua cavalla, imbizzarritasi alla vista di un autocarro, durante un’esercitazione militare, a Chievo il 17 agosto 1916.

La vita di Umberto Boccioni può essere dunque paragonata all’etica Futurista: i continui trasferimenti e cambiamenti, le accese passioni di cui viveva e si nutriva, lo hanno reso un uomo dalle grandi visioni, non adatto a essere imbrigliato in quella mentalità provinciale italiana, ancora avversa ad egli e ai suoi fratelli futuristi, e non ancora rovesciata dalla Rivoluzione Fascista.

Olmo