Ammainate le vele

La città di Napoli è meta di migliaia di turisti provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo e l’interesse nel visitare la città è alimentato non solo dalle innumerevoli bellezze architettoniche e naturali che la caratterizzano,ma anche dal fascino di zone di periferia diventate emblema di malavita e degrado nell’immaginario collettivo a causa di svariati fatti di cronaca e soprattutto a causa della famigerata serie tv “Gomorra”, tra le quali la più conosciuta è quella delle famigerate “vele “ di Scampia.

Le vele sono un complesso di sette palazzi costruiti dall’architetto Franz Di Salvo a Scampia , quartiere della periferia nord di Napoli, nel  1962. Questi palazzi, di forma triangolare, che si restringono salendo verso i piani alti (proprio come una vela latina), facevano parte di un progetto abitativo che mirava al miglioramento della zona in questione fino ad arrivare alla periferia est, in zona Ponticelli.

Nel progetto dell’architetto Di Salvio, in ogni vela dovevano esserci  spazi da gioco ed altre strutture ad uso collettivo, in modo da creare nel cuore di ogni palazzone un nucleo di socializzazione. 1Purtroppo il progetto iniziale fu completamento distorto dall’ente appaltante in fase di realizzazione che modificò di sana pianta l’idea dell’architetto di origini siciliane; invece di utilizzare i vari materiali brevettati e previsti nel progetto iniziale, l’ente appaltatore decise di utilizzare solo il calcestruzzo armato e dal punto di vista formale per l’adeguamento sismico fu stravolto il sistema costruttivo e lo spazio delle scale interne fu drasticamente ridotto.    Questi adeguamenti hanno diminuito notevolmente, rispetto al progetto iniziale, lo spazio tra i due corpi che formano la vela, andando ad influire negativamente sull’illuminazione, la ventilazione e la vivibilità.

Purtroppo il progetto iniziale non fallì solamente dal punto di vista architettonico, complice il terremoto dell’Irpinia del 1980 che portò molti sfollati ad occupare alcuni alloggi delle vele. Infatti  la zona, che doveva diventare una vera e propria città modello, piena di aree verdi e trafficate arterie di scorrimento, divenne in breve tempo un ghetto abbandonato dalle istituzioni (basti pensare che il primo presidio delle forze dell’ordine in loco fu istituito nel 1987) e vittima della malavita locale.

Il fallimento del progetto di edilizia popolare del ‘67 fu palese nel 1997 quando, a seguito del boom della delinquenza organizzata nel quartiere e dopo le innumerevoli lamentele e richieste d’aiuto da parte degli abitanti delle vele, organizzati nelle diverse associazioni formatesi in zona nel passare degli anni, si decise di abbattere tre delle sette strutture iniziali. L’opera di demolizione di queste tre vele si concluse nel 2003.

Nell’agosto del  2016 con delibera comunale è stata previsto l’abbattimento delle restanti vele, eccezion fatta per la struttura B per la quale sarà indetto una gara per la riqualificazione e trasformazione della suddetta da struttura residenziale in uffici di pubblici servizi. I costi dell’abbattimento delle vele sono circa di 4,5 milioni mentre per la ristrutturazione della quarta il costo è stato preventivato intorno ai  15 milioni di euro. I fondi per portare a termine questo visionario progetto, che oltre alla demolizione, prevede la costruzione di nuove abitazioni per gli abitanti delle vecchie vele e opere di riqualificazione dell’intero quartiere, saranno sborsati in parte dal governo (18 milioni) ed in parte dalla città metropolitana (40 milioni) che tra l’altro avrà sede proprio in quello che si spera sarà il rinato quartiere di Scampia.

Nel frattempo nel mese di dicembre sono iniziati gli sgomberi delle abitazioni delle vele e i trasferimenti degli abitanti del quartiere nelle nuove 180 abitazioni già pronte poco distanti dalla loro vecchia residenza, sita in via Labriola. Subito dopo il trasferimento delle famiglie, le vecchie abitazioni verranno murate dai dipendenti delle Napoli Servizi  per evitare nuove occupazioni che comporterebbero un aumento notevole dei tempi per la demolizione delle strutture; demolizione a cui comunque non è stata data ancora una data precisa. Mentre le prime famiglie vengono spostate nelle nuove abitazioni (vivibili, a differenza delle  precedenti fatiscenti tra le strette scalinate dei palazzoni); bisogna ricordare che nella vela Celeste, quella destinata ad essere recuperata, gli abitanti  in regola sono 33 a differenza dei 143 abusivi, questo dato sommato alla necessità di murare le abitazioni sgomberate non è di buon auspicio e lascia intendere che portare a termine lo sgombero non sarà cosa facile né tanto meno veloce.

Ma questo nuovo ambizioso progetto riuscirà a portare finalmente un miglioramento ed uno sviluppo sociale al quartiere ed ai suoi abitanti o si rivelerà un fallimento come il progetto del 1967 (che non dimentichiamo aveva nobili intenzioni proprio come l’attuale progetto “restart scampia”)? Questo ovviamente non lo si può dire a priori, fatto sta però che il degrado e la criminalità non sono frutto delle vele in quanto opera architettonica , ma sono figli di una grave assenza delle istituzioni e di “educazione al senso civico” che, come detto in precedenza, ha caratterizzato la storia del quartiere Scampia fin dai  primi anni della costruzione dei palazzoni della periferia nord. In quest’ambito sono stati fatti grandi passi in avanti  rispetto agli inizi del 2000, periodo in cui la camorra aveva pieno controllo della zona, come dichiara in un’intervista del 16 dicembre 2016 Giovanni  Mandato, dirigente del commissariato di Scampia, che operò in zona già nei primi anni novanta e che dichiara che gli arresti ed i sequestri di droga continuano, ma sono poca roba rispetto agli anni del clan Di Lauro in cui l’intero quartiere era piegato alla violenza della camorra. Dal punto di vista sociale invece, le istituzioni continuano a non essere presenti come dovrebbero, come testimonia il judoka Gianni Maddaloni  che con la disciplina da lui praticata aiuta, nelle scuole, molti scolari reputati “difficili” a stare lontano dalle cattive tentazioni della strada in cui purtroppo molti cadono; Maddaloni a proposito dichiara in un’intervista su “repubblica” << Su dieci soggetti, otto li riprendo. Peccato che lo Stato non interviene. Io mi reggo solo sugli aiuti dei privati. Governo, Regione, Comune mi hanno preso a calci in culo>>.

Siamo quindi davanti ad una realtà diversa da quella dei primi anni 2000, diversa dal contesto descritto dalla fiction di successo Gomorra,opera cinematografica di alto livello, ma che se considerata come fotografia della realtà lascia a desiderare e fa pensare ad un’intenzione da parte degli autori di lucrare sui problemi del quartiere sfruttando l’omonimo titolo del libro di Saviano, molto criticato dagli abitanti della zona che quella realtà la vivono. Sia chiaro, le vele sono state realmente la roccaforte della camorra, sono state realmente la piazza di spaccio più grande al mondo (anche se attualmente il commercio di stupefacenti si è spostato in altre piazze meno sottoposte ai riflettori come Melito ed il parco verde di Caivano) ma quello di Scampia non è un contesto oggi dove si spara per strada ogni giorno, dove chiunque è in qualche modo immischiato con la malavita e dove Ciro l’immortale ( personaggio della celebre serie tv) comanda i suoi sicari dalle balconate delle vele. Gomorra ha messo insieme tante cronache di camorra accadute in più di 10 anni ed in varie zone dell’hinterland napoletano presentandole nello scenario della periferia nord napoletana; questo ha fatto si che chi non è a conoscenza della realtà del posto, affascinato dalla serie ed ingannato dal titolo che riprende il libro inchiesta di Saviano, si è creato un’immagine di Scampia come covo di criminali ed assassini senza scrupoli; immagine totalmente distorta che non aiuterà di certo a migliorare la situazione e che perseguita in un modo o nell’altro gli abitanti del quartiere.

Con il nuovo progetto “restart scampia” ci si augura che le vele, diventate un fardello per il quartiere in quanto simbolo di degrado e delinquenza, siano definitivamente ammainate in breve tempo e che il nuovo quartiere sia finalmente quello che gli abitanti onesti della zona meritano; un quartiere non abbandonato a se stesso come è sempre stato, ma un contesto dove poter finalmente vivere tranquilli e senza il peso di dover sentirsi dire di abitare nello scenario di Gomorra.

 

Enzo.

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Napoli: dal Medioevo agli Aragonesi.

Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, la Campania fu governata da un console collocato a  Capua e facente le veci dell’imperatore bizantino (allora Teoderico il Grande); sotto questo regno  visse un periodo di pace nonostante fosse esasperata dalla rovinosa politica fiscale adoperata .
Durante le Guerre Gotiche (535 – 553) che imperversarono in tutta l’Italia devastando intere città, Napoli fu saccheggiata nel 536 da Belisario con l’intento di punire i napoletani, blanditi dalle parole degli oratori Pastore e Asclepiodoto, per l’appoggio offerto ai Goti; dominio confermato nel 542 con la sconfitta dell’imperatore goto Totila.

Ducato bizantino
Durante il periodo bizantino, Napoli attuò una politica filo – musulmana, in un’ottica più ampia del semplice ducato, data la presenza della dinastia araba insediatasi a Palermo nel 831; non mancarono di certo le guerre, soprattutto contro i popoli vicini (principalmente  i longobardi di Benevento, Capua e Salerno), fino al 1137 che comportarono la caduta del ducato bizantino di Sergio VII di Napoli da parte del normanno Ruggero II di Sicilia, dando così vita al Regno di Sicilia.

Periodo normanno
Ruggero giunse a Napoli nel 1140 e fu accolto con tutti gli onori, confermando alla nobiltà i propri privilegi; questo momento di pace durò fino all’avvento di Guglielmo I nel 1154  a causa di alcune rivolte tra la classe nobiliare e quella militare; rivolte che si conclusero con rivolte popolari contro l’imperatore. Seguì un periodo di tranquillità con Gugliemo II, fino all’invasione degli svevi di Enrico IV.

Periodo svevo
Durante l’invasione sveva Napoli resistette ad un lungo assedio durato tre mesi ma alla fine capitolò nel 1194 facendo atto formale di obbedienza al nuovo imperatore.
Il totale assoggettamento all’imperatore si ebbe con l’effettivo possesso della carica imperiale , nel 1208, da parte di Federico II Hohenstaufen. Federico pose fine al periodo di semi – anarchia che si era creato con la caduta dell’impero normanno grazie alla promulgazione della Costituzione di Melfi, la quale regolava l’ordine nei rapporti di vassallaggio nei confronti della nobiltà.
20110423213751_napoli_palazzo_reale_federico_secondo_di_svevia-3Sotto il regno di Federico II Napoli conobbe il suo massimo splendore in ambito culturale (soprattutto in ambito letterario e giuridico) anche se non ottenne un gran favore presso il popolo a causa di una politica fiscale fortemente accentrata sul re, avendo abolito le autonomie comunali e la classe sociale dei notabili. Con la morte dell’imperatore, accolta con un’insurrezione popolare, Napoli si pose sotto la protezione del papa Innocenzo V fino al 1253, quando dovette arrendersi  all’assedio da parte di Corrado IV; con la battaglia di Benevento del 1266 si ebbe la sconfitta degli svevi dando così inizio all’epoca angioina sotto il re Carlo D’Angiò.

Gli Angioini
«savio, di sano consiglio, e prode in armi, e aspro e molto temuto e ridottato (rispettato, ndr) da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti», con queste parole Giovanni Villani nella sua Nova Cronica descrive il nuovo re il cui lustro aumentò ancor di più con la vittoria contro il giovane Corradino di Svevia (ultimo erede di Federico II) a Tagliacozzo nel 1268; durante il periodo angioino, Napoli ebbe enorme importanza dal momento che fu scelta come capitale dell’impero, a discapito di Palermo. maschio_0 In questi anni videro la luce capolavori architettonici come il Maschio Angioino (che sarebbe  stata anche sede papale, dato l’ottimo rapporto dei francesi con la Chiesa) e Castel Sant’Elmo. Sicuramente il re angioino più importante fu Roberto, conosciuto anche come Il Saggio e descritto da Boccaccio come «il re più sapiente del mondo dopo Salomone»; nonostante la situazione prospera, il regno non seppe resistere alla cupidigia generata dalle questioni dinastiche della casata francese che videro la regina Giovanna D’Angiò, appoggiata alla nobiltà partenopea, uccidere il marito Andrea d’Ungheria.

Gli Aragonesi
Tale evento non restò impunito: Luigi d’Ungheria, fratello di Andrea, costrinse Giovanna a scappare in Provenza favorendo l’ascesa della dinastia Catalano – aragonese; il primo re appartenente a tale dinastia fu Alfonso il Magnanimo che, nonostante non seppe ingraziarsi il popolo napoletano, conferì a Napoli un’attenzione del tutto differente rispetto alle altre città del suo ampio territorio, attraverso opere di ampliamento della città e di mecenatismo che videro alla corte aragonese personaggi del calibro di Lorenzo Valla (in questi anni compose la celebre  opera “La falsa donazione di Costantino/De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio”), il Panormita o, il futuro papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini.
La casata aragonese ebbe ufficialmente fine, dopo la parentesi francese di Carlo VIII, con l’annessione del Regno di Napoli al Regno d’Aragona di Ferdinando il Cattolico nel 1503.

Nel prossimo articolo parleremo dell’età contemporanea: dalle famose Guerre d’Italia, che videro per la prima volta la creazione di una lega militare propriamente italiana, alla colorita rivolta di Masaniello,del Viceregno austriaco e della rivolta illuminista del 1799 che vide impegnata ed unita, per la prima volta, tutta l’intelligencija napoletana.

Peppe

Partenope, Palepolis, Neapolis: Napoli tra mito e storia .

Visto l’abbandono delle proprie origini e radici cui la nostra società è andata incontro, abbiamo ritenuto opportuno riscoprire ed analizzare, in più riprese, la storia della nostra città. Una città che risulta ormai, da diversi anni, essere abbandonata al corso degli eventi, in balia di amministrazioni scellerate. 

Collocata tra i “fuochi” del Vesuvio ad est ed i Campi Flegrei ad ovest, “Partenope” gode di una posizione in grado di fornirle il lustro, il fascino e la magnificenza che per secoli hanno accompagnato il suo nome. 3Affascinante è il mito della sua fondazione, riconducibile alla sirena Παρθενωπη (Parthenope), nata dal dio-fiume Acheloo e dalla madre-terra Persefone, dotata di un volto di fanciulla ed il corpo di un uccello, probabilmente morta dopo un rifiuto da parte di Ulisse. Quanto alle origini storiche, fondata dai Cumani (una delle più antiche colonie della Magna Grecia) verso la fine del VIII secolo a.C. in un periodo coevo alla fondazione della stessa Κύμη [Cuma] (725 – 720 a.C.), riuscì ben presto a differenziarsi dalla “madre” e ad essere poi ribattezzata Neapolis. La città nuova risultò dotata, in origine, di un estremo rigore geometrico, in linea con la struttura delle città greche basate sui cardi e decumani.

Uno dei primi riferimenti storici lo si ritrova in Tito Livio, il quale, attraverso una breve digressione sull’origine di Neapolis, riferisce la presenza di due Urbes: Palepolis e Neapolis. Nella prima, in particolare, aveva sede la res Neapolitana, l’odierno monte Echia; mentre nella seconda fu poi stabilito il foedus Neapolitanum (vedi oltre). Strabone invece dedica brevi cenni alla storia della città; rievoca solo la sua fondazione per mano cumana e la venuta, poi, degli έποικοι (coloni) Ateniesi e Pithecusani (Πιθηκούσσαι – isola d’ Ischia). Ciò che è certo è che la nuova città, in linea con Cuma, tenne fede alle tradizioni greche, come dimostra la persistenza del culto di Demetra e la ripresa delle φρατρίες (fratrie – divisione sociale su base parentelare). Fu il rapporto privilegiato con Atene che le rese possibile un rapido sviluppo urbanistico ed una rapida “conquista” delle principali rotte commerciali. Ciò fu possibile soprattutto grazie al declino della Tirannide dei Diomenidi a Siracusa e all’abbandono di Pithecusa da parte degli stessi siracusani. E’ in questo nuovo scenario che si rafforzarono i rapporti con la città si Atene, in particolar modo sotto il governo di Pericle; rapporti che furono mantenuti saldi fino alla guerra archidamica (prima fase della Guerra del Peloponneso).

L’ equilibrio di Neapolis venne poi interrotto dalla minaccia Osca, alla fine del V secolo a.C., quando furono conquistate Capua e Cuma. Seguì una battaglia con Roma (istigata dai Sanniti, preoccupati dall’espansionismo romano), messa a tacere da Publio Filone. E’ da questo momento in poi che Napoli stringerà con Roma il Foedus Neapolitanum, attraverso il quale la città riuscì a conservare ampia autonomia di costumi e tradizioni (di origine greca).

Coinvolta anche nelle guerre Puniche, grazie a Pirro, e devastata poi a causa della lotta tra Mario e Silla, la città vide il fiorire di importanti scuole, come quella di Sirone dove studiò Virgilio, e fu il luogo in cui si formò la congiura per uccidere Cesare. In età 2augustea fu distrutta nel 79 d.C. dal terribile terremoto descritto da Plinio il vecchio ed alla sua ricostruzione seguì la richiesta di ribattezzarla Partenope, mentre, in età cristiana, sotto Diocleziano, vide il fiorire di alcune delle maggiori chiese della città, come le Catacombe di San Gennaro, la chiesa di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno. Nel 476 lo stesso Romolo Augusto, ultimo degli imperatori romani d’Occidente, fu deposto ed imprigionato a Castel dell’Ovo, vecchia villa di Lucullo.

1La favorevole posizione ed il clima mite resero la città ideale per gli otia dell’aristocrazia
romana ed è per questo motivo che Neapolis si arricchì di eleganti ville romane, come quella di Lucio Licinio Lucullo sul monte Echia, o quella di Publio Vedio Pollione e la Grotta di Seiano. Resti delle origini greco-romane della città di Napoli sono osservabili oggi a Piazza Bellini, dove ritroviamo delle mura greche, mentre dall’alto della Certosa di San Martino è possibile constatare come ad una ordinata struttura di base si sovrapponga un intricato gomitolo di strade che ben si sposa con l’aria mite della storica Partenope.

In quel gomitolo di strade e storie si sono sviluppate nuove vicende, nuovi avvenimenti, diverse condizioni che, nel corso dei secoli e delle dominazioni hanno consentito la nascita della Napoli medioevale.
Antonietta
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L’ultimo dei Cesari.

Benito Amilcare Andrea Mussolini, figura chiave del nostro panorama politico e culturale, nasce a Dovia di Predappio il 29 luglio 1883. Egli riuscì a dare prova di ingegno, carisma, caparbietà ed estrema volontà. Socialista in origine, fondatore del Fascismo poi e ancora Presidente del Consiglio e del Regno d’Italia ed in ultimo Capo della Repubblica Sociale Italiana. Getta le basi del Fascismo, nel 1919, a San Sepolcro, occasione nella quale dà prova di grande progressismo grazie all’intoduzione del suffragio universale (per la prima volta si richiese che le donne avessero diritto di voto!), riforma elettorale su sistema proporzionale, età di voto a 18 anni, giornata lavorativa ridotta ad 8 ore, nazionalizzazione delle industrie strategiche, tassazione progressiva). Ottenuto, in seguito alla Marcia su Roma nel 1922, l’incarico di costituire il Governo, viene meritatamente eletto nel 1924. Forte è, nel Duce, l’Idea della Grandezza dell’Impero. Ed altrettanto forte è la consapevolezza della necessità di superare l’individualismo egoista in nome di una collettività che non fosse schiava dello sterile libertarismo personalista. Necessario era, pertanto, creare l’Uomo italiano e, soprattutto, forgiare in ognuno il senso di appartenenza alla Nazione. Diverse le controversie circa la natura dittatoriale del Suo Governo, ma ciò che più emerge sono, in ogni caso, le doti dell’Uomo Mussolini.
Ingegno in primis, ma anche avanguardia. Fierezza istintiva, mai taciuta. In continuo divenire, Esempio di ciò che può essere Potenza, godeva dell’adorazione delle Folle, al di là perfino delle convinzioni politiche.  Mussolini
“Mussolini è il nostro solo uomo di Stato che aveva capito l’Italia. […] Per questo Mussolini è nella Storia come l’unico tribuno del popolo che ha conquistato e dominato lo Stato, divenendone il Simbolo, pegno e palladio di unità ed indipendenza, custode della pace sociale e di ogni civile progresso. Con altissimo senso di responsabilità egli si adoperò per tutta la vita ad accordare, riunire, smussare gli angoli, a comporre in unità.”
Unico, ancora oggi, nonostante siano passati 71 anni dalla sua morte. Mai alcun capo di governo ha mostrato capacità lontanamente paragonabili a quelle del Duce. Istituzione del sistema previdenziale e del sistema corporativo, rivalutazione della Lira, edilizia popolare,
rivalutazione della scuola pubblica (riforma Gentile): alcuni dei punti fondamentali del Suo Governo. Ecco perché in un paese attualmente allo sfascio, privo di una guida che tale possa definirsi, si tenta, ad ogni costo, di cancellarne anche la memoria.
Probabilmente perché le Azioni e le Idee, ancor oggi, fanno paura a chi manca di quel coraggio, ingegno e capacità che resero il Nostro Paese avanguardia ed Esempio.

Antonietta

Teseo Tesei: genio poliedrico.

Sicuramente in un giorno della vostra vita, magari d’estate, quando si va in vacanza, vi capiterà di atterrare all’aeroporto “Teseo Tesei” di Marina Di Campo all’isola d’Elba. Oppure, altrettanto sicuramente, vi capiterà di leggere sul giornale di una azione portata avanti dalle forze speciali “Raggruppamento subacquei e incursori ‘Teseo Tesei’ “. Più difficilmente, ma per un fatto di mera statistica, vi capiterà di passare per Via Degli Archi, a Livorno, ed imbattervi nella visione della scuola media “Teseo Tesei”. In tutti questi casi, però, vi chiederete : “ma chi è tal Teseo Tesei?” Beh , parlare di un personaggio come lui, non è cosa da poco. È uno di quegli uomini per i quali vale ancora la pena essere fieri di essere italiani. Sicuramente anch’egli è stato vittima di una damnatio memoriae che ha cercato di limitarne la grandezza, ma il suo genio e il suo animo poliedrico hanno nettamente prevalso. Nasce il 3 gennaio del 1909 a Marina di campo, frequenta il Collegio degli Scolopi di Firenze, entra nella Regia Accademia Navale di Livorno nel corso del 1925 e si laurea nel 1933 alla scuola di ingegneria navale di Napoli. Ed è da questo momento in poi che la sua figura abbandona l’effimera essenza del tempo e si consegna all’eternità. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, infatti, fu destinato ad operare presso la V Squadriglia della 1ª Flottiglia MAS di base a La Spezia, dove subito si distinse per coraggio e competenza, venendo insignito della medaglia d’argento al valor militare (il 12 dicembre) per aver partecipato alle operazioni di salvataggio dell’equipaggio del sommergibile Iride. I suoi camerati lo definivano “enciclopedia vivente” e chi lo aveva conosciuto lo descriveva come “un essere straordinario, come se ne può incontrare uno ogni cento anni. Aveva una forza spirituale enorme, era un uomo al di là di tutto. Di fronte a lui sembravano tutti piccoli, gli Ammiragli sembravano Caporali. Avrebbe potuto emergere in qualsiasi campo, avrebbe potuto diventare un santo, tanta era la luminosità del suo spirito”. Non erano vacue parole queste, ma un encomio a chi seppe, oltre che fieramente credere, obbedire, combattere, anche innovare e sperimentare. Al suo acume intellettuale si deve, infatti, il rinnovamento della mignatta, l’invenzione del siluro a lenta corsa nonché di un autorespiratore ad ossigeno che veniva utilizzato per le fuoriuscite dell’equipaggio da sommergibili in avaria. Fu proprio grazie al progetto SLC che Teseo Tesei riuscì a compiere delle imprese eroiche, quali quella di Malta. La notte tra il 25 e il 26 luglio 1941 era infatti programmata un’azione di forzamento della base inglese di La Valletta. Durante il corso dell’azione effettuata da due SLC e sei barchini esplosivi, per non compromettere l’esito della missione e recuperare il tempo perso per ovviare a degli imprevisti tecnici accorsi a uno dei due SLC, decise di «spolettare a zero», rinunciare cioè ad allontanarsi dall’arma prima che esplodesse, morendo in questo modo insieme al 2º capo palombaro Alcide Pedretti. Per tale atto eroico fu decorato della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. La sua figura fu costantemente ripresa ed onorata : persino il Principe Borghese lo ricorda con commozione in uno dei suoi scritti. E non possiamo onorarlo se non con delle parole che egli stesso era solito ripetere prima di importanti azioni belliche :” Occorre che tutto il mondo sappia che vi sono italiani che si recano a Malta nel modo più temerario: se affonderemo qualche nave, oppur no, non ha molta importanza: quel che importa è che noi si sia capaci di saltare in aria col nostro apparecchio sotto l’occhio del nemico: avremo così indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serva il proprio ideale e per quale via si pervenga al successo.”

 Pampa

 

“Alpino, aviatore… un autentico rivoluzionario.”

Si può dire che Italo Balbo non fu una figura statica della storia italiana, anzi, egli la scrisse.
Poco più che quindicenne, nel 1911, tentò di partecipare alla spedizione militare per la liberazione dell’ Albania dall’Impero Ottomano. Fervido interventista, diventò guardia del corpo di Cesare Battisti e lo accompagnò nei suoi comizi a favore dell’entrata dell’Italia in guerra; in una di queste manifestazioni, a Milano, nel 1914, conobbe Benito Mussolini. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò tra le file del battaglione “Pieve Di Cadore” dove partecipò all’offensiva del Monte Grappa che liberò la città di Feltre dall’occupazione austro-ungarica. Per il valore dimostrato in battaglia, ricevette il titolo di capitano decorato con una medaglia di bronzo e due d’argento. Dopo la fine della guerra si laureò in scienze sociali e iniziò l’attività giornalistica come direttore del settimanale militare “L’alpino”. Nel frattempo il Fascismo stava dilagando in Italia, partendo da Milano e arrivando a Ferrara, città natale di Balbo. Qui, nel 1921, divenne segretario del Fascio di Ferrara, sposando subito la causa di Mussolini e diventò uno degli esponenti di spicco: organizzatore e comandante dello squadrismo agrario. In queste vesti organizzò una squadra d’azione soprannominata “Celibano”, dal nome dialettale del suo drink preferito: il Cherry-brandy. In poco tempo seppe conquistare l’ammirazione e il rispetto della popolazione rurale per la sua lotta incessante contro il sindacalismo rosso. L’azione di Balbo dalla bassa Padania si spostò fino ad arrivare all’Urbe. All’indomani della marcia su Roma, Balbo, sostenuto da Benito Mussolini, divenne Quadrumviro in rappresentanza dello squadrismo insieme a De Vecchi, De Bono e Bianchi; celebre la foto che lo ritrae al fianco del Duce durante la marcia. Divenuto uno delle figure principali dell’apparato fascista, il 6 novembre 1926 fu nominato sottosegretario di Stato dell’aviazione con lo scopo di modernizzare e risollevare l’apparato aeronautico italiano. Conseguì il brevetto da pilota nel 1927 e avviò la fondazione della “città dell’aria”, un modernissimo centro di ricerche dell’ingegneria aeronautica, a cui lavorarono i migliori scienziati italiani del campo. Dal 1928 al 1930 Balbo si rese protagonista di importanti spedizioni aeree. La prima nel Mediterraneo occidentale; la seconda, molto più importante, una transoceanica Italia-Brasile e una terza atlantica per festeggiare i dieci anni della Regia Aeronautica.
Con Balbo ci fu l’espressione massima dell’ aviazione italiana, al punto da esser nominato Ministro dell’aeronautica, una carica tenuta fino all’ora solo dal Duce.
Il 5 novembre 1933, Balbo ricevette la carica di governatore della Libia. Negli anni della reggenza diede un forte impulso alla colonizzazione italiana e seguì una politica di integrazione pacifica con le popolazioni musulmane reputate da Balbo portatrici di antichi valori di civiltà. Per questo motivo fu ampliata la superficie del territorio nazionalizzato e furono finanziati servizi scolastici e sanitari; furono fondati, per commissione del governatore, più di dieci villaggi per gli arabi e i berberi libici, inoltre ogni villaggio disponeva di una moschea, scuola, cinema ed un piccolo ospedale. Gli indigeni diventarono sempre di più partecipi della vita della colonia e nelle costruzioni edili furono adoperati sia operai italiani che libici con regolare contratto di lavoro. Inoltre ai più meritevoli, come segno di riconoscenza, fu data la cittadinanza italiana.
All’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini ordinò a Balbo di restare sulla difensiva, data la posizione fragile della Libia che si trovava tra le truppe franco-inglesi. Infatti gli eserciti britannico e francese apparivano molto più numerosi e organizzati, ma ciononostante quello italiano riuscì comunque a difendersi e far indietreggiare il nemico sulla linea libico-egiziana. L’offensiva principale di Balbo, dato l’impatto non ottimale dell’ambiente africano che non permetteva avanzate di terra, era l’aerea. Fin dai primi giorni di guerra, furono prese di mira le autoblindo britanniche che causavano non pochi problemi all’esercito italiano. Fu proprio durante una di queste spedizioni che il 28 giugno 1940 due aerei italiani, uno guidato dallo stesso Balbo, giunti in volo a Tobruch notarono delle colonne di fumo dovute ad un attacco britannico. Prossimo all’atterraggio, non avvisò la base e fu scambiato dalla controaerea italiana per uno degli aerei britannici e fu abbattuto. Le giornate seguenti vennero dichiarate lutto nazionale.
Forse è destino degli uomini valorosi morire per casualità, per errore, perché l’eroe italiano Balbo le aveva passate tutte, dalla prima alla seconda guerra mondiale, senza mai indietreggiare, senza mostrare mai paura e rimorsi, senza abbassare il capo davanti al nemico, senza chiedere mai nulla in cambio. Solo un sogno nel cuore: portare l’Italia lì, dove meritava di essere.

Ruggiero

Graziano Giralucci, vittima delle brigate rosse

Graziano Giralucci, nato a Padova nel 1944, era un agente di commercio in articoli sanitari. Amante dello sport, e soprattutto del rugby, Giralucci è stato fondatore del CUS Padova. Militante presso la sezione dell’MSI-DN di Padova dove nel 17 giugno del 1974 fu ucciso insieme a Giuseppe Mazzola durante un assalto ad opera di un gruppo delle Brigate Rosse. L’intento dei 5 brigatisti era quello di prelevare alcuni documenti presenti nella sede e dalla ricostruzione fatta dopo la confessione della Ronconi ,una brigatista presente durante l’assalto, si evince che mentre Serafini faceva il palo, Semeria, altro brigatista, guidava l’auto pronta alla fuga; la stessa Ronconi con la borsa in attesa per prelevare documenti della sede dell’MSI, Ognibene e Pelli entrarono nella sede e solo Pelli sparò ai due militanti. Il giorno dopo le brigate rosse rivendicarono l’azione lasciando due volantini nelle cabina telefonica dopo aver chiamato la sede di Padova de il Gazzettino. Sin dall’inizio i giornali e gli attivisti di sinistra spinsero le forze dell’ordine ad indagare su una fantomatica pista nera. Successivamente ci furono confessioni da parte dei terroristi pentiti e l’11 Maggio del 1990 i giudici della corte d’assise di Padova dichiarano gli imputati tutti colpevoli. Nell’agosto del 1991, Francesco Cossiga, l’allora presidente della repubblica, propose di concedere la grazia al brigatista Renato Curcio. Silvia Giralucci, figlia di Graziano, scrisse una lettera al Presidente della Repubblica dichiarando di essere contraria alla scelta . Nella sentenza definitiva tutte le pene vengono inasprite e il prof. Mazzola, figlio di Giuseppe Mazzola, reagì alla proposta di grazia con proposta di sospensione dello status di cittadinanza italiana di Renato Curcio, dei fratelli e della madre fino allo scadere del mandato del Presidente della Repubblica Cossiga. Graziano Giralucci viene ricordato dal comune di Padova con la denominazione di una via. Negli anni 70 sono stati molti i giovani come Graziano a perdere la vita in vari attentati e scontri, questo dovrebbe far capire ai giovani dei nostri tempi che non esiste solo la serata in disco o al bar, ci sono momenti storici da studiare e comprendere per far si che le radici della nostra nazione non vengano cancellate dal lassismo delle nuove generazioni.

Di Peppe Rivoluzione