Il guerriero rivoluzionario

Alessandro Alibrandi, detto Alì Babà, è nato a Roma il 12 giugno del 1960. Figlio del giudice Antonio Alibrandi, di dichiarata fede politica fascista – posizione che gli creerà non pochi problemi e inimicizie nel suo lavoro, nonostante la grande serietà e competenza che dimostrava quotidianamente – , milita fin da adolescente nel Fronte della gioventù e nel F.U.A.N.

La sua esperienza politica comincia nel concitato clima delle violenze e delle ingiustizie caratteristiche degli anni di piombo, anni in cui l’odio dell’antifascismo militante colpisce ragazzi giovanissimi rei di amare la propria nazione. Sono gli anni in cui, tra gli altri, cadranno Carlo Falvella, Sergio Ramelli e Francesco Cecchin. Alibrandi e gli altri militanti, non possono più tollerare l’ipocrisia dello Stato, l’arroganza dei media e soprattutto quell’assordante e intollerabile silenzio del M.S.I. nei confronti di tutte quelle vittime, colpevoli solo e unicamente di manifestare orgogliosamente le proprie idee. Avviene così che nel 1977 insieme ai fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro e Dario Pedretti nella sede del F.U.A.N. di via Siena, a Roma, fondano i Nuclei Armati Rivoluzionari.

I NAR non sono stati la prima esperienza di spontaneismo armato di Alessandro, difatti egli già nel ’77 si trova in un conflitto a fuoco con la polizia a Borgo Pio, e sempre in quell’anno viene accusato dell’omicidio di Walter Rossi, militante di Lotta Continua, salvo poi essere scagionato e processato con l’accusa di rissa aggravata.

Ma la violenza dei NAR era estranea a tutto ciò. Aveva una base teorica e organizzativa. Non saranno scontri per impadronirsi di una piazza o morti accidentali in uno scontro fisico tra due estremismi; l’unione dei ragazzi ha un solo obiettivo: far comprendere allo Stato e alla sinistra che uccidere un fascista non sarà più un fatto impunito.

Le azioni dei NAR a cui Alibrandi ha partecipato sono state tante: nel 1977 avviene l’omicidio di Roberto Scialabba, militante antifascista il cui gruppo era sospettato di essere il colpevole della strage di Acca Larentia. Un anno dopo, in occasione del primo anniversario della suddetta strage, avviene l’assalto alla sede di Radio Città Futura, rea di aver trasmesso una vergognosa battuta sulla morte di uno dei missini di Acca Larentia: «i fascisti hanno perso una Ciavatta»; la risposta punitiva da parte dei Nuclei è un’incursione nella sede dei colpevoli, durante la trasmissione femminista Radio Donna, nel corso della quale saranno ferite, da colpi di arma da fuoco e dal lancio di alcune bombe a mano, alcune conduttrici.  Il 21 ottobre 1981 i NAR colpiscono il capitano della DIGOS Francesco Straullu, che viene ucciso mentre era in servizio in auto, col suo autista Ciriaco Di Roma. Il dirigente del Dipartimento Investigativo era impegnato in numerose inchieste sul “terrorismo nero” ed era noto per essere solito attuare violenze nei confronti degli arrestati. Si diceva che fosse addirittura arrivato a torturare gli uomini e abusare sessualmente delle donne; tutto ciò per i NAR non poteva restare impunito.

Anni dopo Alì Babà viene accusato di essere l’esecutore materiale del suddetto omicidio Scialabba e viene emesso un mandato di cattura a suo nome. Per sfuggire a quelle istituzioni nelle quali  non credeva prende l’unica decisione che uno come lui, con quel carattere e quella fermezza, avrebbe potuto prendere: va a combattere in Libano con i cristiani maroniti contro i musulmani. La scelta è stata più logica che ideologica: l’obiettivo infatti era apprendere l’“arte della guerra”, e il metodo più efficace per imparare era combattere al fianco del forte vincitore. La discutibile e razionale decisione dura poco, poiché avendo saputo nel febbraio 1981 dell’arresto del suo “camerata” Valerio Fioravanti, decide di tornare in Patria a giugno per costituire, con entusiasmo e rinnovata forza spirituale, i Nuovi Nuclei Armati Rivoluzionari.

Alibrandi viene però ucciso durante l’assalto ad una volante della polizia di Labaro, poco lontano da Roma, con un colpo alla testa, il 5 dicembre 1981.

A ricordarlo sono stati e sono a tutt’oggi in molti. Interessante è stata l’intervista fatta da Barbara Alberti a quella che fu la fidanzata di Alessandro che fornisce il ritratto di un ragazzo altruista, timido, gentile. Uno che, visto dal mondo semplicemente come uno spietato assassino, era in realtà un ragazzo di una bontà fuori dal comune, un uomo disposto a tutto per difendere le proprie idee, i propri affetti e i propri camerati.

Alibrandi è stato molto ma si potrebbe in una parola riassumere l’intensità e l’impetuosità dei suoi modi, del suo carattere e delle sue idee: guerriero.

Olmo

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Massimo Morsello: ancora con il sorriso e la spada

Nato a Roma il 10 Novembre 1958, Massimo Morsello, oggi avrebbe compiuto sessant’anni. Massimino, come comincerà ad essere chiamato – soprattutto in ambito musicale – ha vissuto una vita esemplare per la ricchezza e l’importanza delle esperienze vissute; è stato infatti un militante ammirevole, una guida saggia, un cantautore sensibile e, non da ultimo, un generoso e capace imprenditore.

Cresce in una famiglia della media borghesia romana, da madre bulgara, arrivata in Italia dopo l’ascesa del partito comunista, e da un padre che egli stesso descrisse come «profondamente anti-comunista ed estimatore dell’azione sociale del Fascismo». Tuttavia, all’interno della famiglia, la politica attiva non era mai stata un reale impegno per nessun componente fino a quando, nel 1975, dopo la morte del padre, Massimo, ancora adolescente, aderisce al Movimento Sociale Italiano diventando un militante attivo; in un primo momento come membro della componente giovanile, il Fronte della Gioventù, e successivamente di quella universitaria, il Fuan. È però nel ’76 che Morsello si mette in luce con la fondazione di Lotta Studentesca, nucleo originario dal quale deriverà poi Terza Posizione, assieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri.

Già in questi anni Massimino comincia ad appassionarsi allo studio della musica e della chitarra e, nel giugno del 1978, in occasione del secondo Campo Hobbit, tenutosi a Fonte Romana in Abruzzo, si esibisce nella sua prima interpretazione in pubblico, dividendo il palco con molti altri gruppi della scena musicale alternativa, tra i quali la Compagnia dell’Anello e gli Janus – gruppo a cui era appartenuto, in qualità di voce e chitarra Stefano Recchioni, ucciso la sera del 7 gennaio ’78 -.
A pochi mesi da quell’esibizione pubblicherà il suo primo lavoro, Per me e la mia gente, una musicassetta che, tra gli altri, conterrà lo storico brano Noi non siamo uomini d’oggi, uno dei più rappresentativi di un intero scenario politico, di allora e di oggi. Perché in questo brano Morsello non si limita a cantare di un disagio sentito dai giovani fascisti, ma mette finalmente in musica, e sottolinea, quella differenza etica e spirituale che intercorreva tra i militanti della destra radicale e gli altri loro coetanei. Non dunque un disagio dietro il quale rifugiarsi per nascondere la propria incapacità di affrontare il mondo, ma una fiera differenziazione rimarcata dal vitalismo e dalla voglia di combattere le brutture di quel mondo che non li capiva e, per questo, li osteggiava.

Durante gli scontri di Centocelle del 10 gennaio 1979, ad un anno dalla Strage di Acca Larentia, durante una manifestazione, Morsello assiste alla morte dell’amico Alberto Giaquinto, un giovane camerata di diciassette anni freddato da un colpo di pistola esplosogli alla nuca da Alessio Speranza, poliziotto in borghese. Sarà questo un episodio particolarmente segnante per Massimo, che, mosso dal dolore e dal desiderio di giustizia, si presenta in questura per testimoniare contro l’agente che ha sparato, finendo però per ritrovarsi personalmente incriminato con l’accusa di devastazione e saccheggio.
Sono questi gli anni passati alle cronache e alla storia come “anni di piombo”, anni che vedono lo scenario politico italiano diventare sempre più teso: il ricorso alle armi, per una questione di difesa del diritto ad esistere e a far politica, diventa un fatto naturale. Molte sono le vicende non chiare e pilotate da servizi segreti e organi statali che, con azioni terroristiche, alimentavano la cosiddetta strategia della tensione al fine di favorire partiti come la Democrazia Cristiana. È in questo contesto che, sulla scia delle decine di mandati di cattura emanati per i militanti neofascisti in seguito alla strage di Bologna, Massimo viene iscritto nel registro degli indagati e, con superficialità, subito condannato per associazione sovversiva e banda armata a 18 anni di reclusione, che saranno poi ridotti in Cassazione a 8 anni e 10 mesi, per la sua appartenenza ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati dalla rabbia e dalla frustrazione di alcuni giovanissimi neofascisti romani. Condannato dunque nel 1980, si renderà irreperibile stabilendosi in un primo momento in Germania e poi nel Regno Unito.
A Londra, insieme – tra gli altri – alla moglie Claudia e Roberto Fiore fonda la società Meeting Point, ribattezzata poi Easy London, che si occupa di procurare alloggio e impiego a studenti e lavoratori soggiornanti nella capitale albionica.
Proprio a Londra, l’anno seguente alla condanna, il cantautore romano pubblica la sua seconda musicassetta intitolata Nostri Canti Assassini – Canzoni dall’esilio, in cui, – particolarmente in brani come Roma e Dove ghignano i ladri della tua libertà -, canta amaramente dell’amore per la terra che è stato costretto a lasciare.
Poco tempo dopo, l’11 Settembre 1982, insieme ad altre otto persone, subisce un fermo da parte degli agenti di Scotland Yard e in questa occasione la magistratura italiana ne chiede l’estradizione, negata fermamente dal governo britannico.

Nella capitale inglese Massimino si prodiga attivamente soprattutto sotto il punto di vista musicale riuscendo ad ottenere diversi successi; di grande importanza è stato il concerto che organizzò e promosse, nel Marzo 1996 al Marriot Hotel, nel quartiere Mayfair, del jazzista Romano Mussolini, figlio del Duce, che ebbe una grande eco a livello internazionale.
Altro successo, nello stesso anno, fu l’organizzazione di una tournée in Inghilterra per Enrico Ruggeri, con il quale intrattenne, anche al rientro in Italia, ottimi rapporti di amicizia che costarono all’ex Frontman dei Decibel, non poche critiche da parte di chi lo accusò di essere amico dei terroristi dell’estrema destra.

Durante gli anni in esilio a Londra, Morsello si rende ormai conto di essere destinato a pagare per le sue idee fino alla fine, e affida al suo nuovo lavoro sul primo CD Punto di non ritorno – edito per l’etichetta romana Rupe Tarpea Produzioni – pensieri ed emozioni. Il titolo viene esplicato dallo stesso cantautore nell’introduzione al disco presente sulla custodia: «In gergo militare è identificato con il punto limite oltre il quale non è più possibile per un velivolo tornare alla base con le sole riserve di carburante previste a bordo. Il pilota che supera il punto di non ritorno può fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze, deve confrontarsi con l’ignoto, affrontare la navigazione in mare aperto, cercare nuove audaci soluzioni alla conclusione del suo volo».
Proprio in occasione della pubblicazione del disco, il “De Gregori nero” – come fu definito in seguito da un articolo de Il Messaggero – riesce ad organizzare uno storico concerto, dal titolo Scusate, ma non posso venire, previsto per il 20 Settembre del 1996, che doveva essere trasmesso in diretta anche in Italia. Arriva il fermo dalla questura che, prima di permettere la diffusione dell’esibizione vuole preventivamente visionarla per «assicurarsi che non siano divulgati messaggi di incitamento alla violenza». Lo stop è dunque solo temporaneo dal momento che gli inquirenti dopo aver visionato una cassetta dello spettacolo spedita direttamente da Londra, ne autorizzano la proiezione che avviene a Roma – di cui viene permesso il solo audio -, in piazza SS. Apostoli, e a Milano, al Palalido, davanti a folle di militanti accorsi dalle diverse regioni d’Italia.

Sempre dall’Inghilterra e sempre per l’etichetta Rupe Tarpea Produzioni, pubblica  nel 1998 l’album La Direzione del Vento. Il successo del disco è ampio, tanto che, con ingegno da parte del cantautore romano, riesce ad essere pubblicizzato anche su Il Manifesto, giornale comunista italiano, che lo apostrofa come «Veramente rivoluzionario».
Tra le tracce del disco che colpirono gli ascoltatori dell’epoca risaltano senza dubbio  Palestina, in cui Morsello esprime solidarietà e vicinanza al popolo palestinese sposandone la causa, e Maastricht. Qui esprime, ante litteram, dubbi e dissensi sulla formazione della neonata Unione Europea, che, come sottolinea nel brano, parla di «parametri da rispettare e le frontiere da cancellare», andando ad opporsi all’idea di Europa dei Popoli cara a Massimo e ai suoi camerati di allora e di oggi. È questa un’Europa costituita «solo di banche e di parole», «un guinzaglio stretto bene al collo del popolo e della nazione».
La Direzione del Vento risulta una vera e propria pietra miliare per la musica alternativa italiana, e riuscì a vendere oltre 13000 copie. Un successo, ad oggi, ancora ineguagliato.

L’anno successivo all’uscita del disco, Morsello fa finalmente ritorno in Italia. Alla fine degli anni ’90 gli veniva diagnosticato un cancro, purtroppo non più curabile. Sceglie di affidarsi alla terapia sperimentale del Professor Di Bella, a cui dedicherà l’amichevole Buon anno Professore, canzone inedita scritta per la raccolta Vox Europa del 1999.
Neanche negli ultimi momenti di vita Massimo Morsello si prenderà una tregua. Gira infatti varie città per conoscere quelli che in lui avevano trovato una guida spirituale e politica.
Viene anche a Napoli, con la moglie e la figlia, per conoscere e parlare ai giovani militanti del Cuib Giulio guidato da Antonio Torre, storico leader napoletano di Terza Posizione.
Lo ricordiamo oggi, con le parole che lo stesso Torre usò per definire Morsello: «un Fascista autentico, nel pieno del suo significato: nella vita privata, come capitano d’azienda, come cantautore, ma anche soprattutto, nei confronti dei tanti camerati che gli chiedevano aiuto».

Si spegnerà a Londra il 10 Marzo 2001 a causa di quella malattia che ha tolto a tantissimi di noi la possibilità di conoscere un vero esempio di lotta e sacrificio; che ci ha privati della possibilità di ascoltare, dal vivo, le parole di chi ha cantato delle battaglie per le quali ha speso senza riserva tutta la vita, donando i propri anni migliori. Quella malattia che ci ha privati dall’ascoltare chi, a distanza di anni, ci parla comunque al cuore con quelle stesse parole d’ordine che ci muovono nella medesima direzione: Europa, Rivoluzione, Fascismo.

 

Massimo Morsello

Steiner

Ultras ’90

Negli anni ’90 si assiste ad un enorme cambiamento nel movimento ultras. Agli inizi di quel decennio gli ultras sono una realtà fortemente consolidata nel calcio, capaci di influenzare le scelte societarie e di preparare coreografie maestose, facendo diventare famosi moltissimi gruppi storici. Tuttavia, visti i cambiamenti della società italiana, gli ultras si trovano a dover affrontare diverse problematiche come il cambio generazionale, l’avvento delle pay tv e la repressione dello Stato sempre più forte. Il crocevia del movimento è la stagione 94/95. Il 20 novembre del 1994 avvengono pesantissimi scontri tra ultrà bresciani, ultrà romanisti e polizia, con un bilancio di un vicequestore accoltellato e diversi agenti feriti. A seguito di questa giornata, ci sarà una fortissima repressione con i primi provvedimenti governativi. Ma l’episodio più importante avviene il pomeriggio del 29 gennaio 1995 con l’omicidio del genoano Vincenzo Spagnolo, durante i tafferugli tra genoani e un sottogruppo di ultrà milanisti sfuggiti ai controllo. Questo fatto porta ad una clamorosa interruzione di tutti i campionati della lega calcio e ad un forte dibattito nelle istituzioni, nell’opinione pubblica e chiaramente negli ultrà. Ci si trova in un momento difficile in cui si deve gestire il frazionamento delle curve in piccoli sottogruppi di difficile controllo e anche una fortissima crisi identitaria che ha portato allo scioglimento di storici gruppi considerati come punto di riferimento. Si arriva al primo raduno ultras della storia, dove vengono messe da parte rivalità politiche e campanilistiche, da questo dibattito si arriverà ad un importante comunicato dal titolo “basta lame, basta infami” in cui i coltelli vengono considerate da infami e quindi estranei alla mentalità dello scontro ultras. Oltre alla forte presa di posizione delle forze dell’ordine, si deve far fronte anche al progressivo mutamento del mondo calcistico. Si inizia a parlare di “lotta al calcio moderno” e le tifoserie si schierano contro la nuova fenomenologia di tifo che vede la triste nascita delle tv a pagamento, il frazionamento degli orari delle partite e le maggiori restrizioni nell’accesso allo stadio, in casa e in trasferta. Nonostante il momento di crisi, il movimento ultras riesce a sopravvivere con profondi cambiamenti. Cambia l’entità dei gruppi che iniziano ad essere gestiti in maniera più manageriale, iniziando ad esempio dalla vendita di materiale come sciarpe, magliette e adesivi. Le coreografie italiane diventato sempre più grandi, costose e soprattutto necessarie in ogni partita di Champions League, fungendo da modello per tutte le tifoserie d’Europa. Da un punto di vista estetico invece, assistiamo ad una forte contrapposizione tra modello inglese fatto di cori spontanei e i classici stendardi e dall’altra parte al classico modello di tifo italiano fatto di torce, tamburi e fumogeni. In molti casi si arriva dunque, alla fusione dei due modelli. Gli ultras inoltre si attivano anche da un punto di vista sociale, ad esempio con la nascita delle prime fanzine e dei siti internet dedicati attraverso cui esprimono la propria mentalità, pubblicano i propri comunicati e organizzano svariate attività sociali. Si può dire quindi che gli anni ’90, dopo la fortissima crisi agli inizi del decennio, sono anni di una profonda metamorfosi che porterà ad un radicale cambiamento dovuto alla necessità di adattarsi ai cambiamenti del sistema calcistico e della società. Metamorfosi che porterà alla fine di realtà ben consolidate negli anni ’70 e ’80 come le Brigate Gialloblu, la fossa dei grifoni e il Commando Ultrà Curva Sud, ma anche alla nascita di nuove realtà come quella napoletana, che scriveranno pagine importanti nel panorama ultras.

SSC Napoli v Catania Calcio  - Serie A

Delgio

Napoli borbonica, Masaniello e la Repubblica Partenopea.


Nel periodo successivo alla dominazione aragonese Napoli vide susseguirsi, alla sua guida, una moltitudine di vicerè sottoposti al governo centrale di Madrid ( all’epoca da poco nominata capitale dell’impero spagnolo, probabilmente per la sua posizione centrale). A differenza di quanto, date le premesse, si possa immagine, la Città ricoprì un ruolo tutt’altro che marginale: fu, infatti, protagonista di una esponenziale crescita demografica, urbanistica, culturale ed economica (fino al blocco che conseguì all’introduzione del baronato). Crebbe in particolar modo il settore tessile e ricchi furono gli scambi commerciali per i rifornimenti alimentari; riuscì, grazie alla florida attività artistica e culturale, ad attirare più turisti di quanto facesse la capitale madrilena. Di contro, conobbe già la piaga dell’urbanesimo a seguito della chiusura della città, sia da terra che da mare, operata da Don Pedro di Toledo con la costruzione di Via Toledo e dei Quarteras, risultando già vittima della mala gestione ed organizzazione delle sue risorse e possibilità. Dal punto di vista bellico lo scenario rimase immutato rispetto agli anni precedenti: la città dovette far fronte prima alle angherie della Lega Santa di Papa Clemente VII e successivamente all’avanzata turca. Nonostante il quadro dell’epoca non fosse estremamente florido, la città visse un elevato incremento dell’attività culturale, artistica e letteraria grazie alla presenza di figure del calibro di Torquato Tasso, Giovambattista Basile, Giambattista Marino, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Giambattista Vico, Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Luca Giordano, Pietro Bernini, Girolamo Santacroce e Domenico Fontana. Quadro prospero sicuramente, ma altrettanto sicuro era il malcontento che, data la mancanza di comunicazione tra il governo locale e quello centrale, crebbe vertiginosamente, in particolar modo quando fu aumentato il prezzo della frutta per far fronte alle continue guerre sostenute dalla Spagna sul fronte del centro Europa: “La contrarietà ed i dispareri si moltiplicavano in ragione del numero delle cose superflue.” In questo scenario si distinse Masaniello, giovane pescatore, che al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno”, aizzò le folle contro una tassazione sempre più tagliente nei confronti del basso ceto. Rivolta che non si placò con la sua morte (morì tradito da una parte stessa dei rivoltosi), ma che, non solo continuò a Napoli sotto la guida di Gennaro Annese ma che si espanse anche a Palermo e Salerno e potè essere sedata solo con la venuta di Don Giovanni d’Austria, figlio di Filippo IV, a Napoli. Ai problemi di carattere politico-amministrativo e sociale si aggiunse, nel 1631, una terribile eruzione del Vesuvio che distrusse Portici, Resina (attuale Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata. La popolazione si riversò per interno dei neonati Quarteras, nella zona del porto e nelle chiese cittadine e, in linea con la veracità dello spirito dei napoletani, nacque, in segno di ringraziamento e devozione, la Guglia di San Gennaro, santo patrono della città. 1 L’incremento massivo della densità abitativa causò, pochi anni dopo l’eruzione, un’epidemia di peste che decimò la popolazione. Dal punto di vista politico, dopo che fu sedata la rivolta di Masaniello diversi furono i problemi legati alla guerra di successione spagnola, periodo durante il quale l’Austria conquistò la città e la tenne fino a quando tornò indipendente, con Carlo III di Borbone. Grazie a Carlo III grandissimo impulso ebbero l’arte e l’architettura: fu costruito il Teatro San Bartolomeno (poi ribattezzato Teatro di San Carlo), la Reggia di Portici e quella di Capodimonte, il Foro Carolino (oggi Piazza Dante), il Real Albergo dei Poveri KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA e la piazza del Reclusorio (oggi Carlo III). Ci troviamo, quindi, nel periodo borbonico, nella Napoli Illuminista, una Napoli in cui, nel 1799 sorse la Repubblica Napoletana, non riconosciuta in Francia, fortemente limitata nelle autonomie e schiava del malcontento dei ceti popolari. Non fu difficile, in questo quadro, per l’armata sanfedista, disfare quanto costruito, grazie all’aiuto dei lazzari (napoletani filo-borbonici).

Antonietta

La nascita degli “Ultras”.

Con questa serie di articoli cercheremo di ricostruire la storia del movimento ultras in Italia, dagli anni ’70 fino ai giorni nostri. In questo primo articolo tratteremo i primi decenni in cui il fenomeno è nato e si è sviluppato: gli anni ’70 e ’80.

I primi gruppi ultrà nascono alla fine degli anni ’60, in alcune delle grandi città del nord come Milano, Genova e Torino. Gruppi di ragazzi, spesso giovanissimi, scelgono di posizionarsi al centro della curva, il settore popolare dello stadio, per dare un approccio completamente diverso alla partita.  1

Si cerca di dare un forte impatto visivo tramite l’utilizzo di sciarpe, bandieroni, fumogeni, tutto compattato dietro lo striscione con il nome del proprio gruppo; la partita viene vissuta attivamente e il proprio sostegno si fa sentire con cori accompagnati da tamburi. In quei novanta minuti si scopre un forte senso di aggregazione che diventerà il cardine del gruppo ultras. 

Quindi è negli anni ’70 che il fenomeno nasce, si sviluppa e di conseguenza aumentano anche le intemperanze del pubblico; gli scontri sono sempre più frequenti e spesso sfociano in guerriglia urbana, soprattutto nei derby cittadini e nelle partite tra squadre caratterizzate da una forte rivalità territoriale o di diversa appartenenza politica. Non si può non citare gli scontri avvenuti tra Bergamaschi e Granata nel 1977, dove si affrontarono sugli spalti con spranghe e mazze (famosa la foto dell’ultrà granata “Margaro” che affronta gli atalantini con la mazza del bandierone). Inoltre cariche e raid all’interno dello stadio sono facilitati dal fatto che negli anni ’70 non esisteva un vero e proprio settore ospiti, quindi i tifosi in trasferta si trovavano a contatto diretto con i locali; l’obiettivo principale è lo striscione con il nome del gruppo, sacro e distintivo, considerato come un prestigiosissimo trofeo di guerra.
È nel decennio successivo che il movimento ultras ha una grande espansione in tutto lo stivale. Tutte le squadre di calcio, fino alle serie minori, hanno almeno un gruppo che anima la curva del proprio stadio. Ogni gruppo ha la propria simbologia che va da quella politica come croci celtiche e falci e martello, fino a quella territoriale o di strada.
Il seguito diventa più costante e ampio rispetto al passato e di conseguenza assume un valore importante la trasferta, momento fondamentale nella vita di un ultras. Andare in trasferta diventa una prova di attaccamento, di coraggio, di forza e orgoglio, soprattutto portando lo striscione del proprio gruppo e mostrando la propria presenza agli ultras avversari; il non presentarsi, specialmente nelle trasferte più calde, diventa un simbolo di debolezza e vigliaccheria.
Di pari passo la violenza che negli anni 70, anni di forte contrapposizione ideologica, aveva caratterizzato le piazze delle città italiane, si sposta nelle curve. Di domenica sono frequenti scontri e tafferugli tra tifosi e contro la celere, si diffondono le armi da taglio e in generale il confronto in strada diventa più violento, portando spesso a omicidi e ferimenti gravi. Infatti, nel febbraio del 1984, a seguito della partita di coppa Italia Triestina-Udinese, scoppiano violenti contatti: il triestino Stefano Furlan muore a causa delle manganellate della polizia chiamata a sedare i disordini. Nel settembre dello stesso anno dopo Milan-Cremonese,viene brutalmente ucciso con una coltellata al petto, Marco Fonghessi, tifoso milanista scambiato per tifoso della cremonese a causa della sua macchina targata Cremona.
Nonostante gli episodi di cronaca nera, il modello ultras italiano diventa riferimento per le tifoserie dell’Europa meridionale ed è capace di contrapporsi efficacemente al modello hooligans inglese. CALCIO: HEYSEL 25 ANNI DOPO, COMMEMORAZIONE A BRUXELLESGli ultras si presentano come un gruppo ben strutturato e gerarchizzato, con un direttivo che prende le decisioni in merito alle trasferte e alle coreografie o eventuali azioni, mentre gli hooligans prediligono azioni spontanee decise sul momento. Anche l’impatto visivo e canoro si differenzia in quanto gli ultras prediligono bandiere, fumogeni, sciarpate e cori accompagnati da tamburi e megafoni, mentre gli hooligans danno libero sfogo alla voce e alle mani.
Quindi, in questo periodo, il movimento ultras italiano è sulla cresta dell’onda. Tutti i gruppi possono contare su moltissimi aderenti che vivono l’essere ultras come uno stile di vita caratterizzato da una fortissima passione per i propri colori.  

Delgio

 

Napoli: dal Medioevo agli Aragonesi.

Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, la Campania fu governata da un console collocato a  Capua e facente le veci dell’imperatore bizantino (allora Teoderico il Grande); sotto questo regno  visse un periodo di pace nonostante fosse esasperata dalla rovinosa politica fiscale adoperata .
Durante le Guerre Gotiche (535 – 553) che imperversarono in tutta l’Italia devastando intere città, Napoli fu saccheggiata nel 536 da Belisario con l’intento di punire i napoletani, blanditi dalle parole degli oratori Pastore e Asclepiodoto, per l’appoggio offerto ai Goti; dominio confermato nel 542 con la sconfitta dell’imperatore goto Totila.

Ducato bizantino
Durante il periodo bizantino, Napoli attuò una politica filo – musulmana, in un’ottica più ampia del semplice ducato, data la presenza della dinastia araba insediatasi a Palermo nel 831; non mancarono di certo le guerre, soprattutto contro i popoli vicini (principalmente  i longobardi di Benevento, Capua e Salerno), fino al 1137 che comportarono la caduta del ducato bizantino di Sergio VII di Napoli da parte del normanno Ruggero II di Sicilia, dando così vita al Regno di Sicilia.

Periodo normanno
Ruggero giunse a Napoli nel 1140 e fu accolto con tutti gli onori, confermando alla nobiltà i propri privilegi; questo momento di pace durò fino all’avvento di Guglielmo I nel 1154  a causa di alcune rivolte tra la classe nobiliare e quella militare; rivolte che si conclusero con rivolte popolari contro l’imperatore. Seguì un periodo di tranquillità con Gugliemo II, fino all’invasione degli svevi di Enrico IV.

Periodo svevo
Durante l’invasione sveva Napoli resistette ad un lungo assedio durato tre mesi ma alla fine capitolò nel 1194 facendo atto formale di obbedienza al nuovo imperatore.
Il totale assoggettamento all’imperatore si ebbe con l’effettivo possesso della carica imperiale , nel 1208, da parte di Federico II Hohenstaufen. Federico pose fine al periodo di semi – anarchia che si era creato con la caduta dell’impero normanno grazie alla promulgazione della Costituzione di Melfi, la quale regolava l’ordine nei rapporti di vassallaggio nei confronti della nobiltà.
20110423213751_napoli_palazzo_reale_federico_secondo_di_svevia-3Sotto il regno di Federico II Napoli conobbe il suo massimo splendore in ambito culturale (soprattutto in ambito letterario e giuridico) anche se non ottenne un gran favore presso il popolo a causa di una politica fiscale fortemente accentrata sul re, avendo abolito le autonomie comunali e la classe sociale dei notabili. Con la morte dell’imperatore, accolta con un’insurrezione popolare, Napoli si pose sotto la protezione del papa Innocenzo V fino al 1253, quando dovette arrendersi  all’assedio da parte di Corrado IV; con la battaglia di Benevento del 1266 si ebbe la sconfitta degli svevi dando così inizio all’epoca angioina sotto il re Carlo D’Angiò.

Gli Angioini
«savio, di sano consiglio, e prode in armi, e aspro e molto temuto e ridottato (rispettato, ndr) da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti», con queste parole Giovanni Villani nella sua Nova Cronica descrive il nuovo re il cui lustro aumentò ancor di più con la vittoria contro il giovane Corradino di Svevia (ultimo erede di Federico II) a Tagliacozzo nel 1268; durante il periodo angioino, Napoli ebbe enorme importanza dal momento che fu scelta come capitale dell’impero, a discapito di Palermo. maschio_0 In questi anni videro la luce capolavori architettonici come il Maschio Angioino (che sarebbe  stata anche sede papale, dato l’ottimo rapporto dei francesi con la Chiesa) e Castel Sant’Elmo. Sicuramente il re angioino più importante fu Roberto, conosciuto anche come Il Saggio e descritto da Boccaccio come «il re più sapiente del mondo dopo Salomone»; nonostante la situazione prospera, il regno non seppe resistere alla cupidigia generata dalle questioni dinastiche della casata francese che videro la regina Giovanna D’Angiò, appoggiata alla nobiltà partenopea, uccidere il marito Andrea d’Ungheria.

Gli Aragonesi
Tale evento non restò impunito: Luigi d’Ungheria, fratello di Andrea, costrinse Giovanna a scappare in Provenza favorendo l’ascesa della dinastia Catalano – aragonese; il primo re appartenente a tale dinastia fu Alfonso il Magnanimo che, nonostante non seppe ingraziarsi il popolo napoletano, conferì a Napoli un’attenzione del tutto differente rispetto alle altre città del suo ampio territorio, attraverso opere di ampliamento della città e di mecenatismo che videro alla corte aragonese personaggi del calibro di Lorenzo Valla (in questi anni compose la celebre  opera “La falsa donazione di Costantino/De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio”), il Panormita o, il futuro papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini.
La casata aragonese ebbe ufficialmente fine, dopo la parentesi francese di Carlo VIII, con l’annessione del Regno di Napoli al Regno d’Aragona di Ferdinando il Cattolico nel 1503.

Nel prossimo articolo parleremo dell’età contemporanea: dalle famose Guerre d’Italia, che videro per la prima volta la creazione di una lega militare propriamente italiana, alla colorita rivolta di Masaniello,del Viceregno austriaco e della rivolta illuminista del 1799 che vide impegnata ed unita, per la prima volta, tutta l’intelligencija napoletana.

Peppe

Partenope, Palepolis, Neapolis: Napoli tra mito e storia .

Visto l’abbandono delle proprie origini e radici cui la nostra società è andata incontro, abbiamo ritenuto opportuno riscoprire ed analizzare, in più riprese, la storia della nostra città. Una città che risulta ormai, da diversi anni, essere abbandonata al corso degli eventi, in balia di amministrazioni scellerate. 

Collocata tra i “fuochi” del Vesuvio ad est ed i Campi Flegrei ad ovest, “Partenope” gode di una posizione in grado di fornirle il lustro, il fascino e la magnificenza che per secoli hanno accompagnato il suo nome. 3Affascinante è il mito della sua fondazione, riconducibile alla sirena Παρθενωπη (Parthenope), nata dal dio-fiume Acheloo e dalla madre-terra Persefone, dotata di un volto di fanciulla ed il corpo di un uccello, probabilmente morta dopo un rifiuto da parte di Ulisse. Quanto alle origini storiche, fondata dai Cumani (una delle più antiche colonie della Magna Grecia) verso la fine del VIII secolo a.C. in un periodo coevo alla fondazione della stessa Κύμη [Cuma] (725 – 720 a.C.), riuscì ben presto a differenziarsi dalla “madre” e ad essere poi ribattezzata Neapolis. La città nuova risultò dotata, in origine, di un estremo rigore geometrico, in linea con la struttura delle città greche basate sui cardi e decumani.

Uno dei primi riferimenti storici lo si ritrova in Tito Livio, il quale, attraverso una breve digressione sull’origine di Neapolis, riferisce la presenza di due Urbes: Palepolis e Neapolis. Nella prima, in particolare, aveva sede la res Neapolitana, l’odierno monte Echia; mentre nella seconda fu poi stabilito il foedus Neapolitanum (vedi oltre). Strabone invece dedica brevi cenni alla storia della città; rievoca solo la sua fondazione per mano cumana e la venuta, poi, degli έποικοι (coloni) Ateniesi e Pithecusani (Πιθηκούσσαι – isola d’ Ischia). Ciò che è certo è che la nuova città, in linea con Cuma, tenne fede alle tradizioni greche, come dimostra la persistenza del culto di Demetra e la ripresa delle φρατρίες (fratrie – divisione sociale su base parentelare). Fu il rapporto privilegiato con Atene che le rese possibile un rapido sviluppo urbanistico ed una rapida “conquista” delle principali rotte commerciali. Ciò fu possibile soprattutto grazie al declino della Tirannide dei Diomenidi a Siracusa e all’abbandono di Pithecusa da parte degli stessi siracusani. E’ in questo nuovo scenario che si rafforzarono i rapporti con la città si Atene, in particolar modo sotto il governo di Pericle; rapporti che furono mantenuti saldi fino alla guerra archidamica (prima fase della Guerra del Peloponneso).

L’ equilibrio di Neapolis venne poi interrotto dalla minaccia Osca, alla fine del V secolo a.C., quando furono conquistate Capua e Cuma. Seguì una battaglia con Roma (istigata dai Sanniti, preoccupati dall’espansionismo romano), messa a tacere da Publio Filone. E’ da questo momento in poi che Napoli stringerà con Roma il Foedus Neapolitanum, attraverso il quale la città riuscì a conservare ampia autonomia di costumi e tradizioni (di origine greca).

Coinvolta anche nelle guerre Puniche, grazie a Pirro, e devastata poi a causa della lotta tra Mario e Silla, la città vide il fiorire di importanti scuole, come quella di Sirone dove studiò Virgilio, e fu il luogo in cui si formò la congiura per uccidere Cesare. In età 2augustea fu distrutta nel 79 d.C. dal terribile terremoto descritto da Plinio il vecchio ed alla sua ricostruzione seguì la richiesta di ribattezzarla Partenope, mentre, in età cristiana, sotto Diocleziano, vide il fiorire di alcune delle maggiori chiese della città, come le Catacombe di San Gennaro, la chiesa di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno. Nel 476 lo stesso Romolo Augusto, ultimo degli imperatori romani d’Occidente, fu deposto ed imprigionato a Castel dell’Ovo, vecchia villa di Lucullo.

1La favorevole posizione ed il clima mite resero la città ideale per gli otia dell’aristocrazia
romana ed è per questo motivo che Neapolis si arricchì di eleganti ville romane, come quella di Lucio Licinio Lucullo sul monte Echia, o quella di Publio Vedio Pollione e la Grotta di Seiano. Resti delle origini greco-romane della città di Napoli sono osservabili oggi a Piazza Bellini, dove ritroviamo delle mura greche, mentre dall’alto della Certosa di San Martino è possibile constatare come ad una ordinata struttura di base si sovrapponga un intricato gomitolo di strade che ben si sposa con l’aria mite della storica Partenope.

In quel gomitolo di strade e storie si sono sviluppate nuove vicende, nuovi avvenimenti, diverse condizioni che, nel corso dei secoli e delle dominazioni hanno consentito la nascita della Napoli medioevale.
Antonietta
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