GIULIO CESARE: SOLDATO TRA SOLDATI

«Immolando Cesare, Bruto ha obbedito a un pregiudizio educativo che aveva appreso nelle scuole greche. Lo assimilò a quegli oscuri tiranni delle città elleniche che, col favore di qualche intrigante, usurpavano il potere. Non volle vedere che l’autorità di Cesare era legittima perché necessaria e protettrice, perché era l’effetto dell’opinione e della volontà del popolo»

Così parlò Napoleone Bonaparte riferendosi a Giulio Cesare che, proprio in questo giorno del 44 a. C., venne assassinato con ventitre coltellate da coloro che si proclamarono “liberatori della Patria”, salvo poi essere costretti a fuggire e a nascondersi dalla rabbia di quel popolo che, per anni, aveva amato il discendente della Gens Iulia e ne aveva apprezzato l’operato.
Alle Idi di Marzo, giorno di festa dedicato a Marte, dio della guerra, finì dunque Cesare dando nuovamente inizio a lotte interne che, sembrava, fossero finalmente cessate grazie al suo operato. Eppure così non era stato dal momento che, nell’ombra, vili e rancorosi avevano architettato a lungo l’omicidio del dittatore.

Caio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 Luglio del 100 a.C. ed era di origine nobiliare. Secondo la tradizione, poteva vantare tra i suoi avi Anco Marzio, quarto Re di Roma, e Iulo, il figlio di Enea, discendenti dalla dea Venere. In quel periodo, in città, vi erano forti conflitti tra gli Optimates, nobili e conservatori che avevano annoverato tra le proprie fila personaggi come Catone il Censore, e i Populares, aristocratici e tribuni del popolo tra i quali si era schierato anche Caio Mario, zio di Cesare che all’epoca ricopriva la carica di Console.

Gli anni dell’adolescenza di Cesare furono segnati dalla guerra civile tra Silla e Caio Mario: Silla una volta sconfitta la fazione dei Populares, venne proclamato dittatore e Cesare, a quel tempo diciottenne e da poco sposato con Cornelia, in quanto nipote di Mario, fu costretto a prestare costanti attenzioni per non essere catturato e ucciso dagli uomini di Silla. Decise dunque di allontanarsi da Roma per un periodo arruolandosi e militando come Legatus in Asia Minore contro Mitridate.
Qui diede una prima prova della propria capacità militare e diplomatica quando venne rapito dai pirati: Questi gli chiesero un riscatto di 20 talenti d’argento, ma Cesare beffandoli, ne promise loro 50 pur di aver salva la vita. Inviò dunque dei messi per procurarsi la somma che giunse dalla città di Mileto e, in breve tempo, ne permise la liberazione. Una volta libero, Cesare partì, proprio dal porto di Mileto, assieme ai suoi uomini in cerca dei suoi rapitori. Cogliendoli di sorpresa, ne catturò la maggior parte, li crocefisse e recuperò le ricchezze che i pirati, avevano accumulato nel tempo con assalti e rapimenti.

Nel 78, alla morte di Silla, Cesare fa ritorno a Roma iniziando una rapida e gloriosa carriera politica che lo portò, nel 72 ad essere eletto Tribuno Militare, uno dei gradi più prestigiosi dell’esercito Romano. Solo tre anni dopo, in concomitanza con la morte della moglie, Cesare viene eletto Questore e, successivamente, tra il 65 e il 61, consegue prima il grado di Edile (magistrato) e poi quello Pontefice Massimo.
Nel 61 a.C viene poi eletto Pretore e, in previsione delle elezioni per il consolato che si sarebbero tenute l’anno seguente, Cesare stipula un accordo con Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso: il primo è un abile generale che ha riportato molte vittorie specialmente nelle regioni orientali ed è da tempo rappresentante degli Optimates, mentre Crasso è uno degli uomini più ricchi di Roma ed è da tempo in conflitto con Pompeo per questioni interne alla loro fazione. Questo accordo, chiamato dagli storici Triumvirato, viene ufficializzato da un matrimonio: Cesare dà in sposa sua figlia Giulia, avuta con la defunta moglie Cornelia, a Pompeo.
Tramite questo accordo Cesare riuscì ad ottiene il Consolato, la carica pubblica più importante nella Roma dell’epoca, e, una volta terminato l’incarico, l’anno seguente ricevette il compito di nuove campagne militari in Gallia.

Questa regione era abitata da popolazioni celtiche, divise in tribù, che erano continuamente in conflitto con le popolazioni germaniche stanziate al di là del Reno. Cesare riportò innumerevoli vittorie in pochi anni, riuscendo anche a sconfiggere le tribù alleate e condotte da Vercingetorige, e ad arrivare addirittura a toccare le sponde britanniche.

Nel frattempo in Patria, Pompeo, approfittando della morte di Crasso, ucciso dai Parti che – ironia della sorte – gli versarono dell’oro fuso in gola, si accordò con il senato per prendere il potere. A questi tuttavia rimase ancora da affrontare Cesare che, amato dal popolo e stimato dai propri «Commilitoni», come egli stesso era solito definirli, aveva colto le intenzioni dei nemici di Roma.
Questi, mossi da meri interessi economici e dalla brama di potere, per contrastarlo, lo richiamarono a Roma ordinandogli di sciogliere l’esercito e di far ritorno da privato cittadino.
Messo con le spalle al muro, a Cesare resta una sola strada da intraprendere: entrare con l’esercito in Italia, proteggere la sua gente e liberare Roma e l’Italia dai traditori del popolo. Il 10 gennaio del 49 a.C iniziò dunque una nuova e sanguinosa guerra civile che vide schierati, da una parte, Cesare con i suoi soldati, e, dall’altra, Pompeo e i suoi alleati, spinti da interessi personali.
Pompeo, intimorito, decise dunque di darsi alla fuga abbandonando l’Italia a Cesare che, divenuto dittatore, fece approvare una massiccia quantità di provvedimenti per salvare una Roma travolta dalla crisi economica. Il conflitto non si poté comunque considerare concluso fino a quando, il 9 Agosto 48, in seguito a numerose battaglie, la guerra terminerà con la vittoria di Farsalo. Battuto, Pompeo cercò rifugio in Egitto dove trovò la morte per mano di un sicario di Tolomeo XIII e Potino, regnanti dell’epoca che speravano di conquistare così i favori di Cesare. Quando questi giunse sulle coste d’Egitto, Tolomeo offrì lui la testa dell’antagonista. Cesare si infurò facendo decapitare Pontino, autore materiale dell’omicidio, per aver osato uccidere quello che, nel bene o nel male, era comunque un importante cittadino romano. Da qui, il condottiero, avviò delle campagne in Egitto che culmineranno con l’affido della provincia a Cleopatra, con la quale avrà anche un figlio, Cesarione.

Tornato a Roma, Cesare riceve la dittatura di 10 anni, carica che nessuno prima di lui aveva conseguito, e poi, due anni dopo, la dittatura a vita. In questo periodo continuò sempre a fare gli interessi del Popolo e della Patria, mosso dai medesimi ideali che lo avevano animato nella gioventù, nelle campagne militari e nella guerra ai traditori di Roma. Fu forse proprio per queste ragioni che un gruppo di una sessantina di cospiratori, guidati da Caio Cassino Longino, Decimo Bruto Albino e Marco Giulio Bruto, figlio dello stesso Cesare, decisero di eliminare il dittatore in nome di millantate “Libertà Repubblicane”. Libertà che, nei fatti, essi stessi avevano contribuito ad affossare con i loro comportamenti.

Fu così che, come già detto, il 15 marzo del 44 a.C., poco prima di una nuova campagna militare programmata da Cesare, la congiura prese atto: convocato in senato, Cesare venne ripetutamente pugnalato.
Fu dunque questa la fine di Caio Giulio Cesare, padre della Patria, condottiero, difensore di Roma e della sua Libertà, Uomo ineguagliabile. Risulta difficile anche solo immaginare cosa avrebbe potuto ottenere un genio sconfinato come Cesare se i vili non lo avessero prematuramente sottratto alla storia, ma ci basta pensare come, ancora oggi, centinaia di migliaia di persone portino anche solo un fiore in omaggio alla sua statua a Roma. Un segno evidente che gli Dei non muoiono mai.

Steiner

Cesare

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Otto Rahn: viaggio nell’anima dell’Europa

Per secoli l’uomo ha cercato il Sacro in ogni dove, in ogni sua forma, in ogni sua manifestazione. Fiumi di parole sono stati scritti per descriverlo e migliaia spedizioni sono state organizzate per trovarlo, tutte con l’obiettivo di giungere agli antipodi della civiltà, per trovare il minimo comun denominatore che unisse tutti quei Popoli che, pur differenziandosi per tradizioni e culture, provenivano in realtà da un’unica stirpe. Tanti studiosi tra antropologi, storici, teologi, mistici e filosofi hanno tentato in diversi modi di giungere alla stessa soluzione, ma tutt’oggi le conclusioni e le teorie sono innumerevoli, alcune inconciliabili, e nel tempo la questione – prima ritenuta di importanza fondamentale – è decaduta fino a divenire un mero pretesto per produrre programmi d’intrattenimento demenziali, racconti di bassa lega o assurde teorie complottiste.
Uno degli ultimi che ha tentato, facendo uso di tutta la sua volontà e di tutta la sua conoscenza, di svelare questo collegamento che segretamente ancora persiste tra le genti del nostro Vecchio Continente, fu Otto Rahn, che per la sua entusiastica ricerca ha dato tutto, persino la vita.

Otto Rahn nacque il 18 febbraio del 1904 a Michelstadt, in Assia, nella Germania centro-meridionale. Il giovane, che già da ragazzo probabilmente prospettava per sé una carriera da storico, sviluppò durante gli anni delle superiori una passione senza precedenti per la poesia medievale, in particolare quella occitano-provenzale, che dietro le liriche narranti di gesta gloriose, di sovrani, di leggende cavalleresche e amori sensuali o platonici, spesso nascondevano riferimenti a fatti realmente accaduti. Una costante di tutte queste opere era sopratutto il Sacro Graal, la mitica coppa da cui Gesù Cristo avrebbe bevuto nell’Ultima Cena, e dove Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il suo sangue che sgorgava dalle ferite inflittegli dalla la crocifissione; solo i puri di cuore potevano possederlo e riceverne i benefici, la vita eterna e la saggezza.
Ma chi poteva considerarsi così integro ed incorruttibile tanto da potersi reputare senza peccato? Chi mai avrebbe potuto custodire per l’eternità il sacro calice?

Rahn svolse le sue ricerche a partire dall’analisi del Parzival, capolavoro della letteratura tedesca di quel periodo scritto dal poeta-cavaliere Wolfram von Eschenbach e poi ripreso da Wagner per il suo dramma. Egli, come altri studiosi,  identificò il misterioso Kyot il Provenzale, a cui l’autore fa riferimento come suo ispiratore, in Guiot di Provenza, leggendario troviero della corte occitana. Alla fine le sue indagini lo portarono proprio in Occitania, nella terra d’origine dei cantori e dei menestrelli, che esplorò in lungo e in largo dal 1929 al 1932 con l’aiuto di un altro valente storico Antonin Gadal, con il quale condivideva i fini della spedizione; la sua permanenza nelle terre meridionali francesi e l’investigazione sul destino del Graal a partire dai testi poetici lo portarono inevitabilmente a scoprire un altro grande elemento che aveva caratterizzato la regione tra il X e il XIII secolo: il Catarismo.
Rahn giunse alla conclusione che ad aver detenuto il sacro calice fossero stati proprio i seguaci di questa eresia, della quale molti trovatori del passato avevano fatto continua menzione rimarcandone l’importante presenza in Linguadoca e sottolineando che raramente essa mancò dell’appoggio e della protezione da parte dei nobili locali. Come altri anche von Eschenbach accennò alla diffusione di questa eresia e dei suoi seguaci fin nel sud della Germania.
I Catari impersonavano benissimo quel modello di fedeli puri, votati al sacrificio estremo, che i miti descrivevano come unici possibili custodi della santa reliquia: la loro dottrina imponeva di vivere nella più completa povertà, privi di qualsivoglia proprietà e spingendoli a privarsi anche di qualsiasi altro bene o piacere materiale, come il cibo e i rapporti sessuali. Tutta la materia per loro era fonte di malvagità, in quanto consideravano la Terra e la vita su di essa come la gabbia che Satana aveva creato per le loro anime, e astenersi da qualsivoglia contatto con il mondo fisico per dedicarsi ad una vita di completa meditazione rappresentava per loro la massima comunione con Dio. Pur credendo nella figura di Cristo e nel Nuovo Testamento, il loro credo era di carattere gnostico, basato cioè su una conoscenza segreta a cui solo pochi eletti potevano attingere, in questo caso i ministri del culto e i predicatori, che avevano compiuto il primo passo nel condurre questa vita ascetica. Questi, come antichi sacerdoti pagani, vivevano in comunità condividendo fra loro tutte quelle poche cose che ancora “possedevano”; tali considerazioni, assieme alla netta distinzione che ponevano tra il concetto di bene e male – di carattere spiccatamente manicheo – e alla contrapposizione tra una realtà terrena e una spirituale, bastarono a Rahn per teorizzare che in realtà il catarismo altro non fosse che la sintesi di religioni indoeuropee molto più antiche ma con una radice comune: il culto della luce e delle divinità solari. La fede e la dottrina dei propugnatori albigesi poteva rappresentare l’indice di continuità tra la cultura druidica celtica e le fedi rivelatrici provenienti dalle terre Indo-Persiane. Dopotutto, anche la leggenda del Graal ha dei precedenti nelle saghe pagane del Nord-Europa, e la sua identificazione non solo in calice ma anche in altri oggetti: proprio nel Parzival d’altronde, per la prima volta nel Ciclo Bretone, viene identificato non più come calice ma come pietra preziosa; e, sempre in quest’opera, il luogo in cui l’oggetto viene portato dall’eroe e dai suoi compagni, Sarraz, venne poi identificato nella località Iraniana chiamata Takht-e-Soleyman (Trono di Salomone), che costituì altresì un importante luogo di culto della dottrina Zoroastriana.
Otto condusse le proprie ricerche, piuttosto che nelle maggiori città in cui il movimento ereticale era diffuso, nei rifugi naturali in cui ai tempi della persecuzione operata dall’Inquisizione, dai Crociati e dall’Ordine Domenicano gli eretici furono costretti a nascondersi e usare come luogo di culto: tra queste vi erano le cave di Ussat, le grotte di Lombrives e la valle dell’Ariège (che, curiosamente, in tempi antichi ospitava un lago a forma di calice), ma soprattutto i cunicoli sottostanti il castello di Montsegur, ultimo bastione della loro resistenza. In questi luoghi lo studioso trovò un’incredibile quantità di graffiti, alcuni dei quali si erano completamente confusi con altri che erano invece di origine preistorica, suggerendo un utilizzo ancor più antico di quelle insenature come luoghi sacri e di culto.

Al suo ritorno in Germania, raccontò le sue esperienze in Linguadoca e Provenza nel libro Crociata contro il Graal. Il libro ebbe un discreto successo e in particolare il suo contenuto attirò l’attenzione di Heinrich Himmler, il quale decise quindi di reclutare Rahn tra le sue fila di archeologi e studiosi dell’Ahnenerbe, la “Società di ricerca dell’eredità ancestrale”, il dipartimento delle SS che si occupava di cercare conferme circa la provenienza e gli elementi comuni delle civiltà Indo-Arie. Nell’estate del 1936 intraprese, per ordini dello stesso Reichsführer, una spedizione in Islanda per indagare sul culto germanico odinista praticato sull’isola, ma non ottenne i risultati sperati. Nel ’37 pubblicò su commissione dell’ufficio centrale il suo secondo libro, La corte di Lucifero, ulteriore resoconto dei suoi viaggi e delle sue scoperte, che introdurrà così:

«Questo libro, che ha come punto di partenza le pagine di un diario, è stato scritto in un villaggio dell’Alta Assia, nel cuore del paese dei miei antenati pagani e dei miei avi eretici. Il manoscritto è sulla mia scrivania: voglio concluderlo. Il frammento di marmo caduto da un fregio del tempio di Delfi pesa sui fogli ricoperti di scrittura fitta. Altre due pietre, quella di Montségur e quella di Reykholt impediscono al vento di sparpagliare o portar via i fogli disposti in due pile a destra e a sinistra».

Purtroppo la sua carriera nelle SS durò poco: a causa delle sue opinioni sempre in contrasto con quelle dei superiori e del sospetto che stesse creando in seno all’organizzazione una fazione neo-catara, unite alla scarsa disciplina militare e al suo carattere anticonformista, venne riassegnato per un breve periodo ad incarichi di servizio a Dachau. Tuttavia, con il passare dei giorni, il suo atteggiamento, prima colmo di fervore e dedizione, andava cambiando verso uno stato di ansia perenne, che infine, come testimoniano alcuni rapporti ufficiali, lo portò ad avere problemi con l’alcolismo. Da questo punto in poi gli avvenimenti diventano confusi e confermati solo da poche testimonianze. L’epilogo della sua vita, come la leggenda del Graal, diventa un mistero.
Sempre più emotivamente e psicologicamente consumato dalla vita che conduceva, e convinto di essere stato messo sotto sorveglianza dalla Gestapo, nel 1938 rassegna le dimissioni dalle SS, alle quali, come sostenuto da alcune fonti, pare che Himmler abbia risposto con un freddo e semplice «Sì». Da qui si perdono le sue tracce, si hanno sporadici avvistamenti, ma dello storico Otto Rahn non si ha più notizia, fino al ritrovamento del suo cadavere congelato sulle Alpi Austriache, l’11 aprile del 1939. Le cause del decesso, che si stima sia avvenuta il 13 o il 14 marzo, rimangono (e forse rimarranno per sempre) un’enorme incognita: c’è chi dice si sia lasciato morire di ipotermia, chi invece di overdose di barbiturici (furono ritrovate nella giacca due fiale di sonnifero), altri addirittura affermano che abbia inscenato la propria morte.
I Catari coronavano la loro comunione con Dio lasciandosi serenamente morire di fame e di sete durante la preghiera, un lungo e lento processo di decadimento fisico chiamato Endura, che avrebbe portato infine l’anima in comunione con Dio.
Non sappiamo come sia morto Otto Rahn, ma ci piace pensare che il suo trapasso sia stato la conclusione perfetta di una vita romantica, vissuta all’insegna della conoscenza del passato e dello spirito europeo. Una morte un po’ stoica, un po’ faustiana, che ha sicuramente portato con sé tantissime cose che oggi non sappiamo, e che, forse, non sapremo mai.

 

«La loro dottrina permetteva, come quella dei Druidi, il suicidio; tuttavia esso esigeva che si mettesse fine alla propria vita non per stanchezza di vivere, per paura o per dolore, ma in uno stato di perfetto distacco dalla materia. Questo tipo di Endura era permesso quando veniva effettuato in una visione momentanea e mistica della Bellezza e della Bontà divina. […] l’ultimo atto dell’annientamento della carne richiede eroismo. La concatenazione non è affatto così crudele come sembra.»

Saturno

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Un cuore pulito non si scorderà: Franco Anselmi

«In questo mondo di ipocrisia, di false regole e di moralismi! Mi viene voglia di abbracciare chi ha il coraggio di sbagliare!»

Così cantavano gli Amici del Vento nella canzone NAR, dedicata a quei camerati che, nel difficile clima degli anni ’70, decisero di imbracciare le armi per rispondere ai vili attacchi che colpivano, talvolta mortalmente, tutti quei ragazzi che, non arresisi, continuavano a combattere per l’Idea che aveva infiammato i cuori dei loro padri e dell’Europa intera. Ed è proprio con queste parole che vogliamo esordire per parlare di Franco Anselmi, esponente dei NAR che in questo giorno del 1978 venne ucciso dal proprietario dell’armeria Centofanti, nel quartiere Monteverde, nel corso di una rapina messa in atto dal gruppo di rivoluzionari neofascisti.

Franco Anselmi nacque a Bologna il primo marzo del ’56, e nel 1973 si trasferì a Roma assieme alla famiglia. Qui iniziò la propria militanza avvicinandosi immediatamente, con l’inizio degli studi superiori, al Fronte della Gioventù, componente studentesca del MSI. Porprio a causa del suo attivismo, nel corso del 1972, all’uscita da scuola, il Liceo Keplero IX del quartiere Portuense, venne aggredito da alcuni militanti di estrema sinistra che, colpendolo ripetutamente alla testa con dei bastoni, gli provocarono ferite gravissime che gli costarono la perdita della vista ad un occhio e oltre tre mesi di coma.
A causa di questo evento e della lunga riabilitazione che ne seguì, Franco, avendo due anni da recuperare, si iscrisse all’Itituto Tozzi di Monteverde, dove fece la conoscenza di quelli che, assieme a lui, avrebbero poi costituito la base dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, del quale sarà compagno di banco, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati.

È in questo periodo che si cementa quel rapporto che spingerà i ragazzi a scegliere, congiuntamente, la via della lotta armata che sarà vista dal gruppo come l’unica possibilità di difendere se stessi e i propri camerati dalle quotidiane violenze comuniste che, troppo spesso, mietevano vittime tra le fila dei neofascisti.
Anselmi le conosceva bene non solo per averle subita direttamente qualche anno prima, ma soprattutto per I fatti che videro coinvolta la sede del MSI nel quartiere Prati: il 28 febbraio del 1975 Franco partecipò al presidio in Piazzale Clodio, fuori il tribunale nel quale, quella mattina, si stava svolgendo il processo per gli imputati del Rogo di Primavalle. Proprio lui, durante il successivo assalto che i compagni effettuarono alla sede di Via Ottaviano, si trovò al fianco di Mikaeli Mantakas, lo studente greco che venne mortalmente colpito dal proiettile esploso da Alvaro Lojacono, militante di Potere Operaio che poi passerà tra le fila delle Brigate Rosse. Un evento drammatico che segnerà irrimediabilmente Franco.
In quell’occasione, il sangue di Mikis macchiò il passamontagna di Anselmi. Questi lo conserverà come una reliquia che, in un intimo rituale, come fosse una promessa di giustizia, bagnerà anche il 7 gennaio del ’78 nel sangue ancora fresco dei camerati appena uccisi in Via Acca Larentia.

Acca Larentia rappresenterà per tutto il gruppo del Tozzi il punto di non ritorno. Il culmine di un climax di violenze subite e mai vendicate che spingerà i NAR ad imbracciare le armi contro lo stato e i suoi servitori che troppi amici avevano portato via ai giovani militanti del MSI.
Solo pochi giorni prima, d’altronde, Anselmi aveva avuto un diverbio con Pino Romualdi, quando, in occasione dell’omicidio di Angelo Pistolesi, il 28 dicembre del 1977, questi gli aveva negato il “permesso” di vendicare la morte dell’amico, caduto sotto i colpi di chi, probabilmente, dieci giorni dopo attuerà la strage nella sede del Tuscolano.

Per vendicare i camerati caduti Franco e gli altri decisero che era il momento di alzare il tiro rispetto alle azioni che i NAR avevano compiuto fino a quel momento. C’era bisogno di iniziare a pareggiare i conti. C’era bisogno di ripagare i servi del sistema con la stessa moneta.
Proprio per questo il 28 febbraio del ’78, nell’anniversario della morte di Mantakas, dando adito ad una notizia arrivata dal carcere che asseriva che gli assassini di Acca Larentia fossero venuti da una casa occupata in Via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà, il gruppo si organizzò e andarò sul posto con tre pistole con l’intento di assaltare gli antagonisti.
Il caso volle che proprio quella mattina l’edificio fosse stato sgomberato dalla polizia, perciò i camerati decisero di perlustrare il quartiere in cerca di qualcuno che potesse sembrare “colpevole”, e, in particolare, si diressero vero i giardini di Piazza San Giovanni Bosco, noto punto di ritrovo dei militanti di sinistra della zona. Qui trovarono effettivamente alcuni ragazzi che vennero riconosciuti, probabilmente sulla base dell’abbigliamento, come militanti comunisti. I neofascisti scesero dalle auto a bordo delle quali viaggiavano e fecero fuoco. Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, riuscì a ferire alcuni dei ragazzi nella piazza prima che gli si inceppasse la pistola. Alcuni riuscirono comunque a scappare ma, in terra, rimase Roberto Scialabba, spacciatore e ladro militante tra le fila di Lotta Continua, che fu immediatamente raggiunto da Giusva e freddato con un colpo alla testa.

L’azione era stata portata a termine, ma le pistole avevano dato problemi. Le armi erano scarse e poco efficienti. Per proseguire in quella guerra c’era bisogno di ben altri mezzi.
Fu per questa ragione che il gruppo organizzò, per il 6 marzo, una rapina all’armeria Centofanti – la più grande della città – nella quale avrebbero di certo trovato ciò che serviva. All’azione presero parte Anselmi, Alibrandi, i fratelli Fioravanti e Francesco Bianco che era alla guida dell’auto. Dopo aver preso undici pistole, documenti e gioielli, Alibrandi e i Fioravanti uscirono dal locale, mentre Franco si attardò all’interno per cercare di sviare le indagini e far sì che non risultasse evidente la matrice politica del gesto. Togliendo una collana d’oro al titolare del locale, Danilo Centofanti, ci fu una breve discussione nella quale questi chiese a Franco di lasciargliela perché costituiva un caro ricordo di famiglia. Franco acconsentì e voltò le spalle per raggiungere gli altri in auto. A quel punto, Centofanti fece fuoco, colpendo Alibrandi, che rimase ferito ad una spalla, e Anselmi, che rimase ucciso sul colpo, alla schiena. L’auto, a bordo della quale si trovavano già Bianco e i Fioravanti, dopo un momento di confusione fece retromarcia per dare fuoco di copertura e permettere la ritirata di Alibrandi e il soccorso di Anselmi che fu però vano. Franco giaceva in terra, oramai senza vita, su quel marciapiede di Via Ramazzini. L’azione ebbe un’eco talmente rapida che Peppe Dimitri, storico volto del neofascismo e allora coetaneo di Franco, arrivò pochi minuti dopo a bordo di una moto, assieme ad un suo camerata, nel vano tentativo di prestare soccorso ad Anselmi

La morte di Franco sarà un duro colpo per il gruppo che, in un volantino ad un giornalista dell’Ansa, rivendicherà la rapina e scriverà: «ha concluso nell’unica maniera possibile una vita dedicata all’anticomunismo militante. Si distingueva per la sua lealtà, per il suo coraggio, per la sua generosità. Condanniamo Danilo Centofanti alla pena di morte per aver colpito alle spalle Franco […] Onore al camerata Franco Anselmi. Siamo pronti a seguirti. Tremino i codardi, i corrotti, le spie».
Saranno molte le azioni compiute dai NAR in memoria di Anselmi: dall’attentato esplosivo all’armeria messo a segno tra il 17 e il 18 maggio dello stesso anno, fino all’uccisione del capitano della DIGOS Francesco Straullu, eseguita il 21 Ottobre del 1981 e rivendicata sotto la sigla Nuclei Armati Rivoluzionari – Gruppo di fuoco Franco Anselmi.

Sarebbe superflua ogni ulteriore parola su Franco Anselmi, perché nel ripercorrere la sua vita e le sue gesta si chiarisce la ragione delle sue scelte, e non si può non comprendere e riconoscerne la coerenza e la sincerità. Risulterà chiaramente difficile a molti poter condividere e apprezzare le decisioni che questo Rivoluzionario ha preso nel corso della propria vita, ma è opportuno tener conto del contesto in cui certe azioni sono state operate e del coinvolgimento emotivo che ha portato un ragazzo di soli ventidue anni a combattere e a morire, armi in pugno, per un’Idea e per difendere chi, come lui, aveva deciso di abbracciarla e viverla fino all’estremo sacrificio.
Ciò che, per quanto possa essere stato fin troppo spesso riportato – talvolta con intento dispregiativo -, vale la pena di ricordare, sono le parole che Giusva Fioravanti ha proferito in un’intervista parlando dell’amico caduto al suo fianco: «Mi legai a Franco in maniera molto particolare perché era un ragazzo che a me piaceva moltissimo. In termini romantici era sicuramente uno dei migliori, uno dei ragazzi più generosi. Non c’era niente di spirituale né di intellettuale: era semplicemente un ragazzo dal cuore d’oro […] la classica persona che pur avendo già pagato molto, quando c’era da ripartire ripartiva; che pur avendo già avuto conseguenze gravissime per il suo impegno politico non era rifluito nel privato, non aveva paura. È questo che ti colpisce».
È questo che ci colpisce.

Cioppi Cioppi

 

ANSELMI+FRANCO+89

Konrad Lorenz: precursore dell’ecologismo contemporaneo

Ricorre oggi il trentesimo anniversario della scomparsa di Konrad Lorenz: considerato il fondatore dell’etologia moderna e mentore dell’ecologismo, Lorenz pubblicò numerose opere che gli valsero svariati riconoscimenti ufficiali che culminarono, nel 1973, con l’assegnazione del premio Nobel per la medicina e la fisiologia.

La nascita dell’interesse verso il mondo animale da parte dello studioso austriaco trova sicuramente origine negli anni della fanciullezza. Già da bambino infatti egli nutriva un profondo legame verso il mondo animale tanto che, in seguito a incessanti richieste ai genitori, riuscì a ricevere un pulcino d’anatra. Questo animale permise al giovane di sviluppare e approfondire un interesse e un’empatia verso la natura che lo accompagneranno per tutto il corso dell’esistenza dirigendone sforzi e ricerche. Passione che egli condivise fin da quegli anni con Margarethe Gebhardt, una vicina di casa poco più grande di lui, con la quale convoglierà a nozze nel 1927, stesso anno in cui, proprio su suo sprono, pubblicherà Osservazioni sulle Taccole, opera inizialmente concepita come semplice raccolta di appunti personali.

L’anno successivo Lorenz conseguì la laurea in Medicina presso l’Istituto di Vienna – facoltà che aveva frequentato per assecondare il volere del padre -, e, sempre qui, iniziò prima ad esercitare come assistente alla cattedra di Anatomia, e, poi, svolse degli studi in zoologia completandoli, cinque anni più tardi, con la seconda laurea.

In questo periodo all’Università di Vienna ebbe finalmente l’occasione di perseguire la propria passione e di focalizzarsi sullo studio del comportamento animale. Proprio a questo periodo risalgono lungimiranti opere – tra le quali spiccano senza dubbio Armi e morale negli animali e Sulla formazione del concetto di istinto – nelle quali darà notevoli impulsi nel progresso in ambito etologico, specialmente per quanto concernente l’imprinting animale (vale a dire l’apprendistato da parte dei piccoli mediante l’osservazione dei comportamenti degli adulti) e l’aggressività.

Lo studioso austriaco fece infatti delle importanti considerazioni in merito all’aggressività animale e umana: egli sosteneva che questa fosse una caratteristica intrinseca dell’uomo così come dell’animale e non dunque una mera manifestazione di un disagio sviluppato in luogo di situazioni o contesti vissuti dal singolo individuo.
Per Lorenz le specie viventi erano pertanto naturalmente aggressive e questa caratteristica tendeva ad aumentare tramite la competizione con gli altri individui maschi della stessa specie. Al contrario, lo scienziato reputava che la pratica sportiva fosse utile a farla scemare gradualmente.

Sempre di questo periodo è altresì l’analisi delle relazioni umane e della capacità dell’uomo di sviluppare mezzi atti a distruggere i propri nemici: in questo processo di sviluppo bellico a farne le spese non è, per l’etologo, solo l’antagonista umano, bensì la natura stessa, minacciata e devastata per meri interessi capitalistici.
Da questo è facile comprendere il motivo per il quale Lorenz abbia preso parte, soprattutto negli anni ‘60 e ’70, nonostante la non più giovane età, a manifestazioni contro l’utilizzo delle armi nucleari. Il suo impegno va inteso dunque come un’avversione a quel processo autodistruttivo dell’essere umano che, andando contro le proprie attitudini naturali – da intendersi come quelle più rette -, è portato da un dilagante marxismo culturale e da logiche di profitto, a concorrere con i suoi simili per il conseguimento di premi e primati puramente materialistici.

Appaiono dunque assolutamente fuorvianti quelle interpretazioni che vorrebbero accostare Lorenz alla stregua di un qualunque hippie dell’epoca o, peggio ancora, al pari di un qualsiasi pseudo animalista odierno.
Per l’austriaco, così come per tutti gli altri aspetti della vita di una specie, anche l’abbrutimento della massa è da intendersi come un fenomeno comune tanto al mondo degli uomini quanto a quello degli animali: è d’altronde l’essere umano eticamente più basso che tende a riprodursi in numero maggiore e a procurare danni all’intero sistema naturale, così come accade per gli esemplari puri di oca selvatica che rischiano di essere sopraffatti dal crescente numero di oche domestiche.

È dunque per evitare l’addomesticamento – che per quanto concerne gli uomini si può leggere come imborghesimento – che egli sosteneva la necessità dell’eugenetica come principio necessario all’innalzamento della natura tutta.

Queste sue teorie, di certo contrastanti con i principi egualitaristici tanto in voga negli ultimi anni, assieme alla volontaria e mai rinnegata militanza nel Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi, gli sono costati solo pochi anni fa, e precisamente nel 2015, il dottorato Honoris Causa che l’Università di Salisburgo gli conferì nel 1983.
Difatti l’Università, ha reputato corretto ritirare il titolo per gli “scomodi” rapporti che Lorenz ebbe con il governo NazionalSocialista. La nota stridente di questa pietosa vicenda è stata il fatto che tali relazioni non siano mai state un segreto e non abbiano mai rappresentato una discriminante per il riconoscimento di titoli ben più blasonati, come il già citato Nobel del 1973.

Si è dunque cercato, anche nel suo caso, come accaduto per tante altre illustri personalità, di screditare non solo l’uomo ma anche lo studioso, con lo scopo di fare un processo alle idee. Un’operazione che risulta visibilmente fallimentare – oltre che vile – perpetrata verso chi ha avuto la “colpa” di essere sempre stato, – per citare le parole che lo stesso Lorenz utilizzò nel richiedere l’ammissione al Partito – «Come pensatore e scienziato tedesco, […] al servizio del pensiero NazionalSocialista».

Cioppi Cioppi

Konrad Lorenz

Giordano Bruno: quando le idee ardono più del fuoco stesso

In questo giorno di febbraio del 1600 trovava la morte, a Campo de’ Fiori, a Roma, Filippo Bruno – a tutti noto come Giordano -. Vittima dell’oscurantismo del proprio tempo, Giordano Bruno decise, a discapito della vita, di non rinnegare le proprie idee e di perire sul rogo per mano di quella Chiesa che deteneva il monopolio della cultura e che decideva arbitrariamente della vita e della morte di ogni individuo.

Non si hanno molte informazioni in merito all’infanzia di Filippo Bruno, ma a quanto è noto nacque a Nola nel 1548. Proprio a Nola, prima, e presso l’Università di Napoli, poi, iniziò la sua formazione che avvenne ad opera di vari frati che, fornitegli le basi, lo iniziarono a varie discipline tra le quali la filosofia e l’oratoria.
L’educazione superiore era a quel tempo riservata agli appartenenti agli ordini sacerdotali, e fu proprio in nome di questo amore per la conoscenza che Filippo decise di prendere le vesti monastiche e di entrare nell’ordine dei Domenicani. A Napoli, probabilmente nel giugno 1565, fu consacrato novizio e, in concordanza con la regola domenicana, cambiò nome, assumendo quello di Giordano in omaggio al Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, o di Giovanni Crispo, un curato dal quale aveva ricevuto lezioni nell’ambito della metafisica.
In questi anni Giordano ebbe l’occasione di studiare su molti preziosi testi che erano custoditi nella biblioteca del convento di San Domenico Maggiore di Napoli, approfondendo così quelle materie che lo avevano appassionato negli anni dell’adolescenza e che costituiranno un’importante base per le sue opere.

Bruno non si piegò mai all’obbedienza di quelle regole che la veste monastica avrebbe imposto, ed in merito vi sono alcuni aneddoti: uno di essi racconterebbe che Giordano, dopo aver scagliato al vento le immagini dei santi, strinse un crocifisso, invitando poi un confratello a gettar via un’opera di Bernardo di Chiaravalle, tanto acclamato dalla Chiesa, e a leggere la ben più ardita Vita de’ Santi Padri di Domenico Cavalca. Riceviamo dunque un ritratto del filosofo nolano già sicuramente rivoluzionario.
Un Bruno che, nel pieno clima di controriforma, come fosse un predecessore di Montag – il protagonista di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury – riuscì a procurarsi molte di quelle opere che erano state messe all’indice dalla Chiesa e a leggerle di nascosto nelle celle di quei conventi che lo ospitarono nel corso della sua esistenza.

Nel 1576 si ebbe un primo, inequivocabile e certo segnale del rifiuto di Bruno per quelle che egli considerava delle dottrine dogmatiche: discutendo con un altro frate, Agostino da Montalcino, in merito alle dottrine Arie, mise in dubbio la concezione trinitaria di Dio. Agostino lo denunziò al Padre Provinciale, un tale Domenico Vita, costringendo così Bruno a fuggire da Napoli e ad una lunga serie di vagabondaggi da un monastero all’altro.
Dopo anni di peregrinazioni in Italia e nel resto d’Europa, tornò stabilmente in Italia solo nel 1952, risiedendo presso l’aristocratico veneziano Giovanni Francesco Mocenigo, ammiratore delle opere teologiche, filosofiche ed esoteriche che Bruno aveva scritto negli anni di esilio forzato. Mocenigo offrì al frate nolano protezione e sovvenzioni se questi avesse accettato di far rientro in Patria e di dargli delle lezioni sulle discipline che Bruno aveva, nel corso degli anni, affinato.

Solo pochi mesi dopo, presumibilmente il 21 maggio, quando il filosofo informò il proprio mecenate di voler far ritorno in Germania per dare alle stampe dei nuovi lavori, il patrizio veneto, sospettando che si trattasse di una messa in scena al fine di abbandonare l’insegnamento, lo fece arrestare dalla propria servitù. Immediatamente lo accusò, querelandolo alla Chiesa, di blasfemia , di non credere nella trinità e nella verginità di Maria, e, in particolar modo, di credere nell’infinità dell’universo, nella molteplicità di mondi, nel moto della Terra e nella non generazione delle sostanze.

Proprio da queste accuse Bruno dovette difendersi facendo ricorso a quelle arti oratorie apprese e affinate nel corso della sua vita, in un processo che durò circa due anni, durante i quali fu anche, quasi certamente, torturato.

Il 12 gennaio 1599 il tribunale ecclesiastico, all’interno del quale figurava anche il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, gli intimò per la prima volta in via ufficiale l’abiura delle tesi sostenute e riportate nelle proprie opere nel corso degli anni precedenti, ma Bruno, fiero delle proprie idee, rifiutò ogni forma di ritrattazione.
Seguiranno nel corso di questo anno vari ulteriori possibilità per Bruno di rinunciare a quanto affermato in precedenza, ma egli sosterrà sempre di non voler rinnegare a nessun costo le proprie argomentazioni perché convinto di non avere alcuna colpa da dover espiare.

L’8 febbraio del 1600 il tribunale, dopo avergli tolto il grado monastico, condannerà Bruno al rogo. Questi dopo aver ascoltato la sentenza in silenzio, mentre era inginocchiato di fronte alla giuria, si alzerà pronunciando la storica frase  «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»).

Il 17 febbraio 1600 sarà dunque condotto in Campo de’ Fiori con il capo cinto da un bavaglio di ferro che gli impedisse la parola. Dopo aver rifiutato l’estrema unzione e il crocefisso, verrà denudato, legato ad un palo, e arso vivo e le sue ceneri saranno sparse nel Tevere.

Quella che abbiamo è dunque l’immagine di un uomo che, incarnando un perfetto e completo esempio di abnegazione, decide di immolare la vita in nome delle proprie idee opponendole a quello che oggi molti definirebbero “pensiero unico dominante”.
Il tempo è passato, eppure il ricordo di Giordano Bruno è risultato un indelebile faro per coloro i quali hanno deciso quotidianamente di fare sforzi e sacrifici – in talune epoche finanche estremi – in nome della Libertà e della Giustizia. Proprio a perenne monito di tali ideali, il Fascismo erse infatti in suo nome, e lo stesso Mussolini lo difese strenuamente contro gli attacchi dell’ala filoclericale della Camera, la statua che si trova tutt’oggi in quella Piazza in cui Giordano Bruno trovò la morte.

Quell’esempio è e dovrà essere sempre vivo in coloro che, mossi dai medesimi sentimenti, decidono oggigiorno di muovere guerra a quegli stessi censori che, seppur diversi e con modalità differenti, cercano di imbavagliare, sottomettere e punire chi si oppone.
D’altronde, se è vero che il volto e i metodi sono cambiati, è anche vero che cambiata è la violenza con cui il martello del politicamente corretto colpisce chi non si allinea al pensiero unico e cerca di guardare oltre il “Velo di Maya”: all’epoca, a coloro che decidevano di non rinnegare le proprie tesi, era riservata la morte – spesso preceduta da indicibili violenze -. Al giorno d’oggi vengono commutati giorni di blocco sui principali social networks. Come possono dunque, con queste lame smussate, pensare di riuscire a fermare chi, ogni giorno, nelle strade e nelle piazze del nostro Paese, continua a combattere per il futuro del proprio Popolo portando avanti lo stesso spirito rivoluzionario e di ricerca della Verità e della Giustizia incarnato fino all’ultimo da Giordano Bruno?

 

Cioppi Cioppi

Giordano Bruno

Dresda 1945: un altro crimine impunito dei “liberatori” angloamericani

Da sempre etichettata come “la Firenze dell’Elba” per la sua bellezza e la ricchezza sotto il profilo culturale, Dresda era una fiorente città tedesca, capitale dello Stato della Sassonia. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio 1945 si compiva qui l’ennesima, vergognosa, azione ad opera dei “liberatori” del continente europeo: con un bombardamento a tappeto la città fu rasa al suolo, il suo patrimonio artistico devastato e la popolazione praticamente cancellata.

La distruzione della città fu guidata da Arthur Travis Harris, Maresciallo dell’Aria Capo, al quale fu affidato sin dal 1942 il comando del Bomber Command della RAF, la divisione dell’aviazione di Sua Maestà che, dalla sua fondazione, si prese carico di effettuare ogni bombardamento inglese.
Harris si distinse già dai primi mesi di comando per la sua spietatezza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Butcher Harris” – vale a dire “Harris il Macellaio” -, e divenne noto quando il 28 Marzo 1942 fu praticato il primo bombardamento a tappeto su una città tedesca: Lubecca. La città, che si trova nella parte settentrionale della Germania, ospitava alcuni stabilimenti della Dornier-Werke GmbH, importante industria aeronautica teutonica, che però subirono danni relativamente leggeri. Obiettivo della RAF furono infatti il centro storico e la zona del mercato in quanto densamente popolati ed edificati prevalentemente in legno.
Questo fu solo il primo atto di una strategia volta a tentare di spingere la popolazione civile ad insorgere contro il proprio governo. I raid infatti non furono condotti unicamente sul porto, le fabbriche e gli obiettivi militari, bensì vennero in particolare diretti sui quartieri residenziali, nei quali trovarono la morte moltissimi tedeschi. Eppure, nel corso del conflitto, mai ci fu una sollevazione popolare contro il governo Nazionalsocialista e il III Reich che, al contrario, fu strenuamente difeso fino all’ultimo da uomini, donne e – finanche – bambini.

Successivamente una sorte simile toccò a molte altre città: Rostock, Anklam, Marienburg, Chemnitz, Lipsia, Kassel, Colonia, Norimberga, Berlino.
Particolarmente cruenta fu un’altra campagna condotta da Harris, l’Operazione Gomorra, la serie di bombardamenti effettuati sulla città di Amburgo dal 26 Luglio al 3 Agosto 1943 dagli oltre tremila velivoli della Royal Air Force che, affiancati da un centinaio di aerei statunitensi, rasero al suolo i tre quarti della città causando oltre quarantamila morti e diverse decine di migliaia tra feriti e dispersi.

I quasi quattro anni di bombardamenti generarono migliaia di profughi in ogni centro colpito dagli attacchi congiunti di RAF e USAF. Molti di questi furono fatti confluire proprio sulla città di Dresda, considerata sicura per l’assenza di qualsiasi tipo di obiettivo militare. Come potevano dunque le forze Alleate farsi scappare un’occasione simile. Erano convinti che con un massiccio sgancio di testate sulla città, con un conseguente enorme numero di civili uccisi, avrebbero finalmente spinto i tedeschi ad una rivolta e la Germania ad una resa. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio del ’45 fu dunque attuato un violento bombardamento che rase quasi completamente al suolo la città e causò centinaia di migliaia di morti. Gli oltre ottocento aerei inglesi scaricarono sulla città oltre tremila tonnellate di ordigni, tra esplosivi ed incendiari, proseguendo il bombardamento fino al 15 febbraio, quando duecento velivoli dell’USAF continuarono a devastare quella che era diventata oramai una immensa distesa di fuoco e fiamme.
La città divenne una vera e propria fornace che arse per giorni a temperature di oltre duecento gradi, nella quale trovarono la morte per la maggior parte donne e bambini, dal momento che gli uomini erano stanziati sui campi di battaglia o nelle industrie dislocate nel resto della Germania.

Ovviamente anche in merito al numero di vittime causate da questa azione militare vi sono state varie controversie. Un primo rapporto, stilato a Marzo di quell’anno dal Colonnello Grosse, parlava di 202’040 vittime che si prospettava sarebbero salite a oltre 250’000 di lì a poco. Questa informativa fu sminuita dalle forze Alleate che la tacciarono di essere una pura azione propagandistica del governo tedesco. Eppure queste cifre – purtroppo – trovano effettivamente riscontro nonostante vi sia ancora chi, al giorno d’oggi, tenta di etichettarle come facenti parte di un filone revisionista allo scopo di giustificare il bombardamento.

L’azione stessa è stata infatti lungamente dibattuta anche a guerra finita, dal momento che dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti un crimine di guerra. Ma ovviamente certe accuse sono riservate ai vinti. Ai vincitori tutto è concesso, tutto è perdonato.
Eppure c’è chi non ha lasciato che questa tragedia andasse dimenticata. C’è chi non ha accettato il silenzio. Molte parole sono state scritte in merito a questa nefasta pagina di storia. Molti libri, molte canzoni – tra le quali è il caso di citare Dresda nella versione degli Janus e in quella dei Malabestia – hanno voluto ricordare questa vigliacca operazione militare che nel numero di vittime ha superato persino quelle causate dalla detonazione dei due ordigni nucleari sganciati su Hiroshima e Nagasaki.
E così, con poche, semplici righe abbiamo voluto ricordarla anche noi, affinché non venga mai dimenticato il prezzo pagato dal Popolo tedesco per aver voluto abbracciare un’Idea che le plutocrazie occidentali hanno cercato in ogni modo di eliminare. Vanamente.

Cioppi Cioppi

 

Dresda

Nico Azzi: dalle S.A.M. al giovedì nero di Milano

Nico Giuseppe Azzi nasce in provincia di Mantova il 31 luglio 1951. Fin da giovane si avvicina al Fascismo, studiandolo ed unendosi, dapprima, alle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.), e, poi, alla redazione della rivista La Fenice di istanze ordinoviste. Stringe amicizia con quelli che venivano definiti “sanbabilini”, ovvero tutta quella gioventù di “destra” che era solita incontrarsi sotto i portici di piazza San Babila a Milano. Tuttavia Azzi si distingue dagli altri subito per il coraggio e l’intraprendenza: il 7 aprile del 1973 insieme ad altri camerati della piazza organizza un attentato sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Il piano era semplice e comprendeva il far notare nella tasca una copia di Lotta Continua, per depistare future indagini e piazzare una bomba sul treno. Qualcosa andò però storto proprio nel momento culmine dell’operazione e l’ordigno esplose improvvisamente ferendo Azzi, il quale verrà successivamente arrestato.

Questo episodio diede il pretesto per vietare la manifestazione, organizzata dal M.S.I., che avrebbe dovuto avere luogo cinque giorni dopo a Milano, contro la violenza comunista. Ma il divieto arrivò il giorno stesso, solo poche ore prima dell’inizio del corteo che, sfilando da Piazza Cavour a Piazza Tricolore, avrebbe dovuto veder salire sul palco Ciccio Franco. Ovviamente la folla che si era riunita da tutta Italia – e non solo missina (difatti vi erano elementi di Avanguardia Nazionale, Fronte di Popolo, e Ordine Nuovo che comprendeva gli stessi sanbabilini) -, non si lasciò intimidire e proseguì con la mobilitazione. Il clima si fece sempre più teso e venne schierato un reparto della celere per porre freno al concentramento dei militanti sulla piazza, ma ciò aumentò la tensione fino a culminare in degli scontri: ci fu il lancio di due granate da addestramento SRCM da parte dei sanbabilini che si trovarono costretti a difendersi contro le forze dell’ordine. Il primo ordigno provocò due feriti, il secondo, per una sciagurata fatalità, uccise il poliziotto Antonio Marino. Fu proprio Azzi a fornire le bombe ai militanti, e per questo venne arrestato nuovamente e condannato a quindici anni di carcere per l’attentato al treno e per aver fornito gli esplosivi.

Dopo la dura detenzione, restò connesso agli ambienti militanti e si sposò dando alla luce la figlia Matilda. La sua vita procedeva nella normalità finché non fu arrestato per le false accuse nei suoi confronti riguardanti la strage di piazza Fontana. Durante i vari interrogatori che si susseguirono si oppose nel dare qualsiasi nome e fornire qualsiasi informazione, in quanto affermò di non riconoscersi in quello Stato. Ci ha lasciati il 10 gennaio 2007 a causa di un infarto, all’età di 55 anni.

Il suo funerale non riuscì ad avere il rispettoso e doveroso silenzio, a causa dell’urlante isterismo provocatorio e irrispettoso dell’A.N.P.I. e di antifascisti vari che addirittura montarono un caso e urlarono allo scandalo contro il parroco che aveva concesso la chiesa per la cerimonia sacra che spetta a tutti gli uomini.

Morto undici anni fa, Nico Azzi, di sicuro merita un posto nella memoria collettiva e, in special modo, nella nostra per essere stato un combattente duro, schierato con anima e corpo per l’Idea Assoluta, senza mai porsi limiti contro ostacoli o nemici, e nella convinzione di essere e muoversi nel giusto in un mondo sbagliato. Il suo amico Cesare Ferri, lo ricorda dicendo che la per lui è morto «ma solo fisicamente, appunto, perché il suo ricordo di camerata coraggioso, altruista e un po’ guascone mi – e ci – accompagna sempre e quando uno è ricordato è come se non fosse mai morto».

Olmo

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