Partenope, Palepolis, Neapolis: Napoli tra mito e storia .

Visto l’abbandono delle proprie origini e radici cui la nostra società è andata incontro, abbiamo ritenuto opportuno riscoprire ed analizzare, in più riprese, la storia della nostra città. Una città che risulta ormai, da diversi anni, essere abbandonata al corso degli eventi, in balia di amministrazioni scellerate. 

Collocata tra i “fuochi” del Vesuvio ad est ed i Campi Flegrei ad ovest, “Partenope” gode di una posizione in grado di fornirle il lustro, il fascino e la magnificenza che per secoli hanno accompagnato il suo nome. 3Affascinante è il mito della sua fondazione, riconducibile alla sirena Παρθενωπη (Parthenope), nata dal dio-fiume Acheloo e dalla madre-terra Persefone, dotata di un volto di fanciulla ed il corpo di un uccello, probabilmente morta dopo un rifiuto da parte di Ulisse. Quanto alle origini storiche, fondata dai Cumani (una delle più antiche colonie della Magna Grecia) verso la fine del VIII secolo a.C. in un periodo coevo alla fondazione della stessa Κύμη [Cuma] (725 – 720 a.C.), riuscì ben presto a differenziarsi dalla “madre” e ad essere poi ribattezzata Neapolis. La città nuova risultò dotata, in origine, di un estremo rigore geometrico, in linea con la struttura delle città greche basate sui cardi e decumani.

Uno dei primi riferimenti storici lo si ritrova in Tito Livio, il quale, attraverso una breve digressione sull’origine di Neapolis, riferisce la presenza di due Urbes: Palepolis e Neapolis. Nella prima, in particolare, aveva sede la res Neapolitana, l’odierno monte Echia; mentre nella seconda fu poi stabilito il foedus Neapolitanum (vedi oltre). Strabone invece dedica brevi cenni alla storia della città; rievoca solo la sua fondazione per mano cumana e la venuta, poi, degli έποικοι (coloni) Ateniesi e Pithecusani (Πιθηκούσσαι – isola d’ Ischia). Ciò che è certo è che la nuova città, in linea con Cuma, tenne fede alle tradizioni greche, come dimostra la persistenza del culto di Demetra e la ripresa delle φρατρίες (fratrie – divisione sociale su base parentelare). Fu il rapporto privilegiato con Atene che le rese possibile un rapido sviluppo urbanistico ed una rapida “conquista” delle principali rotte commerciali. Ciò fu possibile soprattutto grazie al declino della Tirannide dei Diomenidi a Siracusa e all’abbandono di Pithecusa da parte degli stessi siracusani. E’ in questo nuovo scenario che si rafforzarono i rapporti con la città si Atene, in particolar modo sotto il governo di Pericle; rapporti che furono mantenuti saldi fino alla guerra archidamica (prima fase della Guerra del Peloponneso).

L’ equilibrio di Neapolis venne poi interrotto dalla minaccia Osca, alla fine del V secolo a.C., quando furono conquistate Capua e Cuma. Seguì una battaglia con Roma (istigata dai Sanniti, preoccupati dall’espansionismo romano), messa a tacere da Publio Filone. E’ da questo momento in poi che Napoli stringerà con Roma il Foedus Neapolitanum, attraverso il quale la città riuscì a conservare ampia autonomia di costumi e tradizioni (di origine greca).

Coinvolta anche nelle guerre Puniche, grazie a Pirro, e devastata poi a causa della lotta tra Mario e Silla, la città vide il fiorire di importanti scuole, come quella di Sirone dove studiò Virgilio, e fu il luogo in cui si formò la congiura per uccidere Cesare. In età 2augustea fu distrutta nel 79 d.C. dal terribile terremoto descritto da Plinio il vecchio ed alla sua ricostruzione seguì la richiesta di ribattezzarla Partenope, mentre, in età cristiana, sotto Diocleziano, vide il fiorire di alcune delle maggiori chiese della città, come le Catacombe di San Gennaro, la chiesa di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno. Nel 476 lo stesso Romolo Augusto, ultimo degli imperatori romani d’Occidente, fu deposto ed imprigionato a Castel dell’Ovo, vecchia villa di Lucullo.

1La favorevole posizione ed il clima mite resero la città ideale per gli otia dell’aristocrazia
romana ed è per questo motivo che Neapolis si arricchì di eleganti ville romane, come quella di Lucio Licinio Lucullo sul monte Echia, o quella di Publio Vedio Pollione e la Grotta di Seiano. Resti delle origini greco-romane della città di Napoli sono osservabili oggi a Piazza Bellini, dove ritroviamo delle mura greche, mentre dall’alto della Certosa di San Martino è possibile constatare come ad una ordinata struttura di base si sovrapponga un intricato gomitolo di strade che ben si sposa con l’aria mite della storica Partenope.

In quel gomitolo di strade e storie si sono sviluppate nuove vicende, nuovi avvenimenti, diverse condizioni che, nel corso dei secoli e delle dominazioni hanno consentito la nascita della Napoli medioevale.
Antonietta
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Noi Siamo Rivoluzione!

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[…] Ci accusano di essere soltanto una vile teppaglia.Sì: noi siamo la teppa.
Siamo la santa teppa che non si ferma né davanti alle spade degli arcangeli né davanti ai fucili degli sbirri.
Perché NOI SIAMO RIVOLUZIONE.
E LA RIVOLUZIONE NON SI PUÒ FERMARE!

Benito Mussolini

L’ultimo dei Cesari.

Benito Amilcare Andrea Mussolini, figura chiave del nostro panorama politico e culturale, nasce a Dovia di Predappio il 29 luglio 1883. Egli riuscì a dare prova di ingegno, carisma, caparbietà ed estrema volontà. Socialista in origine, fondatore del Fascismo poi e ancora Presidente del Consiglio e del Regno d’Italia ed in ultimo Capo della Repubblica Sociale Italiana. Getta le basi del Fascismo, nel 1919, a San Sepolcro, occasione nella quale dà prova di grande progressismo grazie all’intoduzione del suffragio universale (per la prima volta si richiese che le donne avessero diritto di voto!), riforma elettorale su sistema proporzionale, età di voto a 18 anni, giornata lavorativa ridotta ad 8 ore, nazionalizzazione delle industrie strategiche, tassazione progressiva). Ottenuto, in seguito alla Marcia su Roma nel 1922, l’incarico di costituire il Governo, viene meritatamente eletto nel 1924. Forte è, nel Duce, l’Idea della Grandezza dell’Impero. Ed altrettanto forte è la consapevolezza della necessità di superare l’individualismo egoista in nome di una collettività che non fosse schiava dello sterile libertarismo personalista. Necessario era, pertanto, creare l’Uomo italiano e, soprattutto, forgiare in ognuno il senso di appartenenza alla Nazione. Diverse le controversie circa la natura dittatoriale del Suo Governo, ma ciò che più emerge sono, in ogni caso, le doti dell’Uomo Mussolini.
Ingegno in primis, ma anche avanguardia. Fierezza istintiva, mai taciuta. In continuo divenire, Esempio di ciò che può essere Potenza, godeva dell’adorazione delle Folle, al di là perfino delle convinzioni politiche.  Mussolini
“Mussolini è il nostro solo uomo di Stato che aveva capito l’Italia. […] Per questo Mussolini è nella Storia come l’unico tribuno del popolo che ha conquistato e dominato lo Stato, divenendone il Simbolo, pegno e palladio di unità ed indipendenza, custode della pace sociale e di ogni civile progresso. Con altissimo senso di responsabilità egli si adoperò per tutta la vita ad accordare, riunire, smussare gli angoli, a comporre in unità.”
Unico, ancora oggi, nonostante siano passati 71 anni dalla sua morte. Mai alcun capo di governo ha mostrato capacità lontanamente paragonabili a quelle del Duce. Istituzione del sistema previdenziale e del sistema corporativo, rivalutazione della Lira, edilizia popolare,
rivalutazione della scuola pubblica (riforma Gentile): alcuni dei punti fondamentali del Suo Governo. Ecco perché in un paese attualmente allo sfascio, privo di una guida che tale possa definirsi, si tenta, ad ogni costo, di cancellarne anche la memoria.
Probabilmente perché le Azioni e le Idee, ancor oggi, fanno paura a chi manca di quel coraggio, ingegno e capacità che resero il Nostro Paese avanguardia ed Esempio.

Antonietta

Graziano Giralucci, vittima delle brigate rosse

Graziano Giralucci, nato a Padova nel 1944, era un agente di commercio in articoli sanitari. Amante dello sport, e soprattutto del rugby, Giralucci è stato fondatore del CUS Padova. Militante presso la sezione dell’MSI-DN di Padova dove nel 17 giugno del 1974 fu ucciso insieme a Giuseppe Mazzola durante un assalto ad opera di un gruppo delle Brigate Rosse. L’intento dei 5 brigatisti era quello di prelevare alcuni documenti presenti nella sede e dalla ricostruzione fatta dopo la confessione della Ronconi ,una brigatista presente durante l’assalto, si evince che mentre Serafini faceva il palo, Semeria, altro brigatista, guidava l’auto pronta alla fuga; la stessa Ronconi con la borsa in attesa per prelevare documenti della sede dell’MSI, Ognibene e Pelli entrarono nella sede e solo Pelli sparò ai due militanti. Il giorno dopo le brigate rosse rivendicarono l’azione lasciando due volantini nelle cabina telefonica dopo aver chiamato la sede di Padova de il Gazzettino. Sin dall’inizio i giornali e gli attivisti di sinistra spinsero le forze dell’ordine ad indagare su una fantomatica pista nera. Successivamente ci furono confessioni da parte dei terroristi pentiti e l’11 Maggio del 1990 i giudici della corte d’assise di Padova dichiarano gli imputati tutti colpevoli. Nell’agosto del 1991, Francesco Cossiga, l’allora presidente della repubblica, propose di concedere la grazia al brigatista Renato Curcio. Silvia Giralucci, figlia di Graziano, scrisse una lettera al Presidente della Repubblica dichiarando di essere contraria alla scelta . Nella sentenza definitiva tutte le pene vengono inasprite e il prof. Mazzola, figlio di Giuseppe Mazzola, reagì alla proposta di grazia con proposta di sospensione dello status di cittadinanza italiana di Renato Curcio, dei fratelli e della madre fino allo scadere del mandato del Presidente della Repubblica Cossiga. Graziano Giralucci viene ricordato dal comune di Padova con la denominazione di una via. Negli anni 70 sono stati molti i giovani come Graziano a perdere la vita in vari attentati e scontri, questo dovrebbe far capire ai giovani dei nostri tempi che non esiste solo la serata in disco o al bar, ci sono momenti storici da studiare e comprendere per far si che le radici della nostra nazione non vengano cancellate dal lassismo delle nuove generazioni.

Di Peppe Rivoluzione

Rutilio Sermonti: una vita nella trincea dello spirito

Rutilio Sermonti nacque a Roma il 18 Agosto 1921. Il padre, Alfonso Sermonti, avvocato specializzato in diritto sindacale e socializzazione dell’economia, prese parte alla stesura del testo legislativo inerente al lavoro. Partecipò da Volontario di guerra al secondo conflitto mondiale, ma subito dopo l’armistizio dell’Otto di settembre del 1943, Sermonti, rifiutando la resa, si aggregò alle SS della 4. SS-Polizei-Panzergrenadier-Division, venendo anche decorato con la Croce di Ferro di II classe. Finita la guerra si laureò in giurisprudenza ed esercitò la professione forense, dedicandosi nel contempo all’attività politica: ovviamente ostile alle nuove logiche partitiche e liberal-democratiche, durò ben poco la sua permanenza nel Movimento Sociale Italiano. Inoltre era profondo conoscitore della natura e delle popolazioni che storicamente hanno avuto un rapporto nobile con la Madre Terra (come i Nativi Pellirossa). Quando ci riferiamo alla figura di Rutilio Sermonti, senza dubbio parliamo di uno dei maggiori intellettuali di quella Destra che, ormai sparita dalla scena, trovava in lui uno dei massimi punti di riferimento, soprattutto per i tanti giovani affascinati dalla sua figura. Gli stessi giovani cui era solito raccontare l’aneddoto su un giovane volontario tedesco, ferito gravemente, che in lacrime gli si rivolse, quasi pregandolo, di non arrendersi mai, che la guerra avrebbe avuto l’esito desiderato. Rutilo rispose al giovane soldato prossimo alla morte, con un ferreo e sicuro “Niemals!”. “Niemals” è la promessa di non fermarsi mai nel proprio percorso, di vita e di guerra; promessa che il combattente della Rsi ha voluto lasciare ai più giovani. Ecco il suo testamento spirituale.

Ricordando Walter Spedicato

Walter Spedicato nacque a Novoli il 26 Ottobre 1947. Fu una delle figure più importanti del mondo nazionalrivoluzionario, convinto tercierista e nazionalista europeo. La sua attività politica iniziò con i tumulti del ’68, nelle fila del movimento studentesco di Giurisprudenza, dove si distinse nell’occupazione della facoltà. Dopo l’esperienza universitaria fondò Lotta di popolo, un movimento che all’inizio degli anni ‘70 costituì una valida alternativa alla politica di sistema del MSI. Dopo lo scioglimento di Lotta di popolo nel 1974, Walter, insieme ad altri camerati, gestì la “Libreria Romana”, luogo di incontro e formazione per molti camerati. Qui, infatti, avvenne la riunione che sancì la nascita di “Terza posizione” a cui aderì senza un ruolo ben definito, ma partecipò attivamente all’attività politica anche se fu da subito acceso avversario della lotta armata; il che non gli impedì, per spirito cameratesco, di condividere le peripezie con i camerati di TP e NAR. Nel 1980 a seguito dell’intensificarsi della repressione, venne accusato ingiustamente e per evitare la cattura, scelse la latitanza in Francia. Purtroppo rimarrà in esilio fino alla sua morte nel 1992, avvenuta a Parigi a causa di una malattia alle arterie. Durante i suoi dodici anni di latitanza, ritornò più volte clandestinamente in Italia cercando di rilanciare la dinamica politica. Recentemente in un’intervista, Gabriele Adinolfi lo ha ricordato con una frase significativa di Alain de Benoist, che rappresenta adeguatamente ciò che ha fatto Walter Spedicato: “Chi muore per una causa santa muore in pace anche in terra straniera”.

Delgio.

SP

La favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude

Poeta, giornalista, politico, militare, inspiratore di eroiche gesta… Gabriele D’Annunzio rivestì ognuno di questi ruoli in maniera personalissima e sfacciata al punto da essere chiamato “Vate”, cioè una figura capace di esprimere a pieno lo spirito del suo tempo (una sorta di weltgeist hegeliano) e porsi come guida spirituale di un gruppo di uomini. Nato a Pescara nel 1863, D’Annunzio, non appena concluse gli studi liceali, si recò a Roma affascinato dai salotti della nobiltà romana facendosi notare per il suo edonismo e stile di vita eccessivo; inizialmente giornalista per sostenere il suo sfarzoso stile di vita, riscosse un notevole successo che lo portò, nel 1889, il suo primo romanzo dove veniva presentata la figura autobiografica dell’esteta decadente. Soggiornò in varie parti d’Italia, tra cui Napoli e Firenze, dove accrebbe la sua fama che raggiunse il culmine durante la Prima Guerra Mondiale, durante questo periodo intraprese un’energica propaganda interventista che lo spinse a partecipare a due famose imprese: il volo su Vienna e la Beffa di Buccari; D’Annunzio durante la guerra si spostò continuamente da un corpo all’altro del Regio Esercito con lo scopo di incoraggiare gli animi dei soldati affascinati dalla sua figura ormai famosa in tutto il mondo. Al termine della guerra, benchè fosse tra i pluridecorati dell’Esercito, il Vate si fece portatore del malcontento nato in seguito alla “vittoria mutilata” che ottenne l’Italia ed inspirato dal Programma di Sansepolcro, il 12 Settembre 1919, insieme ad un manipolo di Arditi, raggiunse Fiume con lo scopo di annetterla all’Italia come sancito dal Patto di Londra (1915); qui nacque una delle esperienze più affascinanti del ‘900 che vide nascere, grazie all’aiuto di Alceste De Ambris, la Carta costituente del Carnaro . “Hic manebimus optime” (Qui staremo benissimo), questo era il motto con cui D’Annunzio volle esprimere la fermezza degli Arditi nel continuare l’occupazione, ma nel 1920 con il Trattato di Rapallo, dove veniva riconosciuta l’indipendenza dello Stato libero di Fiume da parte di Italia e Jugoslavia, il Poeta e gli Arditi si videro traditi da una Patria asservita ai poteri degli Stati più forti; Il 24 Dicembre dello stesso anno il Regio Esercito assediò Fiume, la battaglia durò per tre giorni con l’Esercito Fiumano ormai allo stremo ed il 28 Dicembre D’Annunzio accettò le condizioni del Trattato. Deluso dall’esperienza fiumana si ritirò in una villa di Cargnacco (che passerà alla storia col nome di Vittoriale degli italiani) e da lì seguì l’ascesa del suo caro amico Benito Mussolini mantenendone sempre le distanze, « A tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido ». Morì il 1° Marzo del 1938 salutato da imponenti funerali di Stato voluti dal Regime e da una presenza massiccia della popolazione. Il Vate, grazie alle sue carismatiche gesta, fu capace di offrire agli italiani un riscatto dalla situazione paludosa post Prima Guerra Mondiale in cui si trovava la Nazione, cercò sempre di concretizzare in sé la figura del Superuomo sia in maniera esteriore che spirituale non facendo altro che accrescere il novero delle leggende sul suo conto; mentre la classe politica giolittiana non faceva altro che annuire alle pretese degli altri paesi vincitori (Inghilterra, Francia e Russia), D’Annunzio si fece carico del malcontento che si aggirava tra i reduci di guerra e tra alcuni socialisti che da lì a poco sarebbero stati capaci di sconvolgere tutto l’assetto politico del Paese.D'Annunzio e Mussolini